Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

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Adolescenti: quando ti portano in viaggio nel tempo

 

 

I 14 anni di mia figlia, il primo anno alle scuole superiori, mi hanno inevitabilmente portato indietro nel tempo.

Ai miei 14 anni, al mio primo anno alle superiori.

A quando uscivo la mattina e facevo quel tratto di strada, a piedi, per raggiungere la scuola.

Ai pomeriggi a studiare nella mia camera.

All’aula della mia classe, con la porta a vetri, che vedevi cosa succedeva nel corridoio.

Al panino col prosciutto cotto, comprato nella bottega vicino alla scuola, e ai bocconi mangiati, da sotto il banco, durante le lezioni.

Alle mie compagne di banco, e a quando restavamo a pranzo in classe, perchè al pomeriggio c’era la lezione di ginnastica.

Ai professori, quelli che mi hanno trasmesso la passione, e quelli che…no.

A quella bellissima gita, che abbiamo fatto, fino a Parigi.. Il mio primo vero viaggio. 7 giorni lontano da casa, dalla famiglia.

Il torpedone e Pinone, l’autista.

L’ostello a Saint Germain. Le ricerche dentro al Museo dell’uomo e al Centro Pompidou.

I pranzi al sacco, panini con affettati, stivati nel pullman, in qualche giardino trovato sulla strada.

L’arte imparata dentro alle chiese, ai palazzi, al Louvre. La meraviglia di fronte alla Saint Chapelle. Le bellezze di Versailles.

Il viaggio di ritorno a cantare “Parigi addio..ritornerò” (che se qualcuno è dei miei tempi la conosce 🙂

 

 

E’ stata un’esperienza increbile, di cui sono grata. Il primo, per me, di una serie di viaggi, che in seguito hanno riempito la mia vita.

Forse la mia passione per i viaggi, per il mondo, è nata proprio allora.

 

Dopo tanti anni, molti ricordi riaffiorano.

Adoro quella ragazzina, un po’ contro corrente, ma con gli occhi vivaci, che ho ritrovato e che assomiglia a mia figlia.

Adoro vedere i suoi occhi aperti e con poche aspettative, per il poco conosciuto.

Quegli occhi pieni di voglia di vedere, di conoscere e di sperimentare. Di andare incontro alla vita.

 

 

 

 

marzo 2019

 

altri articoli sugli adolescenti qui:

 

Adolescenti: del bullismo e di altri mali del nostro tempo

 

Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

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Adolescenti: il primo concerto

 

L’età difficile (avere a che fare con un’adolescente o quasi)

Un’adolescente in viaggio

 

Un adolescente in viaggio

 

foto by Patty

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Adolescenti: il primo concerto

 

 

 

Quando si hanno figli adolescenti, può capitare che tu li debba portare al loro primo concerto.

Regalo richiesto a Natale, da riscuotere l’8 marzo, il giorno del tuo anniversario di matrimonio. 

Così invece di uscire per una cena romantica, ti trovi col marito, in mezzo all’entusiasmo di un paio di ragazzine, e di altri centinaia di fan, per tante ore, in piedi, ad aspettare Marlena, sotto un tendone, tutti appiccicati.  Col pensiero che no, non hai piu’ l’età.

Fintanto che arrivano loro, animali da palco, i Maneskin

E allora ti fai contagiare e ti entusiasmi anche tu, di fronte al talento, tanta vitalità e tanto ben di Dio 🙂

 

 

Col pensiero che ti è andata bene, perché il tuo primo concerto è stato quello di Pupo, prima ancora di “Gelato al cioccolato”, in una specie di balera, il Samantha di Casalecchio di Reno (Bo).

E comprendi, alla fine, che è lei, tua figlia, che ti ha portano ad un concerto, al suo primo concerto.

Vedi la sua gioia, la sua gratitudine, e capisci che è stato un gran bel regalo.

Per te, soprattutto.

 

 

 

 

marzo 2019

 

(foto by Patty)

 

 

 

 

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Woyzeck: la disperazione di un’anima fragile

 

 

Disperazione.

Smarrimento.

Il dolore del tradimento.

La sensazione di essere chiusi in una gabbia senza possibilità di uscirne.

La sensazione di impotenza e la brama di ribellarsi.

Il non riuscire più a starci dentro, tanto da arrivare a fare un’azione inconsulta, folle, irreversibile, che distrugge tutto.

Questo quello che mi è arrivato da Woyzeck e dal suo mondo.

Una  struttura di metallo, girata e rigirata, che trasmette il senso di essere rinchiusi in una gabbia, da cui pare impossibile uscirne. E anche quando si esce, la sensazione di restare comunque rinchiusi nella gabbia degli sguardi degli altri, di un mondo giudicante, influente, il contrario di accogliente. Che non lascia vie di fuga, vie di uscita. Soprattutto a chi è fragile, puro, innocente e facilmente influenzabile. Anzi, il mostrare la propria fragilità dà la possibilità, agli altri, di approfittarne, per infierire e ferire. Un mondo che induce a mettere la propria dignità sotto i piedi, in nome di bisogni pressanti, materiali ed emotivi. Dove il rispetto dei sentimenti, delle persone, che spazio occupa?

Una gabbia che viene poi introiettata, diventa la schiavitù di un personaggio che si interpreta nella vita, una prigione interiore, che aliena e da cui difficilmente si riesce ad uscire.

E allora, cosa resta da fare, per ribellarsi da queste prigioni, per sfuggire al senso di impotenza? Fare qualcosa, qualsiasi cosa. Un gesto che apparentemente sembra essere una liberazione, ma che invece imprigiona ancor di più, per le sue conseguenze, gettando l’anima ancora più profondamente nell’abisso, e nell’impossibilità di trovare una via d’uscita. Infatti, l’unica cosa che, nel delirio della rabbia e della disperazione, Woyzeck riesce a fare è uccidere la sua compagna, vittima anch’essa di un sistema e di se stessa, la madre di suo figlio. Lasciando cosi’ un orfano, condannato, come nel racconto della scena:

 

c’era una volta un povero  bimbo che non aveva ne padre ne madre, erano tutti morti, non aveva piu’ nessuno al mondo…e se ne ando’ vagando giorno e notte

 

..e  dopo essere stato sulla luna e aver visto che era marcia, e sul sole e aver visto che era un fiore appassito, e sulle stelle e aver visto che erano mosche stecchite, era tornato su una terra desolante, dove non gli restava che piangere in solitudine..

Una solitudine profonda, che, quindi, è destinata a trasmettersi di padre in figlio.

Un gesto di follia ingiustificabile, ma empaticamente comprensibile..chi se la sentirebbe di condannarlo?

 

Ansia, sì, e peso allo stomaco, che mi hanno accompagnato durante tutto lo spettacolo, e che ho portato anche a casa. Un’interpretazione che non ti permette di mollare un attimo. Vedere rappresentata la disperazione dell’essere umano e sentirsela arrivare addosso attraverso un personaggio, è tornare in contatto con quella disperazione che, inevitabilmente, durante il corso della propria vita, molti di noi, credo, abbiano provato.

Un occasione quindi, Woyzeck, per riscoprirsi compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dei personaggi, magari non solo di quelli dello spettacolo. Compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dell’animo umano. E ancor piu’ importante, nei confronti della propria fragilità.

 

“…la nostra interpretazione nasce quindi dalla volontà di capire e mettere in scena  come vede il mondo Woyzeck, come lo percepisce, cosa sente..”. Missione compiuta alla grande ragazzi, e, come sempre, bravissimi tutti.

 

 

 

dallo spettacolo:

WOYZECK – A GUARDARCI DENTRO GIRA LA TESTA di Georg Büchenr 

adattamento e regia Andrea Lupo e Giovanni Dispenza  con Andrea Lupo, Giovanni Dispenza, Camilla Ferrari, Michela Lo Preiato, scene Matteo Soltanto, disegno luci Pietro Sperduti, musiche originali Angelo Adamo, aiuto regia Marco De Rossi, elementi scenografici Giuseppe Pistorio, traduzione Alessia Raimondi, ricerche Giuditta Fornari

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/woyzeck-a-guardarci-dentro

 

foto di Roberto Cerè

 

 

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Il senso di comunione perduto

 

 

Nessuno escluso: abbiamo sbagliato qualcosa

 

 

 

Lo stronzo interiore

 

 

 

Cosa sto scontando che mi arriva da chi mi ha preceduto?

 

 

 

Il Teatro, strumento formativo ed educativo per bambini e ragazzi..un altro bel viaggio

 

 

marzo 2019

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L’Oscar 2019 al film “Green book”: la capacità di costruire un’amicizia

 

 

 

 

Il film è l’emozionante  racconto di una storia vera, ambientata nell’America degli anni 60, dominata dalle discriminazioni razziali.

Il Green book era un libricino che conteneva l’elenco degli alberghi e dei ristoranti, nei quali le persone di pelle nera venivano accettate, che segue i 2 protagonisti, in un viaggio di 8 settimane, per una turnè musicale, dall’Iowa al Mississippi.

E’ la storia di come nasce un amicizia fra 2 uomini, apparentemente diversi, ma con un’anima grande e pulita.

Uno ha la pelle nera, l’altro è un bianco. Uno è un colto, fine, ricco, talentuoso musicista, l’altro è un uomo semplice, e anche violento, cresciuto nel Brox, che tira a campare, con impieghi al limite del legale (e anche no), per mantenere la famiglia, che adora. Uno è gentile, educato e solo, l’altro è rozzo, ignorante ed amato. Entrambi sono figli di emigranti.

Che si conoscono, e come gli opposti, si attraggono per le loro diversità.

Che sanno superare i pregiudizi iniziali, in nome di un bisogno reciproco; poi imparano a riconoscere il valore l’uno dell’altro, mescolando le loro vite.

Che imparano ad apprezzare i reciproci pregi, piu’ che farsi allontanare dai difetti o dalle ferite.

Che sono accomunati dalla capacità di mantenere fede agli impegni e a lavorare per un obiettivo.

Capaci di far notare le falle, l’uno all’altro, senza mancarsi di rispetto.

Che imparano ad agire uno per il bene dell’altro,  dopo essersi conosciuti e scoperti. Con la grande e rara capacità di restare aperti al diverso ed esserne arricchiti.

Con la capacità di contagiarsi a vicenda e diventare delle persone migliori.

Un film che pone l’accento sui valori dell’amicizia, dell’amore, della famiglia, dell’impegno, del talento e del lavoro al suo servizio. E sopra ogni cosa, sulla dignità e il rispetto di se stessi. E sulla grande possibilità di creare quelle relazioni che durano una vita.

Perchè quel che conta non è quanto si è diversi, ma quanto si riesce (e si vuole) essere vicini a una persona.

Un film che tocca l’anima, e il mio suggerimento è di vederlo e lasciarsela toccare.

 

 

Green book

Oscar per il miglior film del 2018 

regia di Peter Farrelly

con Viggo Mortensen

Oscar per il miglior attore non protagonista a Mahershala Ali

sceneggiatura scritta dall’attore Nick Vallelonga (figlio di Tony, morto nel 2013) protagonista della storia 

 

 

25 febbraio 2019

(foto Pixabay)

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L’eredità genealogica e la storia che si ripete

 

 

Siamo tutti portatori di un’eredità.

Non è solo quello che ci viene trasmesso geneticamente da chi ci ha preceduto. Non è neanche solo quello che ci viene dall’educazione della nostra famiglia d’origine, i valori, i comportamenti, che ci vengono trasmessi crescendo.

E’ qualcosa che viene trasmesso nelle nostre cellule da chi ci ha preceduto.

Informazioni che possono influenzare la nostra vita.

Riguarda ciò che dovremmo trascendere, nel nostro percorso, pena il ripetersi di situazioni a cui sono già stati assoggettati i nostri predecessori, i nostri avi, i nostri genitori.

Sono quelle informazioni che, a livello sottile, influenzano i nostri comportamenti, le nostre scelte, o non scelte.

Quelle che, a maggior ragione, inconsciamente, determinano l’accadere degli eventi e la scrittura della nostra storia.

 

Un uomo muore prematuramente lasciando il figlio piccolo senza padre. Il figlio diventa adulto e padre anch’esso, e muore quando il figlio ha piu’ o meno l’età che aveva lui quando è morto il padre.

Una bambina viene abbandonata alla nascita, costretta a vivere in un collegio, e in seguito, in una famiglia non sua. La nipote porta addosso la storia della nonna, trovandosi spesso abbandonata dai suoi amori o affetti, e con la sensazione di non essere vista, considerata e di non esistere.

Un padre subisce il fallimento della sua azienda. Il figlio si ritrova, da adulto, a veder fallire la società che ha creato, prima di risollevarsi e trovare una nuova strada. La risposta all’evento, la sua elaborazione, puo’ fare la differenza e cambiare la storia, o portarla a ripetersi per i discendenti.

 

Questi alcuni esempi di come la storia del passato si manifesti nel presente.

Come se le stesse situazioni, le stesse tragedie, si riproponessero, nelle generazioni. Come se relazioni invisibili legassero i membri di una famiglia. Come se i discendenti portassero sulle spalle pesi che non appartengono loro.  Ovvero, come sostiene Bert Hellinger, come se gli appartenenti ad una stessa famiglia fossero uniti da un legame energetico transgenerazionale.

Inconsciamente la tendenza è quella di restare fedeli alla storia della famiglia.

Se cio’ che non ricordiamo è destinato a ripetersi, a volte anche cio’ che non sveliamo (magari perchè non lo vediamo), secondo un piano piu’ grande, e secondo cio’ che come anime dovremmo imparare e trascendere, potrebbe ripetersi.

 

 

Si potrebbero scoprire molte cose, quindi, se si facesse caso alla storia dei nostri predecessori, confrontata con la nostra storia. Se si potesse fare un cammino a ritroso e si riuscissero a riconoscere i collegamenti tra gli eventi, in elementi di generazioni diverse. Osservare se ci sono similitudini con certi avvenimenti che si ripetono. Comprendere quale eredità ci stiamo portando dietro.

Attraverso un percorso di consapevolezza, o molto piu’ frequentemente, in seguito a grandi sofferenze, puo’ nascere la volontà o la capacità di comprendere.

E con l’arrivo delle informazioni alla coscienza, si puo’ vedere se esiste la possibilità di dare una risposta diversa, che cambi la storia, che cambi le cose. Se si ha la forza di trasgredire. Di tradire le figure genitoriali e famigliari del passato. Tradire un’appartenenza.

Per differenziarsi, per affrancarsi, per invertire la rotta e creare la propria storia.

E se esiste, questa possibilità, puo’ essere riscritta non solo la propria storia, ma anche quella dei nostri figli.

 

Siamo tutti portatori di un’eredità.

L’eredità della nostra famiglia, che ci portiamo addosso. Che ci ha resi, sì, quello che siamo, ma, che, attraverso il suo riconoscimento, puo’ diventare un mezzo per liberarci e consentirci di costruire il futuro che vogliamo.

O almeno di trovare delle risposte.

 

 

 

 

 

Per approfondire: Psicogenealogia di Anne Schützenberger e  Costellazioni Famigliari di Bert Hellinger

 

febbraio 2019

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Cosa sto scontando che mi arriva da chi mi ha preceduto?

foto Pixabay e Patty

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La potenza di una voce: Bohemian Rapsody e Freddie Mercury

 

 

Bohemian Rapsody, un film che mi ha toccato l’anima, come da sempre il suo protagonista, Freddie Mercury, cantante del gruppo dei Queen.

Sono andata a vedere per la seconda volta il film, nel giro di un mese, e sulle note di Somebody to love,  al suo inizio, nel momento in cui Freddie entra  nello stadio di Wembley  per il Live Aid, nel 1985, avevo già i lacrimoni.

 

A Wembley faremo un buco nel cielo. (Freddie Mercury)

 

 

La storia di un mito, un personaggio dal talento inespugnabile e della sua band. Dalla capacità di credere in se stesso e nelle sua potenza e di lavorare duramente per arrivare ai risultati che si sono visti.

La capacità di cambiare e portare cambiamenti, senza ingessarsi in uno stile o far rimanere intrappolato il gruppo in un genere, nelle sue canzoni, nelle sue abitudini. La capacità di trasgredire e quindi rinnovarsi; di trasgredire a cio’ che veniva proposto dalla sua famiglia o accettato dalla società.

La storia di un uomo che, nonostante il suo talento, è continuamente in cerca della sua identità, volendo restare nella verità. Cercando, sperimentando e venendo in contatto col suo vuoto interiore. Che tocca il fondo, passando anche per pericolosi eccessi.

Un uomo che sa benissimo quello fa sentire uniti gli uomini, che sa rispondere a un bisogno fondamentale: il senso di appartenenza

 

Sarà un disco rock and roll, con la grandezza dell’opera, il pathos della tragedia greca, l’arguzia di Shakespeare, la gioia debordante del teatro musicale. Sarà un’esperienza musicale! Non sarà solo un altro disco. Qualcosa per tutti, qualcosa in cui la gente troverà un senso di appartenenza. Mescoleremo generi, valicheremo confini.” Freddie Mercury

 

Ecco, la capacità di valicare i confini.

Un uomo che dà l’anima, che si dà senza risparmiarsi, e che per questo sa trasmettere, con il suo canto, con le parole, con i movimenti del suo corpo, un’energia senza uguali. Che ha saputo convogliare nella musica e nelle sue canzoni, vere e proprie opere d’arte, la sua potenza, la sua creatività, palpabile nella sua voce e nella sua presenza sul palco. La storia di un ragazzo, con un apparente difetto fisico (4 incisivi in piu’), trasformato in un’opportunità, la maggiore estensione vocale.

 

 

La storia di una famiglia, non quella d’origine, quella fatta dalle persone che si scelgono per similitudine e affinità, con cui si condividono le passioni. E tutti i dissapori e i conflitti, che la vita porta nello stare insieme.

Quegli occhi vivaci e quel corpo pieno di vita, non possono non contagiare, come non possono restare indifferenti i suoi interrogativi di fronte alla vita, che risuonano nell’anima, come quelli in una delle mie canzoni, preferite, “In my defence” :

 

“Tutti gli errori commessi, devono essere affrontati. Non è facile sapere da dove iniziare, mentre il mondo che amiamo sta cadendo a pezzi..

Non ascoltiamo abbastanza e non affrontiamo la verità..

Io sono solo un cantante, come posso far diventare giusto cio’ che è sbagliato??”

 

 

 

Mi è dispiaciuto che il film non sia stato fedele alla storia, in alcuni punti, ma che siano stati inseriti dei falsi. Freddie non ha mai lasciato il gruppo, ma di comune accordo i componenti hanno deciso di prendersi una pausa, ed ognuno ha inciso pezzi per conto proprio, quindi nessun tradimento da parte sua; non ha comunicato la sua malattia prima del Live Aid, alla band, ma piu’ avanti; non conobbe i membri del gruppo il giorno che il cantante precedente lasciò la band, perchè il cantante stesso era un suo compagno di corso a scuola. E alcuni altri. Non sarebbe cambiato nulla se i tutti i fatti avessero rispecchiato la realtà, il film non sarebbe stato meno coinvolgente, perché Freddie resta sempre un grande.

 

John Reid: Allora voi siete i Queen. E tu devi essere Freddie Mercury. Avete talento! Tutti e quattro. Su, ditemi: cos’hanno i Queen di diverso da tutte le altre aspiranti rock star che incontro?

Freddie Mercury: Glielo dico io cosa abbiamo. Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro.

Brian May: Siamo una famiglia.

Roger Taylor: Ma ognuno di noi è diverso.

 

Non possiamo neanche tralasciare la straordinaria interpretazione di “Barcellona“,  con Montserrat Caballe, non presente nel film, ma che voglio ricordare.

 

 

Al termine del film, la sensazione che se ne sia andato un amico, il dispiacere per la perdita di un grande cantante e di una grande persona. Che in fin dei conti, nonostante l’opposizione al padre, quello che ha compiuto è stato proprio quello che il padre stesso si proponeva di insegnargli: buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Raggiunti magari attraverso un strada diversa, col suo essere scatenato e ribelle.

 

Speravo che Farrokh diventasse un bravo ragazzo Parsi. Era troppo scatenato e ribelle. Ma a cosa è servito? Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Fallirai se fingerai di essere qualcuno che non sei! (Bomi Bulsara)

 

Scrivo queste riflessioni con la speranza che il film possa vincere l’oscar, il prossimo 24 febbraio. In onore appunto, del grande Freddie Mercury e dei musicisti di un gruppo che ha scritto la storia della musica.

 

“Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere.”  Freddie Mercury

 

Non so se lui avrebbe risposto: “Io”, alla  domanda della sua canzone

“Who wants to live forever?”

Ma, di sicuro, lui, sì, è riuscito a vivere per sempre, attraverso le sue canzoni, e a conquistarsi una parte di eternità.

 

 

Con gratitudine per tutte le emozioni che la sua voce e le sue canzoni mi hanno dato e continuano a darmi ad ogni ascolto.

 

 

 

Gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

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Abbi cura di me

 

 

Abbi cura di me… di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2019.

 

Ho capito perchè questa canzone mi emoziona tanto.

 

Bisogna amare molto, per fare questa richiesta.

 

Bisogna fidarsi tanto, di qualcuno, per chiedergli di prendersi cura di noi.

 

Bisogna essere diventati molto umili, e affidarsi, per chiedere: “abbi cura di me.”

 

Vuol dire porgere il proprio cuore all’altro, sapendo che non lo ferirà, ma essere pronti a correre il rischio.

 

Significa aver visto la bellezza che c’è attorno e il senso che c’è in tutto.

 

E comprendere che non ci resta altro che arrenderci.  Alla bellezza, all’amore, a far entrare.

 

Mollare le nostre armature e far entrare.

 

Farsi toccare l’anima, il cuore.

 

Permettersi di amare. E di farsi amare.

 

“Stringimi forte e non lasciarmi andare”. Ti chiedo di esserci e di prenderti cura di me. Che sono qui. Con te.

 

“Basta mettersi a fianco anzichè stare al centro“…..  per poter volare insieme.

 

“Ti immagini se cominciassimo a volare.

Tra le montagne e il mare

dimmi, tu, dove vorresti andare?”

 

 

 

febbraio 2019

 

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Per non dimenticare: le scarpe della memoria e il monumento contro l’olocausto a Budapest

 

 

A Budapest ci sono 2 luoghi che ho visto, che sono come un pugno allo stomaco, lasciano senza fiato, nel silenzio, e con un nodo alla gola.

Sono luoghi che ricordano la persecuzione e l’eccidio degli ebrei. Luoghi della memoria. Che servono per far capire e non far dimenticare.

Il primo luogo, piazza Szabadsag, piazza della Libertà, il monumento contro l’olocausto fatto costruire dal governo.

 

 

La statua al centro  raffigura l’arcangelo Gabriele – simbolo dell’Ungheria -, che viene soggiogato dall’aquila imperiale tedesca.
Questo monumento pero’, non mostra le responsabilità dei nazisti ungheresi e del regime stesso, nella persecuzione degli ebrei e per questo motivo, davanti ad esso, si trova quello che è definito il contro-monumento.

 

 

Un monumento tenuto “vivo” dai cittadini ebrei, che hanno portato, e continuano a portare, foto dei loro cari deportati o uccisi, le valigie con cui partirono, lettere, oggetti di uso quotidiano ad essi appartenuti, candele, fiori.

 

 

Il secondo luogo è il memoriale dell’eccidio ebraico a Budapest, ovvero le SCARPE DELLA MEMORIA

 

 

Su quaranta metri di banchina, 60 scarpe di bronzo arrugginito, a ricordo degli ebrei costretti a togliersi le scarpe e a buttarsi per annegare nel Danubio. (http://www.succedeoggi.it/2014/04/le-scarpe-della-memoria/)

 

Luoghi da visitare per ricordare di cosa è stato capace l’uomo.
E per non dimenticare che queste bestialità non devono piu’ accadere.
#giornodellamemoria
#pernondimenticare
gennaio 2018
(foto by Patty)
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Empatia

 

 

Se c’è una cosa che si fa sempre piufatica a trovare ai nostri giorni, ma di cui si sente spesso parlare, questa è l’empatia.

Empatia non significa solo sapersi mettere nei panni degli altri, ma significa soprattutto riuscire a sentire profondamente quello che sente l’altro.

Empatia è “la capacità di sentire dentro di sè l’interno di cio’ che sta fuori di sè” (R.Vischer).

Troppo occupati a guardare solo il proprio, e alla superficie, nell’epoca del narcisismo e dell’egocentrismo, dell’inneggiare all’accoglienza, mostrandosi intolleranti, fermarsi e fare attenzione al sentire dell’altro, è un evento sempre piu’ eccezionale.

Eppure è alla base della comprensione tra gli individui, della solidarietà, della relazione vera.

Se posso sentire quello che sente l’altro, posso essere compassionevole con lui e posso essere in grado di essergli vicino e, se necessario, lenire il suo dolore, i suoi patimenti, o gioire con lui. Posso accoglierlo e accettarlo, con la disponibilità all’ascolto profondo e senza giudizio. Senza volergli per forza fornire consigli o soluzioni.

L’empatia ha a che fare con la delicatezza e il rispetto del sentire dell’altro.

Per essere empatico, non devo essere troppo corazzato per difendermi, altrimenti non entra nulla in me e tutto rimbalza.

 

 

Chi ha i confini fragili, suo malgrado, ha difficoltà a proteggersi e, tendenzialmente, proprio per questo è piu’ empatico. Puo’ lasciare entrare quello che l’altro trasmette.

Ma se è troppo permeabile, tende ad avere difficoltà a distinguere il sentire dell’altro dal suo, a confondere le due cose. E allora potrebbe venire troppo coinvolto dalle vicissitudine ed emozioni dell’altro, non riuscire a discriminare, e quindi non riuscire ad essere di supporto.

Per poter essere empatici quindi, occorre avere l’apertura per fare entrare l’emozione dell’altro e farsene contagiare, senza restarne sopraffatti, avendo i giusti confini per proteggersi.

Chi si è chiuso al sentire per non soffrire, si difende, sapendo che probabilmente non potrebbe sostenere una nuova ferita o il riaprirsi di una vecchia.

Alcuni hanno invece proprio il bisogno di confondersi con l’altro, e/o di invaderlo, per vivere una vita che non hanno o non sono in grado di costruirsi. Queste persone avrebbero ancor piu’ bisogno di comprensione ed empatia. Ma non sempre riescono ad avere l’umiltà di ammetterlo o anche solo di guardare questa fragilità e mettersi in discussione. Piuttosto, fanno di tutto per farsi odiare o biasimare, creare conflitti e allontanare le persone.

Ma a cosa serve essere empatici?

Per vivere l’incontro vero con l’altro.

Perché non sia solo l’incontro di due solitudini, per colmare un bisogno, ma possa crearsi un rapporto vero, autentico e soddisfacente.

O piu’ semplicemente, per restare umani.

Perchè stare attenti al sentire dell’altro, è sempre una bella cosa.

 

 

 

Accedere alle cose, al flusso vitale e esperienziale delle altre persone, è ciò che chiamiamo empatia. (Maurizio Stupiggia)

 

Questo è uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza. Questa reciproca conferma mediante i sentimenti, la risonanza emotiva tra due o più persone, ha un ruolo centrale nel conferire un significato e un senso di appagamento all’esistenza.
(Norbert Elias)

 

La piu’ alta espressione dell’empatia risiede nell’accettare e non giudicare.

Carls Rogers

 

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
(Platone)

 

Tutto quello che volevo era raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mie mani, ma con il mio cuore.
(Tahereh Mafi)

 

Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro, e sentire con il cuore di un altro.
(Alfred Adler)

 

 

agosto 2018

 

foto Pixabay

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La merda degli altri

 

 

Teatro delle Temperie, come sempre, sulla mia lunghezza d’onda. Con un nuovo spettacolo, dal titolo:  “E’ tutta colpa loro, quando scappa.. scappa.”

Si ride, si piange, si soffre.. angoscia, trasporto, tumulto dentro..Si ride per non piangere. Che è utile anche quello. A volte.

Si riflette. Ci si emoziona. Che è quello che, secondo me, deve fare uno spettacolo.

Al termine dello spettacolo, ieri sera, sono rimasta con una specie di “ovosodo” nello stomaco, forse quello stesso di cui parlava Virzì nel suo celebre film. (“Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice… a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico…” OVOSODO di P. Virzi’ 1997). Perchè riconoscere la realtà, su un palco, è sempre un’esperienza forte.

Gli stronzi che si trovano nella vita, che si fa fatica ad eliminare. Che eliminato uno, ne arriva un altro. Stronzi inconsapevoli. Stronzi che lo diventano, stronzi. Stronzi che a conoscerli meglio, la loro storia, appaiono meno stronzi. Stronzi che ci fanno vedere la merda che viene generata intorno. Stronzi schiavi della loro fragilità nel vivere, delle loro paure, della mancanza di coraggio. Umani.

Vedere la merda degli altri spesso ci evita di guardare e rimescolare la nostra. Che magari non riconosciamo e quindi proiettiamo fuori. Stronzi che, dolorosamente, ce la mostrano, perché mentre spaliamo quella degli altri, stiamo spalando anche la nostra. Che se non viene fuori, fa solo danni. O ci rende acidi, insoddisfatti.

Le inevitabili domande che prima o poi arrivano, ad anime che si evolvono: cosa ci faccio qui? come mi sono ridotto cosi’? come faccio ad uscire da questa realtà, in cui mi sento incastrato, da questa gabbia, da questa situazione di merda? cosa sarebbe di me se avessi preso un’altra strada, al bivio?

E quella domanda cosi’ spinosa: sei felice? Che si cerca di evitare, perché presuppone una sincerità con se stessi, una presa di coscienza, che se non vede seguito, una volta affiorata, amplifica ancor di piu’ il malessere di tutti i giorni.

Avrei voluto essere su quel palco e interpretare ogni personaggio, per buttare fuori quelle emozioni forti e intense, e sperare in un effetto catartico liberatorio.

E vorrei essere un saggio, per avere delle risposte su come liberarsi dalla merda. Tanto lavoro su di sé, tanta coscienza, tanto coraggio, per iniziare. Per dire e dirsi la verità. Affinchè non si incontrino piu’ degli stronzi, ma delle persone piu’ in sintonia con noi.

Ma è dura, contattare la propria merda interiore. E non basta vederla, occorre anche agire. Per non morire affogati, nella merda, appunto. Perchè è vero, quando scappa, scappa, non si puo’ trattenere, se deve uscire.

E se forse non puo’ esistere una condizione di felicità perenne, che la priverebbe anche del senso – (cit. Felicità: “la compiuta esperienza di ogni appagamento”), – e quindi una risposta assoluta alla domanda “sei felice?”, guardarsi dentro e allo specchio, senza mentirsi, puo’ essere l’inizio, per buttare fuori un po’ di quella merda, e cominciare a fare spazio per momenti di felicità.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/u00e8-tutta-colpa-loro

 

dicembre 2018

 

(foto pixabay)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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