Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

Sogno dunque vivo

E’ bello avere dei sogni.

Mettere i propri sforzi, le proprie energie, in qualcosa a cui si anela. Che si immagina. Che ci da una ragione per vivere. O almeno, per andare avanti. Parlo dei sogni, quelli grandi. Non i piccoli desideri.

E’ bello avere dei sogni, ma non è scontato.

Ci si trova adolescenti spesso senza sapere cosa volere, cosa fare, a cosa ambire. Incapaci frequentemente di fare scelte di vita mirate. Mirate a qualcosa. A un obiettivo. Piu’ spesso ci si trova a fare delle scelte al buio, tentativi. Perché non si sa quale sia il sogno da realizzare, da vivere. O, in quel periodo, perchè si è veramente piccoli e inesperti, per capire anche solo quello che si desidera. La propria aspirazione. Salvo che si sia già in contatto con una passione innata.

A volte ci si trova anche adulti, errabondi, senza sogni o passioni. E’ importante restare aperti. Essere curiosi. Stare attenti a quel che c’è attorno. Sperimentare. Ascoltare la propria anima. Restare coraggiosi. Ma talvolta, non è facile.

Il sogno, proprio perchè sogno, non è di facile realizzazione.

E’ una fortuna avere dei sogni.

A volte restano chiusi nel cassetto, ma è sempre una benedizione averli, perchè si puo’ decidere di far qualcosa per realizzarli, studiare una strategia, avere un obiettivo. Per realizzarli occorre averne l‘intenzione, tirare fuori la volontà. Impegnarsi. E’ importante imparare che spesso occorre fare fatica per raggiungere qualcosa. Occorre direzionare la propria energia. E se si riuscirà a portare a compimento il proprio sogno, allora ci sarà la ricompensa per l’impegno, il risarcimento per la fatica, la soddisfazione del compimento di un progetto, il concretizzarsi di un’ idea che era nella mente. La felicità di giungere ad un obiettivo che ci si era prefissati.

Avere un sogno è un modo per custodire la speranza. Quella che un giorno lo vedremo realizzato, il nostro sogno.  Avere uno scopo per cui lottare o impegnarsi. Un motivo per cui alzarsi alla mattina.

E quando si è meno fortunati e non si hanno grandi sogni, vanno bene anche sogni piccoli, poco ambiziosi. Anche quelli sono importanti. Un piccolo obiettivo, per arrivare a qualcosa. Un piccolo traguardo da raggiungere e l’energia si muove. Poi, magari, da cosa nasce cosa.

I desideri invece, questi si, che sono sono comuni a tutti. E’ difficile non avere desideri perchè il mondo intorno ci riempie di stimoli, ci induce a desiderare. Se non vissuti compulsivamente, -desidero, ottengo, passo ad altro desiderio-,  possono essere il motore per la nascita di un sogno e di una passione.

Mi sono chiesta quale sia la differenza tra sogno e passione.

Il sogno è qualcosa che è rafforzato dal desiderio e che, nel momento che si realizza, che si esaudisce, genera soddisfazione. Una soddisfazione che porta nutrimento, ma che poi, col tempo, si esaurisce. E si passa ad un altro sogno.

La passione è qualcosa che continua e che rimane. E’ un’inclinazione, un’interesse costante nel tempo, che induce a cercare e a fare con dedizione. Che genera soddisfazione intensa nello svolgimento e il desiderio di ripetere l’attività che la procura. Che crea quindi perseveranza. Solo alcuni hanno la fortuna di riconoscerla da piccoli e di farsi trascinare da essa. Una grande fortuna, perchè queste persone sanno già qual’è la direzione nella loro vita.

Il sogno puo’ far nascere la passione, e la passione fa sicuramente sognare. “La passione è l’energia che mette le ali ai sogni”. Quindi, entambi sono importanti.

Ma come si puo’ far nascere una passione e dei sogni? Possiamo fare qualcosa, come genitori, per i nostri figli?

Difficile da dire, almeno per me. Se i precursori dei sogni sono i desideri, forse puo’ aiutare non esaudire subito tutti i desideri dei nostri figli. Non dare loro tutto, anche il non richiesto. Non anticipare i loro desideri. Attendere che nascano, che crescano, che si formi un sogno, qualcosa da immaginare e a cui anelare. In modo da non togliere la forza al desiderio. In modo che imparino l’attesa. Che imparino l’utilità di coltivare il proprio sogno, di nutrirlo col desiderio. Attendere che i tempi siano maturi per il raccolto. Affinchè il raccolto sia proficuo e nutriente.

Forse solo questo possiamo fare, per aiutare i nostri figli a sognare. Insegnare a desiderare. Perchè ci sarà un momento in cui non saremo piu’ noi, o qualcun’altro, a dare appagamento e realizzazione ai loro desideri, ma che sarà compito loro impegnarsi affinchè possano essere esauditi. Sarà la forza dei loro desideri, se l’avranno imparata, a far muovere loro stessi, la loro immaginazione, e a dare loro la spinta per mettersi in moto. Sarà in quel momento che ci sarà la riprova: se avranno imparato che è richiesto tempo, sudore, pazienza, per perseguire un sogno; se avranno capito che i sogni  hanno bisogno di una contropartita per realizzarsi, che devono essere curati, coltivati; se avranno acquisito la forza per non abbandonare alla prima difficoltà, allora forse avranno la speranza.

Se cosi’ fosse, magari potranno avere la fortuna di incontrare la scintilla, quel qualcosa che li appassiona, e che li potrà accompagnare e appoggiare per tutta o parte della vita.  Una passione, insomma.

 

Se lo puoi sognare, lo puoi fare

W. Disney

 

Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile.
Ma non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna trattenere alcuno.

Hermann Hesse – Demian

 

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Un adolescente in crescita

 

 

 

E un giorno la guardi e vedi una ragazza.

Non è piu’ una bambina. I tratti sono già quelli di una donna.

Un momento la conosci, l’altro ti pare di non conoscerla più.

In un altalena che ti disorienta.

 

Non puoi piu’ pensare di sapere i suoi gusti, non sono piu’ quelli.

Non puoi  piu’ comprargli i vestiti, non ci azzeccheresti mai.

Va a scuola lontano, da sola, e percorre strade sconosciute.

Impara a muoversi, ad organizzarsi.

Comincia a pensare a sé, a prendersi cura di sè.

 

Non sai chi sono i suoi compagni, se le amicizie sono giuste, se sa distinguere le buone e le cattive compagnie.

Le prime uscite coi ragazzi, e tu che attendi il suo rientro e i suoi vaghi racconti.

Ti devi fidare. Ma stare anche all’erta, ed esercitare un sano controllo. Una “protezione discreta”, dicono. Ha pur sempre 14 anni.

 

Spesso non le va bene niente. Quello che prepari da mangiare, quello che le proponi, quello che si deve fare.

Di frequente è polemica e discussione.

Le dici di fare una cosa, una, due, tre, quattro, cinque volte, ma lei non la fa. Si dimentica. Ti mette alla prova.

Ti risponde con sufficienza, con arroganza, a monosillabi.

Cerca lo scontro, finchè non lo trova.

 

Ti chiede” come sto?”, le dici “stai bene”, ma poi si cambia.

Fai qualcosa con l’intento di farle piacere,  ma invece stavolta ti sbagli.

C’è disordine nella sua camera, come se fosse scoppiata una bomba, ma lei non lo vede, e sta bene cosi’.

 

 

 

 

Ma non c’è solo questo.

 

C’è la sua tenerezza quando si avvicina e chiede un bacio.

C’è la sua attesa quando vuole ancora che la accompagni a letto per il bacio della buonanotte.

C’è il suo entusiasmo quando riceve un regalo che chiede.

C’è la sua contentezza quando porta la notizia di un bel voto o di una conquista.

 

C’è la gioia di portarla in viaggio e scoprire che apprezza il bello, l’arte, che si fida delle mete che le si propongono. E anche quando trovi il suo pupazzo ancora in valigia ad ogni vacanza, mentre tu la vedi già grande.

C’è una risata quando ti dice che vorrebbe ancora fare l’album con le figurine.

Adorabili contrapposizioni.

 

C’è il piacere di poterle parlare di certi argomenti, come a una persona adulta che sta formando il suo senso critico.

C’è il piacere di sentirle fare domande su fatti attuali. Di vedere la capacità di passare il tempo anche in maniera creativa e non banale. Di veder nascere e coltivare le sue passioni, la lettura, il disegno, Harry Potter, i Maneskin.

C’è la sua soddisfazione quando capisce che si è conquistata un pizzico di autonomia in piu’.

 

Vedere crescere un essere umano è sempre una meraviglia. In tutte le sue fasi.

Anche quelle che possono essere piu’ difficili e conflittuali.

 

E comprendi che, anche tu, non hai mai finito di crescere.

 

 

 

 

ottobre 2018

 

(foto by Patty)

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Passare dalle stelle alle stalle in un secondo

 

 

 

I social, gli influencer, i followers, hanno accentuato questo fenomeno: il  passaggio dalle stelle alle stalle nel giro di un attimo.

Perchè è diventata consuetudine, ascoltare solo una campana e commentare. Invece di prendersi il tempo per documentarsi, farsi un’idea, attivare l’empatia (questa sconosciuta!).

Influenzare e lasciarsi influenzare. Velocemente.

E’ tutto talmente veloce, che per starci dietro, per non perdere qualcosa (come se qualcosa veramente si perdesse!- a volte si’, il tempo!-),  diventa impellente commentare, sentenziando spesso troppo in fretta, perdendo il buon senso di verificare la veridicità dei fatti, di ascoltare diverse versioni, di ragionare un po’ più a mente fredda.

C’è questo bisogno di affermare, di difendere un’idea, di replicare o di attaccare, come se si avesse meno valore tacendo. Come se non si fosse nessuno se non si fa sentire la propria voce, se non si esprime la propria idea. Sintomo di un enorme bisogno di riconoscimento.

E allora succede che, dato un fatto o un’affermazione, molti si prodighino a sostenerla; per poi cambiare idea, impressione, barricata, nel momento in cui arriva il contraddittorio, o quando emerge un fatto in contrasto. Improvvisamente, quello che, con paroloni, prese di posizione assolute, difesa a spada tratta, era stato appoggiato o attaccato, si sgonfia e l’ago della bilancia si sposta, semmai, da una parte all’altra.

Ma se ci prendessimo un po’ piu’ di tempo, prima di giudicare, affermare, schierarci; se prendessimo piu’ informazioni, se ascoltassimo vari punti di vista; se si frenasse quella brama di commentare, voler dire la propria ad ogni costo.. Penso che si farebbe anche piu’ bella figura, rispetto ad essere come delle banderuole che girano al cambiare del vento.

 

Prima di parlare,

domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,

se non provoca male a qualcuno,

se è utile,

ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.” (Buddha)

 

 

Stessa cosa rispetto alle persone, ai rapporti:  all’inizio si tende a vedere solo quello che si vuole vedere. Quello che ci piace.

Ma se si creano tante aspettative, se si elogia tanto, se si investe tanto, nel momento in cui le aspettative vengono disattese (perchè capita eh, come nell’innamoramento, visto che siamo umani), tutto puo’ crollare in un secondo, la delusione avanzare, e si puo’ finire o far finire una persona, una relazione, dalle stelle alle stalle. Ai nostri giorni come ieri, ma oggi il processo è molto piu’ veloce. Che potrebbe anche non essere un male, perchè, piu’ velocemente si scopre con chi si ha a che fare e si ridimensiona, prima si puo’ scegliere e decidere, se qualcuno ci piace proprio a tal punto da investire ancora su di lui, se invece ci costa troppo, se si vuol stare o meno in un rapporto, nonostante tutto.

A volte non è la persona in sè che causa la delusione, o la situazione, ma è l’idea che ci si è fatta della persona o del rapporto.

L’insegnamento che ho tratto dalla mia esperienza, è che i grandi entusiasmi iniziali, miei o degli altri per me, sono da prendere con le pinze. E’ facile cadere nell’effetto alone  (http://www.unanimainviaggio.it/leffetto-pelle-e-leffetto-alone/),  per cui si vedono soltanto le cose belle che vogliamo vedere e non la totalità, che comprende il buono e il meno buono. Tanto mi porti o mi hai portato alle stelle, vedendo solo il bello, il positivo, tanto piu’ resterai deluso dalla realtà, quando ti toccherà, e mi porterai nelle stalle. Tanto piu’ mi hai lusingato, adulato, tanto piu’ ci rimarro’ male, quando verrà il momento in cui ti accorgi che non sono come ti aspettavi.

Non è facile. Soprattutto quando, si tende ad essere passionali, viscerali, istintivi e ci si fa trasportare dagli entusiasmi, senza freni, quando invece sarebbero salutari. O dall’illusione che ci sia qualcosa che abbia solo aspetti belli.

La dualità fa parte dell’essere umano. Non c’è il bianco senza il nero, il bello senza il brutto, il buono senza il cattivo. Quindi il binomio illusione/delusione, se ci dimentichiamo questo, resta sempre come un nemico dietro l’angolo, pronto a tradire, e il prezzo che si puo’ dover pagare, puo’ essere una bella carica di amarezza.

Per cui, ben venga un po’ di lentezza, nel giudicare, nel parlare, nel commentare, nel buttarsi nei rapporti. Perchè questa ci porta una visione piu’ vicina alla realtà.  Ci porta la prova di quanto quel che pensiamo, proviamo o vogliamo, sia autentico e radicato. E non frutto di un bisogno da colmare, che, nel caso, lascerebbe solo ancor di piu’ il senso del vuoto, del nonsenso, della caducità, delle parole gettate al vento.

 

Ho conosciuto bene e male.

peccato e virtu’, giustizia e ingiustizia;

sono passato attraverso la nascita e la morte,

attraverso la gioia e il dolore, il cielo e l’inferno;

e alla fine ho capito

che io sono nel tutto

e il tutto è in me.

                         Hazrat Inayat Khan

 

 

 

 

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Il punto di vista di un permaloso

 

 

Ho sempre saputo di essere permalosa.

Come Persona Altamente Sensibile, tutto mi tocca e facilmente mi sento offesa o ferita. Anche da un piccolo commento, magari neanche diretto, anche fatto con ironia. Percepisco la malizia che, molto spesso, c’è dietro.

E’ facile nascondersi dietro un “stavo scherzando”. E a volte una battuta pungente, con intenzione mascherata, a chi è un po’ acuto e non stupido, -al contrario di cio’ che pensa chi la fa-, puo’ colpire. Lasciare interdetti. Anche chi non è cosi’ permaloso.

Spesso c’è proprio l’intenzione, quando si lancia una frecciata, di dire qualcosa ma non esplicitamente. Per non compromettersi più di tanto. Non compromettere apertamente una relazione. Per dire e non dire. Per non dire quello che invece, in fondo in fondo, si pensa. A volte, chi riceve, la frecciata, fa lo gnorri. Fa finta di niente, sta al gioco o ride anche lui. Magari non riesce a fare, altro in quel momento. E invece accusa.

Spesso le battute arrivano soprattutto quando si è insieme ad altri, o in gruppo. Dove la possibilità di reazione davanti a tutti è minore mentre la possibilità di buttarla sul ridere è maggiore.

Eppure le frecciatine possono far male. Innavvertitamente, come una brutta sorpresa.

Non tutti abbiamo la stessa capacità di proteggerci, di farci scivolare addosso le cose. Non tutti abbiamo sviluppato una scorza.

Non tutti abbiamo la voglia o il coraggio di ribattere con la stessa moneta o di difenderci.

Non tutti reagiamo in automatico (e questo puo’ essere anche un bene).

Alcuni ingurgitano, rimurginano, si fanno domande. Si chiedono il perché di una certa risposta. Mettono in discussione prima loro che gli altri. Si chiedono cosa avrà voluto dire veramente l’altro. Fanno ipotesi e viaggi pindarici.

Magari è anche un modo, per chi subisce, per imparare a prendere le misure, con le persone. Per imparare a conoscere meglio, le persone. Per misurare le distanze da tenere. Imparare chi è affine, come sensibilità e a chi, invece, fare attenzione. Puo’ essere un modo anche per imparare a diventare un po’ piu’ impermeabili. A proprie spese, ovviamente, anche se le battute solitamente sono gratuite. E intanto si incassa.

Spesso manca una coscienza rispetto agli effetti  sugli altri, di quel che si dice. Perché comunque, le parole, le battute, hanno un peso, sono importanti. Spesso manca la capacità di mettersi nei panni dell’altro, l’empatia, l’attenzione e la sensibilità, la cura per quello che l’altro puo’ sentire . Manca la delicatezza.

Io odio il doppio gioco, la non trasparenza, il fare di circostanza, il dire e non dire. Mi disorienta. Quel che non è diretto mi rende sospettosa.  Perché, magari, parto sì guardinga, ma poi apro e dò fiducia. E spesso, è proprio in quel momento, quando riesco ad aprire un varco, che viene sferrato il colpo basso, come se niente fosse. Il sarcasmo che si maschera da ironia. Perchè il limite tra i due è molto sottile.

 

Ho sempre saputo di essere permalosa, ma talvolta mi viene il dubbio: non è forse che, invece, ho incontrato spesso degli stronzi?

E’ un altro punto di vista, ma meglio giustificare me, che dare sempre delle attenuanti agli altri.

 

 

  • L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una riflessione che prende maschera di verità. (Giambattista Vico)

  • L’ironia sentimentale è un cane che ulula alla luna pisciando sulle tombe. (Karl Kraus)

  • Mi sforzo di parlare sempre senza ironia. So bene che l’ironia non ha mai toccato il cuore di nessuno. (Georges Bernanos)

  • Un giorno smetterò di scappare e la mia ironia cesserà di essere una difesa. Sarà solo una qualità, perché oggettivamente sono molto simpatico. (Fabio Volo)

  • Di solito l’ironia, più che un effetto riuscito, è una intenzione mancata. (Giuseppe Pontiggia)

 

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

settembre 2018

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Non sopporto gli influencer!

 

 

Nel mondo di oggi c’è una nuova figura di successo: colui che dà consigli per le scelte e per gli acquisti.

Occultamente (per i piu’ sciocchi), velatamente, o in modo molto manifesto.

Una figura a cui molti ambiscono, con cui vorrebbero  identificarsi, e che tanti seguono: l’influencer.

Una figura a cui si vorrebbe assomigliare, per raggiungere il suo successo, quello che rappresenta o presenta. Forse per riempire dei vuoti di personalità, di idee. Per insicurezze, per mancanza di fantasia, per pigrizia o per conformismo.

Per essere come, per far parte di, per arrivare a.

Il testimonial che testa, e poi suggerisce, propone, e a volte neanche quello deve fare.  Solo mostrarsi. Rendere desiderabile qualcosa, un oggetto, lo status che rappresenta, o il mondo che gli gira attorno.

Anche il politico, o chiunque in qualche modo abbia l’intento di portarti dalla sua parte, o da qualche parte.

Raccontando o mostrando quello che ci si vorrebbe sentir dire o si vorrebbe essere, o si desidera.

Non ho mai sopportato chi, per vendere, vuole convincere. Il negoziante che dice:

“questo va molto”

“ne ho venduti tanti cosi’”,

in nome di un’omologazione che non mi ha mai convinto. Un desiderio di essere uguali agli altri, o ai modelli di successo, magari, per distinguersi e farsi notare. Un controsenso.

La moda che ci vuole tutti uguali, uniformare i gusti, con il miraggio, per i destinatari, di avere piu’ considerazione, piu’ visibilità.

Ma cosa emerge in mezzo agli uguali?

 

 

Come se, senza il capo giusto, si potesse diventare invisibili, come se la personalità non avesse il suo valore.

Eh si, perché proprio sulla paura di essere invisibile, di essere da meno, di essere inferiori agli altri, tutto si basa.

E’ piu’ sano, invece, saper scegliere secondo il proprio gusto, seguire le novità, le mode, le tendenze, chiedendosi se veramente piacciono, non in modo coatto, perchè lo fanno tutti. Non puntando solo sull’esteriorità e sul conformarsi.

Ecco perché non sopporto gli “influencer”. Di ogni tipo.

Un “lavoro” basato sulle debolezze altrui. Sulla fragilità e sulla confusione di non sapere quello che si vuole.

Sul bisogno di essere come loro, anziché unici e irripetibili. Sul bisogno di adeguarsi, come adolescenti in cerca di un’identità, di un posto nel mondo.

 

 

Non ho mai sopportato chi volesse condizionare le mie scelte per poi magari voler far credere che le scelte fossero mie.

Conscia di essere facilmente condizionabile, resto quindi sempre all’erta, per non confondermi. Sostenitrice dell’originalità e dell’autenticità, di quello che rimane e non svanisce, alla ricerca di un appoggio su quello che c’è dentro, più che su quello che c’è fuori. Non mi piacciono i consigli che non siano genuini, non voglio dubbi dettati da altri, fuori di me: sono sufficienti i miei. Voglio sentirmi libera di decidere io, o non decidere.

 

 

 

Non sopporto gli influencer, preferisco informarmi su piu’ fronti. Confrontare, vedere, toccare, provare, cercare di sentire. Senza alimentare il bisogno, loro, di aver influenzato qualcuno in piu’, come prova del loro potere e del loro successo.

Apprezzo le informazioni che ricevo e anche l’ingegno nell’aver saputo cavalcare l’onda e sfruttare le loro capacità, il loro egocentrismo, i loro talenti, pur disapprovando fine e mezzo.

Non sopporto gli influencer, non loro per quel che sono, ma il sistema. Noi, che gli diamo potere.

Il potere di voler far credere che possiamo essere tutti uguali e nello stesso tempo diversi, unici b

 

enché copie, migliori per quel che si appare.

Di essere piu’ insieme, mentre invece rimaniamo sempre piu’ soli.

E, a volte, anche fregati.

 

 

 

 

agosto 2018

(foto Pixabay e Patty)

 

 

 

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Il giorno prima del ritorno

 

 

Il giorno prima del ritorno senti tutto con un’intensità diversa.

Come assaporare per l’ultima volta, rumori, odori, paesaggi, affinchè le sensazioni restino dentro e si depositino come ricordi indelebili.

Guardi i luoghi per imprimerli nella tua mente, mentre c’è già quel senso di nostalgia, di mancanza che ti pervade, che ti porta a vivere con una maggiore consapevolezza ed apprezzare fino in fondo gli ultimi istanti.

Senti un buco nello stomaco, al pensiero di lasciare quei luoghi che sono stati la tua casa per un po’.  Che ti hanno riportato a te. Che ti hanno condotto fuori dalla routine, dal conosciuto. Che ti hanno riportato alla piena vitalità e bellezza. .

Pensi a domani, che su un aereo, un auto, o un treno, ricorderai questi ultimi momenti. E tutti gli altri.

In fondo ti piace, quel buco allo stomaco, quella nostalgia preventiva.

Perché significa che ha vissuto, che hai visto, che hai viaggiato. Che hai amato, ancora.

 

 

 

 

luglio 2018

foto by Patty

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30 anni dopo, davanti al mare

 

 

Avevo 23 ed ero davanti allo stesso paesaggio.

Un mare azzurro, una lingua di sabbia bianca, con la gioia in corpo.

Non sapevo ancora cosa mi avrebbe riservato il domani. Le gioie, gli entusiasmi, gli amori, le ferite, i rifiuti, le disillusioni, le speranze.

Sapevo solo che vivevo all’istante, senza guardare troppo al futuro. Osservando la bellezza che avevo davanti e attorno, che ben mi predisponeva nei confronti del mondo, con occhi incantati.

 

 

Questo incanto me lo sono portata dentro e mi ha fatto da sostegno in tutti i momenti bui.

Sapevo che c’era un posto, fuori e dentro di me, di incomparabile bellezza, e mi apprestavo a cercare di capire quali fossero i miei sogni e ad inseguirli.

 

 

E ora, qui, 30 anni dopo, è domani. Il giro di boa è stato fatto.

Un ritorno casuale.

Guardo indietro e vedo quel che è stato. In questi 30 anni si è compiuta la mia vita.

Sono uguale per tante cose, diversa per tante altre.

Guardo quello che ho abbozzato, quello che ho interrotto, quello che ho distrutto, quello che ho costruito.

Guardo la mia famiglia, con la quale ho il piacere di essere qui. La mia forza. Il mio compagno di vita, la vita che abbiamo generato insieme, che si muove, gira intorno a me, che mi ama, e per cui sono (e siamo) riferimento.

 

 

Lo stesso riferimento che andavo cercando io, 30 anni fa, fuori di me. Comprendendo, solo piu’ avanti, che era dentro che dovevo fare perno.

Tanta strada percorsa dentro, – a cercare – , e fuori, a – sperimentare -. Tanto mare visto e navigato. Tante strade esplorate. Tanto amore dato e ricevuto. Tanto altro.

 

 

Adesso, diversamente da allora, so.

So che posso ritornare qui, a quel piacere nell’ assaporare la bellezza. Con il gusto che dà la consapevolezza della presenza. Con gli anni e le esperienze addosso.

Una bellezza che va al di là del bello e del brutto tempo, del mare calmo o in burrasca.

Un bellezza che ti sostiene, proprio perché sai che esiste, e ti dà conforto, quando serve.

Un bello a cui ambire, una possibilità che c’è sempre.

 

 

 

Auguro a tutti di trovare in giovane età, quell’angolo di paradiso in cui tornare, che ti entra dentro e ti risveglia, al bisogno.

Un angolo di mondo, nel mondo esterno e dentro di sè, che riporta alla vita.

E che ricorda, sempre, che vale la pena vivere, se – ancora -, proprio li’ si puo’ tornare.

 

 

 

 

Embudu, Maldive, luglio 2018

(foto di Patty)

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Il giorno dell’esame di terza media

 

 

Lo ricordo come se fosse ieri, quel giorno.

Sono uscita di casa, i miei jeans scoloriti, la mia maglia a righe bianca e rossa, la borsa con i libri, la faccia pulita, e una mela.

Proprio come quella canzone che era appena uscita, di Vasco Rossi

 

“..E con la faccia pulita, cammini per strada, mangiando una mela, coi libri di scuola…”

 

Volevo assomigliare a quella Alba Chiara, che mi sembrava descritta cosi’ bene..

Quel giorno mi accingevo ad andare a fare l’esame di terza media.

Ricordo l’aria fresca del mattino, il percorso, da sola verso la scuola, un misto di agitazione ed emozione, ancora strane per la mia età.

Non era la prima prova, perché a quel tempo gli esami c’erano anche in seconda e in quinta elementare. Ma cosi’ piccoli, non si aveva ancora piena coscienza di cosa fosse un esame, per cui si aveva meno paura.

Cosi,’ quel giorno, andavo, senza sapere dove sarei arrivata.

Non si mai dove si va, a quell’età e il bello è che non te lo chiedi nemmeno. Vai, con entusiasmo, con un po’ di timore, e vera, o falsa, spavalderia.

Andavo, sapendo, come devi sapere tu, di avere qualcuno a casa che mi aspettava. Di avere un porto sicuro, dove tornare, qualcuno che mi avrebbe accolto, qualsiasi fosse stato il risultato che avrei portato.

E cosi’ sei andata anche tu, oggi.

Sei uscita, con i tuoi comprensibili timori e le tue insicurezze, con le tue convinzioni e le tue speranze.  Che, credo,  siano le stesse che erano mie. Con la tua maglia e i tuoi pantaloni rigorosamente neri, e i tuoi libri di scuola. Il tuo solito sorriso del mattino. E la tua faccia pulita, come era la mia.

Non sei andata sola,  ti abbiamo accompagnato, col piacere di accompagnarti, a scuola e nella vita. Ti abbiamo lasciato a fare il tuo dovere, ad affrontare il tuo primo esame, quello di terza media. Quello per cui, come prima volta, ti sei organizzata da sola, prendendoti le tue prime responsabilità, i piaceri o le delusioni di quello che sarà il risultato.

Dopo questa prova, sarai cresciuta.

Comincerai ad andare da sola nel mondo, proseguendo il tuo percorso verso l’autonomia. Verso il tuo domani, quello a cui stai cominciando a dare una direzione, quello che imparerai a costruirti.  E questo esame sarà solo il primo di una lunga serie.

 

“..e quando guardi con quegli occhi grandi, forse un po’ troppo sinceri..si vede quello che pensi, quello che sogni ..” (Alba Chiara)

 

 

 

Che i tuoi pensieri siano sempre positivi, come lo sono ora, e che ci siano sempre sogni nel tuo cuore.

 

 

 

 

13 giugno 2018

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

 

 

 

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Fragilità

 

 

 

A volte ci si alza con un vuoto alla stomaco, che non è fame.

I pensieri girano e rigirano per la testa.

C’è un’incomprensibile inquietudine e non si trova pace da nessuna parte.

Una sorta di paura ci attanaglia.

Anche il respiro diventa corto.

 

 

Siamo di fronte alla nostra fragilità.

Qualunque sia la causa.

Quella che a tanti abbiamo nascosto. Quella che abbiamo gelosamente custodito.

Quella che ci spaventa perché ci lascia scoperti.  In balia del tutto, come se tutto potesse farci del male.

Come se qualcosa di grande dovesse piombarci addosso.

E’ come se i muri si sgretolassero e anche la nostra immagine e ci trovassimo proprio davanti a noi stessi.

Alla nostra verità.

Disarmati. Nudi.

Come un bambino appena nato. Col rischio di essere colpiti, feriti.

Troppo esposti.

 

 

Vorremmo fuggire e qualcuno ci riesce. Distrarci, uscire, fare, come antidoto a questo incontro. Metterci il nostro cappottino protettivo, la nostra corazza ed andare.

Se  restiamo e la guardiamo, e la sentiamo, quella fragilità, e riusciamo a farci accompagnare da lei nell’incontro col mondo e con l’altro, possiamo diventare piu’ umani. Possiamo avvicinarci senza barriere e comunicare col cuore, al cuore degli altri. E magari riuscire ad avere rapporti più veri.

O se solo possiamo accettare la verità che ci mostra, che ci piaccia o no, e accettare di vedere, possiamo sperare di riappacificarci con noi stessi o magari conviverci.

E magari anche perdonarci.

 

 

 

 

maggio 2018

foto di Patrizia Pazzaglia

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Fermate il mondo, voglio scendere

 

 

 

Troppo veloce, tutto troppo veloce.

A volte mi capita di avere la sensazione di non riuscire a seguire.

Che cosa? Il mondo che va avanti, quello che succede, le persone, le mie cose, il mio mondo.

Oltre a non riuscire a seguire, ho la sensazione di non riuscire a metabolizzare. Non ricordo. E questo non è solo dovuto agli anni che avanzano.

Faccio sempre piu’ fatica a ritrovare quei momenti in cui, disconnessa da tutto quel che si muove attorno, mi connetto con me stessa. Osservo il nulla, penso, vago con la mente, da una cosa e l’altra,  trovo risposte. E soprattutto, trovo domande.

Tutto veloce, tutto troppo veloce.

Troppo movimento di cervello, poco connesso col corpo. E in mezzo, la pancia, le budella, che comunque restano attive, ricevono, e non sempre digeriscono. Col risultato che restano tante cose li’, sullo stomaco.

Come mangiare ingordamente, e non avere tempo di assimilare. E cosi, manca il nutrimento. Tutto si deposita e ci si ritrova con una montagna di grasso inutile. Pieni. Strabordanti. Oppure, tutto entra, ed esce alla velocità della luce. E non resta niente che faccia la differenza.

Sentire di non avere piu’ tempo. Raccontarsi di non avere del tempo. Impegnati a inseguire o a seguire, con il timore di perdersi qualcosa. E poi, dopo, la sensazione che la vita sfugga.

Paura di perdere qualcosa di importante. Tanti momenti. Quei momenti in cui si ripercorre. In cui arriva la nostalgia di qualcosa di vissuto, in cui si attiva la memoria. In cui i contenuti si sedimentano. Quei momenti in cui ci si prende il tempo, per sentire fino in fondo. Fino al fondo. Non il sentire di un attimo, che passa veloce, e via.

Paura, quando ci si ferma, di non sapere se ci si ritrova.. Che anche riuscire a fermarsi è una fortuna. E andare a cercarsi in luoghi che non sono quelli dove ci si è persi. In luoghi dove non si abita più. Per cui, ritrovarsi risulta impossibile.

E’ il logorio della vita moderna.

E forse, ogni tanto, dovremmo essere noi a fermare quel mondo, che va avanti anche senza di noi. Lasciarlo alle spalle, per un attimo, o per di piu’.  Scendere dalla giostra. Scendere ed entrare dentro, a cercarci.  A vedere se ci siamo ancora. O cosa siamo diventati. E se c’è ancora tempo rimasto. E se c’è ancora spazio.

 

 

 

 

 

giugno 2018

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

 

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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