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L’isola dell’abbandono: abbandono e capacità di abbandonare

 

 

Chi è stato abbandonato, conosce quello che significa il dolore della perdita, di restare solo mentre l’altro se ne va, dello sprofondare nel vuoto. Il buio del fondo, il cadere in frantumi.

 

Chi ha subito un abbandono, molto spesso, per la paura di perdere chi ama, che l’abbandono si ripeta, rischia che “quella paura si trasformi in una pericolosa profezia che si auto avvera” e che generi “una reciproca dipendenza tra chi è terrorizzato dall’abbandono e chi è incline all’ambiguità, alla fuga” (cit. L’isola dell’abbandono).
Che generi l‘attrazione fatale per persone che concedono attimi di “inebriante felicità“, al costo, spesso, di un nuovo abbandono.
Persone destinate a deludere, incapaci di stare in una relazione, che  riportano dentro alla ferita, in un gioco crudele e perverso.
Un gioco che nasconde spesso, a chi viene abbandonato, la stessa incapacità a stare in una relazione.

 

Molto piu’ doloroso sarebbe trovare una persona che non fugge, e accorgersi che la paura, e di conseguenza la voglia di fuggire, è anche di chi temeva di essere abbandonato dall’altro, perchè in quel caso, un eventuale abbandono, potrebbe veramente essere fatale.
Accorgersi della propria “dipendenza dal vuoto.
Della maledetta paura di non essere degno di essere amato, della paura di non essere amabile.

 

E allora, meglio ricercare una situazione dolorosa ma conosciuta, dalla quale comunque si sa che si puo’ sopravvivere, come si è sopravvissuti in passato.
Forse è anche l’anima che richiama queste situazioni, nel tentativo di dare un’opportunità per risolverle, per dare una svolta.

A volte, chi ha subito un abbandono, teme così tanto il ripetersi dell’evento perchè ha una straordinaria capacita di abbandonarsi completamente lui stesso, alle cose, alle persone. Che significa fondersi, perdersi, darsi completamente, esserci fino in fondo, affidarsi, essere un tutt’uno, senza confini e protezioni, con qualcosa o qualcuno.
E nell’accezione piu’ evoluta, può significare saper godere dei momenti di solitudine e del piacere rigenerante del vuoto.
Per questo, mi chiedo, se la capacità di abbandonarsi prescinde dall’aver fatto l’esperienza dell’essere stati abbandonati, in qualche forma o in qualche momento della vita.

 

Perché poi, dopo essersi abbandonati, o essere stati abbandonati, si puo’ cogliere la grande opportunità di riuscire a ritrovarsi. Rimettere insieme tutti i pezzi, ricostruire una nuova identità. Sentirsi perduti o persi, per ritrovarsi ancor più vicini a sé stessi.

 

Ma per abbandonarsi occorre abbandonare qualcosa o qualcuno. Un’idea di sè. Una modalità conosciuta. Che significa dar luogo a un tradimento.
E tradire solamente non è sufficiente, occorre poi una scelta: consapevolmente scegliere il motivo che ci ha indotto ad abbandonarci, ad abbandonare, a tradire.

 

 

Quando leggi un libro. esci dalla tua storia ed entri in quella di qualcun’ altro, ed è anche per questo che è un momento rilassante.

 

Spesso qualcosa del libro tocca qualche tua corda, e allora è una buona occasione per riflettere. Spesso tocca un’emozione, ed è una buona occasione per viverla o riviverla.

Con questo libro, invece, io sono entrata anche nella mia storia.

Situazioni diverse ma molte similitudini, sensazioni ed emozioni vissute, conosciute.

 

Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno non avremmo bisogno dell’amore.

 

Cosa significa?

 

Che l’amore ci fa sentire ciò di cui abbiamo bisogno, con cui spesso non siamo in contatto?

 

Che proprio per la nostra necessità di sapere quello di cui abbiamo bisogno, per soddisfarlo, e non andare a tentoni in giro per il mondo, abbiamo bisogno dell’amore?

 

Avere bisogno dell’amore è naturale, ma il troppo bisogno non è sano. Stare con una persona, o in una relazione, per il solo bisogno, non è indice di amore, di quell’amore che non dovrebbe essere condizionato da qualcuno o qualcosa.

 

Tuttavia è la mancata soddisfazione di un bisogno che spesso è all’origine di una coazione e di una ricerca compulsiva di qualcosa o qualcuno che vada a riempire quel vuoto, generato dal bisogno, che chiede di essere appagato.

 

Bisogni inappagati e traumi vanno a braccetto, creando quelle che sono le storie fallimentari o malsane della nostra vita. A volte si ripetono, inconsciamente si cercano, nel tentativo di risolvere qualcosa, di comprendere e non aver più bisogno di vivere certe esperienze. Per lasciarsi alle spalle certe modalità e andare verso quello per cui siamo nati: vivere una vita appagante e felice.

 

 

Arianna, protagonista del libro, vive con la paura dell’abbandono, probabilmente da quando i suoi genitori hanno divorziato e il padre se n’è andato.
Da allora teme sempre che qualcosa, una tragedia, si abbatta su di lei, vive nell’attesa di una telefonata che annunci l’irreparabile.
Si mette in una relazione d’amore malsana, dove il timore di perdere la persona amata le fa accettare l’inaccettabile, dove il bisogno e la paura fanno da padroni.

 

Ma un’improvviso nuovo abbandono e inganno, sull’isola di Naxos, dove era andata a trascorrere le vacanze con il compagno,  la buttano sul fondo. Tuttavia generano anche il crearsi di nuove situazioni, nuove conoscenze e sensazioni, e la possibilità di vivere relazioni con diverse modalità, di abbandonarsi, e di cominciare a curare le sue ferite.

 

Quando diventa madre, e tornano a galla le vecchie paure, insieme alla sensazione di poter essere finalmente un tutt’uno con un altro essere umano, si trova davanti ad una scelta: se fidarsi ed abbandonarsi, con l’opportunità di vivere una relazione matura con il compagno, oppure vivere col figlio in una diade, dove inevitabilmente, un giorno, le sue aspettative verranno di nuovo disattese, e al varco ci sarà di nuovo l’inevitabile senso di abbandono e solitudine.
Perchè il senso di esistere non puo’ dipendere da un figlio, da un compagno, da un’altra persona.

 

 

Chiara Gamberale mi è sempre piaciuta molto, per il suo modo di entrare dentro le cose e i personaggi, per la sua intensità e profondità nel descrivere un sentire che mi è molto affine.

Segnalo anche dell’autrice “Quattro etti di amore, grazie” e “La zona cieca“, che mi hanno altrettanto rapito e stimolato.

Un libro veramente toccante. Tanti spunti di riflessione. Una cura.

 

 

 

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Ho addosso i segni del tempo

 

 

 

Ho le rughe in faccia, la pancia che sembra un budino, la ricrescita da fare ogni 20 giorni.

Ho degli anni alle spalle, il cuore segnato dalle inevitabili delusioni della vita, sogni persi per strada, e altri realizzati.

Ho lasciato, per fortuna, lungo la via, chi avevo creduto diverso e che mi ha deluso, per colpa mia o sua, non importa, e ho imparato a cadere in pezzi e a raccoglierli, per prendere nuove forme.

Ho attraversato il dolore delle perdite, ma ho assaporato anche la riconquista dell’entusiasmo.

Ho imparato a cercare e a prendere quello che mi fa stare bene, talora con difficoltà, magari non sempre, pagando a volte un prezzo, ma va bene anche così, forse ne è aumentato il valore.

Ho realizzato che prendersi quello di cui si ha bisogno è una buona azione nei confronti di se stessi, ma anche che spesso ci vuole tempo per capire quello di cui non si ha bisogno, e scegliere di lasciarlo andare.

Ho compreso che spesso chi ti ferisce sta camminando su una tua vecchia ferita ancora aperta, cosi’ come io posso calpestare, senza sapere, il dolore antico di qualcuno. E che da qui nascono molte incomprensioni, ma che è inevitabile.

Ho imparato a essere più sfrontata, a non voler essere per forza simpatica a tutti, ma piuttosto essere fedele a me stessa. A considerare più importante quel che sono io e che mi interessa, piuttosto delle persone che non sono importanti per me.

Ho recepito che spesso non serve spiegare a chi non vuole o non puo’ capire; ci puoi provare, per non lasciare nulla di intentato o in sospeso, ma, anche se con rammarico, occorre accettare che le cose siano così.

Ho addosso i segni del tempo vissuto e di quello che ho imparato.

Si vede tutto.

A volte ritocco le foto per non vederli, dimenticando il valore della strada percorsa e delle conquiste. E che l’essenza non ha tempo: conserva l’innocenza e l’entusiasmo del bambino, e acquista la maturità dell’esperienza.

 

 

 

 

Luglio 2020

 

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Le partenze che non ti aspetti – viaggiare dopo il covid-19

 

 

Certe partenze non le aspetti con l’entusiasmo che vorresti.

Quello di prendere un volo, il desiderio di arrivare su, oltre le nuvole, di raggiungere un luogo lontano, da tanto desiderato, magari, un altro continente.

 

Eppure, nel momento che sei sulla strada, sul mare, con un posto nuovo, sconosciuto, che si profila all’ orizzonte, che ti attende, senti che qualcosa dentro si mette in moto, inaspettatamente.

 

 

Qualcosa inizia a ribollire.
La sensazione che ogni luogo può sorprenderti e riportarti quell’euforia ben conosciuta.

 

 

Comprendi che davvero tutto dipende dagli occhi con cui guardi, dall’animo con cui ti accingi a vedere, a vivere, il viaggio che ti aspetta.

E che puoi abbandonarti alla voglia di scoprire, senza preconcetti o pretese. All’entusiasmo che si riaccende, al desiderio di vedere.

Di vivere.

Un luogo.

La vita.

Di ripartire.

Che è sempre una bella cosa 🙂

 

 

 

La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
(Fernando Pessoa)

 

luglio 2020, prima vacanza post coronavirus – COVID19

 

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Corsica del Sud: le accoglienti geometrie della natura

 

La linea retta del mare all’orizzonte che si congiunge con il verde degli alberi e coi colorati fiori di oleandro del mio balcone.

 

 

Le spiagge a semicerchio, accoglienti, con le loro sfumature cristalline di azzurro, e dietro il verde brillante dei pini dal lungo tronco, che si lanciano verso l’alto, ordinati, come se fossero stati dipinti.

 

 

I massi, grandi, piccoli, dalle loro mille forme morbide o appuntite, e le geometrie che disegnano, irresistibili nel cielo, dalle loro cavità, da esplorare e da toccare. Angoli appartati, ricercati, per farci casa per un giornata, o per poche ore.

 

 

Le forme irregolari dei sassi e delle rocce rosse che brillano sul mare, e ne risaltano la trasparenza.

 

 

Le curve delle strade, da cui spuntano all’improvviso panorami stupefacenti e inimmaginabili, variopinti come un quadro.

 

 

Le linee spezzate di Bonifacio, orizzontali e bianche falesie sul blu del mare,

 

 

e le linee spezzate aguzze, verticali, che vanno verso il cielo, dei monti del col di Bavella.

 

 

L’acqua dei fiumi, incanalata nelle forme naturali, il suo verde acceso, natura e speranza, che rinfrescano il corpo e l’anima.

 

 

I mattoni tipici, con cui sono costruiti gli edifici e le case, tradizionali o moderne, quadrilateri con sfumature chiare, che le rendono pittoresche e calde

 

 

Questa è la mia Corsica, quella che ho vissuto, quella in cui voglio tornare.

La prima cosa che ho notato arrivando sull’isola, sono stati gli stupendi cespugli di oleandri, lungo le strade, ai bordi delle cancellate, ovunque. I loro fiori colorati deliziano la vista, tra le montagne e il mare.

 

 

L’ultima, che ho impresso nei miei ricordi, è il profumo di fiori, degli alberi di fico, dei pini, delle altre piante, e del mare. 

Profumo di Corsica. 

Quello di cui sentiro’ di più la nostalgia.

Insieme al potermi perdere con lo sguardo nell’azzurro e nel verde che la contraddistingue.

 

 

Insieme alla vista dal mio balcone sul mare, tra quei fiori, con quei profumi.

Là, dove, con la pace nel cuore e i miei pensieri indomiti, potevo ammirare la fine e l’inizio di un nuovo giorno, davanti all’infinito della bellezza.

 

 

luglio 2020

 

****Se sei interessato alla Corsica, ritorna tra qualche giorno per leggere tutti gli articoli e vedere le meravigliose foto***
https://www.unanimainviaggio.it/vacanza-nella-corsica-del-sud-informazioni-pratiche-e-utili/
Tutti gli articoli sulla Corsica:
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Campi di girasoli: la bellezza in Valsamoggia

 

 

Forse i girasoli sono di tale bellezza perchè inseguono sempre il sole?

Forse anche noi, se seguissimo sempre la luce, anzichè farci catturare dalle tenebre, potremmo emanare tanto splendore?

 

 

I girasoli hanno la grande abilità di percepire da dove viene la luce, e seguono il sole per crescere. Si girano verso di lui, per essere scaldati e in questo modo attirano gli insetti, che permettono nuova vita, attraverso l’impollinazione.

 

 

Anche noi uomini, come loro, abbiamo bisogno della luce  per crescere. Tuttavia anche l’ombra ci è necessaria, per riposarci, per riprenderci, per comprendere le lezioni della vita, e diventare maturi.

Come ai girasoli, che si muovono anche di notte, per tornare alla loro posizione iniziale, in modo da essere pronti, l’indomani, per stare di nuovo di fronte al sole.

 

 

Non siamo quindi così diversi, noi e i girasoli. Come loro, dobbiamo attraversare l’oscurità per ritrovarci davanti alla luce, e ritornare a splendere. Come loro, non ci possiamo fermare, dobbiamo seguire il corso della vita. Come loro, ci muoviamo velocemente finchè siamo piccoli e dobbiamo crescere. E una volta maturi, rallentiamo, fino a fermarci, e a piegarci.

A quel punto il fiore del girasole, giunto a maturazione, puo’ lasciare i suoi frutti, i semi, dopo aver attraversato i giorni di sole e l’oscurità della notte, e, attraverso questo ritmo, essere cresciuto.

L’auspicio, è, pure per noi, di poter lasciare i nostri frutti, su questa terra, segno che, sì, anche noi, siamo riusciti a giungere a maturazione.

 

 

Nella zona dove abito, la Valsamoggia, in Emilia Romagna, secondo il principio della rotazione delle colture, quest’anno dev’essere la volta dei girasoli. Ovunque mi giri vedo la meraviglia, un mare di fiori, un paesaggio degno di un dipinto, un’esplosione di vitalità. Nel campo, sulla strada di casa, li ho visti crescere, aprirsi, fino a diventare alti, tanto piu’ alti di me (che non ci vuole molto 🙂 ).

 

 

E fieri, li ho visti mostrare il loro splendore, una comunità perfetta, tanti, tutti insieme, nessuno uguale ad un altro.

 

 

Ogni volta che vedo un campo di girasoli, mi dimentico della notte.

Di tutto quello che porta, nel bene e nel male.

Sento lo stupore, il caldo, mi tornano alla mente le stagioni che si susseguono, sento il fascino della vita, mi entusiasmo.

E mi ricordo di quanto possa essere perfetta la natura.

Di quanto la luce possa fare risplendere la bellezza.

Di quanto ogni singolo elemento possa generare una bellezza ancora piu’ grande, se  insieme ad altri simili.

E mi rendo conto che sono contagiata. Contagiata da tanta bellezza.

E comprendo che è vero, che la bellezza è contagiosa. E che trasmette una prepotente voglia di vivere.

 

 

 

(questo post è scritto per condividere tutta questa bellezza)

 

giugno 2020 #valsamoggia

foto di Patty

 

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Al mare in Romagna, dopo la quarantena

 

 

 

La #romagna che adoro!!

Abbiamo temuto che non si potesse andare al mare abbiamo temuto di avere le paratie in spiaggia, di non poter respirare quest’aria carica di iodio, di non potere sentire il vento tra i capelli, di non poter fare il bagno, di non riuscire a mantenere le distanze..
E invece tutto è possibile, e come avevo immaginato, ancora più apprezzato..

 

 

Perché quando senti una mancanza, poi assapori ancor di più tutto ciò che ti è mancato, che hai avuto paura di perdere. O che hai dovuto perdere.


Per me è così ogni inverno, ogni anno. Ogni volta è come se andassi in quarantena, un letargo obbligato nell’attesa di nuovo del sole, delle giornate calde, di pochi vestiti addosso, di possibilità di stare fuori, nella natura, di respirare aria nuova o anche solo aria diversa dalla mia solita. Più fuori ma più in contatto con il “dentro”.

 

 

 

Così tanti giorni chiusi in casa, e con divieti, questa volta ad immaginare il peggio, che essere davanti al mare, di nuovo, mi è sembrato un miraggio.
E il mare come sempre acquieta l’anima, forse perché ti presenta davanti l’infinito, con le infinite possibilità che la mente neanche può immaginare.

 


 

E lì, seduta sulla battigia davanti al mare di #puntamarina #marinadiravenna, neanche tanto lontana da casa, ma davanti a un mare, fuori dai miei confini, con le giuste distanze, improvvisamente non vedo passare delle persone, dei corpi che camminano, ma delle anime, dei cuori, con la loro storia, con le loro sofferenze, con le loro gioie, le loro paure, la loro voglia di vivere, di sentire.

 

 

Che bello tornare a vivere dopo il lungo inverno!

Ecco, io so perché ho bisogno di questi momenti: per tenerli dentro e riattingere ad essi, quando non posso essere qui, davanti al mare.

 

 

 

informazioni su questi posti👇

L’altra Romagna: relax al mare a Punta Marina e Marina di Ravenna

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Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)

 

 

Quel periodo in cui il mondo si è fermato.

Quei giorni in cui ho sentito la mia famiglia più famiglia, e qualcuno, meno litigioso.

Quei giorni in cui non mi sentivo in colpa se non avevo voglia di far niente.

In cui non c’era da temere di perder tempo, non era necessario avere fretta.

Quel tempo per assecondare l’ozio.

Quel tempo senza la paura di sprecarlo, il tempo.

Uno strano periodo, fatto di appuntamenti alle 18, davanti alla tv, di preoccupazioni, di disperazione, di isolamento, di incognite, di attesa.

Quel tempo ancora una volta pieno di polemiche, e di cazzate che venivano sparate.

Di contraddizioni e di conflitti che emergevano e di troppi che parlavano, mentre solo il silenzio sarebbe stato degno.

Un brusio di contorno, che ha messo a dura prova la mia soglia di tolleranza.

Quei momenti fatti anche di solidarietà e cooperazione tra le persone, nei paesi, e nel mondo.

Di misure difficili da trovare, di una miriade di cose da valutare e da considerare. Sapendo che qualcosa sarebbe sfuggito e andato storto, e la certezza che non sarebbe mai andata bene a tutti, o per tutti.

E con quelli che, nonostante ciò che avveniva, non demordevano e ci provavano sempre, a creare disgregazione o confusione.

Un periodo in cui si faceva piu’ attenzione, perchè era necessario, e perchè ce n’era il tempo. E magari! si riuscisse a mantenere quell’attenzione in più, verso tutto, che ce ne sarebbe bisogno.

Quei giorni di viaggi rimandati e di sogni in quarantena.

Quei giorni in cui se eri a casa sano, sebbene distante dai tuoi cari, sani a loro volta, eri fortunato.

Quel tempo in cui si cercava di affrontarlo con un mare di parole in una videochiamata, per vedersi, che portava la gioia dell’essere vicini, anche se distanti. Un contatto solo virtuale, in mancanza d’altro.

Quei giorni di serie alla tv, di dirette su youtube, di libri, di didattica a distanza, di ginnastica davanti ad uno smartphone, di incontri sui social, per passarlo, il tempo, e conservare qualche briciolo di quotidianità.

Quel tempo di ricette insolite sperimentate in cucina, dell’inventarsi cose nuove, o rispolverarne di vecchie.

Di acquisti solo sul web, di cene consegnate a  domicilio, di spese settimanali, che voleva dire tornare a casa con borse piene zeppe di cibarie, e pesanti, con qualcosa sempre che mancava, e tutto da disinfettare.

 

 

Quel mondo di strade senza auto, di cieli senza aerei, di parchi senza bambini. Di volti senza naso e bocca, solo occhi, dietro una mascherina.

In quel tempo, non era proprio tutto fermo, qualcuno doveva lavorare per garantire agli altri cure e sopravvivenza. Qualcuno a cui spettava gran riconoscimento, che rischiava, mentre agli altri veniva solo chiesto di rimanere a casa. E a volte, pareva che fosse quello il più grande sacrificio.

Un periodo che, io, forse avezza a un certo isolamento e ad annaspare in mezzo al vuoto, abituata al tempo un po’ destrutturato, e con uno spazio verde intorno, non ho mai percepito cosi’ ostile. Sentendomi talvolta anche in sintonia, con i ritmi rallentati.

 

“Hanno fretta solo quelli che scappano.”

Luis Sepulveda

 

E intanto, fuori, i fiori diventavano foglie, mostrando il loro verde sgargiante, o lasciavano spazi ad altri fiori, gli uccelli tornavano, e cantavano con i loro cinguettii distinti, la natura si mostrava rigogliosa e generosa, i cieli parevano piu’ azzurri, e la terra piu’ pulita..

”.. il mondo continua a girare”  

diceva una vecchia canzone… il mondo continuava naturalmente il suo corso, nonostante quello che stava capitando.

E tutto ai nostri occhi era piu’ lento e ci appariva come sotto il microscopio.

 

 

Eppure, a parte tutto, l’angoscia, i limiti, le difficoltà, che questo tempo si è portato dietro, un po’ mi mancherà quel mondo rallentato e senza corse.

Quello stare dentro, quello stare a guardare, quello stare fermi, e anche quel dover evitare di fuggire.. che ha portato a vedere, talvolta, qualche cosa di mai visto prima. Che ha portato a far restare o a selezionare solo cio’ che di prezioso c’era, o che contava.. Come un colino, che filtra e trattiene, e lascia andare quello che non serve.

Quel  rimanere nel qui ed ora, senza galoppare avanti.

Quel carpe diem, l’invito a cogliere ogni attimo, ogni istante della vita, e lì cercare un senso, o semplicemente viverlo.

Una lezione da imparare, poiché il futuro, come bene questo virus ci ha insegnato, contrariamente al mondo che continua a girare, non è cosa prevedibile.

 

 

 

“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”

Luis Sepulveda

 

 

(Disclaimer: questi pensieri sono frutto di riflessioni ed esperienze personali, non vogliono sminuire od offendere la sensibilità di chi si è trovato in situazioni di particolare disagio o ha vissuto condizioni di malattia, lutti o quant’altro)

 

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Sarà dura.

Sarà dura accettare ancora dei limiti, per chi finora i limiti li ha rispettati, e per chi fa fatica ad accettarli.

Per chi negli ultimi tempi ha già mollato, perché tanto non c’era nessuno in giro o che avrebbe visto; che il problema non è lui, ma che se tutti pensassero e facessero cosi’, là, fuori ci sarebbe una folla.

Sarà dura per chi non riesce a stare quieto, tenere fermo il corpo, perché significherebbe anche costringere il cervello a pensare. Per chi non è abituato a posticipare il piacere, per chi non è abituato a fare sforzi o sacrifici. Per chi non è abituato ad aspettare.

Sarà dura per chi non riesce a far vincere il senso di responsabilità sullo spirito di ribellione, e ha bisogno di combattere sempre contro qualcosa, o con un nemico fuori di sé. Per chi vede complotti, e si ferma solo perché teme le misure ritenute repressive.

Sarà dura perché si sentiranno ancora dichiarazioni, polemiche, lamentele, perché si faranno sbagli, perché si daranno colpe, perché ci sarà sempre un chiacchierio di sottofondo, e sempre qualcuno che penserà che avrebbe fatto meglio. E perché ci sarà chi agirà proprio con l’intento di creare disgregazione, destabilizzazione, confusione.

Sarà dura per tutti quelli che attendono il lavoro, che hanno una fondata paura di non farcela.

 

Io non so se ce la faremo.

Non credo molto al buon senso, quello a cui si fa appello in prima istanza: è un metro troppo soggettivo. O alla responsabilità individuale, che nonostante possa appartenere a un gran numero di persone, ne bastano poche, ora, per generare gravi danni, non a se stessi, ma a un’intera comunità.

Non so se ce la faremo, perché a volte siamo sembrati piu’ bambini o adolescenti che adulti, che non sanno aspettare, che non sanno trattenere il capriccio, che non sanno vedere una situazione da piu’ angolature, o da un punto di vista che non sia il proprio (ma magari da quello di qualcun altro che scrive sui social o parla alla tv, per accordarsi a ciò che piu’ fa comodo sentire o sostenere). Che non sanno ubbidire, ma devono entrare in conflitto con l’autorità.

Non so se ce la faremo, perché siamo molto indisciplinati, molto imprudenti, poco inclini a pensare alle conseguenze, troppo abituati ad avere bisogni e desideri da volere realizzare subito, troppo attratti dal voler fare i furbi, pensando di non essere visti.

Io credo che quello che arriverà sarà il momento piu’ difficile.

Abbiamo sentito, ancora prima di entrarci in questa fase, le polemiche, l’ insofferenza, la strumentalizzazione, di alcuni, proprio dell’insofferenza e della sofferenza, che non rafforzano di certo le condotte virtuose. L’angoscia, irrazionale, rischia di soffocare i comportamenti assennati.

E spero che ce la faremo, a comportarci in modo da non causare una ripartenza del contagio da Covid19. Che non adotteremo comportamenti a rischio, che sapremo fermarci prima di provocare l’irrecuperabile. Che sapremo usare l’intelligenza. Che sapremo mettere a frutto questo periodo in cui il mondo si è fermato, ha rallentato i ritmi, questo periodo che ci ha chiusi dentro.

E spero che in quel “dentro” si sia riusciti a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di buono.  Per ripartire, proprio da quello. 

 

 

 

 

03.05.2020

 

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Togliere ad un adolescente le possibilità di contatto con i suoi pari, proprio nel momento in cui la fisicità è al suo apice, è privarli di un elemento fondamentale.

Non solo il contatto inteso come toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, scherzare corpo a corpo, mettersi le “mani addosso”, ma anche il contatto occhi negli occhi, per esprimere quello che, a volte, le parole non sanno dire. Perché a talvolta, a quell’età, non si riescono a formulare i pensieri, e le parole non vengono, ma il corpo intercetta, piu’ che ad ogni altra età, e comunica, trasmette messaggi, che spesso non passano ancora dalla coscienza. Il contatto inteso come l’ascolto del respiro dell’altro, del tono di voce, l’odore, lo sguardo e le espressioni, il sentire l’altro nella sua interezza, con tutti i sensi, con gli stimoli che arrivano direttamente al cervello emotivo.

Non è facile per nessuno, questa quarantena, tanto meno per i ragazzi.

Eppure, anche in questa situazione di distanziamento sociale per la pandemia del coronavirus, i ragazzi, cosi’ ricettivi, potrebbero avere modo di comprendere tante cose.

Magari riceveranno delle lezioni che li faranno crescere prima del tempo, e con una coscienza diversa e, in un periodo storico in cui vengono iper protetti e tenuti sotto le ali della famiglia, questo puo’ anche trasformarsi in un’opportunità per maturare e acquisire un senso di responsabilità.

Potranno imparare che nella vita può accadere l’imprevedibile, e che non c’è niente di sicuro. Ma che, anche da quello che inizialmente può apparire un disastro, si può scoprire qualcosa di inaspettato, di buono e positivo. E nonostante il loro bisogno di sicurezze, potranno imparare che la lotta per scorgere una via d’uscita è indispensabile e che una via d’uscita si può sempre trovare.

Potranno imparare che dagli eventi imprevisti e difficoltosi si può accedere alle proprie innumerevoli risorse, a volte ancora poco conosciute, e attivare la creatività e l’ingegno. Magari si annoieranno, occasione sempre più rara per loro di questi tempi, ma proprio questo può dare la spinta alla ricerca.

 

 

Potranno imparare che le cose si possono fare anche in modo diverso, e a cercare altri modi di comunicare, di stare insieme o sentirsi vicini, che non siano quelli fisici. Alcuni impareranno anche a prendere più coraggio per sconfiggere la solitudine o la timidezza.

Potranno imparare che, al contrario di quanto a volte pensino di essere loro, onnipotenti ed immortali, come uomini abbiamo dei limiti e non possiamo controllare e governare tutto.

Potranno imparare, dovendo restare confinati a casa, a crearsi dei confini, quelli che in questo momento storico, le famiglie fanno fatica a mettere e a far rispettare, sin dalla tenera età. E la famiglia, più che in ogni altro momento, dovrà fare da contenitore delle loro emozioni, accogliere  malessere, fatica, frustrazione, musi lunghi e aggressività.

Potranno imparare il valore della libertà, il valore del “fuori”, ma anche del dentro, costretti come sono a restare dentro: dentro casa, dentro di loro, dentro la loro famiglia.

Potranno imparare un po’ di politica, un po’ di economia, un po’ di geografia, un po’ di scienza; e potranno imparare, forse, qualcosa riguardo la solidarietà, il bene comune, il senso di comunità. Forse cominceranno anche a farsi un’idea di qualcosa che va oltre la loro stanza, la loro classe, il loro gruppo di amici.

Potranno imparare che siamo tutti connessi, non con la tecnologia, ma con i nostri comportamenti, che possono provocare conseguenze sulla vita degli altri, e che abbiamo quindi tutti una responsabilità come esseri umani.

E chissà, se proprio da questa esperienza, imprevista, difficile, di sacrifici, dolorosa per qualcuno, riceveranno qualche stimolo per essere gli artefici della creazione di un mondo migliore.

 

 

(Disclaimer: queste riflessioni non sono rivolte a chi si trova in situazioni di particolare disagio o sta vivendo condizioni di malattia, lutti o quant’altro)

 

aprile 2020

foto by Patty

 

 

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Viaggio dunque sono.

 

Quanti di noi viaggiatori hanno sentito risuonare questa frase?
O, se non presente a livello della coscienza, possono arrivare a riconoscerla come sacrosanta verità?
Il viaggio che ci permetteva di staccare dall’ordinario, dalle solite cose, dalla noia della routine.
Il viaggio che ci dava una botta di energia e ci faceva sentire di più la vita.
Il viaggio che ci rimetteva in contatto con la bellezza del mondo, con la natura, con il diverso, con modalità dimenticate, con quella voglia di conoscere atavica che ci appartiene, che è stata incentivo per gli esploratori a partire verso terre sconosciute.

 

Il viaggio, o la vacanza, che ci portava fuori dalle abitudini a volte malsane o ingabbianti, e ci conduceva in luoghi che non erano solo esterni a noi, ma anche interni, sentiti come più vicini a noi stessi.
Che ci portava a risvegliare parti assopite (magari le migliori), di cui sentivamo la mancanza, più simili al nostro modo di concepire la vita, di essere, ai nostri ritmi, ai nostri gusti, al nostro sentire. Talvolta impossibile da riprodurre nella nostra vita quotidiana, incastrati dagli obblighi lavorativi, famigliari, sociali.
Il viaggio, o la vacanza, che ci consentiva anche di fermarci, distaccarci, e riposare, da tutto il resto.

 

 

Viaggio dunque sono.. vivo.

 

Quei momenti e quei luoghi tanto attesi, programmati, sognati, tanto da dare un senso al tirare avanti, ai sacrifici, alla fatica del vivere il quotidiano.
Quei momenti che, una volta vissuti, ti fanno desiderare di non smettere mai di viaggiare.
Che quando li ripercorri, con ricordi, fotografie e racconti, giorno dopo giorno, tappa dopo tappa, senti una nostalgia che fa quasi male, nel tempo dell’attesa tra una partenza e l’altra.
Quel senso di eccitazione ad ogni prenotazione, quel pregustarsi nella pianificazione, quell’impazienza all’avvicinarsi della data, che solo chi brama a partire per un viaggio può comprendere.

 

 

Quel vivere nel passato, – nel ricordo del viaggio -, o nel futuro, – la prossima partenza.

 

Che può contraddistinguere anche un desiderio di fuga, a volte salutare (https://www.unanimainviaggio.it/elogio-alla-fuga/), o una certa insoddisfazione nel vivere la realtà del qui ed ora.
Desiderio di quella carica di adrenalina che una partenza, il nuovo, il diverso, ci sbatte nel corpo, consentendoci di prendere la nostra boccata d’ossigeno, il nostro momento di soddisfazione.
Che, però, se si trasforma, in un compulsione, celando altre implicazioni psicologiche (come la difficoltà a gestire situazioni che provocano stati emotivi negativi o emozioni come ansia e tristezza) puo’ generare uno stato di dipendenza.

 

 

E oggi, a noi viaggiatori, tutto questo ci manca.

 

Che sia come il capriccio di un bambino che vuole il suo gioco, o  la dose di cui ha bisogno un tossico, l’ora d’aria del carcerato, il momento per ritrovare certe parti di sé, vitali che non si trovano nelle giornate comuni, o il sogno da cullare giorno dopo giorno, per riprendersi un po’ di quell’entusiasmo, che solo la meraviglia della bellezza ritrovata può risvegliare, ci manca.

 

Non c’è niente di male nel sentire questa mancanza, a qualcuno manca l’estetista, ad altri il ristorante, o l’aperitivo con gli amici, a qualcuno lo shopping, ad altri la palestra, a qualcuno la moto, ad altri un momento creativo, un hobby, e così via ..
Per qualcuno è una passione diversa, per un viaggiatore la passione è frequentare il mondo.

 

 

Ma il periodo di questa mancanza, questo periodo in cui stiamo vivendo, in cui non possiamo viaggiare, dovrebbe diventare il momento della GRATITUDINE.

 

Il momento di guardare alla fortuna che abbiamo avuto di viaggiare, di vedere tanta parte del mondo, di vivere certi momenti di svago, di vacanza, di conoscenza.

 

Gratitudine per quello che abbiamo imparato e sentito durante i nostri viaggi.
Gratitudine per la nostra capacità di riconoscere e scegliere ciò che desideravamo o di cui avevamo bisogno.
Per aver affrontato giudizi, spesso, di chi fa i conti in tasca agli altri, senza vedere che cosa viene sacrificato in cambio.
E a volte, per aver sostenuto sensi di colpa, per esserci permessi qualcosa di bello.
Ricordando bene che, noi viaggiatori, siamo una categoria di privilegiati.
Basta esserne consapevoli, o diventarlo.
Che in questo momento di forzato stop, in cui viene richiesto di restare a casa, di restare nel qui ed ora, in questo momento in cui per qualcuno diventa difficile permettersi anche dei sogni,

 

il viaggio più importante è quello di imparare a restare, guardarsi dentro, intorno e di fianco

 

Considerare onestamente se abbiamo usato il viaggiare come una piccola evasione per fuggire da qualcosa, magari di scomodo, per prendere una boccata d’aria, oppure come abitudine per sfuggire a qualcosa che proprio non va, che abbiamo anche l’occasione di vedere e pensare di affrontare (ovvio, se lo vogliamo).

 

Abbiamo la possibilità di restare e vedere cosa resta da vedere e da salvare, chi c’è al nostro fianco, e se lo sapevamo, chiederci di cosa ha bisogno e di cosa abbiamo bisogno noi, in fondo e oltre le nostre vie di fuga.
Restare e guardare, valutare quelle che sono le cose importanti presenti nella nostra vita, gli affetti, le persone, ciò che ci dà sostentamento, salute, tempo.

 

Guardare anche fuori di noi, a chi, per dovere o per necessità, o intrappolato da altre convenzioni, non può o non ha potuto godere dei nostri privilegi, o ha fatto semplicemente scelte diverse, con empatia. E anche, a chi non ha potuto scegliere.

 

 

E’ importante sentirla dentro, e averla sempre impressa nella nostra mente, questa parola, per tutto quel che abbiamo avuto e per i sogni che ancora ci restano, perché

 

un viaggiatore vuole tornare a viaggiare.

 

Viaggio dunque sono.. grato.

 

Torneremo a vedere il mondo da un oblò

 

09.04.2020

Foto by Patty

 

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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