Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

Non sopporto gli influencer!

 

 

Nel mondo di oggi c’è una nuova figura di successo: colui che dà consigli per le scelte e per gli acquisti.

Occultamente (per i piu’ sciocchi), velatamente, o in modo molto manifesto.

Una figura a cui molti ambiscono, con cui vorrebbero  identificarsi, e che tanti seguono: l’influencer.

Una figura a cui si vorrebbe assomigliare, per raggiungere il suo successo, quello che rappresenta o presenta. Forse per riempire dei vuoti di personalità, di idee. Per insicurezze, per mancanza di fantasia, per pigrizia o per conformismo.

Per essere come, per far parte di, per arrivare a.

Il testimonial che testa, e poi suggerisce, propone, e a volte neanche quello deve fare.  Solo mostrarsi. Rendere desiderabile qualcosa, un oggetto, lo status che rappresenta, o il mondo che gli gira attorno.

Anche il politico, o chiunque in qualche modo abbia l’intento di portarti dalla sua parte, o da qualche parte.

Raccontando o mostrando quello che ci si vorrebbe sentir dire o si vorrebbe essere, o si desidera.

Non ho mai sopportato chi, per vendere, vuole convincere. Il negoziante che dice:

“questo va molto”

“ne ho venduti tanti cosi’”,

in nome di un’omologazione che non mi ha mai convinto. Un desiderio di essere uguali agli altri, o ai modelli di successo, magari, per distinguersi e farsi notare. Un controsenso.

La moda che ci vuole tutti uguali, uniformare i gusti, con il miraggio, per i destinatari, di avere piu’ considerazione, piu’ visibilità.

Ma cosa emerge in mezzo agli uguali?

 

 

Come se, senza il capo giusto, si potesse diventare invisibili, come se la personalità non avesse il suo valore.

Eh si, perché proprio sulla paura di essere invisibile, di essere da meno, di essere inferiori agli altri, tutto si basa.

E’ piu’ sano, invece, saper scegliere secondo il proprio gusto, seguire le novità, le mode, le tendenze, chiedendosi se veramente piacciono, non in modo coatto, perchè lo fanno tutti. Non puntando solo sull’esteriorità e sul conformarsi.

Ecco perché non sopporto gli “influencer”. Di ogni tipo.

Un “lavoro” basato sulle debolezze altrui. Sulla fragilità e sulla confusione di non sapere quello che si vuole.

Sul bisogno di essere come loro, anziché unici e irripetibili. Sul bisogno di adeguarsi, come adolescenti in cerca di un’identità, di un posto nel mondo.

 

 

Non ho mai sopportato chi volesse condizionare le mie scelte per poi magari voler far credere che le scelte fossero mie.

Conscia di essere facilmente condizionabile, resto quindi sempre all’erta, per non confondermi. Sostenitrice dell’originalità e dell’autenticità, di quello che rimane e non svanisce, alla ricerca di un appoggio su quello che c’è dentro, più che su quello che c’è fuori. Non mi piacciono i consigli che non siano genuini, non voglio dubbi dettati da altri, fuori di me: sono sufficienti i miei. Voglio sentirmi libera di decidere io, o non decidere.

Non sopporto gli influencer, preferisco informarmi su piu’ fronti. Confrontare, vedere, toccare, provare, cercare di sentire. Senza alimentare il bisogno, loro, di aver influenzato qualcuno in piu’, come prova del loro potere e del loro successo.

Apprezzo le informazioni che ricevo e anche l’ingegno nell’aver saputo cavalcare l’onda e sfruttare le loro capacità, il loro egocentrismo, i loro talenti, pur disapprovando fine e mezzo.

Non sopporto gli influencer, non loro per quel che sono, ma il sistema. Noi, che gli diamo potere.

Il potere di voler far credere che possiamo essere tutti uguali e nello stesso tempo diversi, unici benché copie, migliori per quel che si appare.

Di essere piu’ insieme, mentre invece rimaniamo sempre piu’ soli.

E, a volte, anche fregati.

 

 

 

agosto 2018

(foto Pixabay e Patty)

 

 

 

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Il giorno prima del ritorno

 

 

Il giorno prima del ritorno senti tutto con un’intensità diversa.

Come assaporare per l’ultima volta, rumori, odori, paesaggi, affinchè le sensazioni restino dentro e si depositino come ricordi indelebili.

Guardi i luoghi per imprimerli nella tua mente, mentre c’è già quel senso di nostalgia, di mancanza che ti pervade, che ti porta a vivere con una maggiore consapevolezza ed apprezzare fino in fondo gli ultimi istanti.

Senti un buco nello stomaco, al pensiero di lasciare quei luoghi che sono stati la tua casa per un po’.  Che ti hanno riportato a te. Che ti hanno condotto fuori dalla routine, dal conosciuto. Che ti hanno riportato alla piena vitalità e bellezza. .

Pensi a domani, che su un aereo, un auto, o un treno, ricorderai questi ultimi momenti. E tutti gli altri.

In fondo ti piace, quel buco allo stomaco, quella nostalgia preventiva.

Perché significa che ha vissuto, che hai visto, che hai viaggiato. Che hai amato, ancora.

 

 

 

 

luglio 2018

foto by Patty

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30 anni dopo, davanti al mare

 

 

Avevo 23 ed ero davanti allo stesso paesaggio.

Un mare azzurro, una lingua di sabbia bianca, con la gioia in corpo.

Non sapevo ancora cosa mi avrebbe riservato il domani. Le gioie, gli entusiasmi, gli amori, le ferite, i rifiuti, le disillusioni, le speranze.

Sapevo solo che vivevo all’istante, senza guardare troppo al futuro. Osservando la bellezza che avevo davanti e attorno, che ben mi predisponeva nei confronti del mondo, con occhi incantati.

 

 

Questo incanto me lo sono portata dentro e mi ha fatto da sostegno in tutti i momenti bui.

Sapevo che c’era un posto, fuori e dentro di me, di incomparabile bellezza, e mi apprestavo a cercare di capire quali fossero i miei sogni e ad inseguirli.

 

 

E ora, qui, 30 anni dopo, è domani. Il giro di boa è stato fatto.

Un ritorno casuale.

Guardo indietro e vedo quel che è stato. In questi 30 anni si è compiuta la mia vita.

Sono uguale per tante cose, diversa per tante altre.

Guardo quello che ho abbozzato, quello che ho interrotto, quello che ho distrutto, quello che ho costruito.

Guardo la mia famiglia, con la quale ho il piacere di essere qui. La mia forza. Il mio compagno di vita, la vita che abbiamo generato insieme, che si muove, gira intorno a me, che mi ama, e per cui sono (e siamo) riferimento.

 

 

Lo stesso riferimento che andavo cercando io, 30 anni fa, fuori di me. Comprendendo, solo piu’ avanti, che era dentro che dovevo fare perno.

Tanta strada percorsa dentro, – a cercare – , e fuori, a – sperimentare -. Tanto mare visto e navigato. Tante strade esplorate. Tanto amore dato e ricevuto. Tanto altro.

 

 

Adesso, diversamente da allora, so.

So che posso ritornare qui, a quel piacere nell’ assaporare la bellezza. Con il gusto che dà la consapevolezza della presenza. Con gli anni e le esperienze addosso.

Una bellezza che va al di là del bello e del brutto tempo, del mare calmo o in burrasca.

Un bellezza che ti sostiene, proprio perché sai che esiste, e ti dà conforto, quando serve.

Un bello a cui ambire, una possibilità che c’è sempre.

 

 

 

Auguro a tutti di trovare in giovane età, quell’angolo di paradiso in cui tornare, che ti entra dentro e ti risveglia, al bisogno.

Un angolo di mondo, nel mondo esterno e dentro di sè, che riporta alla vita.

E che ricorda, sempre, che vale la pena vivere, se – ancora -, proprio li’ si puo’ tornare.

 

 

 

 

Embudu, Maldive, luglio 2018

(foto di Patty)

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Il giorno dell’esame di terza media

 

 

Lo ricordo come se fosse ieri, quel giorno.

Sono uscita di casa, i miei jeans scoloriti, la mia maglia a righe bianca e rossa, la borsa con i libri, la faccia pulita, e una mela.

Proprio come quella canzone che era appena uscita, di Vasco Rossi

 

“..E con la faccia pulita, cammini per strada, mangiando una mela, coi libri di scuola…”

 

Volevo assomigliare a quella Alba Chiara, che mi sembrava descritta cosi’ bene..

Quel giorno mi accingevo ad andare a fare l’esame di terza media.

Ricordo l’aria fresca del mattino, il percorso, da sola verso la scuola, un misto di agitazione ed emozione, ancora strane per la mia età.

Non era la prima prova, perché a quel tempo gli esami c’erano anche in seconda e in quinta elementare. Ma cosi’ piccoli, non si aveva ancora piena coscienza di cosa fosse un esame, per cui si aveva meno paura.

Cosi,’ quel giorno, andavo, senza sapere dove sarei arrivata.

Non si mai dove si va, a quell’età e il bello è che non te lo chiedi nemmeno. Vai, con entusiasmo, con un po’ di timore, e vera, o falsa, spavalderia.

Andavo, sapendo, come devi sapere tu, di avere qualcuno a casa che mi aspettava. Di avere un porto sicuro, dove tornare, qualcuno che mi avrebbe accolto, qualsiasi fosse stato il risultato che avrei portato.

E cosi’ sei andata anche tu, oggi.

Sei uscita, con i tuoi comprensibili timori e le tue insicurezze, con le tue convinzioni e le tue speranze.  Che, credo,  siano le stesse che erano mie. Con la tua maglia e i tuoi pantaloni rigorosamente neri, e i tuoi libri di scuola. Il tuo solito sorriso del mattino. E la tua faccia pulita, come era la mia.

Non sei andata sola,  ti abbiamo accompagnato, col piacere di accompagnarti, a scuola e nella vita. Ti abbiamo lasciato a fare il tuo dovere, ad affrontare il tuo primo esame, quello di terza media. Quello per cui, come prima volta, ti sei organizzata da sola, prendendoti le tue prime responsabilità, i piaceri o le delusioni di quello che sarà il risultato.

Dopo questa prova, sarai cresciuta.

Comincerai ad andare da sola nel mondo, proseguendo il tuo percorso verso l’autonomia. Verso il tuo domani, quello a cui stai cominciando a dare una direzione, quello che imparerai a costruirti.  E questo esame sarà solo il primo di una lunga serie.

 

“..e quando guardi con quegli occhi grandi, forse un po’ troppo sinceri..si vede quello che pensi, quello che sogni ..” (Alba Chiara)

 

 

 

Che i tuoi pensieri siano sempre positivi, come lo sono ora, e che ci siano sempre sogni nel tuo cuore.

 

 

 

 

13 giugno 2018

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

 

 

 

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Fragilità

 

 

 

A volte ci si alza con un vuoto alla stomaco, che non è fame.

I pensieri girano e rigirano per la testa.

C’è un’incomprensibile inquietudine e non si trova pace da nessuna parte.

Una sorta di paura ci attanaglia.

Anche il respiro diventa corto.

 

 

Siamo di fronte alla nostra fragilità.

Qualunque sia la causa.

Quella che a tanti abbiamo nascosto. Quella che abbiamo gelosamente custodito.

Quella che ci spaventa perché ci lascia scoperti.  In balia del tutto, come se tutto potesse farci del male.

Come se qualcosa di grande dovesse piombarci addosso.

E’ come se i muri si sgretolassero e anche la nostra immagine e ci trovassimo proprio davanti a noi stessi.

Alla nostra verità.

Disarmati. Nudi.

Come un bambino appena nato. Col rischio di essere colpiti, feriti.

Troppo esposti.

 

 

Vorremmo fuggire e qualcuno ci riesce. Distrarci, uscire, fare, come antidoto a questo incontro. Metterci il nostro cappottino protettivo, la nostra corazza ed andare.

Se  restiamo e la guardiamo, e la sentiamo, quella fragilità, e riusciamo a farci accompagnare da lei nell’incontro col mondo e con l’altro, possiamo diventare piu’ umani. Possiamo avvicinarci senza barriere e comunicare col cuore, al cuore degli altri. E magari riuscire ad avere rapporti più veri.

O se solo possiamo accettare la verità che ci mostra, che ci piaccia o no, e accettare di vedere, possiamo sperare di riappacificarci con noi stessi o magari conviverci.

E magari anche perdonarci.

 

 

 

 

maggio 2018

foto di Patrizia Pazzaglia

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Fermate il mondo, voglio scendere

 

 

 

Troppo veloce, tutto troppo veloce.

A volte mi capita di avere la sensazione di non riuscire a seguire.

Che cosa? Il mondo che va avanti, quello che succede, le persone, le mie cose, il mio mondo.

Oltre a non riuscire a seguire, ho la sensazione di non riuscire a metabolizzare. Non ricordo. E questo non è solo dovuto agli anni che avanzano.

Faccio sempre piu’ fatica a ritrovare quei momenti in cui, disconnessa da tutto quel che si muove attorno, mi connetto con me stessa. Osservo il nulla, penso, vago con la mente, da una cosa e l’altra,  trovo risposte. E soprattutto, trovo domande.

Tutto veloce, tutto troppo veloce.

Troppo movimento di cervello, poco connesso col corpo. E in mezzo, la pancia, le budella, che comunque restano attive, ricevono, e non sempre digeriscono. Col risultato che restano tante cose li’, sullo stomaco.

Come mangiare ingordamente, e non avere tempo di assimilare. E cosi, manca il nutrimento. Tutto si deposita e ci si ritrova con una montagna di grasso inutile. Pieni. Strabordanti. Oppure, tutto entra, ed esce alla velocità della luce. E non resta niente che faccia la differenza.

Sentire di non avere piu’ tempo. Raccontarsi di non avere del tempo. Impegnati a inseguire o a seguire, con il timore di perdersi qualcosa. E poi, dopo, la sensazione che la vita sfugga.

Paura di perdere qualcosa di importante. Tanti momenti. Quei momenti in cui si ripercorre. In cui arriva la nostalgia di qualcosa di vissuto, in cui si attiva la memoria. In cui i contenuti si sedimentano. Quei momenti in cui ci si prende il tempo, per sentire fino in fondo. Fino al fondo. Non il sentire di un attimo, che passa veloce, e via.

Paura, quando ci si ferma, di non sapere se ci si ritrova.. Che anche riuscire a fermarsi è una fortuna. E andare a cercarsi in luoghi che non sono quelli dove ci si è persi. In luoghi dove non si abita più. Per cui, ritrovarsi risulta impossibile.

E’ il logorio della vita moderna.

E forse, ogni tanto, dovremmo essere noi a fermare quel mondo, che va avanti anche senza di noi. Lasciarlo alle spalle, per un attimo, o per di piu’.  Scendere dalla giostra. Scendere ed entrare dentro, a cercarci.  A vedere se ci siamo ancora. O cosa siamo diventati. E se c’è ancora tempo rimasto. E se c’è ancora spazio.

 

 

 

 

 

giugno 2018

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

 

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Dove sta la verità?

 

 

 

 

Quante volte ci siamo chiesti o abbiamo chiesto: ma è vero?

Il concetto di verità viene spesso confuso con il concetto di realtà.

Realtà è qualcosa che c’è, che si manifesta.

Verità è qualcosa di vero.

 

Ma vero per chi? Quello che è vero per me, è vero anche per te?

 

Non è detto.

Quando chiediamo “Dimmi la verità” stiamo chiedendo di descrivere quella che è l’immagine della realtà che la persona si è fatta, con quello che ha vissuto ed elaborato. Ma non possiamo dire che questo corrisponda alla realtà.

La realtà è qualcosa di assoluto, la verità è relativa.

Relativa all’esperienza della persona, alle sue credenze.

 

“Di ogni verità anche il contrario è vero”(H. Hesse)

 

 

Da ragazza questa frase mi aveva molto colpita. Per me sta a significare che una cosa è vera o meno a seconda del punto da cui si osserva o si vive, e in funzione di chi la osserva. Una cosa puo’ essere vera per me, mentre per un altro puo’ essere vero il contrario. Io stessa posso pensare tutto e il contrario di tutto, perché, come diceva un altro aforisma, che mi aveva colpito, sempre in gioventù,

 

“io mi contraddico, sono vasto,  contengo moltitudini (W. Whitman)”

 

e tutte possono contenere una parte di verità, per me.

 

Mentre la realtà è incontrovertibile.

 

E’ l’esperienza della realtà, che va a definire quello che per ognuno di noi è vero.

Ognuno si crea la sua verità sulla base della sua esperienza della realtà ed in conseguenza ai suoi vissuti.

 

La verità insomma è soggettiva, è mutevole, cambia. Ognuno ha la sua verità, il suo punto di vista. E’ il risultato delle conclusioni intime e profonde a cui una persona è arrivata, vivendo.

 

Quindi, dove sta la verità?

 

Da nessuna parte. Dentro ognuno di noi. La verità non è una cosa reale, si puo’ solo condividere.

 

E’ vero?

 

 

 

 

giugno 2018

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

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Figli, conflitti e aspettative

 

 

“La vita del figlio ha diritto di essere difforme, differente dalle nostre aspettative”

(cit. Recalcati M.).

 

Arriva un momento, di solito nell’adolescenza, in cui i nostri figli entrano in conflitto con noi. Hanno proprio bisogno, di entrare in conflitto, per liberarsi delle aspettative che abbiamo su di loro e per sperimentare  se stessi.

 

“Il vero dono della genitorialità è amare il figlio per la sua differenza”.

 

 

Differenza, appunto, da quello che noi vorremmo che fossero. Per questo il piu’ grande dono d’amore che possiamo fare è accettarli, amarli per quello che sono.

 

“Amarlo perché diverge dalle aspettative”.

 

 

Amarli nonostante la differenze. Amarli nonostante le aspettative disattese. Amarli anche senza comprendere fino in fondo. Perché anche se li abbiamo generati noi, anche se pensiamo di conoscerli, sono persone distinte da noi e la loro vita, il loro essere, è un mistero.

Amarli e fidarsi anche di quello che non dicono.

Amarli e non volerli diversi. Dando fiducia al loro percorso.

Perché, a un certo punto, il figlio deve tradire il padre e la madre, per trovare la sua via. Non restare loro fedele, altrimenti non puo’ essere libero.

Deve lasciarci, andarsene (come il figliol prodigo), liberarsi dei genitori. E noi genitori dobbiamo rinunciare alla loro proprietà e lasciare libero il loro desiderio.

Il senso dell’educare è proprio quello di renderli autonomi, fornire loro le competenze affinchè possano cavarsela da soli, nella vita, e cercare la loro strada.

Per questo dobbiamo essere in grado di sopportare e sostenere il conflitto.

Le regole sono importanti perchè dicono loro fin dove possono arrivare, e soprattutto servono per far imparare a loro stessi a crearsi dei confini. In attesa del momento in cui non ci saremo piu’ noi a metterli, i confini. Per preservarli dal fatto che, altrimenti, qualche autorità li metterà per loro.

Dopo aver messo confini e stabilito regole, arriva il tempo, solitamente nel periodo dell’adolescenza, in cui necessitano di fare l’esperienza della ribellione, per conoscere la vita e il mondo delle conseguenze.

In quel momento è importante saper accogliere il conflitto, lo sconfinamento, la trasgressione. Attraverso i quali, i figli definiscono anche l’affermazione di sé. Sperimentano se stessi in qualcosa di diverso. Cercano e testano strade inesplorate, per trovare la loro. Sperimentano la prima assunzione di responsabilità e fronteggiano le conseguenze dirette delle loro azioni.

La ribellione è condizione necessaria che induce a intraprendere il proprio viaggio.

Viaggio alla scoperta di sé, con tutto cio’ che comporta anche il distacco, l’errare, la sconfitta, l’illusione, la delusione, ecc. E’ condizione necessaria per trovare se stessi e far decollare la propria vita.

E se potranno andarsene, e ne avranno la forza, potranno anche decidere di fare ritorno. Con il loro bagaglio di esperienze e per loro scelta.

E allora sarà importante poter trovare la porta aperta. Ritrovare quel genitore che, in ogni momento di bisogno, con il suo amore è sempre presente.

 

“Eccomi”

 

Ci sono.

 

Come dice Recalcati, devono devono diventare eretici per essere eredi”.  

 

Eredi della nostra impronta, che ci consente di lasciare una parte di noi nel mondo. Che non è solo un’insieme di geni, ma qualcosa di cio’ che noi abbiamo compreso, nella nostra esistenza, e siamo riusciti a trasmettere.

 

Non credo sia facile per nessuno, ma rifletterci è sempre importante.

 

(cit. Massimo Recalcati-dalla trasmissione Lessico Famigliare- Rai 3 2018 e conferenza a “I martedi di San Domenico – Bologna apr. 2017)

 

Il vero dono della genitorialità, Lessico famigliare

“La vita del figlio ha diritto ad essere difforme, differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle aspettative”Massimo Recalcati presenta #LessicoFamigliare, stasera alle 23.10 su #Rai3.

Pubblicato da Rai3 su lunedì 21 maggio 2018

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Adolescenti: quando ti dicono “ma gli altri lo possono fare”

 

 

 

Sfido chiunque, genitore di un ragazzo adolescente, a non essersi mai sentito dire dal figlio, di fronte a un divieto:

“ma tutti gli altri lo possono fare” oppure

“ma tutti gli altri ce l’hanno”.

 

Non è facile restare saldi sui propri principi e contrapporsi di fronte a queste parole.

Riuscire ad andare oltre la soddisfazione, per noi, dell’appagamento di una loro richiesta.

E’ normale che loro vogliano conformarsi, sentirsi uguali agli altri.

Che desiderino avere e fare le stesse cose. Per il senso di appartenenza ad un gruppo, per la ricerca di un’identità, per avere riconoscimento, per essere visti, considerati, apprezzati, dai propri pari.

Ma siamo noi genitori che dobbiamo vincere la nostra paura che si sentano inferiori agli altri, disadattati, e che vengano esclusi.

Affrontando le nostre paure ed ansie, che entrano in campo, i nostri vissuti, di adolescenti o di adulti. Le nostre fragilità, di allora o di adesso.

Non conformarci alle leggi della massa, che sarebbe anche la cosa piu’ facile, perchè lo fanno tutti. Omologanti, depersonalizzanti, basate sul narcisismo e sulla competizione. Sull’apparenza. Sull’avere, più che sul sentire. Sull’usa e getta, sull’iperstimolazione, sulla velocità. Quelle che vorrebbero fagocitarli.

Non saranno persone migliori perchè uguali agli altri o perchè fanno le stesse cose.

E’ piu’ importante insegnare loro ad ascoltarsi, a capire e sentire cosa vogliono.

Ci fa sentire meglio rispondere con dei “sì” alle loro richieste. Quando invece spesso sono i “no” ad essere educativi, ad aiutarli a crescere, a far vedere loro il limite.

Molliamo troppo presto, quando invece dovremmo spendere piu’ tempo a mediare.

Possono diventare persone più profonde, piu’ riflessive e con maggior senso critico, se non gli è tutto concesso. Se li si fa riflettere su qualche “no”.

E’ normale trovare la loro opposizione quando si sentono dire che ogni famiglia ha le sue regole. Che assumano atteggiamenti di sfida, ribellione, arroganza.

Vorrebbero fare come vogliono, per un’esigenza di autoaffermazione, ma hanno anche bisogno di sentire fin dove possono spingersi. Che per loro rappresenta, anche se non lo sanno consapevolmente, una sicurezza.

 

Il problema è che rimanere fermi costa.

Costa piu’ che mollare.

Costa in conflitti, costa in sfinimento, costa in stress. E’ faticoso insomma.

Ma a lungo andare, paga.

Paga perchè aiuta a far nascere dentro di loro il senso del limite, che sarà utile quando non potremo piu’ essere noi a metterlo.

Aiuta ad acquisire il senso delle regole, che si trasformerà poi in capacità di rispetto.

Aiuta a costruire la possibilità di scegliere in autonomia e non perchè lo fa il branco.

Aiuta a far capire che si puo’ vivere anche senza quello che fa trend, facendo e sperimentando cose diverse dagli altri, anche la noia.

Aiuta a far imparare a trovare altre risorse in sè, e a rispettare ed apprezzare la diversità.

Aiuta ad imparare a gestire le frustrazioni.

Aiuta a far capire che cercare sempre l’approvazione degli altri e omologarsi, significa non imparare ad essere individui, con una personalità ed autonomi.

Aiuta ad acquisire il senso della conquista.

E forse, prima o poi, a capire che, in fondo, si è belli semplicemente per quello che si è.

 

Foto by Patrizia Pazzaglia

 

(maggio 2018)

Altri articoli sugli adolescenti qui:

L’età difficile (avere a che fare con un’adolescente o quasi)

Adolescenti: del bullismo e di altri mali del nostro tempo

 

Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

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Le affinità selettive

 

 

Non c’è niente da fare: per me, per sentirsi bene, si devono trovare delle persone a noi affini.

Ma non affini nel modo di pensare. Che le diversità possono arricchire, il confronto tra idee puo’ essere produttivo, l’accettazione del diverso motivo di crescita.

Affini negli interessi o nelle passioni, che ci fanno sentire di avere cose in comune e quindi meno soli.

Affini nei valori, nel modo di concepire la vita. Per le cose che si ritengono importanti.

E, cosa piu’ importante, affini nella sensibilità.

 

 

Perchè se manca questa affinità, c’è il rischio, prima o poi, di restare delusi o feriti. Pur avendo tante cose in comune. C’è il rischio di arrivare a sentirsi soli, anche se si è con qualcuno. Ci puo’ essere lo scontro fra modalità, ed è il piu’ sensibile ad essere toccato. Prima o poi, possono nascere incomprensioni, fuori, e fratture, dentro.

Non è una cosa che si capisce subito.

Spesso, all’inizio, ci puo’ essere l’esaltazione dell’incontro con l’altro. E questo in ogni relazione. Ci puo’ essere il desiderio forte di comunione con gli altri o con l’altro. La voglia di appartenere. Emergono le cose in comune, quelle che creano vicinanza. Ognuno tende a mostrare il meglio di sè. Ognuno tende a vedere il meglio dell’altro. C’è il gusto di condividere cose insieme. Molti bisogni trovano soddisfazione.

 


E’ nel tempo che si cominciano a vedere le cose piu’ sottili e forse piu’ reali. E che la sensibilità ne risente. Quando si è già stati accettati e ci si permette di fare uscire qualcosa di piu’.

Emergono quelle divergenze che separano e fanno male. Magari attacchi mascherati o inconsci, ma che colpiscono. Si dà qualche cosa di piu’ di sè e si vede qualche cosa di piu’ dell’altro. Che non brilla piu’ come quando tutto è cominciato.

E quindi si puo’ rimanere frastornati, perchè non era quello che pensavamo o che avevamo visto. Assetati di relazioni appaganti e coinvolgenti all’inizio, cominciamo a farci un quadro completo solo dopo. E magari sono proprio le cose che piu’ ci piacevano all’inizio, a darci fastidio.

Magari sono i nostri conflitti interni che vengono risvegliati dalla relazione.

 

 

 

Si puo’ cercare di non allontanarsi, perchè in fondo ci piace stare con quella persona o con quel gruppo di persone. Oppure, perchè comunque ci si vuole bene.

Ma non è facile stare con questa sensazione. Non è facile stare, in mancanza di una sensibilità affine. Non è facile dover rendersi conto di quel che sta accadendo e accettarlo.

Sentire che non si sta più bene come prima e che occorre fare una scelta.

A volte si resta per necessità o perchè non si hanno alternative.

Stare e negare, far finta di niente, ma non stare piu’ bene.

Stare e subire, mandare giu’ bocconi amari, con la tristezza del malessere.

Stare perchè fa piu’ male andarsene, ma sentire ogni volta una frattura, che allontana ancor di piu’.

Stare e cercare di proteggersi in qualche modo.

O scegliere di andare e lasciare alle spalle.

Mentre aumenta il bagaglio dei nostri rimanerci male.

 

 

Sarebbe bello riuscire a capire fin da subito chi ha sensibilità affine e fare una selezione preventiva. Poterlo fare, o averne la forza. Oppure, essere cosi’ bravi da lasciarsi scivolare le cose addosso e andare oltre..

Ma a volte le cose succedono, travolgono o coinvolgono, e allora si vivono..

E’ importante anche vivere, e nel vivere ci sono misure da prendere. E lezioni da imparare.

 

 

 

 

 

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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