Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

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La bambina che c’è in me

 

 

La bimba che c’è in me non ha le rughe, la pancia molle, le gambe pesanti

 

La bimba che c’è in me fatica a vedere il tempo che passa

 

La bimba che c’è  in me conserva la meraviglia per ciò che le piace, l’entusiasmo per l’esplorazione, lo stupore per ciò che è nuovo

 

La bimba che c’è in me non si vergogna di mostrare queste emozioni, è  l’adulta che vorrebbe catturare quei momenti e tenerli stretti

 

La bimba che c’è in me si illumina se incontra qualcuno che sente simile e vicino, o a cui vuol bene,

e vorrebbe prolungare all’infinito, e ripetere, ripetere i momenti belli

 

La bimba che c’è in me parla con i suoi animali, li abbraccia e li tiene con sé, e saluta quelli che incontra

 

La bimba che c’è in me sogna, e si entusiasma dei suoi sogni, mentre l’adulta cerca di realizzarli

 

La bimba che c’è in me non ha confini, ma sa vivere una gioia sconfinata

 

La bimba che c’è in me si abbaglia, ama smisuratamente, parla senza filtri, esplode, e, talvolta, ha paura. A volte fa i capricci e non si vuol zittire, tiene il broncio .. è proprio una  bambina!

 

La bimba che c’è in me vive le sue emozioni, le esprime, anche quanto sono strabordanti e fanno male: non sempre trova qualcuno, una parte che le riesca a contenere

 

La bimba che c’è in me crede alle persone, si fida, non vede la malizia, e ci rimane male da chi tradisce le promesse

 

La bimba che c’è in me reagisce al presente per ferite del passato, grida contro quel che non ritiene giusto, spesso non sa tacere quando sarebbe meglio farlo

 

La bimba che c’è  in me vorrebbe… dire fare baciare lettera e .. ok, non andare oltre

 

La bimba che c’è in me cerca di vivere lentamente e con presenza ogni momento, tornando proprio a quei momenti di bambina, mentre l’adulta, se è fortunata, ha ripescato quel ricordo, o ha imparato con consapevolezza a farlo

 

La bimba che c’è in me .. a me piace!

Apro le braccia e la accolgo: forse solo così possiamo avere la speranza di salvarci, entrambe

 

Agosto 2026

 

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Pensieri e Parole

 

in particolare

 

Le tue impronte

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Giornate di una torrida estate

 

 

Giornate di caldo, di umido, di sole cocente.

 

Di cicale che cantano, di ore all’ombra degli alberi, di uccelli canterini.

 

Di sonnellini, di secco, e di piante da innaffiare.

 

Di coccole a gatti, che fanno caldo ma che danno amore.

 

  

Giornate di quiete, di ozio, di noia, di poca voglia di fare.

 

Di tempo dilatato, di sudate, di ventilatori, e condizionatori accesi.

 

Di docce rinfrescanti, di pasti freddi, di film sul balcone, la sera.

 

Di letture, di pensieri vaganti, di attesa, di programmi.

 

  

Giornate lunghe, piene di niente.

 

Di tempi morti, e momenti vivi.

 

Senza poter scappare.

  

Solo restare, solo imparare a guardare. A vedere. Ad ascoltare.

 

Giornate d’estate. Estate che amo.

 

 
luglio 2025

 

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Pensieri e Parole

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Il ritorno a casa dell’anima: l’Odissea di Nolan

 

 

Luglio 2026: esce al cinema il film l’Odissea, del regista Christopher Nolan.

Sapevamo già della realizzazione di questo film, poichè quando siamo andati a Favignana a Maggio 2025, avevano appena terminato le riprese al castello di Santa Caterina, scelto dal regista come ambientazione per Itaca.

Ci sarebbe molto da scrivere su questa opera, ma se ne è già parlato davvero tanto sui social, da punti di vista diversi e molto interessanti, che offrono spunti, letture, interpretazioni, collegamenti all’attualità: mi limterò a fare alcune considerazioni relativamente a un paio di temi che mi hanno particolarmente colpito e fatto riflettere, che riguardano in particolare la metafora del percorso dell’anima per ritornare “a casa”.

 

Le sfide dell’anima: il canto delle sirene

Tra tutte le sfide che Ulisse deve affrontare per ritornare ad Itaca, la rappresentazione del canto delle sirene è quella per me più d’impatto: egli si trova davanti a qualcosa che sa che, ancora una volta, lo porterebbe a perdersi.

E’ l’attrazione per qualcosa di irresistibile: la seduzione dell’ignoto (per noi forse il potere dell’adrenalina??), ma anche della conoscenza, del piacere, di ciò che vorremmo essere e realizzare, il conseguimento dei nostri ideali e della perfezione.

Ma tutto ciò non è altro che un miraggio, portatore di delusione e disperazione, quando si mostra l’altra faccia della medaglia: l’impossibilità di raggiungere quanto ambito; il realizzare che quello che avevamo, e che ci rendeva felici è perduto per sempre, e i sentimenti di rammarico e nostalgia che ne conseguono; ma anche il dolore per un tempo mancato che non si può più avere indietro da vivere, che genera rimpianto; e la tentazione di fuggire dalla verità dolorosa che il diventare coscienti delle proprie debolezze, colpe, responsabilità, il guardarsi dentro con onestà, comporta.

 

Ascoltare tutto questo senza un paracadute terrebbe Ulisse ancora lontano dalla sua casa, da sè stesso, dalla sua anima, e lo distruggerebbe. Ma lui vuole ascoltare e con un atto di consapevolezza, coraggio e saggezza, decide di farlo, elaborando uno stratagemma per non cadere nella trappola. Vuole conoscere, pur sapendo che ciò gli procurerà dolore, e gli farà vedere verità scomode. Il cammino verso casa comporta che ciò che non è autentico debba venire alla luce, gli inganni devono essere smascherati, le menzogne che ci si è raccontati devono essere rivelate, i falsi valori o ideali svelati. Quello che si è stati e si è diventati, le parti peggiori di sè, o quelle agite nell’incoscienza, devono uscire dall’ombra, affinchè non lavorino nel buio, portandoci fuori strada, e lontano da casa. 

Il percorso della coscienza spesso è doloroso, ma il richiamo, qualcosa dentro che non ti fa sentire in pace, che grida e aspira alla verità, è piu forte, se si hanno orecchie per ascoltarlo.

Mi è  piaciuta questa lettura:

“È  come se ciò a cui teniamo custodisse al nostro posto la memoria della direzione da seguire.”

 

Ma occorre sempre un atto di volontà, una scelta, il coraggio di ascoltare: trovare un modo, come ha fatto Ulisse, di “legarsi” per sapere, reggere, e non scappare più

 

«Com’era il canto delle sirene?»


«Era esattamente come vorresti che fosse, e poi tutto quello che non vorresti aver desiderato.

Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci, quindi da delizioso diventa insopportabile.

Quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. È quello che meno puoi avere è quello che avevi già, e che hai perso.

Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente.»

 

La scelta del ritorno

Esiste una parte incontrollabile di destino che interviene nelle nostre vite, e ogni intemperia è una sfida alla motivazione del nostro ritorno a casa.

Sono le nostre scelte a determinarne l’esito?

Io credo che a volte sì; a volte si fa quel che ci è possibile in quel momento, in funzione anche della nostra storia personale, e del punto in cui siamo del nostro percorso. A volte le sfide sono fatali, forse interviene il karma o chissà; a volte non si raccolgono neppure. A volte, invece, è proprio la sconfitta dovuta a una sfida persa a cambiare tutto.

Il momento più emotivamente coinvolgente per me dell’Odissea di Nolan è stato quando Ulisse, dopo aver rimosso per anni, e poi ricordato, il dolore della guerra e le sfide catastrofiche, essere sceso negli inferi, e aver visto le parti piu oscure e abberranti di sè e dell’animo umano, pieno di sensi di colpa e del peso della responsabilità, SCEGLIE.

Non fa la scelta più comoda, ovvero quella di restare con la bellissima ninfa Calipso,  – una bella vita in paradiso, nel paese dei balocchi-, – che lo ha accolto e accudito nell’oblio quasi indispensabile per la sopravvivenza (come spesso nei momenti dolorosi): nel profondo della sua anima arriva a sentire che non è quello il suo “posto”, o il suo modo giusto di vivere.

E’ giunta l’ora di tornare a casa – inteso che casa è dove la nostra anima può riposare e trovare un pò di pace; dove possiamo abbandonarci a noi stessi, calare maschere e corazze, essere vicini ai nostri sentimenti e dove ritroviamo i nostri affetti, dopo aver combattuto le nostre battaglie, elaborato le nostre sconfitte, perso e ritrovato la direzione, essere caduti vittime dei bisogni e dei pericoli, delle illusioni e delle seduzioni, che hanno imposto deviazioni al nostro ritorno.

Talvolta è più facile combattere, piuttosto che mollare il controllo e la convinzione di avere potere su tutto. E’ più facile anche che accettare il proprio castigo e la resa. Che, tuttavia, è l’unico modo per guardare la verità in modo onesto, accettarla, e per cominciare a vivere veramente secondo ciò che l’anima ci richiede.

Per fare questo, per tornare a casa, Ulisse (come credo tutti noi) deve rinunciare a combattere, lasciarsi andare alla corrente, fare un atto di fede.  E’ questa resa che gli consente il ritorno, e lui questa volta non deve fare niente, deve solo abbandonarsi: Calipso, che gli enuncia questo, lo rassicura che gli dei gli verranno in soccorso.

 

“Devi consegnarti alla tempesta, consegnarti a Poseidone, e accettare il tuo castigo.

Zeus non gli permetterà di ucciderti. 

Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e VIVI.

È  un atto di fede che non hai ancora mai fatto.”

                                                                                                                                   (Calipso)

 

Mi trovo d’accordo con chi dice che il viaggio di ritorno di Ulisse ad Itaca è il viaggio di tutti noi, della nostra anima verso casa, verso la parte più autentica di noi, quando la coscienza prende il sopravvento e le lezioni sono state apprese, e i tempi sono maturi perché questo accada.

L’universo, o gli dei in quel caso, cospirano a nostro favore, per portarci a riconoscere quello che siamo veramente, i nostri desideri profondi, e la nostra essenza.

E ogni cosa che possa stimolare il risveglio, che possa supportare il viaggio, far riflettere, quando “ci si consegna alla tempesta“, la trovo buona e giusta. Anche un kolossal sul grande schermo, che riprende un grande poema non perfettamente fedele alla storia, ma che mette in campo gli archetipi, cioè le figure e i modelli che appartengono a tutta l’umanità presenti nell’inconscio collettivo, e racconta il cammino e le sfide che, simbolicamente, chiunque di noi decida di intraprendere il viaggio si può trovare ad affrontare.

 

 

agosto 2026

 

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Opere

 

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Le cose belle

 

 

Quando si va avanti con gli anni si comincia a guardare più vicino.

Un po’ per il limite posto dall’età, che fa diventare miopi, con difficoltà di messa a fuoco del lontano; un po’ perché probabilmente si è fatto poco negli anni, intenti a correre incontro alla vita.

E forse perché, consapevoli o no, si sa che per ragioni di tempo rimasto non si può guardare così avanti come un tempo, pianificare troppo oltre.

Ma spesso anche a guardare molto vicino è un problema, con l’avanzare delle stagioni.

E qui il rischio è di concentrarsi troppo su se stessi, dimenticando il resto, confinandosi in un proprio mondo esclusivo.

 

A pensarci bene c’è una saggezza, in questo che fisicamente accade.

E allora magari ci si può accorgere che la cosa migliore è guardarsi meglio attorno.

Qualcosa che, spesso, se si ha la fortuna di essere colti da un guizzo di coscienza, si cerca di imparare lungo la via e la vita, non senza fatica, quando si arriva a fare certi conti.

Si può osservare anche, che nelle persone che hanno superato la mezz’età, frequentemente cominciano a diventare importanti le piccole cose, quelle infinitesime che da giovani sembravano inezie, dettagli senza importanza, quisquiglie ridicole da vecchi. Ci si preoccupa per questioni che un tempo non sfioravano, – il parcheggio, il fare tardi, il lontano, il colpo d’aria, l’indigesto, la necessità di tempo per mettersi nell’idea di fare qualcosa-.

Nella migliore delle ipotesi, invece, (o insieme) si può arrivare a “vedere” le piccole cose, ed imparare ad apprezzarle; a godere di quel che c’è anziché ambire ad altro; a fare le cose lentamente, e poche, anziché correre e rincorrere; a smettere di scappare e imparare a restare.

 

Si può arrivare a prediligere il silenzio

rispetto al caos e al rumore,

l’esperienza invece che il divertimento,

la sazietà invece che la voracità,

la profondità piuttosto che la fatuità.

A prestare più attenzione alla qualità,

-quella che appaga-,

rispetto alla quantità,

– quella che non è mai abbastanza-.

A restare nel qui e ora,

invece che rimuginare,

e proiettarsi altrove.

Ad ascoltare.

 

È  inevitabile arrivare a ciò che è ineluttabile, perchè il corpo, la mente, con le stagioni che avanzano, fanno rallentare, non sono in grado di rispondere più come prima. Impongono un adattamento, non permettendo più, come si diceva all’inizio, per esempio, di guardare molto avanti e lontano, o troppo vicino, di correre velocemente come in precedenza. Costringono a fare, a diventare, quello che, se la coscienza ha dato una mano, e si è stati abili a capirlo e ad impararlo, si è cercato spontaneamente prima che piombassero i limiti dal tempo, al sopraggiungere dell’esigenza di una sorta di pace interiore.

Se si ha quella fortuna, – ovvero di aver intrapreso prima quel cammino, – si ha maggiore possibilità di accettare ed accogliere la nuova stagione, che va verso questo cambiamento.

Se questo viene imposto dal tempo che passa, può invece essere faticoso e doloroso.

 

Comunque, indietro non si torna. E guardare al passato dovrebbe servire solo a ringraziare per i doni ricevuti, o ad assolversi per quello che non si è riusciti a fare: la vita scorre, si riproduce, sboccia, -per fortuna-, nonostante il nostro passaggio.

In quella stagione non si cerca più uno scopo nella vita; la cosa migliore sarebbe, finché è possibile, cercare di vedere e portarsi dentro la bellezza che inevitabilmente ci circonda.

Fermarsi ad assaporare i momenti in cui ci accorgiamo di essere vivi, quelli in cui vediamo quel che abbiamo vicino.

Coltivare, cullare ancora dei sogni, che, dando una prospettiva, animano il cuore.

E non smettere di cercare le cose che entusiasmano, che emozionano, che fanno ridere e piangere.

Le cose belle.

 

giugno 2026

 

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Di invasioni e di vie di salvezza

 

 

A volte penso a quanto sia difficile essere compassionevole con qualcuno da cui senti di doverti proteggere. Soprattutto quando i tuoi confini sono molto labili, non si sono formati a dovere a tempo debito, e hai dovuto lavorare sodo per cercare di costruirteli alla meglio giorno dopo giorno- o costruirti almeno un sistema di difesa -, e nel contempo cercare di resistere agli attacchi, alle invasioni.

Quando hai corso il rischio di passar la vita a cercare di salvaguardare la tua identità, subendo le conseguenze che l’assenza di limiti di protezione comporta. In primis, una bassa autostima, che induce a mettersi sempre in discussione, pensando ogni volta che sia l’altro dalla parte della ragione, e tu ad essere in torto. Diventando facile preda di manipolazioni e di situazioni tossiche, o potenzialmente tali.

Così io ho vissuto per anni: tutto era difficile e faticoso, prendere una decisione, fare una scelta, perseverare, comprendere i miei bisogni, quietare, fidarsi, dare credito a me stessa. Anni in cui il dover vivere continuamente in situazioni conflittuali metteva, toglieva, spostava quei fragili confini, lasciando spazio al dubbio, al senso di precarietà, e all’incapacità di mettere un punto fermo; anni in cui mi sentivo sballottata da una parte all’altra, dalle situazioni, dai miei pensieri, dalle mie emozioni straripanti. E  in cui arrivavo a giustificare carnefici e vittime.

Talvolta al posto dei confini di protezione si ergevano muri, spesso invalicabili, che mi chiudevano in un grande stato di solitudine; oppure erano di cartone, facilmente abbattibili, e che lasciavano spazio all’incursione.

Dopo anni di lavoro su me stessa, e sulla consapevolezza, ancora non riesco ad essere immune, e fatico a proteggermi dalla tossicità. Non riesco a farmi scivolare addosso ciò che non mi fa bene, – restituire al mittente, evitare di farmi sopraffare, di farmi affossare, risucchiare, coinvolgere da dinamiche malsane. A non sentire fatica per ogni cosa: a volte anche semplicemente ad alzarmi la mattina di una giornata di sole, e mettermi in moto.

Ho sulle spalle l’ingombro e il peso di altre vite, che da sempre, in un modo o nell’altro, -che sia invadenza, o presenza imposta-, premono, schiacciano, pesano come macigni; tentano come piovre di catturarmi con i loro tentacoli, e portarmi, come una preda, nei loro abissi.

Posso però, come risultato del duro lavoro, riconoscere le parti che si attivano in me: quelle delle ferite, quelle del bambino piccolo e impotente, quelle delle pretese, quelle delle aspettative. E anche quelle che rappresentano l‘eredità, e tutte le interferenze, anche se, il più delle volte, non le intercetto in tempo reale per arrestare le reazioni che mi provocano.

Mi capita spesso di dovermi sforzare per non farmi fagocitare dalla negatività che ne deriva: ho appeso un biglietto in cucina, per averlo dinanzi agli occhi tutti i giorni, che mi ricorda:

 

“Non importa quale sia la situazione, ricorda a te stesso: ho una possibilità.”

 

E so che l‘antidoto, per me, è perseguire la bellezza: mettere lei a combattere, -certa del successo-, le mie battaglie, con ciò che mi fa ostaggio della tossicità, dell’oscurità e dello sbandamento, in modo da uscirne, non dico illesa, ma di uscirne, con uno sguardo altrove, con uno sguardo dall’alto, con uno sguardo alla meraviglia.
Una sana distrazione ma anche un nutrimento, che si contrappongono al risucchio, e per interrompere i dialoghi con quelle voci ingerenti con cui devo fare i conti, chiamate senso di colpa e senso di sacrificio, che gli invasori mi hanno inculcato, e su cui fanno leva.

E so anche che non devo mollare la speranza in questo antidoto; speranza di realizzare e conservare ciò che so essere balsamo e cura, nonostante tutta la fatica, l’ansia che ciò ancora comporta, e la difficoltà di trovare agganci momentanei di sopravvivenza. E di accettare ciò che non posso cambiare, ciò che non posso fare, o fare diversamente, ed assolvermi per questo.

 

Ci metto tutto l’impegno per riconoscere la mia umanità. La realtà che non tutto è, e ci è possibile, e il delirio di onnipotenza di poter salvare, di poter risolvere, di trovare e fornire soluzioni.

So che, accogliendo così il limite, metto il confine, e scelgo quello che è il bene per me, adottando le sane strategie per mettermi in sicurezza.

Facendo l’unica cosa che mi è davvero possibile: salvare me stessa.

Facendo l’unica cosa giusta: guardare il lato luminoso, perseguire la gioia nella mia vita.

 

 

maggio 2025

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Ladies and gentleman… Andy Warhol

 

 

Si chiama proprio così, “Ladies and gentleman” , la mostra con opere di Andy Warhol che si può vedere in questi giorni (14 marzo – 19 luglio 2026) al Palazzo dei Diamanti nella bella Ferrara.

Un’esposizione, tra l’altro, riproposta cinquant’anni dopo la prima edizione del 1975-76, tenutasi nello stesso posto.

Un personaggio alquanto particolare Andy Warhol, si nota dai pochi filmati che lo riprendono quasi impacciato, e con espressioni talvolta inquietanti, e dai suoi autoritratti, nonostante il suo essere genio indiscusso e padre della innovativa pop art, affermatasi negli anni 60. Ovvero quell’arte che utilizzava immagini della cultura popolare, oggetti comuni, prodotti del consumismo e della pubblicità, personaggi famosi ma anche “diversi” o emarginati, come base per le sue opere di grande impatto comunicativo, che favorivano la diffusione dell’arte e della culturale tra le masse

 

 

Dotato di grande capacità di osservazione, come da sua frase

 

 

 

e come risulta evidente nell‘esposizione dai numerosi autoritratti, e ritratti di persone dello spettacolo o sconosciuti, anche dando luce a tematiche scottanti come l’identità di genere con la rappresentazione delle sue drag queen, e nella ricerca del particolare, di espressioni, attraverso fotografie, scattate con la sua polaroid, o opere di altri, poi riempite di colore, di pennellate, di elementi che suscitano emozioni, e che trasudano bellezza, o con serigrafie che permettevano la riproduzione in serie, quindi il “”maggior consumo”, la maggior diffusione e possibilità di fruizione, con il fine di rendere l’arte “democratica”

 

 

Tra i più conosciuti ritratti ci sono quelli di Marilyn Monroe, di Mao Tse-Tung, ripetuti e con diversi colori ed evidenziazioni, di Mick Jagger, Liza Minnelli, Grace Jones, e le iconiche copertine degli Lp dei Rolling Stones e di altri artisti

 

 

 

Una frase particolarmente profetica di Andy Warhol, che risale agli anni 60, si legge alla fine della mostra

 

 “In futuro, tutti avranno diritto a 15 minuti di celebrità”

 

A che prezzo, lui, morto nel 1987, non ha potuto vederlo

 

 

Bella come sempre Ferrara

 

 

bello il Palazzo dei Diamanti

 

 

Bella la mostra, le luci, le pareti, il gioco di specchi di alcune sale…

 

 

Bello tutto ciò che un artista riesce a suscitare, e a stimolare come riflessione

 

 

aprile 2026

 

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Volare…

 

 

Riflessioni in volo…

 

“Volare, oh oh”….

Volare sopra alle nuvole..

Il sole che risplende, il cielo azzurro.. e sognare.

Sognare di poterci camminare, su quella distesa bianca, che pare panna montata.

Immaginare di saltare tra un cirro e l’altro. E atterrare con morbidezza.

E poi, di sdraiarsi, e prendere tutto il sole, il calore, affondare in quella coltre.

Godersi candidi spazi infiniti e deserti.

Stare fermi ma andare.

Fantasticare di luoghi lontani. Pensare a persone vicine, e a anime belle.

Lasciarsi alle spalle, là dietro, laggiù, tormenti e ansie, cattivi pensieri e abitudini.

In un momento senza tempo. Di pace. Di quiete. Tra cielo e terra. Tra nuvole e sole.

Un attimo di tregua da sè. Un attimo di tregua dal mondo.

 

“E volavo volavo volavo felice più in alto del sole e ancora più su

Mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù..

 

 

marzo 2026

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Anime belle

 

 

Mentre sono qui con tuo fratello in braccio che mi inonda con le sue fusa confortanti, balsamo per le mancanze del cuore, e si abbandona come voi sapete fare, guardo là in quel punto dove ti vedevo tornare correrendo.

Dove vedevo esplodere la tua vitalità e trasmetterla a me, e la tua gioia nel fare ritorno, e quasi sembravi  sorridente, nonostante un gatto non possa sorridere.

Lo stesso punto dove ho visto la tua forza vitale spenta, dove ti ho trovato senza più vita, e un dolore mi spaccava il cuore, consapevole che con te se ne andava una fonte di nutrimento, di gioia, un periodo di vita in cui avevo avuto vicino un angelo.

 

febbraio 2026

 

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Noi siamo quello che proviamo e percepiamo

 

 

 

“Noi siamo quello che proviamo e percepiamo.

Se ci arrabbiamo siamo la rabbia.

Se amiamo siamo l’amore.

Se contempliamo la cima di un monte ricoperto di neve siamo la montagna.

Possiamo essere ciò che vogliamo “

 

(Thich Nath Hanh)

 

 

Allora…. io sono mare,

calmo e trasparente, che distende e riempie di bellezza, e che porta via, spaziando verso l’infinito.

 

Sono oceano tumultuoso,

con onde fragorose, vita che si fa sentire, potenza che si risveglia.

 

 

Sono vento,

che scuote e mostra la forza e la resistenza, e che instilla la voglia di restare saldo, di combattere, di non soccombere.

 

Sono la pioggia e la nebbia,

che mi avvolge, che mi bagna, e che nonostante questo è benvenuta: mi mostra insoliti paesaggi, dominati dal verde, e fiori colorati, dove stanziava l’arido e il secco.

 

 

Sono sabbia,

morbida, sotto ai miei piedi che sprofondano, che accoglie il peso del mio corpo. Sono dune di sabbia, piccoli granelli che assieme creano dolci forme, e si trasformano nel tempo; e anche rocce nere bucate, e sassolini bianchi che sembrano pop corn, che non smettono di riempirmi di stupore.

 

Sono il sole,

che scende sul mare e che sparisce all’orizzonte, e le sfumature di rosso che lascia nel cielo, al tramonto.

 

E sono il tramonto, 

che ricorda che i momenti prima e dopo il buio regalano i colori più belli.

 

Sono le luci della sera che calano su un paesino di pescatori,

scogli, case bianche, vicoli solitari, il suono del mare impetuoso, e sapori di cui avevo la nostalgia.

 

 

Sono il profumo del mare, 

portato dal vento nella notte.

 

Sono una finestra sulla spiaggia,

da cui godere della vista del mare, e ascoltarne la voce suadente, che mai si placa.

 

Sono gli uccellini,

che cantano al mattino a una nuova giornata; e anche quelli con le zampette corte, che camminano veloci sulla spiaggia, in cerca di nutrimento.

 

Sono gli scoiattoli,

che arrivano vivaci e guardano curiosi, che giocano, si avvicinano e corrono via, veloci, l’eccitazione a mille, uno spettacolo che non stanca mai.

 

 

Sono la bocca di un vulcano spento,

che riposa dopo le esplosioni arcaiche, artefice della creazione di un paesaggio incantevole.

 

Sono un puertito remoto ed autentico,

lambito da scogliere imponenti, abitato da colori allegri e brillanti, e da un mare tempestoso ed urlante.

 

Sono una strada amata e sognata,

che scorre tra la sabbia, e che guarda il mare

 

 

Sono il calpestio dei miei passi,

su una via solitaria e silenziosa di un’isola deserta, in mezzo ai suoni della natura.

 

Sono il cibo gustoso che da piacere,

una birra fresca, e la colazione davanti al mare.

 

Sono il cielo blu sopra le nuvole dal finestrino di un aereo,

che mi ricorda che nonostante i tempi cupi, poi torna il sereno. Che non può piovere per sempre.

 

Sono luoghi conosciuti, 

rassicuranti come un ritorno a casa, e culla di ricordi felici.

 

 

Sono 4 occhi che guardano gli stessi posti,

che amano gli stessi luoghi.

Che camminano insieme, tenendosi per mano.

 

 

Ispirata da una lettura di Thich Nat Hanh a Fuerteventura, gennaio 2026

 

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“Ogni cosa mi illumina”…

 

Ecco ciò per cui si dovrebbe lavorare, ecco ciò per cui lavoro.. per guardare dalla parte della luce, per la gioia, anche se  “.. è un duro lavoro” 

 

Per cambiare non il mondo ma i modi, o meglio, partire da quelli, i miei

 

 

 

Per imparare ad accogliere, per dire dei “si”

 

 

Cominciando da un linguaggio non al negativo ma al positivo, e così riprogrammarsi e attirarsi cose diverse…

 

Per “farmi scivolare il mondo addosso, non scivolare sempre io“, anche se, mi dico, sei “così abituata a cadere che sembri nata per rialzarti”.. 

 

Ma allora mi verrebbe da fare una preghiera:

 

“Fammi essere il prossimo Jeeg Robot 🙏

Fammi essere tutto quello che ancora non sono.

Almeno splendimi in tenacia, in prontezza ed in audacia. Dammi il massimo di resistenza, una forza e la pazienza.

E fammi anche più stronza, … fammi anche più fredda..ma dico: hai visto il mondo??

Saper lanciare pugni al vento, volare quando me la sento. Restare sempre qui sul pezzo, risolvere tutti i miei cazzi.

E avere un cuore di ferro, così non me lo frammento.

Fammi essere il prossimo Jeeg Robot”

 

 

… Ma poi mi dico ancora:

“E non ci credo più, che fuori è solo neve, che fuori non c’è il cuore, che fuori è solo guerra, che non c’è meraviglia”😍…. “Anche stavolta ce la farai, è un periodo di merda ma la vita è bella anche con i guai..!!”

 

E allora…

“Prendi la strada più dura quando hai voglia di stare da sola, reggiti sempre al cuore con forza…

Non cercare la felicità nel posto dove l’hai persa…

Non rimpiangere mai il fatto di essere diversa, son queste cicatrici a renderti perfetta..” …..

Perché…. “se c’è un posto bello sei te, ti ci devi portare!

 

Sai che..

“la vita dura poco, e tutto quello che non fai lo ricorderai ancora, ancora… se hai qualcosa da salvare, salva perché purtroppo è già finita, e tutto quello che non fai lo ricorderai ancora e ancora.

Noi siamo questi: amori e incidenti!

 

E allora… “Va tutto bene, un altro giro, sì che ci sono!!”

 

Grazie a Gio Evan da cui ho preso in prestito alcune frasi dalle sue canzoni del concerto di Bologna del 25 novembre 2025, e del nutrimento.

 

 

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.