Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

L’ultima opportunità (per sconfiggere la pandemia)

 

 

Io l’avevo intuito che non sarebbe andato tutto bene.

E non mi piaceva neanche leggere ovunque “Andrà tutto bene”.

Nessuno poteva saperlo come sarebbero andate le cose, nessuno poteva avere la sfera di cristallo (e se la avesse avuta non avrebbe visto qualcosa di confortante). Quelle parole erano solo un modo illusorio e consolatorio che nascondeva un certo negazionismo emotivo, su qualcosa che era fuori dal nostro controllo e dalle nostre certezze.

 

Pensieri ai tempi del coronavirus, parte seconda: in isolamento

 

E quando la disillusione della realtà prende il posto dell’illusione, si cade col culo per terra. Un margine di dubbio, di incertezza è sano, spesso ci fa agire in modo più attento e intelligente, rispetto ad una positività ad ogni costo, che nega la paura, o al confidare in soluzioni magiche. Ancòra alla realtà e impedisce, poi, di fare il botto, se qualcosa non va come ci si aspetta.

La realtà della pandemia, che porta a galla, tra le altre cose, il senso della nostra finitezza, dell’ingiustizia, la nostra impotenza, l’incertezza, e le misure di contenimento per contrastarla, quali la quarantena, il lockdown, l’isolamento, se protratte nel tempo diventano difficili da reggere emotivamente. I ricordi della socialità, dei viaggi, dei corpi che si toccano, l’inguaribile ottimismo, col trascorrere del tempo, fanno fatica a bastare.

L’incertezza prolungata di quando finirà il tempo delle restrizioni vitali, addirittura il dubbio di poter tornare alla vita di prima, in termini di libertà di movimento, trascorso un anno, ci dilania.

Quel movimento che è vita, e che, come diceva Einstein ci tiene in equilibrio:

 

“ la vita è come andare in bicicletta, per mantenere l’equilibrio devi muoverti”

 

Quel movimento che ora non ci è possibile, o all’esterno, è limitato: necessariamente dobbiamo cercare di portarlo e trovarlo al nostro interno, per non perdere l’equilibrio, per contrastare la stasi a cui siamo costretti fisicamente. Per ritrovare la vita dentro di noi, senza gli importanti stimoli che vengono dall’uscire fuori, dai contatti esterni. Movimento nella nostra mente, movimento interno, elaborazioni, che vadano in una direzione di speranza, di desiderio motivante. Ma non è detto che si riesca a prendere questa direzione, o a mantenerla, o che si abbiano gli strumenti per prenderla, le capacità, o la forza.

C’è il rischio di esplodere e portarlo fuori, questo lavorio interno; il bisogno di contatto, di condivisione e confronto rischia di far rincorrere idee e opinioni, inducendo a scatenarci in dibattiti e in conflitti, tirando schiaffi con le parole, o portando dentro troppa roba per noi nociva, difficilmente sostenibile in un momento così delicato: impossibilitati a sfogarci e a nutrirci con una bellezza a portata di vista, con una sana fisica socialità, con il calore di un incontro, di un abbraccio, di occhi che ci guardano dal vivo, ci avveleniamo o avveleniamo con giudizi, intolleranza, sarcasmo, arrivando a diventare biechi e meschini. La conflittualità alimenta l’odio reciproco, cospargendo delusione, indebolendo e togliendo la forza,  conducendoci nelle tenebre; le emozioni possono fragorosamente prendere il sopravvento, e manifestarsi in modo distruttivo.

Il tempo trascorso con noi stessi, dentro il nostro cervello, la nostra casa, può diventare troppo. A volte anche quello con i nostri cari. La scoperta di tratti o opinioni di persone anche vicine, lontani anni luce dai nostri, diventano prima sorpresa, poi sempre meno tollerabili. L’indecenza delle persone che hanno delle possibilità ma che si lamentano, non riconoscendo i propri privilegi e che le esibiscono, anziché tacere, ringraziare, attivare un po’ di empatia, di “compassion”, nei confronti di chi è meno fortunato, di chi è in situazione di difficoltà, che sta incontrando malattia o morte, genera rabbia.  L’impressione che il giardino del vicino sia sempre più verde, quando ci sentiamo in difficoltà, porta a deprimersi.

La naturale stanchezza, l’isolamento, la disperazione, l’esasperazione di certi momenti possono diventare accecanti, con la conseguenza di cercare colpevoli, senza comprendere che nessuno è in possesso di una bacchetta magica che risolva istantaneamente la situazione, e che tutti abbiamo delle responsabilità e delle vulnerabilità.

Giunti a questo punto l’unica possibilità che ci resta è confidare nell’intelligenza umana, nella scienza, anch’essa fatta da uomini e dalle loro capacità. Che se viene attaccata e viene discreditata, ci viene tolta anche l’ultima speranza di trovare la luce in fondo al tunnel, davanti al tutto che va alla deriva. Le conquiste ottenute con il lavoro sui vaccini, che hanno permesso la loro realizzazione in tempi mai visti prima, con una collaborazione mondiale degli esperti, non possono essere vanificate dai cattivi comportamenti, dalla sfiducia, dal diniego, dalla mancanza di responsabilità individuale. E’ già sufficiente la difficoltà di approvvigionamento e la mala organizzazione.

Accanto a tante persone che adottano comportamenti responsabili, che credono, e anche se non credono si affidano, non vedendo altre soluzioni davanti a un nemico che è solo il virus, ci sono i pochi che invece si contrappongono e ostacolano, fomentando ciò che ha il potere di compromettere i risultati e gli sforzi dei tanti. Quei pochi magari son quelli che nella vita non hanno mai imparato ad affidarsi a qualcosa o a qualcuno, coloro che hanno bisogno di vivere nella sfida, di prendersela con qualcuno, di attribuire colpe e responsabilità sempre all’esterno. Quelli che hanno anche paura, sì, come tutti, a cui è richiesto un momento di coraggio. Quelli che si aspettano che qualcuno venga a salvarli.

E’ vero, qualcuno, degli uomini soltanto, potranno salvarci. Ma non saranno in grado di farlo se non vengono sostenuti anche con comportamenti virtuosi, se non tendiamo anche noi la mano per salvarci, se non sovrapponiamo all’illusione dell’”andrà tutto bene”, la parte che spetta a noi fare, di fronte  alla situazione diventata insostenibile che ognuno sta affrontando.

E davvero io credo che non ci sia più tempo. Più ci opponiamo a ciò che è difficile e sgradito, più allunghiamo i tempi.  Più facciamo le cicale, fuori a cantare, noncuranti degli assembramenti, o di ciò che alimenta la diffusione di contagi, meno possibilità avremo per il futuro prossimo e non solo.

E’ vero, dobbiamo vivere nel “qui ed ora“, perchè ora non possiamo fare altrimenti, – immaginare il futuro ci è negato, – ma non è saggio, ora, vivere in modo irresponsabile, occorre la responsabilità degli adulti maturi che sanno posticipare il piacere, che sanno fare sacrifici per un obiettivo.

E tutto il rumore non fa che peggiorare la situazione. Siamo tutti sfiniti, esauriti, esausti, è innegabile, ma non ci meritiamo di darci un’ultima possibilità, anziché togliercela, per sconfiggere il virus e tornare a vivere?

Aiutiamoci e aiutiamo, con tutte le difficoltà, i dubbi, gli sforzi. Per uscirne e poter tornare a immaginare, pianificare, avere dei progetti, perché solo con la prospettiva di un futuro potremo avere la forza di andare avanti.

 

 

febbraio 2021

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I tempi, nella mia vita

 

 

C’è stato un tempo in cui ho pensato che ce l’ho fatta perché ho sempre cercato, e non mi sono mai data per vinta.

E c’è stato un tempo in cui ho detto “ok”, ho fallito in molte cose e non ho capito tanto, ma la vita è anche questa.

E poi ancora c’è stato un tempo in cui mi sono chiesta: “Ce la posso fare oggi?”. Quando la fatica di andare avanti mi sovrastava e la voglia di arrendermi non era più una conquista, ma era intrisa anche di amarezza.

C’è un tempo in cui mi accorgo che non ho imparato molto dalle lezioni che ho avuto, e me ne dispiaccio. E che mi accorgo che non ho più davanti gli anni, e l’energia, per cercare ancora.

E c’è un tempo, invece, in cui ritrovo il mio entusiasmo di bambina, vorace, irrefrenabile, e sento quella gioia antica ancora forte. Con la consapevolezza dei mie anni.

Ci sarà, spero, un tempo in cui la fretta di reagire lascerà il posto alla saggezza di stare a guardare. Fare un respiro e lasciare accadere. Lasciare scorrere e andare oltre.

E chissà se ci sarà un tempo in cui smettero’ di rimanerci male. Per la caducità dei rapporti, per le maschere che cadono, per ciò che non è autentico e si svela. O un tempo in cui le aspettative finiranno.

Ci sarà un tempo, forse, in cui tutti gli oggetti che ho tenuto e le parole che ho scritto serviranno a ricordare chi sono stata, o a ricostruire i miei ricordi.

E chissà se la capacità di ricordare, in quel tempo, sarà andata perduta. Se ci sarà un tempo, presente, passato, riconosciuto, o se tutto sarà senza tempo e sarà poco importante.

Chissà se, così, finirà il tempo di fare bilanci, di trovare un senso, delle risposte, delle corrispondenze.

Se davvero non ci sarà più niente da perdere o da fare, e resterà solo da vivere, il poco tempo rimasto. Senza indugio, rammarico, o pensiero alcuno.

 

 

 

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Soul, il nuovo cartone animato della Pixar: lo scopo della vita è assaporare ogni momento

 

 

 

Soul, il nuovo cartone animato della Pixar, si rivela per me, come avevo immaginato, una bellissima storia contenente messaggi importanti e confortanti per grandi e piccini.

La storia l’ho trovata particolarmente originale nei contenuti: non viene esaltato l’inseguimento di un grande sogno, il perseguimento di un desiderio la cui soddisfazione porterebbe alla felicità, o la realizzazione personale attraverso una performance o la fama, ma propone il concetto secondo il quale passiamo il nostro tempo a cercare uno scopo, quando lo scopo della vita stessa è vivere, imparando ad assaporare le piccole (o grandi) cose che abbiamo intorno.

 

 

In alcune recensioni avevo letto che il film fosse più adatto ai grandi che ai piccoli, o addirittura che non fosse una storia per bambini: ma quale recente cartone animato Disney o Pixar non è anche per adulti? e non trasmette grandi insegnamenti e spunti di riflessione proprio per gli adulti?

Sul fatto che non sia indicato per bambini, non mi trovo d’accordo: forse siamo troppo abituati a ragionare come adulti, i piccoli hanno molta più fantasia per immaginare mondi e storie che noi facciamo fatica a figurarci, e non è fondamentale che capiscano tutti i passaggi, ma che il messaggio comunque arrivi loro. Anzi, in un periodo in cui, già in tenera età vengono richieste tante prestazioni, trovo che sia molto rassicurante per loro il messaggio che non importa arrivare chissà dove, fare chissà cosa, essere i migliori, dei fenomeni, ma è ben più importante essere semplicemente quello che si è, godere delle cose che si fanno, e continuare a vivere il momento. Con la speranza che ciò non venga dimenticato con l’età adulta, perché quello è il segreto per sentirsi bene. I bambini hanno da insegnarci molto rispetto al tema di vivere nel presente assaporando le piccole cose: quella è la modalità di vita della loro età, per questo non credo che abbiano difficoltà a comprendere.

Per i più grandi, la riflessione è sul diventare consapevoli che la soddisfazione che placa l’inquietudine e che dura nel tempo, viene dal guardarsi intorno e carpire la bellezza. Nel fermare la rincorsa continua, verso un obiettivo, verso un luogo, verso il successo; la spinta a primeggiare, a mettersi in mostra, a guardare sempre fuori di sè, l’ambizione ad una vita perfetta.

 

 

Oltre a ciò, ci sono tanti altri argomenti toccati da Soul: le paure dell’anima di non trovare un senso; l’influenza dei giudizi, che si sono trasformati in vocine che boicottano; l’incapacità di riconoscere il proprio valore, che porta ad arrendersi; la paura di buttarsi, dell’insuccesso e dei fallimenti; la sensazione di non essere all’altezza o di non meritare di vivere; le occasioni e le sorprese che arrivano quanto meno te le aspetti. E uno straordinario concetto metaforico di “ jazzare”, ovvero, fare il proprio assolo, con tutta la passione e con tutto il cuore, per esprimere se stessi e, magari senza neanche accorgersene, arrivare al cuore dell’altro.

Sicuramente una seconda visione del cartone animato è consigliabile, perché permette di cogliere le varie sfumature della trama, ogni battuta, e il denso significato di tanti momenti.

Ma ecco brevemente di cosa tratta il film. Soul è un’insegnante di musica che non si accontenta del lavoro sicuro e a tempo indeterminato, perché ha un sogno che non è mai riuscito ad esaudire: quello di fare la musica. Non solo di insegnarla, ma di suonare il suo pianoforte, di essere parte di un gruppo con cui fare insieme musica, e con musicisti importanti, guadagnando anche lui fama e successo. Soul ha l’ indiscutibile talento dell’artista che, tramite la sua arte, sa arrivare all’anima delle persone.

 

 

La realizzazione del suo sogno sarebbe anche una rivalsa nei confronti del padre, ormai defunto, di cui sta seguendo le sue orme come musicista, visto che lui, il padre, non è mai riuscito ad avere successo. Soul ha a che fare con una madre piuttosto ingombrante, che come tante madri vorrebbe per il figlio un lavoro sicuro, soprattutto in considerazione della storia vissuta dal marito. Il timore del giudizio della madre e la certezza della sua disapprovazione, non ha mai permesso a Soul di parlarle veramente, col cuore in mano, di quello che è il suo desiderio profondo.

 

 

Il giorno in cui gli arriva la lettera per un impiego a tempo indeterminato come insegnante, riceve contemporaneamente il tanto desiderato invito ad un’audizione, per suonare ad un concerto jazz con il gruppo di una famosa musicista. Nell’audizione, Soul mostra tutto il suo talento e la sua passione e ottiene l’ingaggio, avvicinandosi quindi alla realizzazione del sogno della sua vita. Ma proprio quel giorno, in preda dall’entusiasmo, si distrae e muore precipitando in un tombino.

 

 

La sua anima, non ancora approdata nell’aldilà, ma in un “antemondo”, dove le anime vengono formate e dove vengono attribuite loro le qualità che avranno nella vita terrena, per una serie di circostanze, e per la caparbietà di realizzare quel che ha sempre desiderato, riesce a tornare sulla terra. Nel suo viaggio è accompagnato da un’altra anima, che non ha ancora un nome, ma è contraddistinta solo da un numero, 22.

22 finora ha rifiutato di incarnarsi in quanto si considera un’anima persa, poichè, nonostante i molteplici tentativi, non è mai riuscita a trovare la sua scintilla, una passione che l’accendesse, come quella che per Soul è la musica.

Le due anime si ritrovano sulla terre insieme, 22 nel corpo di Soul, e Soul nel corpo di un gattone multicolore. Da questa esperienza, entrambi impareranno cose importanti.

 

il tuo scopo non è la tua scintilla.

 

Che cosa significa?

Soul ha la passione per la musica e ha il suo sogno di suonare il jazz in un gruppo con bravi musicisti. La sua passione gli permette di far battere il cuore anche ai suoi studenti quando insegna, e di individuare chi ha lo stesso talento. Gli permette di vivere un momento esilarante mentre fa il suo concerto e il suo desiderio viene esaudito. Il sogno, una volta realizzato, porta sì una grande soddisfazione al momento, ma subito dopo tutto svanisce. Soul si ritrova davanti a se stesso, e a interrogarsi sul motivo di tanta fugacità. Il sogno che si realizza non è la panacea di tutto, diventarne consapevoli puo’ portare disappunto e delusione, quando si è creduto che lo fosse.

Ho scritto tempo fa alcune riflessioni sull’argomento, che qui riporto, e la visione del film mi ha portato anche a nuove consapevolezze

Sogno dunque vivo

 

Soul a quel punto si rende conto che fare la musica gli fa accendere la scintilla, ma lo scopo della vita è un’altra cosa.

Lo scopo sta semplicemente nel vivere con consapevolezza, ovvero accorgersi di vivere, assaporare e valorizzare le cose che fanno sentire vivi: le sensazioni di quando eravamo bambini, -quelle che ci restano nella carne, oltre che nella memoria, continuando ad emozionarci-, la bellezza che ci ha dato stupore – un cielo azzurro, il vento che agita i rami degli alberi, una giornata di sole-, i sapori buonissimi di cose che abbiamo assaggiato – il gusto della pizza, la dolcezza di una caramella-, le cose fatte con piacere, passione e dedizione, – suonare per sè e insegnare, per Soul -, i momenti con le persone che ci hanno amato o che abbiamo amato-,  il fresco dell’acqua del mare che arriva sui nostri piedi, il calore delle lacrime che ci scendono sul viso. E’ quando impariamo a guardare oltre quello che rincorriamo, e quel che vediamo in superficie; quando ascoltiamo profondamente le persone, bypassando l’idea che ci eravamo fatte di loro (come accade a Soul dal barbiere). E’ allora che possiamo raggiungere uno stato di appagamento e soddisfazione, che ci fa interrompere la nostra corsa, e il pensiero che soltanto quando saremo in un certo modo, o in un certo posto, o avremo certe cose, potremo essere felici.

 

 

Tuttavia è importante anche il percorso di arrivare a raggiungere il sogno, per rendersi conto che potrebbe non essere la soddisfazione profonda che ci si aspetta, come succede a Soul. E’ tramite quell’esperienza che si puo’ comprendere: se non viene vissuta, si potrebbe continuare tutta la vita a pensare che è stato il mancato raggiungimento del sogno a renderci  infelici o insoddisfatti. C’è il rischio di rincorrere un desiderio, e poi un altro ancora, e che si inneschi una spasmodica continua corsa all’appagamento di nuovi desideri, traendone soddisfazioni effimere. Senza riuscire a vedere quello che c’è attorno, perchè troppo impegnati ad inseguire qualcos’altro.

 

 

E’ sicuramente bello avere una passione travolgente e motivante, ma non è scontato che ognuno ne abbia una. Esiste chi, come 22, e anche la sottoscritta, ha provato tante cose, ma non è scattata la scintilla, o non è nato con talenti spiccanti. Per tanto tempo, come 22, ho sentito di non avere una passione trainante e andavo cercando il mio scopo nella vita. Questa mancanza mi dava un senso di non senso della mia vita stessa, e di sconforto. Finchè non ho compreso che tutte le cose che mi entusiasmavano erano passione, l’intensità in cui vivevo le esperienze della mia vita erano scintilla, quei momenti vissuti con consapevolezza erano il senso: ossia, quando riuscivo ad assaporare la vita, e a valorizzare quello che vedevo.

 

Un pesce giovane dice a un pesce anziano:  “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”.

Il pesce anziano risponde: “ L’oceano è quello in cui nuoti adesso.”

E il pesce giovane: ” Questo? Questa è acqua, io invece cerco l’oceano”

 

Quanto ci vuole per comprendere? In sintesi, Soul ci fa riflettere sul trascendere la convinzione di dover cercare altrove o lontano. Sul fatto che se non si ha successo non si è nessuno e la vita è sprecata. Sul superare l’idea che solo l’esaudimento dei propri desideri dia senso all’esistenza. Perché siamo più del nostro successo o dei nostri fallimenti, siamo più dell’essere riconosciuti, siamo più dei nostri sogni e desideri, siamo più di quello che mostriamo.

Siamo delle anime in viaggio, che hanno bisogno di comprendere che vivono già nell’oceano.

 

Come passerai il resto della vita?

Non lo, ma so che ne assaporero’ ogni istante.

 

 

 

gennaio 2021

 

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Navigando

 

 

Navigo in questo mare, con la voglia di infinito, di varcare i miei confini, quelli che con duro lavoro ho cercato di costruirmi e consolidare.

Tappando i buchi di quel colabrodo che ero, che facevano entrare ed uscire indiscriminatamente di tutto, toccando le parti vive e scoperte, indifese.

 

Navigo con la voglia di sconfinare, andare verso l’ignoto lasciando il conosciuto, il quotidiano, la routine.

 

Navigo con quel delicato equilibrio di parti ricucite, di pezzi separati poi ricomposti. Con un contenitore che ho esplorato e dove ho trovato le mie verità e scacciato molte illusioni e menzogne, attraverso un lungo percorso per ritrovarmi intera.

 

Un contenitore tutt’altro che infrangibile, fragile. Tanto da non poter ancora accogliere il riflesso di uno specchio che rimanda scissione, visioni parziali della realtà, o che difetta di verità. Perturbazioni, nel mio navigare, che non mi posso permettere di affrontare, dal momento che la mia barca non è ancora solida a sufficienza.

 

Sebbene sia grande il mio desiderio, e bisogno, di condivisione e di confronto, di fratellanza e di comunione, so che devo cercare percorsi e discorsi per navigare in acque tranquille. Devo restare lievemente sull’acqua, senza andare in profondità se non percepisco di essere in acque sicure. Per non rischiare che, da qualche spiraglio, da qualche buco rimasto, entri nella mia barca ciò che non deve, provocando spaccature o squarci, e mi trascini di nuovo nella tempesta.

 

(foto di copertina scattata a Zanzibar)

 

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Quello che non ho imparato

 

 

In tanti anni di vita e di esperienze, non ho ancora imparato che le cose passano: i momenti difficili vissuti, quelli gioiosi o dolorosi, i problemi, le relazioni, le persone, le situazioni.

E che, nonostante tutto, si puo’ sopravvivere, passare ad altro, girare pagina. Che se non passano, i momenti duri, almeno si alternano. Come in quel detto, che mi piace tanto

 

“buon tempo e mal tempo,

non dura tutto il tempo”.

 

 

Non ho ancora imparato che solo poche circostanze sono questione di vita o di morte, o prive di soluzione.

Non ho ancora imparato che voltarsi a guardare da un’altra parte, puo’ essere il rimedio per cambiare uno stato d’animo negativo. Che spostandosi, si possono vedere le cose da una diversa angolazione.

Non ho ancora imparato a non farmi sopraffare dall’ansia davanti a un problema o a un conflitto, a qualcosa che non va secondo i piani. E non ho ancora imparato ad attendere, ad aver pazienza.

Non ho ancora imparto ad avere fiducia nelle mie risorse, o almeno, ad avere fiducia in quello che deve essere, ed accoglierlo.

Non ho ancora imparato fino in fondo, a vedere le delusioni come l’opportunità che venga svelata la verità, che vengano demolite malsane aspettative. Che siano un’occasione per svegliarmi.

Non ho ancora imparato a non dar credito alle parole o ai gesti delle persone di cui poco mi importa. E che mi deve importare poco delle persone che vedono poco, o solo sè stesse, e delle persone ottuse.

Non ho ancora imparato a non rimanerci male di fronte a un tradimento, quando mi mancano di rispetto o di lealtà, di delicatezza, o quando mi prendono per scema o non mi considerano.

Non ho ancora imparato a non prendermela e farmi scivolare addosso le cose poco importanti, gli sberleffi delle persone insulse, a proteggermi davvero da chi o da quello che intuisco puo’ farmi del male. Non ho imparato a prendere le cose con un’opportuna leggerezza.

Non ho imparato a mascherare il disappunto, che mi si legge in faccia, e non ho imparato a tollerare chi si, e mi, racconta balle.

Non mi illudo di imparare cio’ che finora non ho imparato, sapendo anche che ritornerà a ripetersi se non imparo, e sarò costretta a riviverlo. Ho imparato a vederlo, a decifrarlo, a riconoscerlo, se non prima, mentre accade o appena dopo .. ma se non entra nella carne, non è possibile far la cosa giusta, e che faccia meno male, pur sapendo.

Mi auguro che almeno la consapevolezza di quel che non ho imparato a qualcosa possa servire, magari anche solo a non credere di vivere alla mercè di quel che accade o ad attribuire colpe o sfortune. A poter accogliere i miei limiti e le mie ragioni, a comprendere che non tutto è possibile, talvolta neanche imparare nel tempo che abbiamo disponibile. E che, comunque, si può fare del proprio meglio, e accettare quel che non si può cambiare.

 

Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; 

il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;

e la saggezza di riconoscerne la differenza.

 

 

dicembre 2020

 

 

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Natale e adolescenti: l’albero dell’Avvento

 

 

I figli crescono, diventano adolescenti, e il calendario dell’avvento perde un po’ della sua attrattiva, nonostante oggi se ne trovino di particolari e di tutti i tipi. Per poter regalare ancora un po’ di emozione e sorpresa a mia figlia adolescente, mi sono inventata l’albero dell’avvento.

Sin da quando era una bambina molto piccola, abbiamo adottato la tradizione di prendere a nostra figlia, ogni anno, ad inizio dicembre, il calendario dell’avvento di cioccolato, così che, ogni mattina, attendesse con trepidante eccitazione, di aprire una casellina, con la curiosità di sapere quale forma vi avrebbe trovato, e di mangiarsi golosamente il suo cioccolatino. Il tutto in attesa del giorno di Natale, quando avrebbe trovato un dono ancor più grande, talvolta molto desiderato, o una sorpresa che la lasciasse stupita, con tutta l’emozione delle feste in famiglia.

 

 

Ho sempre pensato che il calendario dell’avvento fosse un’ottima occasione di proficui apprendimenti per diversi motivi:

  • per creare un piccolo rito che desse spinta e motivo per alzarsi la mattina
  • per iniziare bene la giornata, con entusiasmo e con dolcezza
  • per imparare ad attendere le cose belle e importanti, giorno dopo giorno
  • per imparare che l’attesa puo’ anche essere dolce
  • per incentivare la curiosità dell’incognito, per quello che avrebbe trovato

Crescendo e passando dall’infanzia all’adolescenza, il calendario dell’avvento ha perso un po’ della sua attrattiva: qualche giorno la casellina non veniva aperta per dimenticanza e l’eccitazione e la curiosità avevano perso forza.

Un po’ nostalgica di quei momenti, volevo fare qualcosa per prolungare il momento dell’infanzia, che se ne stava andando, conscia che ormai sarebbero state le ultime volte che avrei potuto vedere in mia figlia sedicenne, quasi adulta, quello sguardo di bambina stupita ed eccitata, quegli occhioni grandi sgranati, quel corpo che si agitava, manifestando la sua gioia, di fronte a una piccola sorpresa a lei riservata.

E poi quest’anno ci aveva messo a dura prova, con la pandemia e tutte le restrizioni, lunghe permanenza a casa, noiose lezioni on line, giorni senza novità, e credo ce ne fosse bisogno, di qualche momento di stupore e gioia, di un po’ di brio, di qualcosa per ravvivare queste settimane.

Per questo ho pensato di fare l’albero dell’avvento.

In verità era una trovata che mi ero inventata qualche anno prima, e che avevo visto aveva avuto un gran successo. Con impegno ho cercato piccoli doni, preparato pacchettini numerati, contenenti sempre qualcosa di diverso, cioccolatini, caramelle, dolcetti, cose per la scuola, per il trucco, o per i capelli, da far cercare ogni giorno sull’albero, e da scartare, partendo dal giorno in cui abbiamo fatto l’albero di Natale, l’8 dicembre. E quindi, in un momento inaspettato, proprio dopo che lei aveva terminato di mettere tutte le altre decorazioni sull’albero, ho appeso quei piccoli doni, ognuno contraddistinto con il numero del giorno, fino al 25.  Una sorpresa che ha riscosso molto entusiasmo!

 

 

E ogni mattina è’ bellissimo sentirle raccontare cosa ha trovato dentro al pacchettino, vedere ancora ora la stessa eccitazione di quando era bambina, lo stesso sguardo acceso elettrizzato, lo stesso piacere dell’attesa, lo stesso desiderio di sapere quale sarà la nuova sorpresa, per i giorni a venire.

Ci  godiamo insieme quel che ci regala l’albero dell’avvento: a me il sorriso e l‘emozione di mia figlia, e la delizia di fare qualcosa per qualcuno che amo, a lei la possibilità di sapere che qualcosa di buono l’attende, il piacere di ricevere, e la sensazione di sentirsi amata.

Perchè ci si sente amati se ci si sente pensati, e se si sa, di essere pensati.

 

 

natale 2020

#natale #calendarioavvento

 

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Quel metro di distanza: le nuove distanze della pandemia e altre distanze

 

 

E’ da tempo che pensavo di scrivere un post sulle distanze, e ora, con il pericolo dei contagi da covid-19, non se ne fa che parlare, della giusta distanza.

La distanza è

 

lo spazio che intercorre tra due luoghi, due cose, o due persone

 

Se parliamo di relazioni significa tenere qualcuno vicino o lontano.

Riguardo la distanza fisica, ognuno di noi ha uno spazio ideale nel rapporto con l’altro, una bolla di sicurezza, chiamato uovo prossemico (la prossemica è una disciplina derivante dagli studi dell’antropologo Edward T. Hall, che indaga come l’uomo struttura inconsciamente le sue distanze, nella vita di tutti i giorni e con le altre persone ), che definisce lo spazio oltre il quale non desidera che l’altro vada, per non sentirsi a disagio.

Magari è capitato anche a voi, quando qualcuno vi parla, di sentire che vi viene troppo vicino, o che addirittura vi tocca, ed essere infastiditi da questo.

Oltrepassare quello spazio, l’uovo prossemico, puo’ significare avere la sensazione di essere invasi, così come lo stare troppo lontani puo’ dare una sensazione spiacevole o di abbandono.

Attraverso questo spazio viene comunicata una cosa importante: la relazione che si vuole tenere con l’altro, ma anche quale è la nostra zona di sicurezza, quella in cui ci sentiamo protetti, in contrapposizione a quella in cui ci sentiamo minacciati, e sentiamo il bisogno di proteggerci.

Quando penso alla distanza mi viene sempre alla mente il dilemma del porcospino di Arthur Schopenhauer:

 

Il dilemma del porcospino

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione

 

I porcospini devono cercare una adeguata distanza per non pungersi, e nello stesso tempo per darsi calore. Provano e riprovano, per trovarla.

Come i porcospini, quello che vorremmo nel rapporto con gli altri, è cercare di sentirci vicini, ma senza farci del male, o sentirci invasi nel nostro spazio; senza dare la sensazione di essere invadenti dello spazio dell’altro. Non sentirci soffocare dall’altro, ma neanche avere la sensazione di lontananza. Avvertire distanza da qualcuno che vorremmo sentire vicino, fa male, evoca la sensazione di venire abbandonati. Fa male nel caso di distanza fisica, come nel caso di distanza emotiva. Mentre talvolta prendere le distanze diventa necessario, serve per poter sopravvivere, o prendere respiro.

Insomma, occorre imparare a prendere le misure. Ed è un lavoro fatto di tentativi, prove e riprove, -come per i porcospini,- che, a volte, per le persone con confini più fragili, dura tutta una vita.

 

Io non odio persona alcuna, ma vi son uomini ch’io ho bisogno di vedere soltanto da lontano

Ugo Foscolo

 

Oggi, con la pandemia, le distanze fisiche opportune sono state stabilite, o consigliate, dall’alto, e da altro: il famoso metro di distanza, da tenere, gli uni dagli altri, per non infettarsi col virus. O lo stare ognuno a casa propria, distanti. Per qualcuno puo’ essere un bene, -per chi fatica a stabilirle, le distanze. Mentre per altri puo’ essere faticoso, -per chi sente l’esigenza di una maggiore vicinanza, di un contatto fisico. Certo è che, dover tenere le distanze dai propri cari è sempre molto duro: il contatto fisico, gli sguardi, gli odori, la voce, sono i primi modi di comunicare ed entrare in relazione fin dai primi giorni di vita, e rimangono un elemento costante imprescindibile per creare legami, riconoscere, riconoscersi, in una relazione.

 

 

 

Non è mai bello quando le distanze vengono stabilite da qualcun altro.

Tuttavia, visto che proprio dobbiamo, per proteggerci, possiamo provare a trovare un aspetto positivo nel tenere quelle distanze dagli altri, a cui talvolta non facciamo coscientemente attenzione: possiamo entrare, nostro malgrado o meno, in uno spazio intimo, dove ci si prende il tempo di sentire, di ascoltarci, di fermarci a riflettere, cosa che si fa sempre più di rado, oberati di cose da fare e di stimoli. Uno spazio per stare con noi stessi, guardarci dentro, per quanto bene o male possa farci, cosa che a volte evitiamo, per paura, per fretta, o chissà..

Stando con noi stessi abbiamo la possibilità di venire a contatto con cose che ci spaventano, ci deprimono e ci buttano a fondo, cose di cui non sapevamo dell’esistenza o di cui sapevamo ma cercavamo di stare alla larga, come difesa. Cose che lasciate nell’inconscio potrebbero sabotarci o non permetterci di vivere a pieno, ma impauriti, o come fuggitivi. Possiamo cercare di guardarle, queste cose, riconoscerle sarebbe già un primo passo, e, se necessario, chiedere aiuto per affrontarle.

Oppure potrebbero venire alla luce risorse inaspettate, nascoste, sconosciute o dimenticate, che, occupati a prendere le misure, nella ricerca della vicinanza di qualcuno, o di difenderci dall’invasione qualcun altro, ci erano sfuggite. Insomma può essere un ampliamento di conoscenza e di coscienza, che talvolta potrebbe essere d’aiuto per stare meglio. Anche nel caso in cui il metro di distanza o lo stare a casa propria, lontani, sia un limite, e si senta il bisogno di maggiore vicinanza, poichè il senso della mancanza puo’ portarci a nuove consapevolezze e alla valorizzazione di cio’ che viene a mancare.

 

 

C’è un altro aspetto, poi, che possiamo considerare: se stiamo troppo vicini, non riusciamo a vedere bene, a mettere a fuoco le cose. Vale per gli occhi e vale anche per il resto. Occorre allontanarsi un po’ per vedere piu’ nitidamente, per avere una prospettiva più ampia. Aumentare le distanze, a volte, si rivela necessario, per acquisire più obiettività. E’ un modo per fare chiarezza: non si vede più soltanto una piccola parte, ma qualcosa di più, del grande disegno.

 

Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano.

Arthur Schopenhauer

 

Potremmo quindi mettere a frutto questo tempo di distanze forzate, oltre che per guardarci dentro, per guardare meglio, o per vedere le cose, o le persone, da un po’ più lontano. Magari per venire a scoprire qualche verità in più. Potrebbe accadere di riuscire ad apprezzare cose che da vicino non vedevamo, di dare valore, di acquisire valore. O, con nuove consapevolezze, di accorgerci di voler lasciare andare, o ridimensionare, quello di cui ci rendiamo conto che non vale la pena, o che in definitiva ha poca importanza per noi.  O vedere se, il fatto di dover porre la nostra attenzione al prendere le misure, a stare attenti se quello o l’altro ci è vicino oppure no, non sia una scusa, proprio per non entrare ad esplorare un po’ di più quel che sentiamo o non sentiamo, le nostre paure, le nostre relazioni.

E potrebbe anche essere un modo per cercare i tanti altri modi di essere vicini: i legami a distanza sono assolutamente potenti, legano o tengono uniti, seppur con fili invisibili, nel bene o nel male. Che vicinanza e distanza a volte, possono alterare la realtà, o essere solo illusioni, da una parte o dall’altra.

 

Se vi separate dall’amico, non addoloratevi, perché la sua assenza vi illuminerà su ciò che in lui amate.

Kahlil Gibran

 

Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi.

Alessandro Baricco

 

dicembre 2020

 

 

Muri e confini

 

Pensieri al tempo del Coronavirus

 

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Viaggio nell’angoscia di aver contratto il Covid-19

 

 

Lo sappiamo che possiamo prenderlo, questo virus, anche se mettiamo in atto tutte le misure preventive e ci muoviamo con le dovute precauzioni. L‘impossibilità di vederlo ma la possibilità di sprofondare nelle sue conseguenze, ci getta nell’angoscia e ragionevolmente, per ostacolare la sensazione di paura, talvolta cerchiamo di allontanare il pensiero, per continuare a vivere la parvenza di una vita normale (che normale non è).

Da qualche anno, verso fine novembre, in occasione del compleanno di nostra figlia, ci concediamo una brevissima vacanza. Dapprima sono state le terme, a richiesta della piccola, poi quando è cresciuta ha desiderato andare a Londra, poi a Barcellona, e lo scorso anno Siviglia. Momenti indimenticabili per ritrovarsi, con gioia, insieme.

Quest’anno le restrizioni dovute alla pandemia non consentivano di programmare viaggi, e, proprio negli stessi giorni, non mi è stato risparmiato un altro tipo di viaggio: quello nell’angoscia di aver preso il coranavirus.

Quando il contagio ha cominciato a colpire qualcuno a me vicino, sempre più persone e alcune con sintomi importanti, l’agitazione ha cominciato a farsi più intensa, come se il pericolo, dapprima trasmesso dalle notizie sentite sui media, si stesse materializzando intorno. Mi veniva il panico e da piangere per la preoccupazione, per le situazioni di difficoltà che si venivano a creare, per i casi che si aggravavano, immedesimandomi con le sofferenze delle persone, e nel senso di incertezza e impotenza dei famigliari. Volevo far sentire la mia vicinanza, non con sterili previsioni rassicuranti, che non possiamo fare, –vedrai che andrà bene, se la caverà, vedrai che la situazione migliorerà,–  che non puoi saperlo e nessuno può saperlo, -certe affermazioni sortiscono l’effetto contrario, perché sembrano voler sminuire la situazione, anzichè trasmettere empatia,- mentre la cosa più confortante sarebbe un abbraccio, uno sguardo, ora impossibile. L’unica cosa che credo resti da dire sono parole semplici, –comprendo, sono con te, ti penso, ti sono vicino-. Ci sono. Essere di fronte a qualcuno spaventato o disperato ci mette in contatto con la nostra paura e la nostra disperazione, e gestirle non è semplice: si vorrebbe scacciarle, evitarle, ci sentiamo impauriti e impotenti a nostra volta.

Quando è toccato a me, di avere dei sintomi influenzali assimilabili a quelli del covid, da una sorta di incredulità iniziale, sono precipitata velocemente nel girone infernale delle possibilità e dei pensieri ansiogeni, delle valutazioni e dei ragionamenti: si è visto che il decorso puo’ essere indolore, ma anche che  le cose possono precipitare velocemente, come per taluni di cui ho avuto notizie, ultimamente.

Vuoi sperare, ma non sai quanto puoi sperare, che sia solo una banale influenza. Meglio a me che a qualcuno dei miei famigliari, mi sono detta, l’angoscia della loro malattia sarebbe stata ben peggio. Ma c’è la paura di trasmettergli il contagio, ancor di più quando sei figlia unica, genitore di figlia unica, con i parenti lontani. Che se ci si dovesse ammalare entrambi noi genitori, non sarebbe proprio facile con una figlia adolescente minorenne. Poi, il malessere ha prevalso sull’angoscia, ed è stato come se mi fossi dovuta lasciare andare agli eventi, abbandonare al buco nero, e all’intorpidimento della febbre.

Si è aperto un tempo di organizzazione di spazi diversi in casa, per mantenere le distanze possibili; di mani lavate di continuo, e disinfettanti passati ovunque; di attesa per vedere il decorso dei sintomi, col trascorrere delle ore e dei giorni; di attesa di poter contattare il medico, e che finisca il fine settimana; e poi di attesa davanti ad un telefono, sempre occupato.

E quando finalmente riesco ad avere una risposta..

..chiedo con determinazione al medico di fare un tampone, ascolto l’elenco dei sintomi, che il dottore deve indicare per prendere l’appuntamento per il tampone molecolare, e spunto quelli che ho e quelli che non ho. Resto stupita per la velocità, non devo più attendere, nel giro di due ore sono in uno spazio allestito con tende dell’esercito, che mi fa una certa impressione, nel parcheggio di un palazzo dello sport, in modalità “drive through”. Mi aspettano, hanno già tutti i miei dati, ma chiedono conferma, e ci sono solo 2 persone in coda, in accettazione, rispetto alle tante di qualche giorno prima. Tutto questo è confortante, perché significa che le cose, almeno nella mia regione, stanno funzionando, e soprattutto che il contagio sta rallentando. Con l’auto ci spostiamo dove viene fatto il prelievo, il bastoncino viene infilato a fondo nel mio naso e girato più volte, l’operatore mi dice di non tirare indietro la testa, ma mi viene in automatico per il fastidio.

Poi c’è l’attesa dell’esito, 24/48 ore hanno detto, l’attesa del saturimetro, ordinato subito in via precauzionale, l’attesa di vedere se torna la febbre, la sera, se sento ancora gli odori, i sapori, se gli altri sintomi si attenuano, e la voglia di dormire per non pensare allo scenario peggiore. Considerando, che tutto ciò sta accadendo alla vigilia del compleanno di mia figlia, proprio in quei giorni in cui, l’anno prima ci godevano una splendida Siviglia. Lei decide di farsi da sola la sua torta di compleanno, sa che è in grado di farla, e le riesce anche benissimo, senza nessun aiuto.

 

 

Un compleanno senza baci e abbracci, a distanza, con mascherina e con qualche preoccupazione. Lei sa che se non arriverà l’esito per tempo, non potrà frequentare la scuola in quell’ unico giorno alla settimana previsto per fare il laboratorio di ceramica e progettazione, non perché non sia consentito, ma per coscienza, vista la situazione di incertezza. E che se sarà positivo, dovrà restare in quarantena, tutti saremo in quarantena, e con la paura, stavolta ben motivata, di contagiarci a vicenda. In tutto ciò sappiamo e sentiamo che c’è chi sta peggio, che il non sapere ancora è motivo di speranza, ma io per carattere preferisco sempre non illudermi, pensare al peggio e piuttosto gioire dopo, per attenuare l’effetto di un’eventuale delusione.

Il giorno successivo inizia la consultazione continua del fascicolo sanitario, per vedere se è arrivato il referto. E intanto le persone care mi contattano, mi sono vicine, e io mi sento più fragile e nervosa, e mi ritrovo a piangere per l’ultima pubblicità della Wind.

Il referto arriva a tarda sera, alle 23, l’esito è negativo, io sono un po’ incredula, una postilla sembra (ma solo a me) non dare la certezza della negatività, e mi sento disorientata e restia a togliere la mascherina, a lasciare il divano, a tornare alla vita normale.

L’ho scampato, per ora il virus l’ho scampato. Ho fatto un viaggio nell’angoscia, ho vissuto la parte di un incubo che purtroppo per tanti prosegue, e ringrazio che sia finito in breve tempo, e nel migliore dei modi, ma non è stato bello per niente, e so che comunque non bisogna abbassare la guardia .

Torno nei miei spazi, alla vita normale.  Penso che quando stiamo bene, non ci rendiamo conto, talvolta, del valore della vita normale.

 

novembre 2020

 

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Sguardo di mamma (di adolescente)

 

 

La guardo. Così diversa da me, o uguale, in un tempo di cui ho vaga memoria.

Così scostante e distante, si prende lo spazio che è suo, nel mondo, si costruisce la sua rete, dove io sono fuori.

La guardo, adolescente, andare per la sua strada, con dei modi che quasi non riconosco. Estranea eppure uscita dal mio corpo, come se avesse solo preso in prestito, quel corpo, per venire al mondo.

Vissuta nella mia casa, accudita, coccolata e ora pronta a fare i suoi passi nel mondo, a far sentire la sua voce, a voler lasciare la sua impronta, nel suo mondo.

La guardo. Carne della mia carne, ma essere diverso, con risorse spesso a me sconosciute. La vedo combattere per la sua autonomia, e cercare la realtà giusta per lei.

La guardo, e non riconosco più i suoi gusti, mutanti senza preavviso, nel giusto tentativo di sperimentare, e di andare a delineare la sua personalità.

 

Nuovi spazi per lei, nuovi spazi per me. Nuove identità.

Tante pagine bianche, per lei, da riempire. Tante pagine, già scritte, per me, da rileggere, qualcuna ancora forse da scrivere.

La guardo.

Distolgo lo sguardo. Non vuole avere i miei occhi addosso, invadenti, reali o percepiti come tali, ma non so come altro guardare.

E guardo in un punto, davanti a me, indefinito e sconosciuto, dove entrambe ci stiamo dirigendo. Ognuna per la sua strada.

 

 

 

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Giovinezza obbligatoria?

 

 

La paura di sprecare il tempo della vita e la vita stessa

(che mi ha accompagnato per molto tempo).

La paura di restare incastrati, magari senza accorgersene. O della capacità di vedere, ma non di saper fare delle scelte.

Il timore che il tempo passi, e di ritrovarsi a fare dei bilanci, con i conti che non tornano, e troppo tardi per cambiare qualcosa, o per trovare il coraggio di farlo. Di avere sprecato quel libero arbitrio, quella possibilità di scegliere, che non è un privilegio di tutti.

Quel momento in cui ti rendi conto che l’età avanza.

Che il tempo è sempre meno, e che il corpo, la mente non rispondono piu’ come una volta. Quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Quel momento in cui aumenta il divario tra quel che vedi e senti dentro e quello che appare da fuori. Vedi il viso riempirsi di rughe, senti  il corpo indolenzirsi, l’energia che viene a mancare, le cose che sfuggono o non si ricordano. Controlli piu’ volte se hai messo nella borsa il telefono, gli occhiali, le chiavi.. che ci hai infilato poco prima. Quando percepisci distante quello che gli altri vedono di te, rispetto a quello che senti tu. Guardare gli altri della tua età e non riconoscerti. Constatare, e doversi rassegnare all’idea, che i piu’ giovani ti considerano vecchio.

Mentre tu, magari, ti senti ancora l’anima di un bambino, la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzino, gli alti e bassi di un adolescente. Quando hai la sensazione di non essere mai diventato grande e avere fatto le cose dei grandi.

Mentre si riduce la gamma delle tue possibilità: non puoi piu’ far conto sulla bellezza, sull’energia, sulla velocità, su un’immagine, su tutte quelle cose che contraddistinguono un corpo giovane e una giovane età. E devi cercare nuove e diverse risorse dentro di te, per compensare e non soccombere.. ed è una gran fatica!

E, forse, non vorresti renderti conto di tutto ciò, perché invecchiando diventi piu’ fragile, e in modo evidente. Magari dopo aver tentato tutta una vita di mascherarla o proteggerla, la tua fragilità.

Puoi anche far finta di niente, evitare questi pensieri, cercare di apparire ancora giovane, di nascondere, a te stesso o agli altri.

Per il protagonista dello spettacolo GIOVINEZZA OBBLIGATORIA, non è mai arrivato il momento per questi pensieri. Magari l’ha sempre sfuggito. Si trova catapultato all’improvviso di fronte all’evidenza di essere vecchio, e non per suo volere. Gli arriva lo scossone, e tutto accade cosi’ velocemente da restare incredulo di fronte al destino che gli si prospetta, che appare inevitabile e che non accetta: quello di dover scegliere la morte. In quel momento realizza qualcosa che probabilmente non ha mai voluto vedere o non si è fermato a pensare:

 

“ho sempre vissuto la vita come deve essere vissuta,

non mi sono mai chiesto come l’avrei voluta vivere.”.

 

 

E’ la triste ammissione di non aver fatto scelte consapevoli, di essersi fatto travolgere da meccanismi di omologazione, ed essere stato incastrato in una coazione al lavoro, subendo ritmi dettati, alla ricerca di prestigio e successo. In un contesto dove, anche la forza dei sentimenti o di una vita trascorsa insieme, è indebolita e sottomessa all’interesse della propria sopravvivenza alle ragioni del sistema. In una società in cui tutto è meccanico e programmato da qualcosa al di fuori di noi, dominata da valori materiali, dal culto dell’immagine, e dove appunto la giovinezza è un valore da perseguire, non uno stato temporaneo. Che fa nascere l’esigenza di mostrarsi sempre giovani, di restare giovani anche con artefatti, cadendo talvolta nel ridicolo.

Produci-consuma” è il leitmotiv dei protagonisti, a cui, in analogia a quello che è il momento storico che stiamo vivendo, -dove l’importanza delle persone è misurata in quanto consumatori,- mi viene da aggiungere:

“ fai vedere – mostra – metti in piazza”.

 

Ansia..ansia…ansia.. l’ansia della situazione ti sovrasta.. finchè  …qualcosa scatta, come a volte nella realtà. Istinto di sopravvivenza? Attaccamento alla vita, che emerge nei momenti più improbabili? Consapevolezza di avere il tempo limitato? Voglia di cercare di realizzare, nel poco tempo rimasto, qualcuno dei sogni o dei desideri che si sono custoditi o che non si sapeva avere? Desiderio di recuperare qualcosa?

Ecco, quando quel qualcosa scatta, c’è un senso di liberazione. Perchè l’uomo si rende conto che c’è una possibilità di scelta.

Seppure con i limiti evidenti, anche l’eta avanzata puo’ consentire di scegliere, se non altro, un atteggiamento da adottare, per affrontare la vita che rimane. Con dignità. Senza ulteriori sprechi, se ve ne sono stati. Senza lagna, nonostante il tanto che viene a mancare. E proprio la consapevolezza degli anni che passano, e il desiderio di non sprecare ancora del tempo, puo’ stimolare a scegliere di permettersi quello che non ci si è mai permessi, di fare quello che non si avrebbe o non si ha mai fatto, di dare risposte mai immaginate, di essere la persona che si vuole…di  mandare affanculo, di diventare rompi-coglioni, di smettere di far finta di niente.. Di acquisire nuove libertà: le libertà di chi ha piu’ poco da perdere.

E’ dura lasciare la giovinezza.. ma voglio sperare che la vecchiaia non sia solo un accumulo di anni che passano. e di rughe, ma anche di saggezza, di esperienze che hanno insegnato, e che possono insegnare a qualcuno. Che cio’ che è contenuto, ed è frutto di una vita vissuta, sia piu’ importante del contenitore esterno.

Voglio sperare che anche dietro una mascherina, obbligatoria e opportuna, dove le lacrime non sanno dove andare, vedere rappresentato su un palco quel che puo’ essere, sia utile per far fermare a riflettere profondamente, per accorciare i tempi e per contenere gli sprechi.

E voglio sperare, e mi auguro, che i luoghi di arte e cultura, come il nostro teatro, continuino ad essere frequentati e considerati importanti. Perché spettacoli come questo, non solo fanno trascorrere un pò di tempo di qualità e distraggono per un pò da se stessi, ma mettono in moto i pensieri, creano collegamenti, empatia, terapeutiche identificazioni in personaggi, situazioni ed emozioni, ampliano la coscienza, ci riportano a noi e ci fanno riconoscere come esseri umani.

Tutto cio’ che serve anche per invecchiare meglio.

 

Spunti di riflessioni dallo spettacolo Giovinezza obbligatoria del Teatro delle Temperie.

ottobre 2020

 

Lo spettacolo https://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/giovinezza

recensione del magazine About https://aboutbologna.it/giovinezza-obbligatoria-tre-compagnie-teatrali-produci-e-consuma/?fbclid=IwAR1CXFVTF2L_JsfAkyj5zbC_A5Btk9Mj7QYlVa6wt4mGPAcprZey9RD63eA

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

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Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.