Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Il giorno dell’esame di terza media

 

 

Lo ricordo come se fosse ieri, quel giorno.

Sono uscita di casa, i miei jeans scoloriti, la mia maglia a righe bianca e rossa, la borsa con i libri, la faccia pulita, e una mela.

Proprio come quella canzone che era appena uscita, di Vasco Rossi

 

“..E con la faccia pulita, cammini per strada, mangiando una mela, coi libri di scuola…”

 

Volevo assomigliare a quella Alba Chiara, che mi sembrava descritta cosi’ bene..

Quel giorno mi accingevo ad andare a fare l’esame di terza media.

Ricordo l’aria fresca del mattino, il percorso, da sola verso la scuola, un misto di agitazione ed emozione, ancora strane per la mia età.

Non era la prima prova, perché a quel tempo gli esami c’erano anche in seconda e in quinta elementare. Ma cosi’ piccoli, non si aveva ancora piena coscienza di cosa fosse un esame, per cui si aveva meno paura.

Cosi,’ quel giorno, andavo, senza sapere dove sarei arrivata.

Non si mai dove si va, a quell’età e il bello è che non te lo chiedi nemmeno. Vai, con entusiasmo, con un po’ di timore, e vera, o falsa, spavalderia.

Andavo, sapendo, come devi sapere tu, di avere qualcuno a casa che mi aspettava. Di avere un porto sicuro, dove tornare, qualcuno che mi avrebbe accolto, qualsiasi fosse stato il risultato che avrei portato.

E cosi’ sei andata anche tu, oggi.

Sei uscita, con i tuoi comprensibili timori e le tue insicurezze, con le tue convinzioni e le tue speranze.  Che, credo,  siano le stesse che erano mie. Con la tua maglia e i tuoi pantaloni rigorosamente neri, e i tuoi libri di scuola. Il tuo solito sorriso del mattino. E la tua faccia pulita, come era la mia.

Non sei andata sola,  ti abbiamo accompagnato, col piacere di accompagnarti, a scuola e nella vita. Ti abbiamo lasciato a fare il tuo dovere, ad affrontare il tuo primo esame, quello di terza media. Quello per cui, come prima volta, ti sei organizzata da sola, prendendoti le tue prime responsabilità, i piaceri o le delusioni di quello che sarà il risultato.

Dopo questa prova, sarai cresciuta.

Comincerai ad andare da sola nel mondo, proseguendo il tuo percorso verso l’autonomia. Verso il tuo domani, quello a cui stai cominciando a dare una direzione, quello che imparerai a costruirti.  E questo esame sarà solo il primo di una lunga serie.

 

“..e quando guardi con quegli occhi grandi, forse un po’ troppo sinceri..si vede quello che pensi, quello che sogni ..” (Alba Chiara)

 

 

 

Che i tuoi pensieri siano sempre positivi, come lo sono ora, e che ci siano sempre sogni nel tuo cuore.

 

 

 

 

13 giugno 2018

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

 

 

 

Fermate il mondo, voglio scendere

 

 

 

Troppo veloce, tutto troppo veloce.

A volte mi capita di avere la sensazione di non riuscire a seguire.

Che cosa? Il mondo che va avanti, quello che succede, le persone, le mie cose, il mio mondo.

Oltre a non riuscire a seguire, ho la sensazione di non riuscire a metabolizzare. Non ricordo. E questo non è solo dovuto agli anni che avanzano.

Faccio sempre piu’ fatica a ritrovare quei momenti in cui, disconnessa da tutto quel che si muove attorno, mi connetto con me stessa. Osservo il nulla, penso, vago con la mente, da una cosa e l’altra,  trovo risposte. E soprattutto, trovo domande.

Tutto veloce, tutto troppo veloce.

Troppo movimento di cervello, poco connesso col corpo. E in mezzo, la pancia, le budella, che comunque restano attive, ricevono, e non sempre digeriscono. Col risultato che restano tante cose li’, sullo stomaco.

Come mangiare ingordamente, e non avere tempo di assimilare. E cosi, manca il nutrimento. Tutto si deposita e ci si ritrova con una montagna di grasso inutile. Pieni. Strabordanti. Oppure, tutto entra, ed esce alla velocità della luce. E non resta niente che faccia la differenza.

Sentire di non avere piu’ tempo. Raccontarsi di non avere del tempo. Impegnati a inseguire o a seguire, con il timore di perdersi qualcosa. E poi, dopo, la sensazione che la vita sfugga.

Paura di perdere qualcosa di importante. Tanti momenti. Quei momenti in cui si ripercorre. In cui arriva la nostalgia di qualcosa di vissuto, in cui si attiva la memoria. In cui i contenuti si sedimentano. Quei momenti in cui ci si prende il tempo, per sentire fino in fondo. Fino al fondo. Non il sentire di un attimo, che passa veloce, e via.

Paura, quando ci si ferma, di non sapere se ci si ritrova.. Che anche riuscire a fermarsi è una fortuna. E andare a cercarsi in luoghi che non sono quelli dove ci si è persi. In luoghi dove non si abita più. Per cui, ritrovarsi risulta impossibile.

E’ il logorio della vita moderna.

E forse, ogni tanto, dovremmo essere noi a fermare quel mondo, che va avanti anche senza di noi. Lasciarlo alle spalle, per un attimo, o per di piu’.  Scendere dalla giostra. Scendere ed entrare dentro, a cercarci.  A vedere se ci siamo ancora. O cosa siamo diventati. E se c’è ancora tempo rimasto. E se c’è ancora spazio.

 

 

 

 

 

giugno 2018

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

 

Dove sta la verità?

 

 

 

 

Quante volte ci siamo chiesti o abbiamo chiesto: ma è vero?

Il concetto di verità viene spesso confuso con il concetto di realtà.

Realtà è qualcosa che c’è, che si manifesta.

Verità è qualcosa di vero.

 

Ma vero per chi? Quello che è vero per me, è vero anche per te?

 

Non è detto.

Quando chiediamo “Dimmi la verità” stiamo chiedendo di descrivere quella che è l’immagine della realtà che la persona si è fatta, con quello che ha vissuto ed elaborato. Ma non possiamo dire che questo corrisponda alla realtà.

La realtà è qualcosa di assoluto, la verità è relativa.

Relativa all’esperienza della persona, alle sue credenze.

 

“Di ogni verità anche il contrario è vero”(H. Hesse)

 

 

Da ragazza questa frase mi aveva molto colpita. Per me sta a significare che una cosa è vera o meno a seconda del punto da cui si osserva o si vive, e in funzione di chi la osserva. Una cosa puo’ essere vera per me, mentre per un altro puo’ essere vero il contrario. Io stessa posso pensare tutto e il contrario di tutto, perché, come diceva un altro aforisma, che mi aveva colpito, sempre in gioventù,

 

“io mi contraddico, sono vasto,  contengo moltitudini (W. Whitman)”

 

e tutte possono contenere una parte di verità, per me.

 

Mentre la realtà è incontrovertibile.

 

E’ l’esperienza della realtà, che va a definire quello che per ognuno di noi è vero.

Ognuno si crea la sua verità sulla base della sua esperienza della realtà ed in conseguenza ai suoi vissuti.

 

La verità insomma è soggettiva, è mutevole, cambia. Ognuno ha la sua verità, il suo punto di vista. E’ il risultato delle conclusioni intime e profonde a cui una persona è arrivata, vivendo.

 

Quindi, dove sta la verità?

 

Da nessuna parte. Dentro ognuno di noi. La verità non è una cosa reale, si puo’ solo condividere.

 

E’ vero?

 

 

 

 

giugno 2018

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

Figli, conflitti e aspettative

 

 

“La vita del figlio ha diritto di essere difforme, differente dalle nostre aspettative”

(cit. Recalcati M.).

 

Arriva un momento, di solito nell’adolescenza, in cui i nostri figli entrano in conflitto con noi. Hanno proprio bisogno, di entrare in conflitto, per liberarsi delle aspettative che abbiamo su di loro e per sperimentare  se stessi.

 

“Il vero dono della genitorialità è amare il figlio per la sua differenza”.

 

 

Differenza, appunto, da quello che noi vorremmo che fossero. Per questo il piu’ grande dono d’amore che possiamo fare è accettarli, amarli per quello che sono.

 

“Amarlo perché diverge dalle aspettative”.

 

 

Amarli nonostante la differenze. Amarli nonostante le aspettative disattese. Amarli anche senza comprendere fino in fondo. Perché anche se li abbiamo generati noi, anche se pensiamo di conoscerli, sono persone distinte da noi e la loro vita, il loro essere, è un mistero.

Amarli e fidarsi anche di quello che non dicono.

Amarli e non volerli diversi. Dando fiducia al loro percorso.

Perché, a un certo punto, il figlio deve tradire il padre e la madre, per trovare la sua via. Non restare loro fedele, altrimenti non puo’ essere libero.

Deve lasciarci, andarsene (come il figliol prodigo), liberarsi dei genitori. E noi genitori dobbiamo rinunciare alla loro proprietà e lasciare libero il loro desiderio.

Il senso dell’educare è proprio quello di renderli autonomi, fornire loro le competenze affinchè possano cavarsela da soli, nella vita, e cercare la loro strada.

Per questo dobbiamo essere in grado di sopportare e sostenere il conflitto.

Le regole sono importanti perchè dicono loro fin dove possono arrivare, e soprattutto servono per far imparare a loro stessi a crearsi dei confini. In attesa del momento in cui non ci saremo piu’ noi a metterli, i confini. Per preservarli dal fatto che, altrimenti, qualche autorità li metterà per loro.

Dopo aver messo confini e stabilito regole, arriva il tempo, solitamente nel periodo dell’adolescenza, in cui necessitano di fare l’esperienza della ribellione, per conoscere la vita e il mondo delle conseguenze.

In quel momento è importante saper accogliere il conflitto, lo sconfinamento, la trasgressione. Attraverso i quali, i figli definiscono anche l’affermazione di sé. Sperimentano se stessi in qualcosa di diverso. Cercano e testano strade inesplorate, per trovare la loro. Sperimentano la prima assunzione di responsabilità e fronteggiano le conseguenze dirette delle loro azioni.

La ribellione è condizione necessaria che induce a intraprendere il proprio viaggio.

Viaggio alla scoperta di sé, con tutto cio’ che comporta anche il distacco, l’errare, la sconfitta, l’illusione, la delusione, ecc. E’ condizione necessaria per trovare se stessi e far decollare la propria vita.

E se potranno andarsene, e ne avranno la forza, potranno anche decidere di fare ritorno. Con il loro bagaglio di esperienze e per loro scelta.

E allora sarà importante poter trovare la porta aperta. Ritrovare quel genitore che, in ogni momento di bisogno, con il suo amore è sempre presente.

 

“Eccomi”

 

Ci sono.

 

Come dice Recalcati, devono devono diventare eretici per essere eredi”.  

 

Eredi della nostra impronta, che ci consente di lasciare una parte di noi nel mondo. Che non è solo un’insieme di geni, ma qualcosa di cio’ che noi abbiamo compreso, nella nostra esistenza, e siamo riusciti a trasmettere.

 

Non credo sia facile per nessuno, ma rifletterci è sempre importante.

 

(cit. Massimo Recalcati-dalla trasmissione Lessico Famigliare- Rai 3 2018 e conferenza a “I martedi di San Domenico – Bologna apr. 2017)

 

Il vero dono della genitorialità, Lessico famigliare

“La vita del figlio ha diritto ad essere difforme, differente dalla vita e dalle aspettative dei genitori. Il vero dono della genitorialità è amare il figlio nella sua differenza. Troppo facile amare il figlio quando corrisponde alle aspettative”Massimo Recalcati presenta #LessicoFamigliare, stasera alle 23.10 su #Rai3.

Pubblicato da Rai3 su lunedì 21 maggio 2018

Adolescenti: quando ti dicono “ma gli altri lo possono fare”

 

 

 

Sfido chiunque, genitore di un ragazzo adolescente, a non essersi mai sentito dire dal figlio, di fronte a un divieto:

“ma tutti gli altri lo possono fare” oppure

“ma tutti gli altri ce l’hanno”.

 

Non è facile restare saldi sui propri principi e contrapporsi di fronte a queste parole.

Riuscire ad andare oltre la soddisfazione, per noi, dell’appagamento di una loro richiesta.

E’ normale che loro vogliano conformarsi, sentirsi uguali agli altri.

Che desiderino avere e fare le stesse cose. Per il senso di appartenenza ad un gruppo, per la ricerca di un’identità, per avere riconoscimento, per essere visti, considerati, apprezzati, dai propri pari.

Ma siamo noi genitori che dobbiamo vincere la nostra paura che si sentano inferiori agli altri, disadattati, e che vengano esclusi.

Affrontando le nostre paure ed ansie, che entrano in campo, i nostri vissuti, di adolescenti o di adulti. Le nostre fragilità, di allora o di adesso.

Non conformarci alle leggi della massa, che sarebbe anche la cosa piu’ facile, perchè lo fanno tutti. Omologanti, depersonalizzanti, basate sul narcisismo e sulla competizione. Sull’apparenza. Sull’avere, più che sul sentire. Sull’usa e getta, sull’iperstimolazione, sulla velocità. Quelle che vorrebbero fagocitarli.

Non saranno persone migliori perchè uguali agli altri o perchè fanno le stesse cose.

E’ piu’ importante insegnare loro ad ascoltarsi, a capire e sentire cosa vogliono.

Ci fa sentire meglio rispondere con dei “sì” alle loro richieste. Quando invece spesso sono i “no” ad essere educativi, ad aiutarli a crescere, a far vedere loro il limite.

Molliamo troppo presto, quando invece dovremmo spendere piu’ tempo a mediare.

Possono diventare persone più profonde, piu’ riflessive e con maggior senso critico, se non gli è tutto concesso. Se li si fa riflettere su qualche “no”.

E’ normale trovare la loro opposizione quando si sentono dire che ogni famiglia ha le sue regole. Che assumano atteggiamenti di sfida, ribellione, arroganza.

Vorrebbero fare come vogliono, per un’esigenza di autoaffermazione, ma hanno anche bisogno di sentire fin dove possono spingersi. Che per loro rappresenta, anche se non lo sanno consapevolmente, una sicurezza.

 

Il problema è che rimanere fermi costa.

Costa piu’ che mollare.

Costa in conflitti, costa in sfinimento, costa in stress. E’ faticoso insomma.

Ma a lungo andare, paga.

Paga perchè aiuta a far nascere dentro di loro il senso del limite, che sarà utile quando non potremo piu’ essere noi a metterlo.

Aiuta ad acquisire il senso delle regole, che si trasformerà poi in capacità di rispetto.

Aiuta a costruire la possibilità di scegliere in autonomia e non perchè lo fa il branco.

Aiuta a far capire che si puo’ vivere anche senza quello che fa trend, facendo e sperimentando cose diverse dagli altri, anche la noia.

Aiuta a far imparare a trovare altre risorse in sè, e a rispettare ed apprezzare la diversità.

Aiuta ad imparare a gestire le frustrazioni.

Aiuta a far capire che cercare sempre l’approvazione degli altri e omologarsi, significa non imparare ad essere individui, con una personalità ed autonomi.

Aiuta ad acquisire il senso della conquista.

E forse, prima o poi, a capire che, in fondo, si è belli semplicemente per quello che si è.

 

Foto by Patrizia Pazzaglia

 

(maggio 2018)

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Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

 

Quando tua figlia sceglie la scuola superiore, il percorso scolastico che vorrà fare, sai che sta delineando il suo futuro.

E’ la sua prima scelta importante, perché in precedenza qualcuno ha sempre scelto per lei, o le scelte erano dettate dagli obblighi.

Quello è il primo momento in cui è lei che deve sentire quello che le piacerebbe fare, quello che la ispira o la impressiona. E deve farlo all’oscuro, senza esperienze per valutare, senza poter confrontare e stabilire cosa le potrà piacere. Scegliere solo con la sua immaginazione.

Puo’ anche scegliere di farsi ancora guidare o consigliare dai genitori. Perché, puo’ essere facile, a  13 anni, sapere cosa ti piace o non ti piace in base a quello che conosci, riconosci o in base all’istinto, o all’emozione del momento. Ma è piuttosto raro avere già delle passioni, sapere quello che si vuole, quello che si vorrebbe fare, o anche solo riuscire a sentire e decidere. Se solo si riesce a percepire o cogliere qualcosa, e a seguirlo, è già una fortuna.

E intanto tu sai che, da questa prima scelta, lei sta iniziando la “sua” vita. Per come la sogna, per come cerca di immaginarla, o forse semplicemente con l’incoscienza della sua età. Che è giusta, l’incoscienza, perché c’è tutto il tempo di scegliere bene o di sbagliare e, nel caso, di cambiare strada.

Sai che, come nel film “Sliding doors “, e come per tutte le scelte, scegliere un percorso o un altro, significa andare per certe strade, conoscere certe persone, inserirsi in un certo ambiente, far accadere una serie di eventi, che sarebbero diversi, modificando solamente la scelta iniziale.

Sai che sta andando verso il suo destino. E incroci le dita, sperando che sia il piu’ propizio possibile.

Sai che sta cominciando a prendere le distanze. Che non sarà piu’ completamente sotto il tuo controllo. Che comincerà ad aumentare lo spazio tra te e lei.

Andrà a scuola da sola, lontano da casa, in un’altra città. Non piu’ nel piccolo paesino, dove conosci tutti.

Non saprai piu’ chi incontra, con chi parla, la strada che fa.

Dovrai darle fiducia, mentre sta spiegando, per la prima volta, le sue ali.

Dovrai dialogare, inizialmente, con la tua ansia, nel vederla andare sola. Nel vedere che si sta conquistando la sua autonomia.

Spererai che ti racconti cosa succede e cosa le succede.

Spererai che quello che hai fatto, insieme a suo padre, crescendola, sia abbastanza, o almeno sufficiente, per proteggerla.

Spererai che i tuoi errori non incidano troppo, sul suo percorso.

Spererai che ci sia sempre qualcuno, da qualche parte, in vostra assenza, che la protegga.

 

Spererai.  Non potrai fare altro.

 

 

Foto di Patrizia Pazzaglia

(Aprile 2018)

 

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E’ vero che i bulli ci sono sempre stati, ma è anche vero che gli adolescenti di oggi hanno confini piu’ fragili.

E’ vero che non è tollerabile la violenza fisica, ma è anche vero che fa altrettanto male l’esclusione, la derisione, il volere far sentire inadeguati.

E’ vero che i bulli o le bulle in fondo sono soggetti piu’ fragili e problematici, ma è anche vero che non si puo’ restare a guardare e far subire ad altri, in altrettanta fase critica, delle cattiverie.

E’ vero che diventano presto adolescenti ma è anche vero che lo restano troppo a lungo.

E vero che hanno bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti, ma è anche vero che non sanno piu’ cos’è una “compagnia”, cos’è il cameratismo, la fratellanza, la solidarietà.

E’ vero che anche in passato c’erano le droghe, ma è anche vero che oggi ci sono le smart drug, meno costose e facilmente reperibili, che creano danni anche peggiori.

E’ vero che i ragazzi anche in passato si ubriacavano, ma è anche vero  che magari non possedevano un’auto e avevano meno soldi per farlo.

E’ vero che anche un tempo le ragazze trasgredivano e passavano un periodo in cui vestivano o si comportavano in modo eccentrico, ma è anche vero che oggi l’età media in cui cominciano a farlo si è abbassata e vediamo ovunque veline o lolite.

E’ vero che c’erano anche una volta, quelli che venivano dal meridione del mondo, ma è anche vero che erano in numero minore quelli che inneggiavano alla violenza.

E’ vero che la scuola puo’ fare interventi, ma se poi  a casa non segue una’”educazione”, una sensibilizzazione, una volontà di affrontare le questioni, gli interventi scolastici servono a ben poco.

E’ vero che il telefono serve per rintracciare i nostri figli e farci sentire piu’ tranquilli ma è anche vero che non sappiamo dosarglielo e che stiamo crescendo una generazione di ragazzi dipendenti e con il deficit dell’attenzione.

E’ vero che è importante che facciano sport, discipline artistiche, che facciano cose e vedano gente, ma tutti questi stimoli e impegni stanno contribuendo a creare un esercito di iperattivi, incapaci gestire i momenti di vuoto.

Gli diamo i giochi elettronici alla materna, lo smartphone alle elementari, gli compriamo i vestiti di marca alle medie, non vogliamo far loro mancare niente, vogliamo che siano al top, gli diamo tutto quello che chiedono. Ma è vero che cosi’, concedendogli tutto, gli togliamo il potere del desiderio.

 

E’ vero, è tutto vero.

Ma se non siamo disposti noi a vedere, e a metterci in discussione, a ragionare un po’ su tutto questo, su questi adolescenti, e a fare qualcosa, allora, dove andremo a finire? dove li vedremo andare a finire?

 

 

 

foto by Patrizia Pazzaglia

(marzo 2018)

 

 

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Sposarsi l’8 marzo

 

 

Era un giorno di sole, una gran bella giornata, proprio come oggi.

Il tempo brutto del giorno prima aveva fatto temere il peggio. E invece, nel cielo, neanche una nuvola. Anzi, era anche caldo.

Era il giorno che avevo tanto desiderato. E alla fine, neanche tanto atteso, visto che avevamo fatto tutto molto in fretta, e dalla fatidica decisione della data, i primi di dicembre, alla cerimonia, erano passati solo 3 mesi.

Era un passo fatto con coscienza, e con la consapevolezza di chi aveva già vissuto parecchie disillusioni. E aveva anche considerato la possibilità che fosse già troppo tardi. Alla soglia dei 40.

E invece era  accaduto.

Cosi’,  in quella giornata di sole, con tutta la sacralità del momento, avevo indossato il mio abito bianco lungo, mono spalla, mi ero fatta truccare e acconciare, ed ero uscita.

Per andare a vivere il giorno delle mie nozze.

Vivevo già con mio marito, ma come vuole la tradizione, lui non mi aveva ancora vista, con l’abito da sposa.  

E, sempre come vuole la tradizione, avevo preso mio padre sottobraccio e avevo voluto che l’auto che ci accompagnava alla chiesa, guidata rigorosamente da amici, ci lasciasse un po’ prima dell’ingresso. Per godere di quei passi assieme a lui. Con la consapevolezza che stavo andando a sposarmi. E con la voglia e il piacere di sentire tutte quelle emozioni, dentro.

Pochi, indimenticabili passi, tra le persone che mi guardavano arrivare, e lo sguardo del mio futuro marito che mi attendeva. E che, finalmente, mi vedeva. Con lo sguardo di chi, come tutti i futuri mariti, trova bellissima la sua sposa.

La cornice era incantevole, la chiesa di una roccaforte medievale, che domina il paese. Adornata con semplici gerbere rosa acceso, che avevo scelto proprio perché le mie preferite.

All’ingresso di mio marito e degli invitati in chiesa, l’organista attacca il pezzo che avevamo richiesto, contravvenendo alle disposizioni del parroco, di suonare le tradizionali marce nuziali .

“I can’t stop falling in love with you” di Elvis Presley, un po’ riarrangiato per camuffare, accompagna tutto il mio percorso lungo la navata fino all’altare, a braccetto con mio padre. Fintanto che, nella commozione generale, giunti da mio marito, mio padre lascia il mio braccio e mi consegna a lui, occhi e sguardi che esprimono quello che non dicono le parole. E si intendono.

Take my hand, take my all life too..”.. Le parole che risuonano nella mia mente della canzone di Elvis, mentre mio marito mi prende per mano..

Mio padre si gira e se ne va al suo posto. Io sono al mio, come oggi, di fianco all’uomo che ho scelto, o che mi ha trovato, o che il destino ha messo sul mio percorso.

 

E mentre in giro, è un tripudio di fiori gialli e profumati e tutte quante festeggiano l’8 marzo, festa della donna, io festeggio la festa della mia anima che corona un sogno, -perso e poi ritrovato-, che trova una casa dove abitare e sentirsi al sicuro. Che trova un compagno di viaggio per la vita.

 

 

 

 

08.03.2018

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

Perchè la bellezza ti salva la vita

 

 

 

La nostra vita è fatta anche di momenti bui, tristi, dolorosi.

Di solitudine, di rabbia, di mancanze.

Guardiamo indietro invece di sentire dentro.

Guardiamo avanti invece di stare nel presente.

Complichiamo le cose semplici e sottovalutiamo quelle complesse.

 

Come qualcuno ha affermato

 

Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena.

 

A volte basta una folata di vento o il tepore del sole.

Basta uno sguardo luminoso o una parola vivace.

Basta cogliere quella cosa che ci fa sentire in contatto, che risveglia quello che ancora di vivo c’è, dentro.

Basta essere contaminati da qualcosa di bello.

Il bello di fuori ci mette in contatto con il bello di dentro.

Ci fa tornare ad avere un sussulto.

Sentire la vita e tutto cio’ che ci fa sentire di esserne parte. Della vita. 

E che ci fa tornare a credere che ne valga la pena. Semmai l’avessimo dimenticato.

 

 

La bellezza si deposita dentro per essere rievocata al bisogno.

E’ una tecnica di sopravvivenza, a volte inconsapevole, istintiva.

 

Mi guardo voracemente intorno cercando il bello.

Faccio, creo, rincorro, perchè, sì, la bellezza mi fa sentire piena.

E ciò contrasta col vuoto, che annienta, annichilisce, rimpicciolisce.

Mentre la bellezza mi fa sentire grande, evoca l’immenso, l’infinito.

Allora mi rendo conto che giro il mondo per ritrovarla, quella bellezza.

Per respirarla. Per inspirarla.

E cerco le belle persone per portarle dentro e riscaldarmi.

 

 

E allora non limitiamoci e cerchiamo.

Cerchiamo intorno la bellezza che risveglia quella dentro di noi.

Cerchiamo qualsiasi cosa bella.

Un bel paesaggio, una bella persona, un’opera d’arte, delle belle parole, uno sguardo amorevole, un bell’abbraccio, un bel sogno, una bella canzone, qualcosa di morbido o di gustoso..

Qualsiasi cosa che ci riporti alla bellezza della vita, al sollievo, al piacere, al godimento.

La bellezza risuona, crea e attira altra bellezza.

Nutriamoci di essa.

Perchè è proprio vero, la bellezza ci salva la vita.

 

 

 

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

Dentro e fuori

 

 

 

A qualcuno potrà sembrare un gran mescolone, parlare di viaggi intesi come posti fisici visitati e di viaggi mentali, intesi come spazi interiori visitati.

Non lo è per me.

Accanto alle mie riflessioni piu’ profonde, che mi portano nell’intimo, nelle viscere e a sviscerare, ci sono i momenti in cui, con leggerezza, guardo l’esterno.

E vedo la bellezza. La bellezza del mondo, appunto.

E si apre allora un circolo virtuale, dalla vita esterna porto la vita all’interno, dalla bellezza che vedo fuori, riscopro la bellezza che c’è anche dentro.

E questa altalena è quella di cui ho bisogno. Perchè se non posso evitare di elucubrare, di riflettere, di elaborare, di perlustrare i miei spazi interiori, di entrare anche nel buio di un tunnel, devo avere almeno anche la possibilità di vedere e assaporare la bellezza, per restare in equilibrio.

 

 

 

Entrare ed uscire. Senza cristallizzarsi. Andare tanto in fondo fino a toccarlo, per poi rimbalzare fuori, e riportare dentro. Non farsi catturare ne dal baratro, ne dalla superficie.

Questo è il senso.

Questo lega i viaggi di testa e i viaggi nel mondo. Un’onda che è vitale, e che permette, da una parte o dall’altra che si guardi o che si legga, di andare a fondo e riemergere, portando i doni preziosi che ci sono, da ambo le parti, per integrare.

 

 

 

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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