Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Incontro con i Masai a Zanzibar

 

Ci sono popoli che quando li incontri, senti che hanno conservato un’identità molto forte.

Che quando li incontri, è come se incontrassi qualcosa di antico, di sacro, di essenziale che risuona nella tua anima, che ti appartiene.

Perchè tutti noi discendiamo da uomini che vivevano nelle tribu’, con le loro tradizioni e i loro rituali e credo che nelle cellule ci portiamo il ricordo di quel vissuto.

Cosi’ è stato quando ho incontrato i Masai a Zanzibar, in Africa.

 

 

 

Un senso di profondo rispetto, ammirazione per la loro fierezza ed integrità, e una grande voglia di conoscerli o anche solo di stare con loro.

Nonostante siano un popolo di guerrieri, avevo la sensazione della necessità di avvicinarli con estrema delicatezza.

I Masai, dagli altopiani al confine tra Kenya e Tanzania, dove vivono di allevamento del bestiame, a volte si spostano per la stagione turistica, nelle località di mare di Zanzibar o Kenya, per vendere oggetti di artigianato o per lavorare come custodi nei resort, lavoro per cui sono molto apprezzati per le loro tradizioni guerriere.

 

 

Il loro abito tradizionale a sfondo rosso, lo shuka, la loro lancia appoggiata sulla spalla, i sandali fatti di gomma di pneumatico, i gioielli di loro manifattura indossati, poco andavano d’accordo con i telefonini di ultima generazione che possedevano. Ma, oltre che per comunicare, i telefonini li usavano per conservare i ricordi di quello che avevano di piu’ prezioso a casa loro: lunghi video delle loro mucche al pascolo e i suoni della loro natura.

 

 

Ho ascoltato le loro storie, la cicatrice del morso di un leone durante un rito di iniziazione alla vita adulta, i racconti della loro vita famigliare, il viaggio per arrivare sulla costa. Ho guardato i loro sorrisi, che mostrano i denti mancanti tolti, come da tradizione, da bambini e i loro occhi intensi. Ho visto mio marito giocare a pallone con loro sulla spiaggia, durante la bassa marea, unico momento in cui li ho visti con i pantaloncini e senza i loro abiti tradizionali, e lui, unico bianco in campo.

 

 

E poi ho ammirato la loro voglia di conoscere, la loro capacità di imparare la nostra lingua, il desiderio di parlare con te o anche solo di camminare insieme, due anime che condividono un momento. Ti sentivi chiamare durante una passeggiata sulla spiaggia -nessuno dimentica il tuo nome- ed era uno di loro che ti raggiungeva, ti prendeva la mano per il loro saluto tradizionale e ti accompagnava per un po’. Con discrezione.

 

 

La sera, una volta alla settimana facevano l’altro lavoro, quello di mostrare le loro danze tipiche ai turisti nei resort. Salti altissimi, con quelle gambe lunghe e magre, caratteristiche della loro etnia e canti tradizionali con suoni gutturali che trasmettono potenza e coraggio e ti proiettano in un’altra dimensione.

 

 

 

Chi era venuto per vendere oggetti, aveva un “negozio” sulla spiaggia, una capanna, dove ti invitava educatamente ad entrare. Se entravi da uno, dovevi entrare in tutti i negozi, per non fare un torto a nessuno. Solo entrare, se non compravi non c’era nessun problema – hakuna matata – ma dovevi entrare.

 

 

Alla fine della vacanza, abbiamo comprato qualcosa da tutti. Ogni oggetto che abbiamo portato a casa non è solo un oggetto, ma ha un nome, è il ricordo di una persona, di un Masai: Lazzaro, Kilimangiaro, Morellato, Paolino, Pedro, Geremia e tanti altri.

 

 

Termino questo racconto con un estratto dal libro “La mia Africa” di Karen Blixen, e nel mio cuore spero di avere ancora la possibilità di incontrare di nuovo questo popolo straordinario.

«Un guerriero Maasai è un’incredibile visione. Questi giovani uomini hanno, nel grado più alto, quella particolare forma di intelligenza che chiamiamo “chic”; audaci e selvaggiamente fantastici come sembrano, essi sono ancora risolutamente autentici e fedeli alla loro natura e ad un ideale immanente. Il loro stile non è un comportamento assunto, né un’imitazione di una perfezione estranea; è cresciuto interiormente, ed è un’espressione della razza e della loro storia e le loro lance ed i loro abiti sono parte del loro essere, così come lo sono le corna per il cervo».

 

 

libro consigliato sui Masai: “I miei Masai” di Giulio Gallo

per bambini “Mosè Masai” di Alice Robol

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

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Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

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Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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