Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Adolescenti: quando ti dicono “ma gli altri lo possono fare”

 

 

 

Sfido chiunque, genitore di un ragazzo adolescente, a non essersi mai sentito dire dal figlio, di fronte a un divieto:

“ma tutti gli altri lo possono fare” oppure

“ma tutti gli altri ce l’hanno”.

 

Non è facile restare saldi sui propri principi e contrapporsi di fronte a queste parole.

Riuscire ad andare oltre la soddisfazione, per noi, dell’appagamento di una loro richiesta.

E’ normale che loro vogliano conformarsi, sentirsi uguali agli altri.

Che desiderino avere e fare le stesse cose. Per il senso di appartenenza ad un gruppo, per la ricerca di un’identità, per avere riconoscimento, per essere visti, considerati, apprezzati, dai propri pari.

Ma siamo noi genitori che dobbiamo vincere la nostra paura che si sentano inferiori agli altri, disadattati, e che vengano esclusi.

Affrontando le nostre paure ed ansie, che entrano in campo, i nostri vissuti, di adolescenti o di adulti. Le nostre fragilità, di allora o di adesso.

Non conformarci alle leggi della massa, che sarebbe anche la cosa piu’ facile, perchè lo fanno tutti. Omologanti, depersonalizzanti, basate sul narcisismo e sulla competizione. Sull’apparenza. Sull’avere, più che sul sentire. Sull’usa e getta, sull’iperstimolazione, sulla velocità. Quelle che vorrebbero fagocitarli.

Non saranno persone migliori perchè uguali agli altri o perchè fanno le stesse cose.

E’ piu’ importante insegnare loro ad ascoltarsi, a capire e sentire cosa vogliono.

Ci fa sentire meglio rispondere con dei “sì” alle loro richieste. Quando invece spesso sono i “no” ad essere educativi, ad aiutarli a crescere, a far vedere loro il limite.

Molliamo troppo presto, quando invece dovremmo spendere piu’ tempo a mediare.

Possono diventare persone più profonde, piu’ riflessive e con maggior senso critico, se non gli è tutto concesso. Se li si fa riflettere su qualche “no”.

E’ normale trovare la loro opposizione quando si sentono dire che ogni famiglia ha le sue regole. Che assumano atteggiamenti di sfida, ribellione, arroganza.

Vorrebbero fare come vogliono, per un’esigenza di autoaffermazione, ma hanno anche bisogno di sentire fin dove possono spingersi. Che per loro rappresenta, anche se non lo sanno consapevolmente, una sicurezza.

 

Il problema è che rimanere fermi costa.

Costa piu’ che mollare.

Costa in conflitti, costa in sfinimento, costa in stress. E’ faticoso insomma.

Ma a lungo andare, paga.

Paga perchè aiuta a far nascere dentro di loro il senso del limite, che sarà utile quando non potremo piu’ essere noi a metterlo.

Aiuta ad acquisire il senso delle regole, che si trasformerà poi in capacità di rispetto.

Aiuta a costruire la possibilità di scegliere in autonomia e non perchè lo fa il branco.

Aiuta a far capire che si puo’ vivere anche senza quello che fa trend, facendo e sperimentando cose diverse dagli altri, anche la noia.

Aiuta a far imparare a trovare altre risorse in sè, e a rispettare ed apprezzare la diversità.

Aiuta ad imparare a gestire le frustrazioni.

Aiuta a far capire che cercare sempre l’approvazione degli altri e omologarsi, significa non imparare ad essere individui, con una personalità ed autonomi.

Aiuta ad acquisire il senso della conquista.

E forse, prima o poi, a capire che, in fondo, si è belli semplicemente per quello che si è.

 

Foto by Patrizia Pazzaglia

 

(maggio 2018)

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Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

 

Quando tua figlia sceglie la scuola superiore, il percorso scolastico che vorrà fare, sai che sta delineando il suo futuro.

E’ la sua prima scelta importante, perché in precedenza qualcuno ha sempre scelto per lei, o le scelte erano dettate dagli obblighi.

Quello è il primo momento in cui è lei che deve sentire quello che le piacerebbe fare, quello che la ispira o la impressiona. E deve farlo all’oscuro, senza esperienze per valutare, senza poter confrontare e stabilire cosa le potrà piacere. Scegliere solo con la sua immaginazione.

Puo’ anche scegliere di farsi ancora guidare o consigliare dai genitori. Perché, puo’ essere facile, a  13 anni, sapere cosa ti piace o non ti piace in base a quello che conosci, riconosci o in base all’istinto, o all’emozione del momento. Ma è piuttosto raro avere già delle passioni, sapere quello che si vuole, quello che si vorrebbe fare, o anche solo riuscire a sentire e decidere. Se solo si riesce a percepire o cogliere qualcosa, e a seguirlo, è già una fortuna.

E intanto tu sai che, da questa prima scelta, lei sta iniziando la “sua” vita. Per come la sogna, per come cerca di immaginarla, o forse semplicemente con l’incoscienza della sua età. Che è giusta, l’incoscienza, perché c’è tutto il tempo di scegliere bene o di sbagliare e, nel caso, di cambiare strada.

Sai che, come nel film “Sliding doors “, e come per tutte le scelte, scegliere un percorso o un altro, significa andare per certe strade, conoscere certe persone, inserirsi in un certo ambiente, far accadere una serie di eventi, che sarebbero diversi, modificando solamente la scelta iniziale.

Sai che sta andando verso il suo destino. E incroci le dita, sperando che sia il piu’ propizio possibile.

Sai che sta cominciando a prendere le distanze. Che non sarà piu’ completamente sotto il tuo controllo. Che comincerà ad aumentare lo spazio tra te e lei.

Andrà a scuola da sola, lontano da casa, in un’altra città. Non piu’ nel piccolo paesino, dove conosci tutti.

Non saprai piu’ chi incontra, con chi parla, la strada che fa.

Dovrai darle fiducia, mentre sta spiegando, per la prima volta, le sue ali.

Dovrai dialogare, inizialmente, con la tua ansia, nel vederla andare sola. Nel vedere che si sta conquistando la sua autonomia.

Spererai che ti racconti cosa succede e cosa le succede.

Spererai che quello che hai fatto, insieme a suo padre, crescendola, sia abbastanza, o almeno sufficiente, per proteggerla.

Spererai che i tuoi errori non incidano troppo, sul suo percorso.

Spererai che ci sia sempre qualcuno, da qualche parte, in vostra assenza, che la protegga.

 

Spererai.  Non potrai fare altro.

 

 

Foto di Patrizia Pazzaglia

(Aprile 2018)

 

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E’ vero che i bulli ci sono sempre stati, ma è anche vero che gli adolescenti di oggi hanno confini piu’ fragili.

E’ vero che non è tollerabile la violenza fisica, ma è anche vero che fa altrettanto male l’esclusione, la derisione, il volere far sentire inadeguati.

E’ vero che i bulli o le bulle in fondo sono soggetti piu’ fragili e problematici, ma è anche vero che non si puo’ restare a guardare e far subire ad altri, in altrettanta fase critica, delle cattiverie.

E’ vero che diventano presto adolescenti ma è anche vero che lo restano troppo a lungo.

E vero che hanno bisogno di essere visti, ascoltati, riconosciuti, ma è anche vero che non sanno piu’ cos’è una “compagnia”, cos’è il cameratismo, la fratellanza, la solidarietà.

E’ vero che anche in passato c’erano le droghe, ma è anche vero che oggi ci sono le smart drug, meno costose e facilmente reperibili, che creano danni anche peggiori.

E’ vero che i ragazzi anche in passato si ubriacavano, ma è anche vero  che magari non possedevano un’auto e avevano meno soldi per farlo.

E’ vero che anche un tempo le ragazze trasgredivano e passavano un periodo in cui vestivano o si comportavano in modo eccentrico, ma è anche vero che oggi l’età media in cui cominciano a farlo si è abbassata e vediamo ovunque veline o lolite.

E’ vero che c’erano anche una volta, quelli che venivano dal meridione del mondo, ma è anche vero che erano in numero minore quelli che inneggiavano alla violenza.

E’ vero che la scuola puo’ fare interventi, ma se poi  a casa non segue una’”educazione”, una sensibilizzazione, una volontà di affrontare le questioni, gli interventi scolastici servono a ben poco.

E’ vero che il telefono serve per rintracciare i nostri figli e farci sentire piu’ tranquilli ma è anche vero che non sappiamo dosarglielo e che stiamo crescendo una generazione di ragazzi dipendenti e con il deficit dell’attenzione.

E’ vero che è importante che facciano sport, discipline artistiche, che facciano cose e vedano gente, ma tutti questi stimoli e impegni stanno contribuendo a creare un esercito di iperattivi, incapaci gestire i momenti di vuoto.

Gli diamo i giochi elettronici alla materna, lo smartphone alle elementari, gli compriamo i vestiti di marca alle medie, non vogliamo far loro mancare niente, vogliamo che siano al top, gli diamo tutto quello che chiedono. Ma è vero che cosi’, concedendogli tutto, gli togliamo il potere del desiderio.

 

E’ vero, è tutto vero.

Ma se non siamo disposti noi a vedere, e a metterci in discussione, a ragionare un po’ su tutto questo, su questi adolescenti, e a fare qualcosa, allora, dove andremo a finire? dove li vedremo andare a finire?

 

 

 

foto by Patrizia Pazzaglia

(marzo 2018)

 

 

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Sposarsi l’8 marzo

 

 

Era un giorno di sole, una gran bella giornata, proprio come oggi.

Il tempo brutto del giorno prima aveva fatto temere il peggio. E invece, nel cielo, neanche una nuvola. Anzi, era anche caldo.

Era il giorno che avevo tanto desiderato. E alla fine, neanche tanto atteso, visto che avevamo fatto tutto molto in fretta, e dalla fatidica decisione della data, i primi di dicembre, alla cerimonia, erano passati solo 3 mesi.

Era un passo fatto con coscienza, e con la consapevolezza di chi aveva già vissuto parecchie disillusioni. E aveva anche considerato la possibilità che fosse già troppo tardi. Alla soglia dei 40.

E invece era  accaduto.

Cosi’,  in quella giornata di sole, con tutta la sacralità del momento, avevo indossato il mio abito bianco lungo, mono spalla, mi ero fatta truccare e acconciare, ed ero uscita.

Per andare a vivere il giorno delle mie nozze.

Vivevo già con mio marito, ma come vuole la tradizione, lui non mi aveva ancora vista, con l’abito da sposa.  

E, sempre come vuole la tradizione, avevo preso mio padre sottobraccio e avevo voluto che l’auto che ci accompagnava alla chiesa, guidata rigorosamente da amici, ci lasciasse un po’ prima dell’ingresso. Per godere di quei passi assieme a lui. Con la consapevolezza che stavo andando a sposarmi. E con la voglia e il piacere di sentire tutte quelle emozioni, dentro.

Pochi, indimenticabili passi, tra le persone che mi guardavano arrivare, e lo sguardo del mio futuro marito che mi attendeva. E che, finalmente, mi vedeva. Con lo sguardo di chi, come tutti i futuri mariti, trova bellissima la sua sposa.

La cornice era incantevole, la chiesa di una roccaforte medievale, che domina il paese. Adornata con semplici gerbere rosa acceso, che avevo scelto proprio perché le mie preferite.

All’ingresso di mio marito e degli invitati in chiesa, l’organista attacca il pezzo che avevamo richiesto, contravvenendo alle disposizioni del parroco, di suonare le tradizionali marce nuziali .

“I can’t stop falling in love with you” di Elvis Presley, un po’ riarrangiato per camuffare, accompagna tutto il mio percorso lungo la navata fino all’altare, a braccetto con mio padre. Fintanto che, nella commozione generale, giunti da mio marito, mio padre lascia il mio braccio e mi consegna a lui, occhi e sguardi che esprimono quello che non dicono le parole. E si intendono.

Take my hand, take my all life too..”.. Le parole che risuonano nella mia mente della canzone di Elvis, mentre mio marito mi prende per mano..

Mio padre si gira e se ne va al suo posto. Io sono al mio, come oggi, di fianco all’uomo che ho scelto, o che mi ha trovato, o che il destino ha messo sul mio percorso.

 

E mentre in giro, è un tripudio di fiori gialli e profumati e tutte quante festeggiano l’8 marzo, festa della donna, io festeggio la festa della mia anima che corona un sogno, -perso e poi ritrovato-, che trova una casa dove abitare e sentirsi al sicuro. Che trova un compagno di viaggio per la vita.

 

 

 

 

08.03.2018

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

Perchè la bellezza ti salva la vita

 

 

 

La nostra vita è fatta anche di momenti bui, tristi, dolorosi.

Di solitudine, di rabbia, di mancanze.

Guardiamo indietro invece di sentire dentro.

Guardiamo avanti invece di stare nel presente.

Complichiamo le cose semplici e sottovalutiamo quelle complesse.

 

Come qualcuno ha affermato

 

Nessuno ha detto che sarebbe stato facile, hanno solo promesso che ne sarebbe valsa la pena.

 

A volte basta una folata di vento o il tepore del sole.

Basta uno sguardo luminoso o una parola vivace.

Basta cogliere quella cosa che ci fa sentire in contatto, che risveglia quello che ancora di vivo c’è, dentro.

Basta essere contaminati da qualcosa di bello.

Il bello di fuori ci mette in contatto con il bello di dentro.

Ci fa tornare ad avere un sussulto.

Sentire la vita e tutto cio’ che ci fa sentire di esserne parte. Della vita. 

E che ci fa tornare a credere che ne valga la pena. Semmai l’avessimo dimenticato.

 

 

La bellezza si deposita dentro per essere rievocata al bisogno.

E’ una tecnica di sopravvivenza, a volte inconsapevole, istintiva.

 

Mi guardo voracemente intorno cercando il bello.

Faccio, creo, rincorro, perchè, sì, la bellezza mi fa sentire piena.

E ciò contrasta col vuoto, che annienta, annichilisce, rimpicciolisce.

Mentre la bellezza mi fa sentire grande, evoca l’immenso, l’infinito.

Allora mi rendo conto che giro il mondo per ritrovarla, quella bellezza.

Per respirarla. Per inspirarla.

E cerco le belle persone per portarle dentro e riscaldarmi.

 

 

E allora non limitiamoci e cerchiamo.

Cerchiamo intorno la bellezza che risveglia quella dentro di noi.

Cerchiamo qualsiasi cosa bella.

Un bel paesaggio, una bella persona, un’opera d’arte, delle belle parole, uno sguardo amorevole, un bell’abbraccio, un bel sogno, una bella canzone, qualcosa di morbido o di gustoso..

Qualsiasi cosa che ci riporti alla bellezza della vita, al sollievo, al piacere, al godimento.

La bellezza risuona, crea e attira altra bellezza.

Nutriamoci di essa.

Perchè è proprio vero, la bellezza ci salva la vita.

 

 

 

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

 

Dentro e fuori

 

 

 

A qualcuno potrà sembrare un gran mescolone, parlare di viaggi intesi come posti fisici visitati e di viaggi mentali, intesi come spazi interiori visitati.

Non lo è per me.

Accanto alle mie riflessioni piu’ profonde, che mi portano nell’intimo, nelle viscere e a sviscerare, ci sono i momenti in cui, con leggerezza, guardo l’esterno.

E vedo la bellezza. La bellezza del mondo, appunto.

E si apre allora un circolo virtuale, dalla vita esterna porto la vita all’interno, dalla bellezza che vedo fuori, riscopro la bellezza che c’è anche dentro.

E questa altalena è quella di cui ho bisogno. Perchè se non posso evitare di elucubrare, di riflettere, di elaborare, di perlustrare i miei spazi interiori, di entrare anche nel buio di un tunnel, devo avere almeno anche la possibilità di vedere e assaporare la bellezza, per restare in equilibrio.

 

 

 

Entrare ed uscire. Senza cristallizzarsi. Andare tanto in fondo fino a toccarlo, per poi rimbalzare fuori, e riportare dentro. Non farsi catturare ne dal baratro, ne dalla superficie.

Questo è il senso.

Questo lega i viaggi di testa e i viaggi nel mondo. Un’onda che è vitale, e che permette, da una parte o dall’altra che si guardi o che si legga, di andare a fondo e riemergere, portando i doni preziosi che ci sono, da ambo le parti, per integrare.

 

 

 

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

Sul perchè del “chi sono”

 

 

 

Quando si scrive “chi sono”, si vuole dire chi siamo agli altri.

Ma scrivendolo, si riflette anche su chi siamo per noi stessi.

E la definizione, sembra (almeno a me), sempre riduttiva. Emerge ogni volta qualcosa di nuovo, da voler dire, per definirsi.

Del resto è vero che il “chi siamo” è in divenire. Che il chi sono di ieri puo’ non essere quello di oggi.

Quindi è riduttivo definirsi. O quanto meno è un processo in corso che dura nel tempo e cambia.

Ora sono una persona che scrive e che da forma a pensieri ed emozioni e anche ai suoi ricordi. E con questo processo genera delle memorie. Una persona che utilizza un contenitore, quale la scrittura, per riversare da dentro a fuori. E già questo è utile, per me. Perchè, oltre a conservare, porto alla luce ed elaboro.

Se poi a qualcuno potrà tornare utile la mia esperienza, allora avro’ fatto anch’io la mia parte nel mondo.

(e con questa riflessione potete già capire quali siano i miei viaggi mentali 🙂 !)

 

 

Libertà è partecipazione

 

 

 

Ci hanno ingannato, schifato, demotivato.

Ci hanno riempito di chiacchiere vuote, e sedotto con false promesse.

Ci hanno portato a diventare amorfi, disinteressati alla cosa pubblica, egoisti.

Ci hanno fatto scappare, smettere di credere in quello che con sangue e sudore ci eravamo conquistati.

Tutto questo non ci rende liberi.

Non ci rende delle persone migliori  e non contribuisce a creare un mondo migliore da lasciare ai nostri figli.

Non dobbiamo dargliela vinta e rassegnarci.

 

Libertà è partecipazione.

 

 

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo appena nato

Che ha di fronte solamente la natura

E cammina dentro un bosco

Con la gioia di inseguire un’avventura.

Sempre libero e vitale

Fa l’amore come fosse un animale

Incosciente come un uomo

Compiaciuto della propria libertà.

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo che ha bisogno

Di spaziare con la propria fantasia

E che trova questo spazio

Solamente nella sua democrazia.

Che ha il diritto di votare

E che passa la sua vita a delegare

E nel farsi comandare

Ha trovato la sua nuova libertà.

 

Non è neanche avere un’opinione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

  

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come l’uomo più evoluto

Che si innalza con la propria intelligenza

E che sfida la natura

Con la forza incontrastata della scienza

Con addosso l’entusiasmo

Di spaziare senza limiti nel cosmo

E convinto che la forza del pensiero

Sia la sola libertà.

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche un gesto o un’invenzione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Giorgio Gaber

 

01.04.18

(foto di Patrizia Pazzaglia- murales della scuola primaria Gabriella Degli Esposti di Calcara -Valsamoggia – BO)

 

L’effetto pelle e l’effetto alone


 

Tante volte quando incontriamo qualcuno ci diciamo:

 

      “quella persona a pelle non mi piace”,

       “quella mi è antipatica a pelle”.

 

Percepiamo i segnali corporei che la persona lancia, ancor prima di poterci fare un’idea con quello che ci racconta a parole.

E poiché la mente mente, mentre il corpo non mente, è importante ascoltare questi segnali, che passano da corpo a corpo, impercettibilmente, sotto la coscienza, piuttosto che fidarsi solo del linguaggio verbale. Per farci un’idea della persona e decidere se vogliamo averci a che fare o meno. E, se proprio dobbiamo, per prendere le misure.

A volte capita invece che ascoltiamo le parole, rimuovendo la sensazione di pelle. E se magari la persona è un buon venditore di se stesso, solo nel tempo possiamo realizzare, se quanto dice corrisponde a quel che è o è qualcosa di diverso. E’ solo una questione di tempo sì, ma accorgersene prima, ascoltando le proprie sensazioni, serve sicuramente a farci risparmiare tempo.

Ma puo’ essere importante anche mantenersi aperti, perché, talvolta, quello che percepiamo al primo impatto come poco piacevole in una persona, puo’ essere un meccanismo di difesa. E nel momento in cui si rilassa un po’ e abbassa le difese, possono uscire delle parti o delle qualità che potrebbero sorprenderci e che non avremmo immaginato subito. Come se, sotto ad una corazza evidente, si nascondesse un pancia tenera e fragile.  E allora è bello andare oltre l’effetto pelle, quando la sensazione è stata di sgradevolezza di primo acchito, e lasciarsi impressionare da quello che viene dopo. Sorprendersi a cambiare l’idea che ci si era fatti inizialmente..Perchè, è anche vero, che l’apparenza puo’ ingannare, e che, a volte, certi segnali vogliono mascherare una vulnerabilità, o qualcosa che si vuole proteggere, e mostrare solo quando si ritiene sia il momento, o a chi si decide di farlo.

 

 

Oppure, quello che vediamo al primo impatto, puo’ risultarci sgradito perché rispecchia qualcosa di noi che non ci piace. Qualcosa che tentiamo di tenere nascosto. E che invece si palesa davanti e non lo accettiamo. Vorremmo  ributtarlo nella nostra ombra, perché torni nascosto.  Lo rifiutiamo in noi e quindi non ci piace negli altri. Qui è molto difficile riuscire ad accogliere e andare oltre. Occorre un grande lavoro di coscienza su di sè, e sulle proiezioni.

Talvolta puo’ accadere, invece, di avere la sensazione che una persona non ci convinca. Questo succede quando percepiamo dei messaggi non coerenti. Magari, a parole, la persona dice una cosa, ma il suo linguaggio corporeo ne esprime un’ altra. E questo i nostri sensi lo percepiscono e noi ci sentiamo confusi.

 

 

Ma c’è anche un altro effetto che ci puo’ ingannare. L’effetto alone.

Ovvero quando vediamo, in una persona, una qualità che ci piace e questa offusca tutto il resto, facendoci valutare in modo errato. La qualità viene estesa a tutta la persona, portando a non vedere e considerare altri lati, magari oscuri. A me, per esempio, questo accade spesso, inducendomi a vedere solo le parti buone e a non far caso ad altri segnali, e portandomi a sbagliare la valutazione. Mentre, invece, riesco a valutare molto bene una persona da quello che scrive, anche se non la conosco, perchè non deviata o sedotta da certi aspetti, verbali o corporei, che intervengono evidentemente nel contatto diretto.

 

Ma tutto questo cosa ci dovrebbe insegnare?

Di ascoltare le proprie sensazioni, ma darsi anche un po’ di tempo prima di arrivare a delle conclusioni.

E ricordare sempre quel proverbio indiano che dice:

 

“Prima di giudicare una persona ricordati di camminare per tre lune nei suoi mocassini”

 

 

 

 

(foto Pixabay e Patrizia Pazzaglia)

Gli effetti di una madre invadente nella vita di un figlio

 

Una madre invadente è una madre ingombrante, che non lascia spazio.

Spazio per crescere.

Spazio per esprimersi.

Spazio per costruirsi un’identità.

E’ una madre che ti insinua il dubbio, che ti rende insicuro e bisognoso. Che fa leva sul senso di colpa per acchiapparti. E’una madre manipolativa. Una madre che non sa amare incondizionatamente, ma solo alle sue condizioni.

Una madre invadente non ti crea sani confini, perché lei stessa non è in grado di rispettarli, i tuoi.

 

Se avete conosciuto una madre invadente, potreste riconoscere i seguenti effetti (in soldoni):

Effetto colabrodo: la persona è piena di buchi (virtuali) dove passa tutto. Parole, opinioni, emozioni, attacchi, giudizi degli altri. Incapace di mettere un filtro e bloccare, tutto passa, come in un colabrodo. Non c’è contenimento, la persona è troppo permeabile, quindi tutto la tocca. Facilmente la si puo’ ferire. Puo’ essere in preda a forti dubbi. che la immobilizzano o la tormentano. Pensa di sbagliare o di essere sbagliata.

Effetto dipendenza, cocco di mamma: la persona non è in grado di essere autonoma, di prendere decisioni, di fare scelte. Resta attaccata a cose e persone, come alla gonna della mamma. Poiché è stata controllata, tende a cercare essa stessa di avere il controllo sugli altri e su di sé.

Effetto camaleonte: la persona non ha potuto costruirsi una identità definita e tende a trasformarsi in base alle circostanze, si mescola, e spesso non sa discriminare tra sè e altro da sè. Non essendo riuscita a crearsi sani confini, in seguito all’invasione dei suoi spazi, non ha potuto imparare a proteggersi. Si identifica eccessivamente in qualcuno o qualcosa, e tende a vivere la vita degli altri.

Effetto “ripeto quel che ho subito”: la persona diventa invadente, o, al contrario, per non invadere tenta di farsi piccola o sabotare i suoi bisogni. Non sa intervenire al momento giusto e quindi si ha la percezione che sia fuori luogo o fuori tempo. In particolare, in mancanza di un lavoro su di sé alle spalle, ripropone l’invadenza sui figli, essendo, la modalità vissuta, piu’ forte di lei. Tende ad avere eccessivo controllo e non li aiuta a costruirsi una buona autostima.

Senso di colpa: poiché la madre ha cosi’ tanto spazio, qualsiasi contrasto puo’ trasformarsi in senso di colpa ed essere destabilizzante. Una scelta non approvata puo’ essere vissuta come un suo tradimento, che genera, appunto, il sentirsi in colpa.

 

Una madre ingombrante te la porti dentro, e lascia poco spazio per te.

E così come madre, puoi restare dentro ai tuoi figli.

L’ingombro dipende da te.

 

 

 

(foto pixabay)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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