Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

La libertà di sbagliare

 

 

Ho spesso avuto paura di sbagliare. Tanta incertezza, tanta insicurezza.

Talvolta sono rimasta paralizzata, incapace di decidere, per timore di prendere la decisione sbagliata. E anche quando l’ho presa, la decisione, mi sono quasi sempre ritrovata a ripensare, tornare sui miei passi, essere assalita dei dubbi. Per poi magari confermare che la prima fosse la scelta giusta!

Certo, sbagliare non piace a nessuno, far le cose bene subito, prendere le giuste decisioni, adottare il giusto comportamento in tempo reale, sarebbe auspicabile. Ma siamo umani, no?

A volte addirittura ho pensato che la cosa migliore che mi potesse aiutare a decidere fosse abbandonarsi alla sorte e tirare una monetina: se il risultato mi avesse deluso, allora avrei saputo che quella non era la decisione giusta!

Credo che la paura vera sia sempre stata che, una volta presa una decisione, questa potesse essere irrevocabile. Che mi vincolasse per sempre (o per l’evento) e potessi rimanere incastrata in qualcosa che, magari, in seguito, mi accorgevo che non volevo.

Ancora oggi sono un’eterna dubbiosa. Rifletto, decido, rivedo, faccio colonne di vantaggi e svantaggi, analizzo, calcolo, dimenticando che la giusta decisione è spesso quella che senti, difficilmente quella che prendi con la ragione, esaminando ogni dettaglio.

Ma mi accorgo che il mio approccio ora è diverso. E’ come se avessi capito che mi è consentito sbagliare. Tornare sui miei passi. Cambiare la mia decisione. A volte ha un costo, ma spesso una decisione non ti lega per sempre. Spesso c’è possibilità di rimediare, un’alternativa. Non è questione di vita o di morte, come la sensazione che avevo in passato. E non perdo di dignità se cambio idea. A volte è proprio sbagliando che ci si accorge di ciò che si vuole (ovviamente quando parlo di sbagliare intendo restando nell’ambito della legalità).

E’ per questo anche che amo non aver padroni, persone che mi vincolino, voglio sentirmi di libera di sbagliare.  E capire. E imparare. Di cambiare idea, qualora, perdendo il contatto con me stessa, sbagliassi. O se, distratta dai rumori del mondo e della testa. E poi, nel caso, di riparare

Piu’ che altro, voglio sentirmi libera di agire con disinvoltura, cosa che non riesco a fare se sento il parere giudicante di qualcuno o il sentimento di conseguenze infauste che si possano abbattere. Non è facile, se per una vita si è dovuto convivere con tali sensazioni. E una su tutte: la paura di essere sbagliati.

Puo’ capitare che qualcuno non tolleri i tuoi errori, non perdoni i tuoi sbagli. E’ un rischio che si corre, ma ci si può impedire di sbagliare? Vivendo, non credo.

E allora, credo sia importante comprendere che ci si può sentire liberi di agire, sapendo che può capitare di sbagliare. E che ci si può anche perdonare o chiedere perdono per questo.

D’altro canto “errare” non ha come unico significato “sbagliare”, ma anche “andare qua e là senza direzione o meta certa“, cosa di cui, talvolta, c’è bisogno, per vivere un po’ con  leggerezza.

E  allora, benvenuta anima errante!

 

 

 

 

giugno 2019

 

foto pixabay

 

altri articoli sull’argomento

 

Il ragionevole dubbio

 

e tanti altri, guarda qui

https://www.unanimainviaggio.it/pensieri-e-parole/

 

 

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Integrità

 

 

Integrità vuol dire restare interi.

Restare interi e non scindersi.

Perché essere scissi significa che alcune parti vanno in direzioni opposte, facendo nascere un conflitto, dentro o fuori di sè. Significa quindi essere spaccati e non piu’ interi. E dover rincorrersi da una parte all’altra.

Quando si pensa e si sente in un modo ma si agisce in un altro, difficilmente si riesce a sentirsi in pace. Da noi e dagli altri, viene percepita una forzatura. Se non evidente, anche solo a livello inconscio o sottile.

A volte il comportamento non è cosciente, si avverte che non si sta bene e non si comprende che la ragione puo’ essere l’aver voluto adeguarsi troppo a qualcosa che non è consono al proprio sistema di valori.

Oppure puo’ essere una scelta, un compromesso, un adattamento. Ma ha un costo. E’ importante saperlo e capire se si vuole o si è in grado di sostenerlo.

Chi invece decide di farlo come strategia, magari per comodità o opportunismo, non deve stupirsi se ottiene poi reazioni o feedback inaspettati: qualcuno, con bisogni complementari, o non troppo attento, ci può cascare, ma non tutti.

Scissione non è verità. Manca un pezzo. Manca una parte, quella che va altrove, nella diversa direzione.

Non essere scissi significa allineamento di pensieri, emozioni ed azioni. Il corpo esprime e sente quello che le parole dicono. C’è coerenza e si percepisce trasparenza.

Quando manca questo allineamento, si può avvertire un senso di disagio, di mancanza, o anche di paura. Senso di non potersi fidare. Anche chi vive tale spaccatura puo’ avere questa sensazione, perchè proietta fuori, negli altri, quello che sente e agisce: non sono coerente e quindi non mi fido di te.

La difficoltà di essere onesti con se stessi o con gli altri e l’ipocrisia sono i sintomi di questa frattura interna. Lo sono anche la seduzione e la manipolazione. Lo è l’incapacità di vedersi addosso tutto questo. Tutti indici di fragilità e disagi interiori. Che ognuno protegge come può.

 

Integrità significa invece restare fedeli a se stessi.

Ma quanto costa restare interi?

A volte costa impopolarità, antipatia, perché non ci si sottomette a nessun padrone, perché si è difficilmente manipolabili.  Ma è sicuramente più salutare.

Spesso si appare poco accomodanti o disponibili. Ma in fondo, proprio per questo, si è più affidabili e degni di rispetto. Si è quello che una volta si definiva essere tutto d’ un pezzo.

Restare interi puo’ costare una dura presa di posizione o un doloroso ritiro: per non separarsi da sè, ci si deve separare dagli altri. Non farlo significherebbe negare una parte di sè, ed è importante valutare se ne valga la pena. Finchè si riesce a raggiungere un accettabile compromesso con se stessi, e vivere serenamente, si puo’ tollerare bene.

Quando invece il peso dell’adattamento comporta che troppo spesso i conti non tornino dentro di sé, che aumenti il conflitto interno per non volerlo vivere fuori, che si percepisca la perdita di credibilità dovuta al mancato allineamento dei vari livelli di corpo, parole, emozioni, o comporta addirittura la somatizzazione sotto forma di sintomi fisici, allora sì, farsi qualche domanda diventa proprio opportuno. Per il proprio bene.

 

consigli di lettura: Malattia e Destino di Thorwald Dethlefsen, Rüdiger Dahlke; Malattia linguaggio dell’anima di Rüdiger Dahlke; Malattia linguaggio dell’anima nel bambino di Rüdiger Dahlke, Vera Kaesemann

 

giugno 2019

 

foto by Patty

 

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La vita nella testa

 

 

Oggi la vita è nella testa.

Abbiamo centinaia di amici su facebook, tanti gruppi su whatsapp, viviamo la vita degli altri o mettiamo la nostra su instagram. Una vita molto “social” ma di un sociale che resta spesso solo nella testa.

Il corpo c’è sempre meno, nelle nostre relazioni.

Guardarsi negli occhi, quando si condivide qualcosa per fare entrare la sensazione che l’altro ci trasmette.

Il contatto fisico, quando si vuole consolare qualcuno o dare conforto, un abbraccio, una pacca sulla spalla.

Il tono della voce, quando si esprime un concetto o si risponde ad una richiesta, anche quando si fa una critica o dell’ironia. O si vuole essere di supporto.

La presenza, con tutti i sensi, quando si ascolta quello che l’altro ci vuole dire.

Le parole da sole, seppure ricercate, mirate, a volte non bastano. I puntini di sospensione sul telefono, mentre l’altro sta scrivendo, non possono dare la sensazione di sentirsi ascoltati; le emoticon sono talmente inflazionate che talvolta il pensiero è, che se avessimo davanti la persona, avremmo piu’ pudore nel manifestare le nostre emozioni. La tendenza è troppo spesso quella di commentare anziché lasciare entrare ed ascoltare.

A volte si è accecati o sedotti, da certi atteggiamenti, anche quando si è davanti ad una persona. Figuriamoci dalle sole parole su un social! Sebbene queste contengano un’energia che, personalmente, mi fanno comprendere bene le intenzioni, anche senza avere di fronte l’altro.

Basta poco per fraintendersi con le parole, basta poco a creare una errata aspettativa, trasmettere un giudizio che puo’ ferire, apparire per quello che non si è. Succede quando si ha davanti qualcuno in carne e ossa, figuriamoci se non lo vediamo.

E quanti si nascondono dietro alle parole! Magari riescono ad esprimersi meglio scrivendo, e anche questo è un bellissimo mezzo per comunicare e riflettere. E lo dice una che usa la scrittura! Ma non puo’ esserci solo quello. Non puo’ perdersi il contatto fisico, o le relazioni possono risultare alterate, non veritiere. Alle parole devono seguire i confronti viso a viso per consolidare un rapporto, per conoscersi meglio, per condividere cose ed emozioni insieme, con la presenza.

 

 

E’ proprio il concetto di “insieme“che viene a mancare, nel mondo virtuale.

Per essere insieme devono essere attivati, percepiti e ascoltati tutti i nostri sensi davanti all’altro. Dobbiamo poter entrare in contatto col corpo, con la mente e con le emozioni. Come gli insegnamenti, che si sedimentano solo se scendono nel corpo e vengono incarnati, lo stesso dicasi dei rapporti: deve esserci una carnalità, altrimenti resta tutto in superficie e in preda all’effimero. Si crede di conoscere, ma puo’ non essere così. Si puo’ credere di avere un rapporto e puo’ non essere vero.

Siamo in un’epoca in cui ci facciamo dei gran viaggi con la testa, ci riempiano la mente di cose, persone, contatti, parole, stimoli. Che in assenza di un riscontro fisico rischiano di lasciare ancora piu’ vuoto dentro di noi, nel nostro corpo, nel nostro cuore e nel nostro spirito. Di dare un appagamento momentaneo, ma mai sufficiente.

E’ come se camminassimo con la testa sulle nuvole, verso il cielo, senza mai far caso alla terra, alle sue viscere e radici. Dimenticando anche di guardare il panorama, lungo il percorso, perchè il lavorio nella testa è predominante e fagocitante.

Un’epoca in cui sono eccessivamente fruibili le possibilità di contatto mentale. Che, certo, trasmettono tante possibilità di scambio, stimolo e arricchimento ma ci fanno sentire  meno il bisogno del contatto fisico.Senza demonizzarle, queste possibilità. sarebbe importante utilizzarle con parsimonia e coscienza. Sapendo anche fare le giuste valutazioni e dare il giusto peso.

Perchè “contatto”, lo dice la parola stessa, coinvolge il senso del tatto, e quindi il nostro corpo, e non puo’ non prescindere da quello.

 

 

 

 

 

 

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La mia vita in bianco e nero

 

 

 

Conoscete il detto

 

buttare il bambino con l’acqua sporca?

 

ovvero  buttar via tutto, di qualcosa che presenta aspetti negativi, anche ciò che ci sarebbe di positivo?

 

Oppure

 

vedere solo il bianco e il nero?

 

che hanno confini ben definiti e si possono identificare bene?

 

Le sfumature che stanno in mezzo, le cose confuse, spesso mi lasciano incertezza, non mi fanno capire bene e quindi mi destabilizzano.

Eppure adoro i colori e riesco a vedere e comprendere le sfumature dell’anima.

Ma spesso mi capita di fare scelte in bianco e nero (black and white thinking) e di scegliere di buttare il bambino con l’acqua sporca (throw out the baby with the bath water…).

Non che di cio’ mi faccia vanto, anzi, è sintomo di scarsa flessibilità.

E’ una difesa, la mia. Significa privarsi anche delle parti belle e della varietà delle diverse tonalità. Ma, talvolta, se si comprende che si rischia di trovarsi invischiati in spiacevoli o difficilmente gestibili conseguenze, credo sia sano anche sapersi difendere.

Cio’ significa che, frequentemente, quando non vedo trasparenza o vedo troppa incoerenza, taglio.

Non subito, mi prendo tempo, rifletto, cerco di giustificare e giustificarmi, ma quando sento di essere arrivata al capolinea, metto un punto e vado a capo.

Succede quando sento una stonatura tra come una persona si mostra e quello che dice, o quello che agisce in certi frangenti, e come in altre circostanze si comporta, pur nella sua incoscienza.  Oggigiorno, con la valorizzazione estrema dell’apparenza, dei social, della forma, della superficialità, è sempre piu’ frequente ed evidente, questo scollamento.

Comprendo che talvolta quello che muove una persona è l’ego. Il bisogno di riconoscimento da parte degli altri, il voler sentirsi amato.

Bisogni che appartengono alla maggior parte di noi esseri umani.

Posso arrivare anche a riconoscere le contraddizioni dell’altro e a giustificare certi comportamenti, se riesco a vedere che la manifestazione esteriore è frutto di una mancanza. Posso comprendere la ferita che ci puo’ essere dietro e intravedere il suo cammino.

Se l’ego è cosi’ spesso da non far trasparire l’anima, la fragilità, e ha trasformato in arroganza la ferita, sacrificando l’umiltà..allora no, credo sia inutile, che sia energia sprecata.

 

 

Se invece riesco a percepire l’anima sotto l’ego, che è la corazza, se questa non è completamente sopraffatta, allora posso essere disponibile ad accogliere.

Allora posso essere compassionevole, anche di fronte ad un agire che non condivido, o che reputo ingiusto, che mi fa arrabbiare o che mi ferisce, o che sento contraddittorio. Mettendo i dovuti paletti e con una certa diffidenza, a mia protezione.

Perché non posso dimenticare che le sfumature, le cose non chiare e definite, ne bianche ne nere, mi destabilizzano.

Se c’è apertura, e l’altro vede in me un’anima in viaggio come lui, se è pronto a mettersi in discussione, a far dialogare la mia anima con la sua, allora io posso andare a riprendere il bambino con la sua innocenza, lasciando andare l’acqua sporca giù nei tombini.

E magari anche cercare di vedere con lui tutti i magnifici colori dell’arcobaleno.

 

 

 

 

 

maggio 2019

 

foto di patty

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50 anni e più

 

50 anni e più e non sentirli ..ma vederli tutti, davanti allo specchio. E guardarlo sempre meno, quello specchio: a questa età, è lecito non voler vedere.

50 anni e più… comoda più che figa, sostanza più che forma. Di tante cose non te ne importa più. “Chi se ne frega di quello che gli altri pensano”… ma non del tutto, qualche parte ancora non si arrende.

50 e più.. consapevole, più che frivola. Con quei momenti in cui cerchi di vivere di più, perché sai che il tempo è sempre meno. E quel tempo, vuoi viverlo con coscienza e dignità.

50 anni e più… e tagli più che ricucire. Tagli le cose che meno contano, tagli le persone che ti fanno male, o che non ti interessano. E le ferite che ancora dolgono, cerchi di proteggerle, e di averne cura.

50 anni e più .. schizzata anziché tranquilla. Con gli ormoni che non aiutano di certo, ma sempre col miraggio della pace e della saggezza, che forse resteranno un’utopia.

50 anni e più.. e la pazienza che si è esaurita. Difficile adeguarti, difficile sopportare, difficili i compromessi. E sempre meno disponibile a mostrarti per quello che non sei.

50 anni e più.. e le parole, solo quelle che servono, misurate. Pochi sprechi, che l’energia è sempre meno e va dosata bene.

50 anni e più… e non hai imparato ancora tante cose. Realizzi che forse mai le imparerai, cerchi di accettarlo ed usare qualche strategia.

50 anni e più.. e il mondo che va avanti, sempre piu’ veloce. Che a volte è difficile stargli dietro, i passi per rincorrerlo son più lenti, e non è facile non restare indietro.

50 anni e piu’… e sempre in viaggio. Non solo per mondo, ma alla ricerca..che non si è mai arrivati. Col tentativo di capire qualcosa ancora, col gusto di assaporare meglio ciò che è bello, e di sostenere ciò che è giusto.

50 anni e più.. e ancora l’entusiasmo e la curiosità. Che preghi non se ne vadano mai, quelli. E i desideri, e la voglia di sfacciataggine e di noncuranza… e di volersi un po’ di bene, che non è mai tardi. Soprattutto, a 50 anni e più.

 

 

14 maggio 2019, a 50 anni e più

 

 

 

 

 

 

 

 

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Questo miope mondo

 

 

Le persone stanno diventando sempre piu’ miopi.

Quando sei colpito da miopia, vedi cio’ che è vicino, ma fatichi a vedere cio’ che è lontano, vedi sfocato, o non vedi proprio.

E’ una patologia che colpisce la vista ma è sempre piu’ diffusa anche come dinamica tra le persone.

Si vede e, ancor peggio, si riesce a sentire, soltanto quello che ci tocca da vicino e appena si sposta l’ottica, non si è piu’ in grado di vedere, di comprendere. La visione di una stessa cosa cambia se accade a qualcuno che non siamo noi, o fuori dalla nostra cerchia.

Quello che va bene, ed è accettabile, fatto da noi, non va bene, e diventa inaccettabile, se agito da altri.

In definitiva, tendiamo a condannare l’altro per comportamenti che appartengono anche a noi, incapaci di riconoscerli e senza accorgercene. Come se la coscienza si oscurasse, più ci si allontana dal nostro perimetro.

Insomma, usiamo 2 pesi e 2 misure per valutare: noi e le persone a noi vicine, che difendiamo, e le persone meno vicine, che magari biasimiamo o infamiamo per le stesse cose.

I nostri occhi sono sempre piu’ concentrati su noi stessi, con la preoccupazione di nutrire il nostro ego, metterci in mostra, salvaguardare l’ immagine, le apparenze e il nostro tornaconto personale. O li spostiamo sugli altri, quando ci fa comodo, per una bella proiezione. Non riusciamo a guardare a fondo dentro di noi, ad essere obiettivi, a metterci in discussione, a riconoscere con consapevolezza il nostro agire. Restiamo spesso ciechi, sordi  e insensibili di fronte alle altrui esigenze, richieste, situazioni, o semplicemente al loro essere persone come noi.

Totale assenza di empatia e predominante incoerenza, egoismo, egocentrismo.

Egocentrismo dilagante, ahimè!, trasmesso anche alle nuove generazioni.

Mi guardo intorno e vedo, piu’ di un tempo, tanti ragazzi giovani con gli occhiali.. E’ la cultura del guardare solo a sè, al proprio orticello, che porta sul piano fisico, come sul piano della realtà, a diventare miopi. Tutto è a portata di mano, tutto è subito, non viene sviluppata e incoraggiata una visione lungimirante. La patologia aumenta tra i giovani (ereditarietà a parte, ma che fa parte comunque dell’evoluzione della cultura), che dovrebbero poter guardare lontano, ma che fanno sempre piu’ fatica, a guardare oltre, a guardarsi intorno a guardarsi dentro, e a vedere l’altro.

 

Questo miope mondo ci priva dell’umanità.

Ci rende vittime di un’arroganza che ci fa perdere il fuoco sulle persone. Espone noi e i nostri posteri, a un fuoco che non alimenta incontro e condivisione, ma che acceca e infiamma gli animi. Lasciando spesso una bella dose di tristezza e di sconforto.

 

 

 

 

 

maggio 2019

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La mia faccia racconta

 

 

“L’importante è non avere le grinze al cervello. Quelle in faccia prima o poi t’aspettano al varco.”

 

 

La mia faccia, quella che vedo allo specchio ogni mattina.

La mia faccia, quella che ci metto quando sostengo un’opinione.

La mia faccia, che mi distingue.

La mia faccia ha le impronte della mia vita.

La mia faccia esprime quel che sento, più’ di quel che riescono le mie parole.

La mia faccia racconta le mie vicissitudini. Se ho riso troppo, se ho pianto troppo, se ho trattenuto troppo.

Ogni ruga è un ricordo, un vissuto, un’emozione.

E’ la faccia di una vita.

Quante volte non mi sono piaciuta guardandomi in faccia.

Quante volte ho sperato che non parlasse, questa faccia. Oppure che facesse comprendere quel che le parole non riuscivano ad esprimere. Quante volte è riuscita a nascondere.

La mia faccia è questa, non posso cambiarla.

Puo’ piacere oppure no.

Tante volte me lo sono chiesta.

Tante volte ho sperato che piacesse.

Troppe volte mi sono svenduta perché piacesse.

Tante volte non ho avuto gli sguardi che cercavo.

Tante volte avrei voluto che fosse di gomma.

 

 

 

Quante volte non mi guardo allo specchio, per non vedere i segni del tempo.

O per non ricordare quel che non mi è piaciuto.

Quante volte mi guardo e vorrei tornare indietro nel tempo.

Quante volte non mi guardo per paura di non riconoscermi.

 

E vorrei avere quella saggezza, che non ho, per dire anch’io:

 

“Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una.

C’ho messo una vita a farmele!” (Anna Magnani)

 

Faccia da culo, faccia da stronza, faccia dolce, faccia rabbiosa, faccia amorevole, faccia triste, faccia impaurita, faccia curiosa, faccia entusiasta, faccia felice.

Questa è la mia faccia, quella che presento al mondo, quello che si vede di me. E io sono la mia faccia.

Ma non sono solo quello.

L’importante, per me, è che sia una faccia vera.

Che sia una maschera soltanto quando è strettamente necessario.

 

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.” (Luigi Pirandello)

 

 

 

 

 

 

aprile 2019

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Adolescenti: gli entusiasmi giovanili

 

 

E’ bello l’entusiamo giovanile con cui attendi gli appuntamenti della tua vita.

Il contare i giorni agli eventi, che diventano dei paletti per te, e che alimentano il desiderio di viverli.

I tuoi “non vedo l’ora”, che è la voglia di vivere un’esperienza, di emozionarsi, di aggiungere un vissuto alla tua breve esistenza. I vissuti che formeranno i tuoi ricordi e che alimenteranno il tuo desiderio di ripetere le cose che danno piacere e soddisfazione.

E’ bello il tuo cercare giovanile e vitale il piacere, quello che ti da gioia, che ti fa battere il cuore e che illumina il tuo sorriso. Ed è bello e utile anche il tempo dell’attesa. Il tuo imparare ad immaginare i momenti che vivrai. Imparare la pazienza. Perché ti assicuro, che una volta arrivati, quei momenti, te li potrai godere ancora di piu’.

E’ bello vederli nascere, i tuoi desideri, e ammirare l’impegno che ci metti, per realizzarli. Ed è bello il tuo guardare al futuro con cosi’ tanta smania. Con una fiducia vergine e possente. Con il tuo incedere deciso. E con l’ apertura verso il mondo, che hai davanti.

 

 

 

 

 

marzo 2019

 

foto di Patty

 

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Lo sgretolarsi delle certezze – L’incendio di Notre Dame de Paris

 

 

 

Quando anche ciò che si credeva incrollabile, eterno, viene a crollare, crolla anche qualcosa dentro di noi.

Forse le nostre certezze. O quelle che credevamo tali.

Forse ci mette davanti alla caducità di tutte le cose. Al fatto che anche i riferimenti piu’ importanti non sono indistruttibili, che, da un momento all’altro, il paesaggio, che siamo abituati a vedere puo’ cambiare.

In un tempo in cui tutto passa cosi’ velocemente, le poche cose solide che abbiamo attorno desidereremmo che restassero. E credere che durino per sempre.

 

 

Forse, vedere sgretolarsi cio’ che l’uomo, sfruttando il massimo del suo potenziale creativo, la sua forza e la intelligenza, la sua fede e la sua tenacia, è riuscito a costruire e far entrare nella vita degli altri, toccando il loro cuore con la bellezza e la magia dell’innalzarsi verso il cielo, ci riporta a un senso di impotenza che tanto cerchiamo di sfuggire durante la nostra vita.

Siamo davanti al fatto che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto e non sarà mai piu’ come prima, per quanto, altro, piu’ bello, piu’ grande, piu’ nuovo, possa venire.

Un fatto che però, nella tristezza di ognuno di noi, ci accomuna con molti esseri umani che provano la stessa cosa. E per un attimo ci sentiamo piu’ vicini.

 

 

Eppure, come sempre, ce la faremo. A fatica, con rassegnazione e con un dolore nel cuore, o accettando la sfida del cambiamento e della ricostruzione.

Magari con un pensiero in piu’ a come, in un attimo, una realtà puo’ cambiare. A quanto, dare sfogo a cattiveria, intolleranza, nutrimento ad ego ed arroganza, poco porti di fronte all’evidenza che, anche le cose che si credevano piu’ solide, possano sgretolarsi di fronte ai nostri occhi.

 

 

Parigi e Notre Dame hanno segnato diverse tappe importanti della mia vita.

La prima volta che ho visto la cattedrale, avevo 14 anni, ero in gita con la scuola. L’immensità e la bellezza negli occhi, mentre il prof. ci spiegava l’arte e la storia, davanti alle vetrate colorate, alla guglia e alla facciata della chiesa.

 

 

L’ho rivista altre 2 volte, con la spensieratezza e l’entusiasmo dei primi viaggi con gli amici.

Sono tornata con il fidanzato sbagliato, in un giro pieno di disavventure (compresa la perdita del volo di ritorno), in cui tutto pareva essere premonizione dell’imminente fine tragica della storia.

Mi sono fermata come tappa del viaggio di nozze per arrivare in Polinesia, a visitarla con l’uomo che era appena diventato mio marito, felice e raggiante. Quella città che amo e dove sempre farei ritorno.

Ci ho riportato mia figlia, qualche anno dopo, e quella è stata l’ultima volta che ho visto Notre Dame. Con la bellezza della fioritura di aprile, vista dal battello sulla Senna.

 

 

Nel parco giochi circostante la chiesa. Girandole attorno per mostrare a Giada la casa del Gobbo.

 

 

Ammirandola dal tavolino di un bar a pranzo, proprio al suo cospetto. E la sera, quando l’atmosfera delle luci la rendono magica.

 

 

Protagonista di ricordi che porto nel cuore.

 

 

Forse ci sentiamo tutti piu’ fragili oggi, dopo l’incendio che l’ha colpita, Notre Dame. Magari per un attimo, o magari forse per più di un attimo.

E’ una fragilità importante, e magari! ci costringesse a fermarci dalle corse quotidiane per non so dove.

E magari! ci inducesse a guardare con occhi diversi quello che abbiamo attorno, come se fosse l’ultima volta, prima che non sia più lo stesso.

E magari! dopo il timore di perdere tutto, rinascesse la speranza che non tutto è perduto.

 

 

 

                                         

 

 

 

Aprile 2019

 

 

foto di Patty

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La forza del vuoto

 

 

Ho sempre avuto una paura folle del vuoto.

Paura di precipitare. Paura di soccombere.

Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.

Paura di perdermi, nel vuoto, come quando un bambino si sveglia di notte al buio, e non trova i muri come riferimento, per appoggiarsi e trovare la via per andare ad accendere la luce. Restando il balia di un nulla, che disorienta e destabilizza.

Ho scoperto, invece, col tempo e la maturità, l’utilità del vuoto.

Un vuoto che puoi riempire.

Un vuoto che puo’ accogliere.

Un vuoto fertile.

Un vuoto da lasciare vuoto per un po’, senza la fretta compulsiva di riempire.

Un vuoto che fa largo. Un vuoto per l’ascolto.

Dal vuoto nasce la ricerca, dopo il momento del panico, dello smarrimento, della disperazione.

Dal vuoto nasce la forza creativa, la capacità di sopravvivere.

Dal vuoto le risorse emergono.

Nel vuoto si crea lo spazio. E il nuovo puo’ arrivare solo se c’è posto, se c’è uno spazio libero.

Il vuoto ti concede il riposo.

Il vuoto ti permette di muoverti, di avere possibilità di azione, ti apre le possibilità che l’essere saturo non ti dà.

Se il bicchiere è pieno non resta che la goccia che fa traboccare. Se il bicchiere è vuoto puo’ essere riempito. Magari di vino buono.

 

 

 

aprile 2019

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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