Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Opere

opere: arte, cultura, esperienze e bellezza, nutrimento dellanima

“Cerca di guardare le stelle e non i tuoi piedi”

 

 

 

 

Queste le parole di Stephen Hawking, colpito da una malattia degenerativa in giovane età, che non ha pero’ intaccato la sua mente fulgida.

Gli avevano pronosticato 2 anni di vita quando ne aveva 20, è morto ieri alla bellezza di 76 anni.

Confinato in un corpo che in parte non poteva piu’ comandare, ha sfruttato l’energia data dal talento che ha ricevuto, condendola con l’entusiasmo e la passione e una buona dose di ironia.

E l’amore che aveva dentro per la vita, insieme a quell’energia,  – che quando si mette in moto, carica, ricarica e crea e ti fa sentire potente e connesso con il tutto, – hanno avuto la meglio.

Gli hanno permesso di avere una vita ricca, famigliare, sociale e lavorativa.

Di diventare un grande scienziato, di scrivere libri, di vedere crescere i suoi figli, di amare e di essere amato ed apprezzato.

Il destino gli ha riservato un brutto scherzo ma lui è stato piu’ forte del suo destino.

 

Oggi c’erano tanti articoli su di lui. Ne ho letti parecchi. Ho visto le sue foto.

Traspare tutta l’umiltà e la grandezza, nell’esporsi al mondo

Mi sono commossa di fronte a una mente e a una forza cosi’ potente.

 

“..e cosa ci puo’ essere di piu’ speciale dell’assenza di confini?..”

 

Ecco, questo io ho sentito, la capacità di esporsi con l’assenza di confini, senza protezioni, per quello che si è. E andare oltre.

 

 

“Le persone silenziose sono quelle che hanno le menti piu’ rumorose”

 

Io me lo voglio ricordare Stephen Hawking.

Me lo voglio ricordare tutte le volte che mi sento a terra o che sento la fatica di andare avanti.

 

Voglio ricordare proprio quelle parole:

 

“Cerca di guardare le stelle e non i tuoi piedi”

 

A sottolineare di non limitarci, appunto, nel nostro orticello, nei nostri confini, ma di guardare oltre.

 

A ricordarci che c’è un “oltre” rispetto a noi.

 

 

“Sii curioso.

Per quanto la vita possa sembrare difficile, c’è sempre qualcosa che puoi fare, e con successo.

L’importante che tu non ti arrenda.

Perché finchè c’è vita c’è speranza.”

 

Detto da una persona cosi’, direi che c’è proprio  da crederci.

 

 

 

E ovviamente, il film “La teoria del tutto“, super consigliato.

 

 

15.03.2018

 

(foto Pixabay)

L’amore, quando c’è, vince su tutto

 

 

Sono andata a vedere il film “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino.

Un bel film, intenso, di quelli che ti si ritorcono le budella.

Un film che emoziona, ed è come un’onda. Che passa dalla sensazione di sconforto e disperazione – per le difficoltà presenti nelle relazioni d’amore -, alla fiducia inconsapevole che, quando c’è, il vero amore, vince su tutto. Ed è il motivo per cui il mondo va avanti.

Se dovessimo pensare di amare o di iniziare una relazione vedendo come vanno le cose, guardandoci intorno, mettendo in conto i tradimenti, le insicurezze, le tentazioni, le sofferenze, le mancanze, ecc.ecc. , credo che rinunceremmo in partenza.

Invece quando il sentimento c’è, o solo si affaccia, anche timidamente, per fortuna è piu’ forte di ogni quadro catastrofico che si possa avere davanti.

E’ come se fossimo in preda ad una fiducia cosmica, alla sensazione che, noi, possiamo farcela, ad essere differenti dai pessimi modelli che abbiamo intorno.

Come se riuscissimo, per fortuna, a stare solo nel qui ed ora, ad alienarci dal resto del mondo che va a scatafascio e dai pensieri pessimisti.

Come se riuscissimo solo a vivere il sentimento.

Come se niente potesse farci paura.

Come se non ci fosse situazione, non ci fossero soldi che mancano, o possibilità, come se non ci fossero età o legami, che tengano.

Perché, sentiamo, che l’amore basta.

Quando nel corso di una relazione, durante il trascorrere degli anni, emergono tutte le difficoltà, le debolezze che spesso si incontrano – la rabbia, perché le cose non sono andate proprio come ce le si era immaginate, il fastidio, perché l’altro non è come lo si era creduto o lo si vorrebbe – è li’, che c’è la riprova.

Restare o andare (non solo fisicamente), dipende da quanta forza uno ha.

Dalla forza personale e dalla forza del sentimento.

Dal coraggio di sentire e di continuare.

Dalla capacità di ricollegarsi all’inizio. A quei momenti in cui ci si è scoperti, ci si è raccontati e ci si è vissuti, come se non si avesse nulla da perdere.

Dalla capacità di dare valore a quello che si è vissuto e costruito, nel tempo vissuto insieme.

Quei momenti in cui, prepotentemente, si è assaliti dalla sicurezza che ce la si puo’ fare. Nonostante tutto e nonostante altro, o tutti.

E dipende da quanto abbiamo ben presente e teniamo al nostro obiettivo: stare bene e cercare la nostra dose di felicità. Dopo tutto. Per scelta.

Perché l’amore, è, soprattutto, restare.

Prima e dopo

 

 

.

 

 

“Le  vite normali non esistono.”

“Dicono che la famiglia sia il nostro punto di partenza, poi di fuga e alla fine diventi quello di ritorno.”

dal film “A casa tutti bene”

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

La paura e la fortuna di essere diversi

 

 

(dal film “Wonder”).

C’è un tempo in cui essere diversi dagli altri fa paura.

 

E questo sentirsi diversi ci rende vulnerabili.

Invece di dar valore alla nostra unicità, questa ci spaventa.

Perchè essere unici,  puo’ far sentire soli. Perché non siamo come gli altri.

Ci possiamo sentire piu’ brutti. Meno bravi. Meno buoni. Meno intelligenti. Meno capaci. Meno attraenti. Meno degni. Meno.

Diverso diventa sinonimo di peggiore.

E forse c’è anche un’ulteriore timore: la paura di far paura.

E anche gli altri ci possono far paura. Proprio perché li riteniamo diversi da noi.

E poi c’è la paura piu’ grande, quella di sentirsi rifiutati.

 

 

E magari invece vorremmo essere come gli altri, per evitare tutto questo.

Assomigliare a qualcun altro.

C’è un tempo, quindi, che tentiamo di omologarci agli altri.

A chi ci sembra meglio di noi. Che sembra abbia una vita migliore.

Ma non sappiamo, realmente, gli altri che vita hanno, come stanno, se sono felici. O se è solo apparenza, quella che si vede o che mostrano.

Essere diversi puo’ far soffrire.

Fintanto che non ne scopriamo il valore.

Fintanto che non scopriamo che è proprio quella diversità che ci rende unici e inimitabili.

 

Il privilegio di essere diversi.

 

Che può venire valorizzato da chi  guarda oltre all’apparenza.

Perchè spesso le persone sembrano proprio tutte uguali e vogliono sembrarlo.

E nascondono quello che hanno di più bello. La propria ricchezza, la propria bellezza.

Ma è giusto anche proteggere la propria diversità, se necessario. Non gettare le perle ai porci. Condividerla solo con gli affini, i puri di spirito. Quelli che riescono ad apprezzarla, la diversità, e a non ferirci. Perché quella è il nostro vero tesoro. Evidente o nascosto.

E coloro che hanno il coraggio e la voglia di andare oltre le apparenze o di sfidare quella realtà che omologa, possono trovare dei tesori. Dei compagni di viaggio e di anima.

 

 

Ho visto un meraviglioso film che mi ha fatto fare queste riflessioni. Si chiama “Wonder”. Che significa “meraviglia” “prodigio”.

E’ un film che parla di un bambino “diverso” perché, a causa di una malattia rara ha un viso deforme, e ha vissuto la sua infanzia in casa. Ha portato un casco per tanti anni, quando usciva, per non vedere lo sguardo degli altri, per proteggersi dalla ferita che gli procurava.

Ma viene per lui il momento delle scuole medie, il momento di uscire nel mondo. Con la sua “diversità” e tutti i sentimenti che questa gli porta. Il rifiuto, gli sguardi indiscreti.

Un bambino che dice che se potesse avere un super potere, vorrebbe quello di essere invisibile.

Ma questo bambino è “nato per emergere” non per stare nascosto.

Perché, proprio quello che ha vissuto, non la sua faccia, lo ha reso una persona diversa dagli altri. E coloro che riusciranno ad andare oltre il suo viso deforme, a relazionarsi con la sua anima, ne usciranno, appunto, diversi. Migliori.

Un bambino che nonostante abbia imparato a proteggersi (grazie a degli amorevoli genitori) è in grado di riconoscere e mostrare i suoi sentimenti.

Nel film emergono per la loro unicità anche gli altri personaggi, vicini al bambino. Per mostrare, anche, come le cose possano essere diverse da quel che appaiono, conoscendo i vissuti.

E allora dovremmo veramente domandarci piu’ spesso, quello che suggerisce l’insegnante del bambino:

 

Che cos’è che aspiro a diventare?

 

E’ un film che parla di quanti vorrebbero essere diversi da sé per ottenere amore e considerazione. E di come, proprio mostrandosi ed esprimendosi per come sono, lo possono ottenere. Non cercando di essere qualcos’altro. Per quello che sono. E per il coraggio di smascherare malintesi e verità.

E’ un film che parla di ferite, di dolore, di bullismo, di gentilezza, di amicizia, dell’importanza di guardare oltre le apparenze e di considerare le esperienze vissute delle persone. Dell’importanza di conoscere bene prima di giudicare. Che magari, dopo, il giudizio cambia, o si annulla.

Per mia figlia, tredicenne, il film parla del coraggio di affrontare le proprie paure.

E  la frase finale straordinaria del bambino è:

 

Se vuoi veramente vedere come siano fatte le persone, devi semplicemente guardarle

 

E a volte dovremmo proprio scegliere di guardare le persone e di essere gentili.

 

 

(foto Pixabay)

 

Il senso di comunione perduto

 

 

(dallo spettacolo teatrale “Casa del Popolo”).

Dov’è finita la comunità? Dov’è finito il popolo?

C’è una Casa del Popolo nel mio paese. E tutte le volte che ci passavo davanti mi prendeva un po’ di incomprensibile nostalgia.

Considero una fortuna avere quello spazio, perché è ancora uno spazio importante per la comunità. Si tengono attività culturali, sportive, si fanno le feste dell’unità, ci sono ambulatori. Distribuiscono anche i sacchi del “rusco” , il giovedi’ (per chi non è di Bologna, il rusco è l’immondizia).

Ha sede anche il nostro Teatro li’, nella Casa del Popolo. Che sta a ricordarci anche, la funzione che ha avuto. E ci ha fatto anche uno spettacolo sul tema, “Casa del Popolo” appunto.

E allora, dopo che l’ho visto, lo spettacolo, forse ho capito un po’ di piu’,  quel senso di nostalgia.

Una volta c’erano le Case del Popolo, che erano un punto d’incontro, luogo di aggregazione, dove si poteva discutere dei temi che interessavano tutti, dei problemi del popolo. E passare del tempo in compagnia. Condividere i propri sogni e ideali. Un luogo dove ci si poteva sentire insieme. Meno soli. E tutto era piu’ semplice.

Ma oggi, oltre alle Case del Popolo, abbandonate o riconvertite in chissà cosa, mi chiedo: dov’è finito il popolo, nell’epoca dell’individualismo?

Il popolo è stato sostituito con l’ “io”.

Un “io” sempre piu’ al centro del mondo, in un egocentrismo dilagante.

Un’ “io sempre piu’ rivolto alle apparenze piu’ che alla sostanza, sempre piu’ arrabbiato e insoddisfatto.

Un “io” sempre più solo.

Che è incapace di stare in una comunità, di giungere ad accordi, di guardare al bene comune anziché al proprio tornaconto personale.

I bisogni del popolo sono diventati solo parole, ridicole, abusate, di frequente, per fare campagna elettorale, da una parte. Dimenticati dall’individuo, dall’altra.

Un’”io” che, d’altro canto, mostra il suo bisogno forte di condividere, altrimenti non avrebbero cosi’ successo, oggi, i così detti “social”. Una condivisione virale e virtuale, che non appaga pero’, fino in fondo, il bisogno di relazione. Un luogo dove trovarsi, molto diverso dalle Case del Popolo.

E allora io, che ho vissuto solo di riflesso il periodo delle Case del Popolo, ma che dentro ho il seme della sensazione di questa casa comune; che ho il ricordo nostalgico della grande famiglia contadina allargata, dove ho vissuto nella mia infanzia – dove tutti collaboravano in caso di necessità, dove c’era sempre qualcuno che poteva accudire i bambini, dove questi ultimi si potevano incontrare e stare insieme anche se non erano fratelli, dove la domenica ci si riuniva, donne da una parte, uomini dall’altra, e bambini da un’altra ancora, e si parlava di cose di donne, di cose di uomini e di cose di bambini..Io che mi porto dentro questo ricordo, mi chiedo con preoccupazione e malinconia:

Cosa resterà ai nostri figli di quel senso di comunità, che non siamo stati in grado di portare avanti e di trasmettere e che è cosi’ importante?

Se è vero che non potranno avere la mia nostalgia perché non hanno vissuto quei tempi, è vero anche che non gli stiamo dando gli strumenti per soddisfare un bisogno che è insito dentro ognuno di noi come essere umano: il bisogno di comunione – di stare insieme, di mutuo soccorso, di solidarietà e di appartenenza.

La possibilità e il desiderio di costruire insieme spazi comuni, dove condividere.

Faranno fatica a capire cosa significa vivere in comunità, operare per il bene comune. Difficilmente potranno capire i bisogni del popolo (sarà già tanto se capiranno i propri, di bisogni). Tra uno smartphone e una playstation e il tutto che si evolve sempre troppo velocemente.

E mentre mi auguro che comunque siano sempre in compagnia, quando guarderanno o cercheranno di andare verso nuovi orizzonti, mi rimane la nostalgia di quello spirito, che faceva credere nella possibilità di un mondo insieme e migliore.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/casa-del-popolo

 

(foto di Teatro delle Temperie)

Nessuno escluso: abbiamo sbagliato qualcosa

 

 

ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

spunti dallo spettacolo “NESSUNO ESCLUSO”  di Andrea Lupo, Teatro delle Temperie

Premessa: questa recensione è influenzata dal periodo emotivo che sto vivendo, di disagio, disillusione, amarezza e tristezza (la stessa di cui parlano i personaggi dello spettacolo), per il momento storico, politico, sociale, relazionale che stiamo vivendo. L’avanzare dell’individualismo, dell’egoismo e dell’egocentrismo a discapito della compassione (nel senso di “patire con”), della solidarietà, dell’amore, di cui l’essere umano è stato dotato e che lo diversifica dagli altri esseri viventi.

Tempo fa sono andata a vedere lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO, di Andrea Lupo, al Teatro delle Temperie di Calcara (Bo).

Sono uscita, al termine, che mi mancava il respiro, tanto era il groppo che mi era venuto alla gola.

La storia è ambientata in un futuro (troppo presente) dove gli esseri umani, alienati, lavorano per raggiungere qualcosa che sembra sempre piu’ irraggiungibile.

Si adoperano per avanzare ad uno status sociale piu’ elevato, con il miraggio di condizioni di vita migliori. Anelando a false promesse di felicità, considerazione, visibilità, e uniti agli altri solo da una tristezza, una frustrazione e una solitudine comuni.

Compiacenti a un sistema che omologa desideri e obiettivi.

Che insegna a non guardare in faccia a nessuno. Che riduce sentimenti ed emozioni alla brama di realizzazione di desideri materiali, a mettere il proprio sé al centro del mondo. Che fa dimenticare la propria umanità e che fa assopire il bisogno e il desiderio del contatto profondo con gli altri.

 

 

Esseri umani inconsapevoli di essere inseriti in un ingranaggio e già in un circolo vizioso per cui nulla sembra essere mai abbastanza, ne cio’ che si fa, ne cio’ che si ottiene, ne cio’ che si è.

Sempre connessi a un mondo che non è quello della loro anima.

Incapaci di accettare l’altro per quello che è, perché non sono in grado di accettare e accogliere neanche se stessi.

Per raggiungere i propri desideri e un livello maggiore, obbediscono alle regole, anche ingiuste o contrarie all’etica, sottomettendosi, svendendosi e accettando qualsiasi cosa.

“Lavoro –guadagno” è il loro mantra.

Ognuno vorrebbe essere diverso per distinguersi. E nello stesso tempo, ognuno nutre disprezzo e denigra il diverso di status inferiore, che arranca per migliorare le proprie condizioni. Nonostante, magari, abbia le stesse sue origini o si sia trovato esso stesso in una medesima condizione nel corso della sua vita, o subisca lo stesso trattamento.

La diversità diventa motivo di distanza e arroganza, anziché favorire lo scambio e l’arricchimento, o stimolare conoscenza o solidarietà. Semplicemente perché è lo specchio di una realtà temuta e rifiutata.

E’ una guerra fra poveri, che aliena e che rafforza il sistema, contribuendo a mantenere le cose come sono, l’asservimento e l’infelicità.

Un sistema a cui quasi nessuno pero’ riesce a ribellarsi. Anzi, la risposta a: “lo stato ti è grato” è: “e io sono grato allo stato”.

In questa realtà non si puo’ dar spazio al sentire perché ostacolerebbe la corsa. Non ci si puo’ fermare tanto a riflettere per non cadere nella disperazione.

“L’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco”.

Dilaga l’illusione che, se si riesce ad avere un potere sugli altri, attraverso un controllo sui piu’ fragili, attraverso la seduzione e la manipolazione, possa aumentare il proprio prestigio.

Ma alla fine della giornata, resta la solitudine. La stessa di chi, per non affrontarla, dedica tutte le proprie energie al lavoro. La stessa che fa si che non esista piu’ un concetto di comunione, condivisione, in contrapposizione all’individualismo.

Lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO è la fotografia di quello che è diventato il mondo nell’epoca moderna.

La creazione di nuovi bisogni, il consumismo, l’illusione di arrivare alla felicità col raggiungimento del benessere, l’esaltazione dell’ego a discapito della comunità e dell’accoglienza.

Il far leva sul bisogno di approvazione e riconoscimento e sull’ambizione ad uno status sociale sempre piu’ elevato.

Con il fine di una maggior disgregazione e la possibilità di maggiore manipolazione delle coscienze e delle masse. Che consente di avere un maggiore potere su di esse, da parte del sistema.

Ma è anche la fotografia delle realtà quotidiane piu’ piccole che si vivono.

L’essere diverso, il provenire da un altro paese, il pensare o agire diversamente dalla massa, il non omologarsi ai canoni proposti, portano spesso all’esclusione, ad etichette negative, alla denigrazione.

Qualcosa che, invece di essere considerata una ricchezza, è fatta vivere come una mancanza, un difetto, una colpa, soprattutto ai soggetti piu’ deboli.

Viviamo in tempo in cui si è continuamente connessi, anche se non si sa esattamente a che cosa. Sicuramente non a se stessi e al proprio cuore o alle persone reali. Dove la cosa importante è sempre ottenere qualcosa di più: “il piu’ nuovo, il piu’ grande, il piu’ veloce, il piu’ costoso, il piu’ brillante, il piu’ geniale…” ….“piu’ like” , “piu’ followers”..per essere, o ancor peggio, per sembrare, piu’ “figo”.

O anche solo per essere integrato. Per non essere tagliato fuori, escluso.

Chi non si è ancora assuefatto a questo modus vivendi e ha il coraggio di non adeguarsi, chi ancora non ha venduto l’anima e non si arrende e nutre ancora una speranza, chi si accorge che cosi’ non è vivere e crede che sia possibile una vita diversa, spezzare le catene ed uscire dall’ingranaggio, o almeno provarci, è spesso attaccato e lasciato solo.

 

 

Direi che ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

Un’ora di ansia, nell’attesa di un finale che dia una SPERANZA.

E mentre tutto sembra volgere ineluttabilmente al pensiero che non c’è una speranza, che gli individui sono destinati a sentirsi sempre piu’ soli, disperati , impotenti, timorosi, incapaci di unirsi e di avere fiducia in se e negli altri, privati del senso di unione, comunione, indotti ad accettare la propria morte emotiva, la speranza arriva.

Arriva dal discorso di un uomo. Un discorso capace di infondere ancora fiducia.

Il discorso di qualcuno che crede ancora nella forza dell’uomo, che incita a combattere ogni giorno, che ha una carica tale che dà forza.

Un discorso vecchio di anni, ma che fa sentire che non è ancora tutto perduto.

Qualcuno che dice che l’avidità di questo tempo è un male passeggero, e che la libertà non puo’ essere soppressa. Di non cedere a chi ci dice come vivere, cosa fare, cosa dire, come essere, come pensare. Che gli uomini hanno l’amore dell’umanità nel cuore.

Un discorso galvanizzante che arriva dritto, a mio avviso, a chi ancora puo’ e vuole fare una scelta, a chi è ancora speranzoso e ricettivo, a chi puo’ scegliere ancora la pillola rossa del risveglio della coscienza e puo’ essere capace di percorrere la strada meno facile. A chi ha il coraggio di guardare la realtà in faccia e di non raccontarsela e trova la forza per non arrendersi.

E come un virus iniettato nel sistema, attirando dei simili potrebbe diventare contagioso, e, forte di insegnamenti antichi e di un’umanità instillata in tutti gli esseri umani, potrebbe riesumare i sani valori, ascoltare il proprio cuore, il proprio sentire, credere nei talenti personali, nel valore di ogni singolo individuo e ritrovare la possibilità di un contatto profondo e una relazione autentica con gli altri.

Un discorso che ci dice che si puo’ ancora combattere per un mondo migliore. Che si puo’ essere quel virus che contamina il sistema.

E la speranza mi viene anche dall’idea che, se qualcuno riprende questo discorso, se qualcuno porta in scena questa realtà, questo qualcuno sta tentando di indurre a riflettere, di sensibilizzare, di scuotere le coscienze.

Che se c’è qualcuno che comprende e si emoziona davanti a questo spettacolo, allora non siamo soli.

Allora si può veramente credere che ci sia una via di uscita per cambiare, che ci possano essere persone che non si accontentano di vivere cosi’, persone sveglie e pronte per tentare di combattere per un mondo migliore.

Che forse c’è speranza, per chi non si vuole omologare.

Per chi si vuole opporre.

Per chi non vuole dimenticarsi di se per compiacere gli altri.

Per chi crede ancora in una giustizia, nell’importanza di ascoltare e restare fedele a se stesso, nel dono del libero arbitrio e della possibilità di scegliere.

Per chi crede che noi per primi possiamo accogliere noi stessi, le nostre parti piu’ scomode. E anche gli altri, che ce le mostrano da fuori.

Per chi crede ancora nel rispetto. Nella dignità di tutti gli esseri umani, NESSUNO ESCLUSO.

“Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! …. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore!” (DISCORSO ALL’UMANITA’ dal film “Il grande dittatore” (1940) Charlie Chaplin).

Uno spettacolo toccante. Emotivamente impegnativo. Attori straordinari. Complimenti al Lupo e a tutto il Teatro delle Temperie per questa produzione e un sentito ringraziamento.

 

 

 

 

Teatro delle Temperie

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www.teatrodelletemperie.com

(foto di Teatro delle Temperie)

 

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Lo stronzo interiore

Lo stronzo interiore

 

 

 

Tempo fa ho assistito a uno spettacolo di e con Andrea Lupo, del Teatro delle Temperie, chiamato “Lo stronzo”. Un monologo che ha mosso molte emozioni.

Impossibile non sentire una risonanza con qualcuna di loro.

Credo che a tutti sia capitato di vivere quel senso di impotenza che pervade il protagonista, lo Stronzo appunto.

Quell’impossibilità di capire. Quell’incapacità di relazionarsi ed essere in balia, inconsapevolmente, della coazione a ripetere storie già vissute, fonte di malessere e sofferenza.

E di avere il desiderio/bisogno di cambiare ma non sapere come fare.

Perché senza un lavoro di consapevolezza, un’elaborazione dei nostri vissuti, l’apprendimento di nuove modalità, non abbiamo possibilità di cambiare, noi o le situazione che ci capitano.

Lo Stronzo spesso fa male senza saperlo e/o senza volerlo. . A volte non c’è possibilità di scelta. Puoi solo agire quello che hai visto o vissuto non conoscendo alternative. Lo Stronzo fa quel che puo’ e quel che sa fare.

E pensandoci realizzo che io di stronzi ne ho conosciuti tanti..ed è uno dei motivi per cui mi sono sposata in tarda età.

E che anch’io tante volte sono apparsa (e appaio) molto stronza..

E’ difficile stabilire chi ha torto e chi ha ragione..

Bisogna imparare a vedere realmente chi siamo noi e chi è l’altro e saper discernere tra i 2, siano essi il partner, la madre, il padre, il nonno, la nonna o altri. Non è una cosa per tutti. Ci vuole coraggio. Bisogna cercare. A volte chiedere aiuto. Riconoscere la propria disperazione, i propri fallimenti. Solo la coscienza puo’ salvare, e spesso non basta. Occorre avere la capacità di mettersi in discussione, ma ci vuole tempo e costa fatica. E bisogna fare una scelta.

“Lo stronzo”  ha mostrato il senso di impotenza talvolta presente nelle nostre relazioni con le persone importanti, le maschere che ci mettiamo nel mondo, i rapporti superficiali che intratteniamo, l’urlo che abbiamo dentro quando lo specchio che ci manda l’altro di noi non corrisponde a quello che conosciamo o che vogliamo/possiamo mostrare, la sofferenza per l’incomprensione e le incomprensioni..

Lo Stronzo non è poi così stronzo. Puo’ apparire tale, da fuori, ma è soltanto un essere umano che “agisce” le sue sofferenze… E’ un essere umano come tanti, come noi: se potessimo capire, forse riusciremmo a essere meno giudicanti, meno crudeli, piu’ compassionevoli, con gli altri e nei nostri confronti . E forse sia lui che noi avremmo una chance.

E allora mi viene in mente un vecchio proverbio indiano che dice: “Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini”.

Ancora una volta uno spettacolo di teatro è stato uno specchio del mondo e di noi. Delle parti piu’ autentiche, anche di quelle che possono essere scomode e far piu’ male.

E mi viene in mente che devo essere piu’ tollerante.


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Cosa sto scontando che mi arriva da chi mi ha preceduto?

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Riflessioni e recensione dello spettacolo del Teatro delle Temperie:  “Il circo capovolto”:

Cosa sto scontando che mi arriva da chi mia preceduto?

 

 

Sono andata a vedere una spettacolo produzione del Teatro delle Temperie, il “Circo capovolto”. Era la seconda volta. Di nuovo un turbinio di emozioni e pensieri per un’interpretazione straordinaria di Andrea Lupo.

Branko non ha mai fatto il circo, lui montava impalcature, ma quando viene a sapere dal padre la storia della sua famiglia e di suo nonno, una irrefrenabile forza lo spinge a voler riprendersi quello che era stato della famiglia, il circo appunto. Non resiste neanche al richiamo della vendetta, promessa dal padre al padre di suo padre e uccide chi ha tradito il nonno.. Lascia tutto e va vivere in un campo rom, come i suoi predecessori, non sa neanche lui perché. Non sa che è in attesa di riportare in vita la loro storia, che gli scorre nelle vene.  Solo attraverso il luccichio degli occhi dei bambini e la loro curiosità ed innocenza, quel che resta del circo, chiuso per anni in 10 scatoloni che ha recuperato, e le sue origini, riprendono vita. Per un’ultima volta, prima di essere lui a sua volta, vittima della vendetta.  

Tutto torna, tutto deve tornare.

Grazie alla forza dell’interpretazione del Lupo, ho vissuto con Branko la sua storia, sono entrata dentro le sue emozioni. Non c’è niente sul palco -solo uno scatolone, che contiene tutto- ma ho visto tutte le scene, tutti i particolari, sentito risuonare dentro ogni grido e mi sono resa conto di quanto sia bello immaginare ed entrare in un mondo irreale che diventa reale nella mia mente.

Una storia intensa che non ti molla un attimo, e che fa nascere una profonda empatia con i personaggi, risvegliando il sentimento della compassione, nella sua accezione di “patire con..”…patisco con Branko che vuole riscattare (o è obbligato?) la sua famiglia, patisco con Senija , Hibrahim e tutti i bambini , che hanno gli occhi che brillano, portatori di curiosità e speranza, patisco con Napapò che è stato tradito e patisco anche con il figlio del traditore Lazlo, che vuole vendicare il padre e uccide Branko,..è come se si  diventasse tutti gli attori della storia, con la consapevolezza che sono semplicemente esseri umani..esseri umani nella loro diversità. E se riusciamo a capire che siamo tutti essere umani, ed essere compassionevoli con gli altri,  possiamo esserlo anche con noi stessi e fare quello spesso ci risulta difficile: assolverci.

Branko è innocente nell’anima, di quella stessa innocenza che ritrova nei bambini curiosi che incontra e che lo cercano; si è trovato come spesso accade a dover “scontare” qualcosa che non ha generato lui ma ha ereditato e che ha “genealogicamente” nelle sue cellule. Quando arriva Hibrahim col grande cappello  del nonno Napapò nel circo ricomposto, il cerchio si chiude. Ma il danno è stato già fatto.

E allora, prima che sia troppo tardi, prima di fare troppi danni, potrebbe essere importante chiederci: cosa sto scontando che mi arriva da chi mia preceduto?

E ripenso a mia nonna, abbandonata, forse perché figlia illegittima di nobili, in un istituto, e al senso di abbandono che da sempre mi porto dietro, alla sensazione di non essere amabile e di non piacere, al dolore quando sento di non essere vista o considerata… e a tutto quello che questo ha portato nella mia vita…

Il “Circo capovolto” mi ha fatto ricordare alcune cose per me importanti:

1-che abbiamo bisogno di assolverci e che sarebbe bello farlo prima possibile, prima della fine della nostra vita

2-che gli uomini si portano dietro la storia delle loro radici, consapevoli o meno e che la storia dei nostri predecessori influenza la nostra vita: c’è un’energia, una forza, che in qualche modo richiede un riscatto o un compimento, una rivincita per noi o per quelli prima di noi

3-che forse abbiamo tutti l’aspirazione a lasciare qualcosa di noi su questa terra, sia essa una cosa materiale, un’opera, un ricordo, un figlio  che porti avanti la nostra storia, insomma un’impronta del nostro passaggio

4-che i bambini, oltre ad essere il nostro futuro possono essere il nostro riscatto, la continuazione di qualcosa di bello che abbiamo cominciato e anche per questo dobbiamo averne cura

5-che se mi puoi conoscere, se ti racconto la mia storia, forse puoi capire che sono una persona migliore di quello che pensi, o che faccio vedere.

Grazie ancora ad Andrea Lupo per la sua spettacolare interpretazione.

(Il circo capovolto ha vinto il Fringe festival di Roma nel settembre 2017)

http://www.teatrodelletemperie.com/

(foto di Teatro delle Temperie)

 

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Il Teatro, strumento formativo ed educativo per bambini e ragazzi..un altro bel viaggio

 

Lo stronzo interiore

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Il Teatro, strumento formativo ed educativo per bambini e ragazzi..un altro bel viaggio

 

 

 

 

Abbiamo la fortuna di avere un teatro nel nostro piccolo paese.

Non un teatro qualunque, il Teatro delle Temperie.

Fortuna, perché in una realtà cosi’ piccola, dove non c’è nulla, un po’ di arte e cultura, oltre che distrarre dalle tribolazioni quotidiane e dai pensieri,  allarga la mente. Che ce ne sempre bisogno.

E allora, ogni tanto, c’è la possibilità di andare a vedere uno spettacolo, senza dover fare troppa strada, e per un attimo di entrare in un ‘altra storia. Che anche di quello ce ne bisogno.

 

 

Ma il valore aggiunto lo fanno le altre attività che vengono proposte, nell’ottica di una visione del un teatro come mezzo culturale e sociale. E di crescita.

Per le famiglie, come la mia, acquisiscono enorme valore le attività per i bambini e per i ragazzi, – non dimentichiamo che costituiranno la società di domani-  che iniziano cosi’ a prendere contatto con l’arte e con la bellezza. E non solo. Con cose altrettanto importanti, per una sana convivenza con gli altri e con se stessi. Un valido supporto al ruolo di educatori dei genitori.

 

 

Corsi di teatro durante l’anno e centri estivi in estate, a cui noi partecipiamo già da anni (e dico noi anche se va solo nostra figlia, perché condividiamo valori, mezzi e fini del “nostro” Teatro). Tenuti da attori, formatori, animatori, educatori, perché questo sono le persone che ci lavorano.

 

 

Nelle attività proposte non solo ti fanno fare l’esperienza di essere altro da te, di metterti nei panni degli altri e apprendere il rispetto e il valore del diverso, ma anche cominciano ad insegnarti a decodificare emozioni e sentimenti, a sperimentarle in un ambiente protetto, integrando corpo e parola, e a leggere quello che sta dietro l’apparenza. A imparare a guardarsi dentro e a guardare fuori. Ad apprendere i valori del vivere insieme,  le regole e i confini, in una società in cui spesso ormai vengono trascurati. Ad acquisire il senso dell’appartenenza, la sensibilità nel valutare, il senso critico, ad iniziare a prendere consapevolezza. A costruire un autostima, valorizzando i talenti.

 

 

Il teatro è un “semenzaio”, come lo definiscono loro, ovvero un posto dove si gettano semi. E se la terra che li accoglie è fertile e viene curata, il seme potrà germogliare e produrrà un buon raccolto e nuovo nutrimento.  Come dice il loro motto, “chi semina cultura raccoglie civiltà”.

 

 

Per questo lavoro, estremamente educativo e formativo, sento una profonda gratitudine per  Lupo, Margherita, Alessia, Camilla e tutti i collaboratori che ci stanno dietro, e la scuola Galante Garrone da dove provengono, improntata sul riconoscimento e l’espressione della propria individualità, in senso psico-corporeo-emotivo e creativo. Un percorso, senza ombra di dubbio, con un cuore.

 

           

 

Gratitudine per quello che propongono, in un tempo in cui i modelli sono gli youtuber e la cosa più importante l’ultimo modello di smartphone..

Non è per gli spettacoli, che fanno a fine anno in una infinita rassegna, dove i ragazzi possono vivere la loro unica possibilità di esprimere il lavoro portato avanti per tanto tempo e dove traspare l’impegno  di chi apprende e la passione di chi insegna; non è il corso di teatro o la settimana di centro estivo.

E’ il far trascorrere tempo di qualità ai nostri bambini e ragazzi, la cosa importante, con la

passione, la creatività, la bellezza.  

 

 

Perchè  “c’è cosi’ tanta bellezza” ma …bisogna imparare a vederla, a riconoscerla.

 

 

Per nostra figlia il Teatro (delle Temperie) è diventato un punto fermo. Un luogo d’incontro ed aggregazione. Persone da ritrovare e con cui scambiare. Persone di riferimento..Proprio  “..una “piazza coperta”, uno spazio in cui conoscere e conoscersi, in cui crescere e far crescere, in cui condividere.”

 

Mai avrei creduto di vedere dei bambini e dei ragazzi aspettare con frenesia il copione dello spettacolo e poi animarlo con cosi’ tanto entusiasmo alla grande prova, tanto da sembrare attori professionisti . E invece cosi’ è, ed è un grande piacere.

 

  

 

Siamo stati fortunati ad avere il Teatro delle Temperie sotto casa.

 

Ma come tutte le cose, bisogna sceglierle e lasciarsi contagiare.

 

E se non sono sotto casa, andarsele a cercare.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/

(foto di Patrizia Pazzaglia e Teatro delle Temperie)

 

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Cosa sto scontando che mi arriva da chi mi ha preceduto?

 

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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