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Opere

opere: arte, cultura, esperienze e bellezza, nutrimento dellanima

La potenza di una voce: Bohemian Rapsody e Freddie Mercury

 

 

Bohemian Rapsody, un film che mi ha toccato l’anima, come da sempre il suo protagonista, Freddie Mercury, cantante del gruppo dei Queen.

Sono andata a vedere per la seconda volta il film, nel giro di un mese, e sulle note di Somebody to love,  al suo inizio, nel momento in cui Freddie entra  nello stadio di Wembley  per il Live Aid, nel 1985, avevo già i lacrimoni.

 

A Wembley faremo un buco nel cielo. (Freddie Mercury)

 

 

La storia di un mito, un personaggio dal talento inespugnabile e della sua band. Dalla capacità di credere in se stesso e nelle sua potenza e di lavorare duramente per arrivare ai risultati che si sono visti.

La capacità di cambiare e portare cambiamenti, senza ingessarsi in uno stile o far rimanere intrappolato il gruppo in un genere, nelle sue canzoni, nelle sue abitudini. La capacità di trasgredire e quindi rinnovarsi; di trasgredire a cio’ che veniva proposto dalla sua famiglia o accettato dalla società.

La storia di un uomo che, nonostante il suo talento, è continuamente in cerca della sua identità, volendo restare nella verità. Cercando, sperimentando e venendo in contatto col suo vuoto interiore. Che tocca il fondo, passando anche per pericolosi eccessi.

Un uomo che sa benissimo quello fa sentire uniti gli uomini, che sa rispondere a un bisogno fondamentale: il senso di appartenenza

 

Sarà un disco rock and roll, con la grandezza dell’opera, il pathos della tragedia greca, l’arguzia di Shakespeare, la gioia debordante del teatro musicale. Sarà un’esperienza musicale! Non sarà solo un altro disco. Qualcosa per tutti, qualcosa in cui la gente troverà un senso di appartenenza. Mescoleremo generi, valicheremo confini.” Freddie Mercury

 

Ecco, la capacità di valicare i confini.

Un uomo che dà l’anima, che si dà senza risparmiarsi, e che per questo sa trasmettere, con il suo canto, con le parole, con i movimenti del suo corpo, un’energia senza uguali. Che ha saputo convogliare nella musica e nelle sue canzoni, vere e proprie opere d’arte, la sua potenza, la sua creatività, palpabile nella sua voce e nella sua presenza sul palco. La storia di un ragazzo, con un apparente difetto fisico (4 incisivi in piu’), trasformato in un’opportunità, la maggiore estensione vocale.

 

 

La storia di una famiglia, non quella d’origine, quella fatta dalle persone che si scelgono per similitudine e affinità, con cui si condividono le passioni. E tutti i dissapori e i conflitti, che la vita porta nello stare insieme.

Quegli occhi vivaci e quel corpo pieno di vita, non possono non contagiare, come non possono restare indifferenti i suoi interrogativi di fronte alla vita, che risuonano nell’anima, come quelli in una delle mie canzoni, preferite, “In my defence” :

 

“Tutti gli errori commessi, devono essere affrontati. Non è facile sapere da dove iniziare, mentre il mondo che amiamo sta cadendo a pezzi..

Non ascoltiamo abbastanza e non affrontiamo la verità..

Io sono solo un cantante, come posso far diventare giusto cio’ che è sbagliato??”

 

 

 

Mi è dispiaciuto che il film non sia stato fedele alla storia, in alcuni punti, ma che siano stati inseriti dei falsi. Freddie non ha mai lasciato il gruppo, ma di comune accordo i componenti hanno deciso di prendersi una pausa, ed ognuno ha inciso pezzi per conto proprio, quindi nessun tradimento da parte sua; non ha comunicato la sua malattia prima del Live Aid, alla band, ma piu’ avanti; non conobbe i membri del gruppo il giorno che il cantante precedente lasciò la band, perchè il cantante stesso era un suo compagno di corso a scuola. E alcuni altri. Non sarebbe cambiato nulla se i tutti i fatti avessero rispecchiato la realtà, il film non sarebbe stato meno coinvolgente, perché Freddie resta sempre un grande.

 

John Reid: Allora voi siete i Queen. E tu devi essere Freddie Mercury. Avete talento! Tutti e quattro. Su, ditemi: cos’hanno i Queen di diverso da tutte le altre aspiranti rock star che incontro?

Freddie Mercury: Glielo dico io cosa abbiamo. Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro.

Brian May: Siamo una famiglia.

Roger Taylor: Ma ognuno di noi è diverso.

 

Non possiamo neanche tralasciare la straordinaria interpretazione di “Barcellona“,  con Montserrat Caballe, non presente nel film, ma che voglio ricordare.

 

 

Al termine del film, la sensazione che se ne sia andato un amico, il dispiacere per la perdita di un grande cantante e di una grande persona. Che in fin dei conti, nonostante l’opposizione al padre, quello che ha compiuto è stato proprio quello che il padre stesso si proponeva di insegnargli: buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Raggiunti magari attraverso un strada diversa, col suo essere scatenato e ribelle.

 

Speravo che Farrokh diventasse un bravo ragazzo Parsi. Era troppo scatenato e ribelle. Ma a cosa è servito? Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Fallirai se fingerai di essere qualcuno che non sei! (Bomi Bulsara)

 

Scrivo queste riflessioni con la speranza che il film possa vincere l’oscar, il prossimo 24 febbraio. In onore appunto, del grande Freddie Mercury e dei musicisti di un gruppo che ha scritto la storia della musica.

 

“Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere.”  Freddie Mercury

 

Non so se lui avrebbe risposto: “Io”, alla  domanda della sua canzone

“Who wants to live forever?”

Ma, di sicuro, lui, sì, è riuscito a vivere per sempre, attraverso le sue canzoni, e a conquistarsi una parte di eternità.

 

 

Con gratitudine per tutte le emozioni che la sua voce e le sue canzoni mi hanno dato e continuano a darmi ad ogni ascolto.

 

 

 

Gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

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Abbi cura di me

 

 

Abbi cura di me… di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2019.

 

Ho capito perchè questa canzone mi emoziona tanto.

 

Bisogna amare molto, per fare questa richiesta.

 

Bisogna fidarsi tanto, di qualcuno, per chiedergli di prendersi cura di noi.

 

Bisogna essere diventati molto umili, e affidarsi, per chiedere: “abbi cura di me.”

 

Vuol dire porgere il proprio cuore all’altro, sapendo che non lo ferirà, ma essere pronti a correre il rischio.

 

Significa aver visto la bellezza che c’è attorno e il senso che c’è in tutto.

 

E comprendere che non ci resta altro che arrenderci.  Alla bellezza, all’amore, a far entrare.

 

Mollare le nostre armature e far entrare.

 

Farsi toccare l’anima, il cuore.

 

Permettersi di amare. E di farsi amare.

 

“Stringimi forte e non lasciarmi andare”. Ti chiedo di esserci e di prenderti cura di me. Che sono qui. Con te.

 

“Basta mettersi a fianco anzichè stare al centro“…..  per poter volare insieme.

 

“Ti immagini se cominciassimo a volare.

Tra le montagne e il mare

dimmi, tu, dove vorresti andare?”

 

 

 

febbraio 2019

 

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Per non dimenticare: le scarpe della memoria e il monumento contro l’olocausto a Budapest

 

 

A Budapest ci sono 2 luoghi che ho visto, che sono come un pugno allo stomaco, lasciano senza fiato, nel silenzio, e con un nodo alla gola.

Sono luoghi che ricordano la persecuzione e l’eccidio degli ebrei. Luoghi della memoria. Che servono per far capire e non far dimenticare.

Il primo luogo, piazza Szabadsag, piazza della Libertà, il monumento contro l’olocausto fatto costruire dal governo.

 

 

La statua al centro  raffigura l’arcangelo Gabriele – simbolo dell’Ungheria -, che viene soggiogato dall’aquila imperiale tedesca.
Questo monumento pero’, non mostra le responsabilità dei nazisti ungheresi e del regime stesso, nella persecuzione degli ebrei e per questo motivo, davanti ad esso, si trova quello che è definito il contro-monumento.

 

 

Un monumento tenuto “vivo” dai cittadini ebrei, che hanno portato, e continuano a portare, foto dei loro cari deportati o uccisi, le valigie con cui partirono, lettere, oggetti di uso quotidiano ad essi appartenuti, candele, fiori.

 

 

Il secondo luogo è il memoriale dell’eccidio ebraico a Budapest, ovvero le SCARPE DELLA MEMORIA

 

 

Su quaranta metri di banchina, 60 scarpe di bronzo arrugginito, a ricordo degli ebrei costretti a togliersi le scarpe e a buttarsi per annegare nel Danubio. (http://www.succedeoggi.it/2014/04/le-scarpe-della-memoria/)

 

Luoghi da visitare per ricordare di cosa è stato capace l’uomo.
E per non dimenticare che queste bestialità non devono piu’ accadere.
#giornodellamemoria
#pernondimenticare
gennaio 2018
(foto by Patty)
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La merda degli altri

 

 

Teatro delle Temperie, come sempre, sulla mia lunghezza d’onda. Con un nuovo spettacolo, dal titolo:  “E’ tutta colpa loro, quando scappa.. scappa.”

Si ride, si piange, si soffre.. angoscia, trasporto, tumulto dentro..Si ride per non piangere. Che è utile anche quello. A volte.

Si riflette. Ci si emoziona. Che è quello che, secondo me, deve fare uno spettacolo.

Al termine dello spettacolo, ieri sera, sono rimasta con una specie di “ovosodo” nello stomaco, forse quello stesso di cui parlava Virzì nel suo celebre film. (“Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice… a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico…” OVOSODO di P. Virzi’ 1997). Perchè riconoscere la realtà, su un palco, è sempre un’esperienza forte.

Gli stronzi che si trovano nella vita, che si fa fatica ad eliminare. Che eliminato uno, ne arriva un altro. Stronzi inconsapevoli. Stronzi che lo diventano, stronzi. Stronzi che a conoscerli meglio, la loro storia, appaiono meno stronzi. Stronzi che ci fanno vedere la merda che viene generata intorno. Stronzi schiavi della loro fragilità nel vivere, delle loro paure, della mancanza di coraggio. Umani.

Vedere la merda degli altri spesso ci evita di guardare e rimescolare la nostra. Che magari non riconosciamo e quindi proiettiamo fuori. Stronzi che, dolorosamente, ce la mostrano, perché mentre spaliamo quella degli altri, stiamo spalando anche la nostra. Che se non viene fuori, fa solo danni. O ci rende acidi, insoddisfatti.

Le inevitabili domande che prima o poi arrivano, ad anime che si evolvono: cosa ci faccio qui? come mi sono ridotto cosi’? come faccio ad uscire da questa realtà, in cui mi sento incastrato, da questa gabbia, da questa situazione di merda? cosa sarebbe di me se avessi preso un’altra strada, al bivio?

E quella domanda cosi’ spinosa: sei felice? Che si cerca di evitare, perché presuppone una sincerità con se stessi, una presa di coscienza, che se non vede seguito, una volta affiorata, amplifica ancor di piu’ il malessere di tutti i giorni.

Avrei voluto essere su quel palco e interpretare ogni personaggio, per buttare fuori quelle emozioni forti e intense, e sperare in un effetto catartico liberatorio.

E vorrei essere un saggio, per avere delle risposte su come liberarsi dalla merda. Tanto lavoro su di sé, tanta coscienza, tanto coraggio, per iniziare. Per dire e dirsi la verità. Affinchè non si incontrino piu’ degli stronzi, ma delle persone piu’ in sintonia con noi.

Ma è dura, contattare la propria merda interiore. E non basta vederla, occorre anche agire. Per non morire affogati, nella merda, appunto. Perchè è vero, quando scappa, scappa, non si puo’ trattenere, se deve uscire.

E se forse non puo’ esistere una condizione di felicità perenne, che la priverebbe anche del senso – (cit. Felicità: “la compiuta esperienza di ogni appagamento”), – e quindi una risposta assoluta alla domanda “sei felice?”, guardarsi dentro e allo specchio, senza mentirsi, puo’ essere l’inizio, per buttare fuori un po’ di quella merda, e cominciare a fare spazio per momenti di felicità.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/u00e8-tutta-colpa-loro

 

dicembre 2018

 

(foto pixabay)

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“Cerca di guardare le stelle e non i tuoi piedi”

 

 

 

 

Queste le parole di Stephen Hawking, colpito da una malattia degenerativa in giovane età, che non ha pero’ intaccato la sua mente fulgida.

Gli avevano pronosticato 2 anni di vita quando ne aveva 20, è morto ieri alla bellezza di 76 anni.

Confinato in un corpo che in parte non poteva piu’ comandare, ha sfruttato l’energia data dal talento che ha ricevuto, condendola con l’entusiasmo e la passione e una buona dose di ironia.

E l’amore che aveva dentro per la vita, insieme a quell’energia,  – che quando si mette in moto, carica, ricarica e crea e ti fa sentire potente e connesso con il tutto, – hanno avuto la meglio.

Gli hanno permesso di avere una vita ricca, famigliare, sociale e lavorativa.

Di diventare un grande scienziato, di scrivere libri, di vedere crescere i suoi figli, di amare e di essere amato ed apprezzato.

Il destino gli ha riservato un brutto scherzo ma lui è stato piu’ forte del suo destino.

 

Oggi c’erano tanti articoli su di lui. Ne ho letti parecchi. Ho visto le sue foto.

Traspare tutta l’umiltà e la grandezza, nell’esporsi al mondo

Mi sono commossa di fronte a una mente e a una forza cosi’ potente.

 

“..e cosa ci puo’ essere di piu’ speciale dell’assenza di confini?..”

 

Ecco, questo io ho sentito, la capacità di esporsi con l’assenza di confini, senza protezioni, per quello che si è. E andare oltre.

 

 

“Le persone silenziose sono quelle che hanno le menti piu’ rumorose”

 

Io me lo voglio ricordare Stephen Hawking.

Me lo voglio ricordare tutte le volte che mi sento a terra o che sento la fatica di andare avanti.

 

Voglio ricordare proprio quelle parole:

 

“Cerca di guardare le stelle e non i tuoi piedi”

 

A sottolineare di non limitarci, appunto, nel nostro orticello, nei nostri confini, ma di guardare oltre.

 

A ricordarci che c’è un “oltre” rispetto a noi.

 

 

“Sii curioso.

Per quanto la vita possa sembrare difficile, c’è sempre qualcosa che puoi fare, e con successo.

L’importante che tu non ti arrenda.

Perché finchè c’è vita c’è speranza.”

 

Detto da una persona cosi’, direi che c’è proprio  da crederci.

 

 

 

E ovviamente, il film “La teoria del tutto“, super consigliato.

 

 

15.03.2018

 

(foto Pixabay)

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L’amore, quando c’è, vince su tutto

 

 

Sono andata a vedere il film “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino.

Un bel film, intenso, di quelli che ti si ritorcono le budella.

Un film che emoziona, ed è come un’onda. Che passa dalla sensazione di sconforto e disperazione – per le difficoltà presenti nelle relazioni d’amore -, alla fiducia inconsapevole che, quando c’è, il vero amore, vince su tutto. Ed è il motivo per cui il mondo va avanti.

Se dovessimo pensare di amare o di iniziare una relazione vedendo come vanno le cose, guardandoci intorno, mettendo in conto i tradimenti, le insicurezze, le tentazioni, le sofferenze, le mancanze, ecc.ecc. , credo che rinunceremmo in partenza.

Invece quando il sentimento c’è, o solo si affaccia, anche timidamente, per fortuna è piu’ forte di ogni quadro catastrofico che si possa avere davanti.

E’ come se fossimo in preda ad una fiducia cosmica, alla sensazione che, noi, possiamo farcela, ad essere differenti dai pessimi modelli che abbiamo intorno.

Come se riuscissimo, per fortuna, a stare solo nel qui ed ora, ad alienarci dal resto del mondo che va a scatafascio e dai pensieri pessimisti.

Come se riuscissimo solo a vivere il sentimento.

Come se niente potesse farci paura.

Come se non ci fosse situazione, non ci fossero soldi che mancano, o possibilità, come se non ci fossero età o legami, che tengano.

Perché, sentiamo, che l’amore basta.

Quando nel corso di una relazione, durante il trascorrere degli anni, emergono tutte le difficoltà, le debolezze che spesso si incontrano – la rabbia, perché le cose non sono andate proprio come ce le si era immaginate, il fastidio, perché l’altro non è come lo si era creduto o lo si vorrebbe – è li’, che c’è la riprova.

Restare o andare (non solo fisicamente), dipende da quanta forza uno ha.

Dalla forza personale e dalla forza del sentimento.

Dal coraggio di sentire e di continuare.

Dalla capacità di ricollegarsi all’inizio. A quei momenti in cui ci si è scoperti, ci si è raccontati e ci si è vissuti, come se non si avesse nulla da perdere.

Dalla capacità di dare valore a quello che si è vissuto e costruito, nel tempo vissuto insieme.

Quei momenti in cui, prepotentemente, si è assaliti dalla sicurezza che ce la si puo’ fare. Nonostante tutto e nonostante altro, o tutti.

E dipende da quanto abbiamo ben presente e teniamo al nostro obiettivo: stare bene e cercare la nostra dose di felicità. Dopo tutto. Per scelta.

Perché l’amore, è, soprattutto, restare.

Prima e dopo

 

 

.

 

 

“Le  vite normali non esistono.”

“Dicono che la famiglia sia il nostro punto di partenza, poi di fuga e alla fine diventi quello di ritorno.”

dal film “A casa tutti bene”

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

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La paura e la fortuna di essere diversi

 

 

(dal film “Wonder”).

C’è un tempo in cui essere diversi dagli altri fa paura.

 

E questo sentirsi diversi ci rende vulnerabili.

Invece di dar valore alla nostra unicità, questa ci spaventa.

Perchè essere unici,  puo’ far sentire soli. Perché non siamo come gli altri.

Ci possiamo sentire piu’ brutti. Meno bravi. Meno buoni. Meno intelligenti. Meno capaci. Meno attraenti. Meno degni. Meno.

Diverso diventa sinonimo di peggiore.

E forse c’è anche un’ulteriore timore: la paura di far paura.

E anche gli altri ci possono far paura. Proprio perché li riteniamo diversi da noi.

E poi c’è la paura piu’ grande, quella di sentirsi rifiutati.

 

 

E magari invece vorremmo essere come gli altri, per evitare tutto questo.

Assomigliare a qualcun altro.

C’è un tempo, quindi, che tentiamo di omologarci agli altri.

A chi ci sembra meglio di noi. Che sembra abbia una vita migliore.

Ma non sappiamo, realmente, gli altri che vita hanno, come stanno, se sono felici. O se è solo apparenza, quella che si vede o che mostrano.

Essere diversi puo’ far soffrire.

Fintanto che non ne scopriamo il valore.

Fintanto che non scopriamo che è proprio quella diversità che ci rende unici e inimitabili.

 

Il privilegio di essere diversi.

 

Che può venire valorizzato da chi  guarda oltre all’apparenza.

Perchè spesso le persone sembrano proprio tutte uguali e vogliono sembrarlo.

E nascondono quello che hanno di più bello. La propria ricchezza, la propria bellezza.

Ma è giusto anche proteggere la propria diversità, se necessario. Non gettare le perle ai porci. Condividerla solo con gli affini, i puri di spirito. Quelli che riescono ad apprezzarla, la diversità, e a non ferirci. Perché quella è il nostro vero tesoro. Evidente o nascosto.

E coloro che hanno il coraggio e la voglia di andare oltre le apparenze o di sfidare quella realtà che omologa, possono trovare dei tesori. Dei compagni di viaggio e di anima.

 

 

Ho visto un meraviglioso film che mi ha fatto fare queste riflessioni. Si chiama “Wonder”. Che significa “meraviglia” “prodigio”.

E’ un film che parla di un bambino “diverso” perché, a causa di una malattia rara ha un viso deforme, e ha vissuto la sua infanzia in casa. Ha portato un casco per tanti anni, quando usciva, per non vedere lo sguardo degli altri, per proteggersi dalla ferita che gli procurava.

Ma viene per lui il momento delle scuole medie, il momento di uscire nel mondo. Con la sua “diversità” e tutti i sentimenti che questa gli porta. Il rifiuto, gli sguardi indiscreti.

Un bambino che dice che se potesse avere un super potere, vorrebbe quello di essere invisibile.

Ma questo bambino è “nato per emergere” non per stare nascosto.

Perché, proprio quello che ha vissuto, non la sua faccia, lo ha reso una persona diversa dagli altri. E coloro che riusciranno ad andare oltre il suo viso deforme, a relazionarsi con la sua anima, ne usciranno, appunto, diversi. Migliori.

Un bambino che nonostante abbia imparato a proteggersi (grazie a degli amorevoli genitori) è in grado di riconoscere e mostrare i suoi sentimenti.

Nel film emergono per la loro unicità anche gli altri personaggi, vicini al bambino. Per mostrare, anche, come le cose possano essere diverse da quel che appaiono, conoscendo i vissuti.

E allora dovremmo veramente domandarci piu’ spesso, quello che suggerisce l’insegnante del bambino:

 

Che cos’è che aspiro a diventare?

 

E’ un film che parla di quanti vorrebbero essere diversi da sé per ottenere amore e considerazione. E di come, proprio mostrandosi ed esprimendosi per come sono, lo possono ottenere. Non cercando di essere qualcos’altro. Per quello che sono. E per il coraggio di smascherare malintesi e verità.

E’ un film che parla di ferite, di dolore, di bullismo, di gentilezza, di amicizia, dell’importanza di guardare oltre le apparenze e di considerare le esperienze vissute delle persone. Dell’importanza di conoscere bene prima di giudicare. Che magari, dopo, il giudizio cambia, o si annulla.

Per mia figlia, tredicenne, il film parla del coraggio di affrontare le proprie paure.

E  la frase finale straordinaria del bambino è:

 

Se vuoi veramente vedere come siano fatte le persone, devi semplicemente guardarle

 

E a volte dovremmo proprio scegliere di guardare le persone e di essere gentili.

 

 

(foto Pixabay)

 

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Il senso di comunione perduto

 

 

(dallo spettacolo teatrale “Casa del Popolo”).

Dov’è finita la comunità? Dov’è finito il popolo?

C’è una Casa del Popolo nel mio paese. E tutte le volte che ci passavo davanti mi prendeva un po’ di incomprensibile nostalgia.

Considero una fortuna avere quello spazio, perché è ancora uno spazio importante per la comunità. Si tengono attività culturali, sportive, si fanno le feste dell’unità, ci sono ambulatori. Distribuiscono anche i sacchi del “rusco” , il giovedi’ (per chi non è di Bologna, il rusco è l’immondizia).

Ha sede anche il nostro Teatro li’, nella Casa del Popolo. Che sta a ricordarci anche, la funzione che ha avuto. E ci ha fatto anche uno spettacolo sul tema, “Casa del Popolo” appunto.

E allora, dopo che l’ho visto, lo spettacolo, forse ho capito un po’ di piu’,  quel senso di nostalgia.

Una volta c’erano le Case del Popolo, che erano un punto d’incontro, luogo di aggregazione, dove si poteva discutere dei temi che interessavano tutti, dei problemi del popolo. E passare del tempo in compagnia. Condividere i propri sogni e ideali. Un luogo dove ci si poteva sentire insieme. Meno soli. E tutto era piu’ semplice.

Ma oggi, oltre alle Case del Popolo, abbandonate o riconvertite in chissà cosa, mi chiedo: dov’è finito il popolo, nell’epoca dell’individualismo?

Il popolo è stato sostituito con l’ “io”.

Un “io” sempre piu’ al centro del mondo, in un egocentrismo dilagante.

Un’ “io sempre piu’ rivolto alle apparenze piu’ che alla sostanza, sempre piu’ arrabbiato e insoddisfatto.

Un “io” sempre più solo.

Che è incapace di stare in una comunità, di giungere ad accordi, di guardare al bene comune anziché al proprio tornaconto personale.

I bisogni del popolo sono diventati solo parole, ridicole, abusate, di frequente, per fare campagna elettorale, da una parte. Dimenticati dall’individuo, dall’altra.

Un’”io” che, d’altro canto, mostra il suo bisogno forte di condividere, altrimenti non avrebbero cosi’ successo, oggi, i così detti “social”. Una condivisione virale e virtuale, che non appaga pero’, fino in fondo, il bisogno di relazione. Un luogo dove trovarsi, molto diverso dalle Case del Popolo.

E allora io, che ho vissuto solo di riflesso il periodo delle Case del Popolo, ma che dentro ho il seme della sensazione di questa casa comune; che ho il ricordo nostalgico della grande famiglia contadina allargata, dove ho vissuto nella mia infanzia – dove tutti collaboravano in caso di necessità, dove c’era sempre qualcuno che poteva accudire i bambini, dove questi ultimi si potevano incontrare e stare insieme anche se non erano fratelli, dove la domenica ci si riuniva, donne da una parte, uomini dall’altra, e bambini da un’altra ancora, e si parlava di cose di donne, di cose di uomini e di cose di bambini..Io che mi porto dentro questo ricordo, mi chiedo con preoccupazione e malinconia:

Cosa resterà ai nostri figli di quel senso di comunità, che non siamo stati in grado di portare avanti e di trasmettere e che è cosi’ importante?

Se è vero che non potranno avere la mia nostalgia perché non hanno vissuto quei tempi, è vero anche che non gli stiamo dando gli strumenti per soddisfare un bisogno che è insito dentro ognuno di noi come essere umano: il bisogno di comunione – di stare insieme, di mutuo soccorso, di solidarietà e di appartenenza.

La possibilità e il desiderio di costruire insieme spazi comuni, dove condividere.

Faranno fatica a capire cosa significa vivere in comunità, operare per il bene comune. Difficilmente potranno capire i bisogni del popolo (sarà già tanto se capiranno i propri, di bisogni). Tra uno smartphone e una playstation e il tutto che si evolve sempre troppo velocemente.

E mentre mi auguro che comunque siano sempre in compagnia, quando guarderanno o cercheranno di andare verso nuovi orizzonti, mi rimane la nostalgia di quello spirito, che faceva credere nella possibilità di un mondo insieme e migliore.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/casa-del-popolo

 

(foto di Teatro delle Temperie)

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Nessuno escluso: abbiamo sbagliato qualcosa

 

 

ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

spunti dallo spettacolo “NESSUNO ESCLUSO”  di Andrea Lupo, Teatro delle Temperie

Premessa: questa recensione è influenzata dal periodo emotivo che sto vivendo, di disagio, disillusione, amarezza e tristezza (la stessa di cui parlano i personaggi dello spettacolo), per il momento storico, politico, sociale, relazionale che stiamo vivendo. L’avanzare dell’individualismo, dell’egoismo e dell’egocentrismo a discapito della compassione (nel senso di “patire con”), della solidarietà, dell’amore, di cui l’essere umano è stato dotato e che lo diversifica dagli altri esseri viventi.

Tempo fa sono andata a vedere lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO, di Andrea Lupo, al Teatro delle Temperie di Calcara (Bo).

Sono uscita, al termine, che mi mancava il respiro, tanto era il groppo che mi era venuto alla gola.

La storia è ambientata in un futuro (troppo presente) dove gli esseri umani, alienati, lavorano per raggiungere qualcosa che sembra sempre piu’ irraggiungibile.

Si adoperano per avanzare ad uno status sociale piu’ elevato, con il miraggio di condizioni di vita migliori. Anelando a false promesse di felicità, considerazione, visibilità, e uniti agli altri solo da una tristezza, una frustrazione e una solitudine comuni.

Compiacenti a un sistema che omologa desideri e obiettivi.

Che insegna a non guardare in faccia a nessuno. Che riduce sentimenti ed emozioni alla brama di realizzazione di desideri materiali, a mettere il proprio sé al centro del mondo. Che fa dimenticare la propria umanità e che fa assopire il bisogno e il desiderio del contatto profondo con gli altri.

 

 

Esseri umani inconsapevoli di essere inseriti in un ingranaggio e già in un circolo vizioso per cui nulla sembra essere mai abbastanza, ne cio’ che si fa, ne cio’ che si ottiene, ne cio’ che si è.

Sempre connessi a un mondo che non è quello della loro anima.

Incapaci di accettare l’altro per quello che è, perché non sono in grado di accettare e accogliere neanche se stessi.

Per raggiungere i propri desideri e un livello maggiore, obbediscono alle regole, anche ingiuste o contrarie all’etica, sottomettendosi, svendendosi e accettando qualsiasi cosa.

“Lavoro –guadagno” è il loro mantra.

Ognuno vorrebbe essere diverso per distinguersi. E nello stesso tempo, ognuno nutre disprezzo e denigra il diverso di status inferiore, che arranca per migliorare le proprie condizioni. Nonostante, magari, abbia le stesse sue origini o si sia trovato esso stesso in una medesima condizione nel corso della sua vita, o subisca lo stesso trattamento.

La diversità diventa motivo di distanza e arroganza, anziché favorire lo scambio e l’arricchimento, o stimolare conoscenza o solidarietà. Semplicemente perché è lo specchio di una realtà temuta e rifiutata.

E’ una guerra fra poveri, che aliena e che rafforza il sistema, contribuendo a mantenere le cose come sono, l’asservimento e l’infelicità.

Un sistema a cui quasi nessuno pero’ riesce a ribellarsi. Anzi, la risposta a: “lo stato ti è grato” è: “e io sono grato allo stato”.

In questa realtà non si puo’ dar spazio al sentire perché ostacolerebbe la corsa. Non ci si puo’ fermare tanto a riflettere per non cadere nella disperazione.

“L’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco”.

Dilaga l’illusione che, se si riesce ad avere un potere sugli altri, attraverso un controllo sui piu’ fragili, attraverso la seduzione e la manipolazione, possa aumentare il proprio prestigio.

Ma alla fine della giornata, resta la solitudine. La stessa di chi, per non affrontarla, dedica tutte le proprie energie al lavoro. La stessa che fa si che non esista piu’ un concetto di comunione, condivisione, in contrapposizione all’individualismo.

Lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO è la fotografia di quello che è diventato il mondo nell’epoca moderna.

La creazione di nuovi bisogni, il consumismo, l’illusione di arrivare alla felicità col raggiungimento del benessere, l’esaltazione dell’ego a discapito della comunità e dell’accoglienza.

Il far leva sul bisogno di approvazione e riconoscimento e sull’ambizione ad uno status sociale sempre piu’ elevato.

Con il fine di una maggior disgregazione e la possibilità di maggiore manipolazione delle coscienze e delle masse. Che consente di avere un maggiore potere su di esse, da parte del sistema.

Ma è anche la fotografia delle realtà quotidiane piu’ piccole che si vivono.

L’essere diverso, il provenire da un altro paese, il pensare o agire diversamente dalla massa, il non omologarsi ai canoni proposti, portano spesso all’esclusione, ad etichette negative, alla denigrazione.

Qualcosa che, invece di essere considerata una ricchezza, è fatta vivere come una mancanza, un difetto, una colpa, soprattutto ai soggetti piu’ deboli.

Viviamo in tempo in cui si è continuamente connessi, anche se non si sa esattamente a che cosa. Sicuramente non a se stessi e al proprio cuore o alle persone reali. Dove la cosa importante è sempre ottenere qualcosa di più: “il piu’ nuovo, il piu’ grande, il piu’ veloce, il piu’ costoso, il piu’ brillante, il piu’ geniale…” ….“piu’ like” , “piu’ followers”..per essere, o ancor peggio, per sembrare, piu’ “figo”.

O anche solo per essere integrato. Per non essere tagliato fuori, escluso.

Chi non si è ancora assuefatto a questo modus vivendi e ha il coraggio di non adeguarsi, chi ancora non ha venduto l’anima e non si arrende e nutre ancora una speranza, chi si accorge che cosi’ non è vivere e crede che sia possibile una vita diversa, spezzare le catene ed uscire dall’ingranaggio, o almeno provarci, è spesso attaccato e lasciato solo.

 

 

Direi che ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

Un’ora di ansia, nell’attesa di un finale che dia una SPERANZA.

E mentre tutto sembra volgere ineluttabilmente al pensiero che non c’è una speranza, che gli individui sono destinati a sentirsi sempre piu’ soli, disperati , impotenti, timorosi, incapaci di unirsi e di avere fiducia in se e negli altri, privati del senso di unione, comunione, indotti ad accettare la propria morte emotiva, la speranza arriva.

Arriva dal discorso di un uomo. Un discorso capace di infondere ancora fiducia.

Il discorso di qualcuno che crede ancora nella forza dell’uomo, che incita a combattere ogni giorno, che ha una carica tale che dà forza.

Un discorso vecchio di anni, ma che fa sentire che non è ancora tutto perduto.

Qualcuno che dice che l’avidità di questo tempo è un male passeggero, e che la libertà non puo’ essere soppressa. Di non cedere a chi ci dice come vivere, cosa fare, cosa dire, come essere, come pensare. Che gli uomini hanno l’amore dell’umanità nel cuore.

Un discorso galvanizzante che arriva dritto, a mio avviso, a chi ancora puo’ e vuole fare una scelta, a chi è ancora speranzoso e ricettivo, a chi puo’ scegliere ancora la pillola rossa del risveglio della coscienza e puo’ essere capace di percorrere la strada meno facile. A chi ha il coraggio di guardare la realtà in faccia e di non raccontarsela e trova la forza per non arrendersi.

E come un virus iniettato nel sistema, attirando dei simili potrebbe diventare contagioso, e, forte di insegnamenti antichi e di un’umanità instillata in tutti gli esseri umani, potrebbe riesumare i sani valori, ascoltare il proprio cuore, il proprio sentire, credere nei talenti personali, nel valore di ogni singolo individuo e ritrovare la possibilità di un contatto profondo e una relazione autentica con gli altri.

Un discorso che ci dice che si puo’ ancora combattere per un mondo migliore. Che si puo’ essere quel virus che contamina il sistema.

E la speranza mi viene anche dall’idea che, se qualcuno riprende questo discorso, se qualcuno porta in scena questa realtà, questo qualcuno sta tentando di indurre a riflettere, di sensibilizzare, di scuotere le coscienze.

Che se c’è qualcuno che comprende e si emoziona davanti a questo spettacolo, allora non siamo soli.

Allora si può veramente credere che ci sia una via di uscita per cambiare, che ci possano essere persone che non si accontentano di vivere cosi’, persone sveglie e pronte per tentare di combattere per un mondo migliore.

Che forse c’è speranza, per chi non si vuole omologare.

Per chi si vuole opporre.

Per chi non vuole dimenticarsi di se per compiacere gli altri.

Per chi crede ancora in una giustizia, nell’importanza di ascoltare e restare fedele a se stesso, nel dono del libero arbitrio e della possibilità di scegliere.

Per chi crede che noi per primi possiamo accogliere noi stessi, le nostre parti piu’ scomode. E anche gli altri, che ce le mostrano da fuori.

Per chi crede ancora nel rispetto. Nella dignità di tutti gli esseri umani, NESSUNO ESCLUSO.

“Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! …. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore!” (DISCORSO ALL’UMANITA’ dal film “Il grande dittatore” (1940) Charlie Chaplin).

Uno spettacolo toccante. Emotivamente impegnativo. Attori straordinari. Complimenti al Lupo e a tutto il Teatro delle Temperie per questa produzione e un sentito ringraziamento.

 

 

 

 

Teatro delle Temperie

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buon blu a tutti, Nessuno Escluso
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https://youtu.be/ZGs3CEB0_DY


www.teatrodelletemperie.com

(foto di Teatro delle Temperie)

 

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Lo stronzo interiore

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Lo stronzo interiore

 

 

 

Tempo fa ho assistito a uno spettacolo di e con Andrea Lupo, del Teatro delle Temperie, chiamato “Lo stronzo”. Un monologo che ha mosso molte emozioni.

Impossibile non sentire una risonanza con qualcuna di loro.

Credo che a tutti sia capitato di vivere quel senso di impotenza che pervade il protagonista, lo Stronzo appunto.

Quell’impossibilità di capire. Quell’incapacità di relazionarsi ed essere in balia, inconsapevolmente, della coazione a ripetere storie già vissute, fonte di malessere e sofferenza.

E di avere il desiderio/bisogno di cambiare ma non sapere come fare.

Perché senza un lavoro di consapevolezza, un’elaborazione dei nostri vissuti, l’apprendimento di nuove modalità, non abbiamo possibilità di cambiare, noi o le situazione che ci capitano.

Lo Stronzo spesso fa male senza saperlo e/o senza volerlo. . A volte non c’è possibilità di scelta. Puoi solo agire quello che hai visto o vissuto non conoscendo alternative. Lo Stronzo fa quel che puo’ e quel che sa fare.

E pensandoci realizzo che io di stronzi ne ho conosciuti tanti..ed è uno dei motivi per cui mi sono sposata in tarda età.

E che anch’io tante volte sono apparsa (e appaio) molto stronza..

E’ difficile stabilire chi ha torto e chi ha ragione..

Bisogna imparare a vedere realmente chi siamo noi e chi è l’altro e saper discernere tra i 2, siano essi il partner, la madre, il padre, il nonno, la nonna o altri. Non è una cosa per tutti. Ci vuole coraggio. Bisogna cercare. A volte chiedere aiuto. Riconoscere la propria disperazione, i propri fallimenti. Solo la coscienza puo’ salvare, e spesso non basta. Occorre avere la capacità di mettersi in discussione, ma ci vuole tempo e costa fatica. E bisogna fare una scelta.

“Lo stronzo”  ha mostrato il senso di impotenza talvolta presente nelle nostre relazioni con le persone importanti, le maschere che ci mettiamo nel mondo, i rapporti superficiali che intratteniamo, l’urlo che abbiamo dentro quando lo specchio che ci manda l’altro di noi non corrisponde a quello che conosciamo o che vogliamo/possiamo mostrare, la sofferenza per l’incomprensione e le incomprensioni..

Lo Stronzo non è poi così stronzo. Puo’ apparire tale, da fuori, ma è soltanto un essere umano che “agisce” le sue sofferenze… E’ un essere umano come tanti, come noi: se potessimo capire, forse riusciremmo a essere meno giudicanti, meno crudeli, piu’ compassionevoli, con gli altri e nei nostri confronti . E forse sia lui che noi avremmo una chance.

E allora mi viene in mente un vecchio proverbio indiano che dice: “Prima di giudicare una persona cammina per tre lune nei suoi mocassini”.

Ancora una volta uno spettacolo di teatro è stato uno specchio del mondo e di noi. Delle parti piu’ autentiche, anche di quelle che possono essere scomode e far piu’ male.

E mi viene in mente che devo essere piu’ tollerante.


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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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