Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

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Giovinezza obbligatoria?

 

 

La paura di sprecare il tempo della vita e la vita stessa

(che mi ha accompagnato per molto tempo).

La paura di restare incastrati, magari senza accorgersene. O della capacità di vedere, ma non di saper fare delle scelte.

Il timore che il tempo passi, e di ritrovarsi a fare dei bilanci, con i conti che non tornano, e troppo tardi per cambiare qualcosa, o per trovare il coraggio di farlo. Di avere sprecato quel libero arbitrio, quella possibilità di scegliere, che non è un privilegio di tutti.

Quel momento in cui ti rendi conto che l’età avanza.

Che il tempo è sempre meno, e che il corpo, la mente non rispondono piu’ come una volta. Quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Quel momento in cui aumenta il divario tra quel che vedi e senti dentro e quello che appare da fuori. Vedi il viso riempirsi di rughe, senti  il corpo indolenzirsi, l’energia che viene a mancare, le cose che sfuggono o non si ricordano. Controlli piu’ volte se hai messo nella borsa il telefono, gli occhiali, le chiavi.. che ci hai infilato poco prima. Quando percepisci distante quello che gli altri vedono di te, rispetto a quello che senti tu. Guardare gli altri della tua età e non riconoscerti. Constatare, e doversi rassegnare all’idea, che i piu’ giovani ti considerano vecchio.

Mentre tu, magari, ti senti ancora l’anima di un bambino, la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzino, gli alti e bassi di un adolescente. Quando hai la sensazione di non essere mai diventato grande e avere fatto le cose dei grandi.

Mentre si riduce la gamma delle tue possibilità: non puoi piu’ far conto sulla bellezza, sull’energia, sulla velocità, su un’immagine, su tutte quelle cose che contraddistinguono un corpo giovane e una giovane età. E devi cercare nuove e diverse risorse dentro di te, per compensare e non soccombere.. ed è una gran fatica!

E, forse, non vorresti renderti conto di tutto ciò, perché invecchiando diventi piu’ fragile, e in modo evidente. Magari dopo aver tentato tutta una vita di mascherarla o proteggerla, la tua fragilità.

Puoi anche far finta di niente, evitare questi pensieri, cercare di apparire ancora giovane, di nascondere, a te stesso o agli altri.

Per il protagonista dello spettacolo GIOVINEZZA OBBLIGATORIA, non è mai arrivato il momento per questi pensieri. Magari l’ha sempre sfuggito. Si trova catapultato all’improvviso di fronte all’evidenza di essere vecchio, e non per suo volere. Gli arriva lo scossone, e tutto accade cosi’ velocemente da restare incredulo di fronte al destino che gli si prospetta, che appare inevitabile e che non accetta: quello di dover scegliere la morte. In quel momento realizza qualcosa che probabilmente non ha mai voluto vedere o non si è fermato a pensare:

 

“ho sempre vissuto la vita come deve essere vissuta,

non mi sono mai chiesto come l’avrei voluta vivere.”.

 

 

E’ la triste ammissione di non aver fatto scelte consapevoli, di essersi fatto travolgere da meccanismi di omologazione, ed essere stato incastrato in una coazione al lavoro, subendo ritmi dettati, alla ricerca di prestigio e successo. In un contesto dove, anche la forza dei sentimenti o di una vita trascorsa insieme, è indebolita e sottomessa all’interesse della propria sopravvivenza alle ragioni del sistema. In una società in cui tutto è meccanico e programmato da qualcosa al di fuori di noi, dominata da valori materiali, dal culto dell’immagine, e dove appunto la giovinezza è un valore da perseguire, non uno stato temporaneo. Che fa nascere l’esigenza di mostrarsi sempre giovani, di restare giovani anche con artefatti, cadendo talvolta nel ridicolo.

Produci-consuma” è il leitmotiv dei protagonisti, a cui, in analogia a quello che è il momento storico che stiamo vivendo, -dove l’importanza delle persone è misurata in quanto consumatori,- mi viene da aggiungere:

“ fai vedere – mostra – metti in piazza”.

 

Ansia..ansia…ansia.. l’ansia della situazione ti sovrasta.. finchè  …qualcosa scatta, come a volte nella realtà. Istinto di sopravvivenza? Attaccamento alla vita, che emerge nei momenti più improbabili? Consapevolezza di avere il tempo limitato? Voglia di cercare di realizzare, nel poco tempo rimasto, qualcuno dei sogni o dei desideri che si sono custoditi o che non si sapeva avere? Desiderio di recuperare qualcosa?

Ecco, quando quel qualcosa scatta, c’è un senso di liberazione. Perchè l’uomo si rende conto che c’è una possibilità di scelta.

Seppure con i limiti evidenti, anche l’eta avanzata puo’ consentire di scegliere, se non altro, un atteggiamento da adottare, per affrontare la vita che rimane. Con dignità. Senza ulteriori sprechi, se ve ne sono stati. Senza lagna, nonostante il tanto che viene a mancare. E proprio la consapevolezza degli anni che passano, e il desiderio di non sprecare ancora del tempo, puo’ stimolare a scegliere di permettersi quello che non ci si è mai permessi, di fare quello che non si avrebbe o non si ha mai fatto, di dare risposte mai immaginate, di essere la persona che si vuole…di  mandare affanculo, di diventare rompi-coglioni, di smettere di far finta di niente.. Di acquisire nuove libertà: le libertà di chi ha piu’ poco da perdere.

E’ dura lasciare la giovinezza.. ma voglio sperare che la vecchiaia non sia solo un accumulo di anni che passano. e di rughe, ma anche di saggezza, di esperienze che hanno insegnato, e che possono insegnare a qualcuno. Che cio’ che è contenuto, ed è frutto di una vita vissuta, sia piu’ importante del contenitore esterno.

Voglio sperare che anche dietro una mascherina, obbligatoria e opportuna, dove le lacrime non sanno dove andare, vedere rappresentato su un palco quel che puo’ essere, sia utile per far fermare a riflettere profondamente, per accorciare i tempi e per contenere gli sprechi.

E voglio sperare, e mi auguro, che i luoghi di arte e cultura, come il nostro teatro, continuino ad essere frequentati e considerati importanti. Perché spettacoli come questo, non solo fanno trascorrere un pò di tempo di qualità e distraggono per un pò da se stessi, ma mettono in moto i pensieri, creano collegamenti, empatia, terapeutiche identificazioni in personaggi, situazioni ed emozioni, ampliano la coscienza, ci riportano a noi e ci fanno riconoscere come esseri umani.

Tutto cio’ che serve anche per invecchiare meglio.

 

Spunti di riflessioni dallo spettacolo Giovinezza obbligatoria del Teatro delle Temperie.

ottobre 2020

 

Lo spettacolo https://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/giovinezza

recensione del magazine About https://aboutbologna.it/giovinezza-obbligatoria-tre-compagnie-teatrali-produci-e-consuma/?fbclid=IwAR1CXFVTF2L_JsfAkyj5zbC_A5Btk9Mj7QYlVa6wt4mGPAcprZey9RD63eA

 

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Dentro la caverna

 

 

Sotto questa specie di caverna, formata da enormi sassi, tra mare e cielo, protetta, mi sento bene.

In contatto con la natura, serena, in un bel rifugio, con il vento che soffia, sola con me stessa, con cui mi sento meno nemica di un tempo.

 

 

Adoro questa solitudine, mi sento libera dalle catene, mentre mi cullo con la mia musica.

Sono quei rari momenti in cui, lontano da tutto, non esiste più niente. Solo il mare, questi sassi, il sole, il vento, l’ombra amica.

 

 

E io, un punto nell’universo, finalmente poco importante, che osserva le strane geometrie che il tempo ha scolpito nella roccia, che si formano sotto il cielo blu.

 

 

Uno di quei rari momenti in cui la bellezza spunta all’improvviso e mi cattura, portandomi fuori dal mio mondo, e dentro il suo mondo, più immenso, più bello, più vero.

Quel mondo a cui niente importa delle piccole o grandi ansie quotidiane. Lui è lì, e resta lì, imperturbabile. A volte lo si dimentica, o lo si dà per scontato, o non ci si fa più caso… e poi qualcosa… tac! giunge all’improvviso, per ricordarcelo che esiste, quel mondo.

Qualcosa di inaspettato, – come queste rocce e questa caverna, lambite dal mare, col fragore delle onde, scaldate dal sole, che investono di stupore, – che ci riporta a una presenza. Per esserne parte, di quel mondo, per essere uno.

Li’, dove nessun desiderio disturba, nessun bisogno reclama; dove, per un po’, la pace regna sovrana sopra a tutto, e ci protegge, distraendoci da noi stessi. Li’, nella la nostra caverna, ad ammirare il fuori e il dentro.

E’ quel momento, quel posto, che, pur portandoci lontano, ci tiene qui, e ci ridà il benvenuto dentro la nostra casa. Dentro la nostra anima.

 

 

luglio 2020

foto fatte in Corsica, spiaggia Tamaricciu

 

 

 

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Maschere e mascherine

 

 

Non mi sono mai piaciute le maschere, dunque le persone che si nascondono dietro una maschera per mostrarsi diverse da quello che sono, e fare il doppio gioco, consapevoli o inconsapevoli.

Ma posso comprendere la necessità di chi ha paura, e sente che una maschera puo’ venire in soccorso e proteggere, chi sente che non è bene per lui/lei esporsi troppo, chi non è pronto a un incontro, o a uno scontro, o solo a farsi vedere, a farsi guardare. Anche una maschera puo’ dire una verità.

Non mi piacciono i mascheroni in viso, il trucco pesante, che hanno lo scopo di nascondere anni o imperfezioni, e che spesso ottengono l’effetto contrario. Ma posso comprendere il desiderio di fuga da sé, il non piacersi, e il loro uso come rimedio, seppur, a mio avviso, poco efficace.

Mi piacciono le maschere di bellezza, non perché pensi che possano far tornare giovani, cancellare le rughe, o rendere piu’ belli, ma perchè concedono un momento di relax.

Non mi piacciono le maschere che si usano per fare da filtro alle espressioni del volto, quelle che servono per difendersi troppo, per non fare vedere, e generano una sensazione di finto. Ma comprendo che potrei non sapere tutte le valide ragioni per cui una persona le sta mettendo.

Mi piacciono le maschere che, per scelta e con consapevolezza (o anche solo per divertimento), si indossano per uscire da se stessi per un po’, per interpretare un altro personaggio, che sia diverso da sè. Quelle di carnevale, di Halloween, i cosplay. Quelle evidenti.

Mi piacerebbe vedere gli altri per quello che sono, senza filtri, e senza doverci rimanere male, quando viene mostrato quel che c’è dietro la maschera, o quando la stessa cade, col tempo che passa. Dunque, mi piacciono le persone senza maschera che sento che mi posso fidare, o chi getta la maschera, dando lezione di coraggio e umiltà.

E anch’io vorrei potermi mostrare a tutti senza maschere, nel bene e nel male, e, soprattutto, senza il timore di venire ferita o giudicata.

 

 

Non mi piacciono le mascherine, quelle che dobbiamo indossare per forza oggi, al tempo del Covid-19.

Non mi piacciono perché la faccia delle persone mi sembra mutilata, o perché, talvolta, sembriamo muti o degli uccelli  col becco.

Non mi piacciono (o mi piacciono?) perchè rivelano la stupidità o l’incoscienza delle persone, quando è necessario metterle e non vengono messe, quando il naso viene lasciato fuori.

Non mi piacciono, quando il tempo in cui dobbiamo tenerle indossate è tanto, quando si inizia a sudarci dentro, a sentire la puzza delle proprie esalazioni, a respirare la stessa aria, quando si comincia a far fatica ad inspirare.

Non mi piacciono perchè non posso vedere il labiale, e non sento bene quello che l’altro dice, o non vedo per intero il sorriso sulla sua bocca, ma devo solo immaginarlo, guardando i suoi occhi.

Non mi piacciono perché non vedo del tutto le espressioni del volto, e devo stare piu’ attenta. e ascoltare con i tutti i miei sensi il corpo dell’altro, cosa a cui non siamo ancora abbastanza abituati.

Non mi piacciono, perchè bastavano le altre, di maschere, a non far vedere i veri volti delle persone.

E non mi piacciono, perchè vorrei poter abbracciare mio padre, mia madre, chi manifesta un dolore o una gioia, e non accontentarmi del loro sguardo da dietro una mascherina, in questa stagione.

 

Ma comprendo il rischio.

Comprendo che, come in tanti altri casi in cui si può sentire il bisogno di una maschera, c’è una necessità di proteggersi.

Oggi, c’è anche la necessità di proteggere l’altro, che significa proteggerci tutti.

E allora accetto anche quello che non mi piace, e cerco di vedere un po’ oltre a ciò che mi piace, o non mi piace.

Cerco di andare oltre la maschera, o la mascherina.

Cerco di fare quello che sarebbe bello fare sempre, durante un incontro: ascoltare e guardare meglio le persone negli occhi.

 

 

ottobre 2020

 

 

foto di Patty – (la prima all’aeroporto di Catania)

 

#maschere #mascherina #maschera

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A spasso dentro quadri e colori: la mostra di Monet e degli impressionisti a Bologna

 

 Dopo essere stata rinviata per il Covid, finalmente ha aperto a Bologna la mostra “Monet e gli impressionisti” quadri dati in prestito dal museo Marmottan-Monet di Parigi, organizzata con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del comune di Bologna.

 

L’esposizione, che doveva aprire a marzo, durerà fino al 14 febbraio 2021
Amante di Monet, i cui quadri avevamo visto anche al Museo D’Orsay di Parigi, sede della più importante collezione delle sue opere, siamo andati alla mostra il secondo giorno di apertura. e ci è piaciuta moltissimo.

 

E’ stato veramente come andare a spasso dentro ai quadri.

 

 

La mostra si tiene a palazzo Albergati, un bel edificio rinascimentale, con splendidi soffitti, spesso sede di interessanti esposizioni (avevamo già visto qui quella di Frida Kahlo e di Mirò), in via Saragozza, nei pressi del centro, a Bologna. E’ raggiungibile anche comodamente a piedi, essendo in zona ZTL, dopo aver lasciato l’auto in uno dei parcheggi limitrofi o del centro (da quello di Piazza Otto Agosto occore una lunga camminata sotto i portici del centro).

 

 

Per vederla con calma occorre poco più di un’ora.Biglietti con prenotazione consigliata (ma non modificabili o rimborsabili una volta acquistati on line), per evitare code, poiché l’ingresso è consentito a 5 persone ogni 20 minuti. All’interno, in ogni sala, è indicato quante persone possono entrare contemporaneamente, nel rispetto delle misure anti Covid.L’ausilio dell’audioguida permette di avere informazioni sui dipinti esposti, sugli autori e sulla corrente dell’espressionismo.

 

 

Il museo Marmottan di Parigi custodisce la piu’ grande collezione di dipinti di Monet del mondo, e oltre ai quadri del pittore, detiene anche opere di Manet, Renoir, Degas, Pissarro, tra i più conosciuti impressionisti, per un totale di 57 opere.
La caratteristica che contraddistingue gli impressionisti, rispetto ai predecessori, è che l’impressionista dipinge dal vero ciò che vede, usando prevalentemente colori chiari, svolge il suo lavoro soprattutto all’aperto, alla luce del giorno, portando con sè la sua attrezzatura. ed avendo un tempo limitato per le sue opere.

 

 

La parte iniziale della mostra è a pian terreno, e il primo quadro che ci appare è il bellissimo campo di tulipani in Olanda di Monet.
 

 

Segue l’ingresso ad una zona multimediale, dove si ha veramente la sensazione di entrare e camminare dentro i  quadri dell’artista.

 

 

Trovarsi davanti e dentro alle sue famose ed adorate ninfee, è spettacolare.

 

 

Si prosegue poi al piano superiore. I quadri degli altri impressionisti che piu’ mi hanno colpito, e suscitato emozioni, sono stati la nevicata di Pissarro, dove sembra di immergersi nel viale alberato innevato, e l’estate di San Martino di Sisley, dove i delicati colori del paesaggio toccano il cuore.

 

 

Poi arrivano i primi capolavori di Monet: il campo di iris a Giverny 

 

 

e i glicini

 

 

Mi metto in cammino finchè non troverò un paese e una casa che mi soddisfino

 

 

e il suo posto il pittore l’aveva trovato a Giverny, nella sua casa, dove, nel giardino, fiorivano le sue adorate ninfee.

 

 

Quelle ninfee che, con la gioia e il tormento di cui parla, dipingeva, nella ricerca accurata e ossessiva del colore giusto, per rendere quello che vedeva ed amava. Alcune delle quali possiamo vederle qui rappresentate.

 

 

 

Ma non solo ci ha deliziato con le ninfee del suo giardino: le sue rose sono altrettanto incantevoli.

 

 

Al termine della mostra, non puo’ mancare un giro nel negozio di gadget a tema, dove mi ha particolarmente colpito l’area per far conoscere l’arte ai bambini, con libri bellissimi.

 

 

Una bella mostra, che consiglio di non perdere a tutti gli appassionati, per farsi toccare l’anima dai colori di Monet e degli altri impressionisti.

 

 

#Monetimpressionisti

 

 

Non posso fare a meno di inserire qui anche qualche foto scattata all’uscita di Palazzo Albergati, durante il ritorno verso il luogo dove avevamo parcheggiato l’auto, della mia amata Bologna al tramonto, che è sempre uno spettacolo!

 

 

 

agosto 2020

 

foto di Patty

 

Visite: 222

La Casa di Carta: la serie delle meraviglie

 

 

Sentendo parlare da un pò di questi personaggi con nomi di città, Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Mosca, Helsinki, Oslo, Stoccolma, Lisbona, in un periodo in cui, in seguito al Coronavirus, si doveva stare a casa, e alla ricerca di qualcosa di eccitante che rompesse la monotonia dei giorni tutti uguali, decidiamo per l’abbonamento a Netflix.

E di convertirci anche noi, complice una tv piena di talk show e programmi sulla situazione covid-19, e poc’ altro interessante, alle serie tv, partendo proprio da La Casa de Papel, #lacasadicarta !!

E già qui è stato il primo errore! Perchè non credo ci sarà mai una serie piu’ avvincente, più coinvolgente, e più bella di quella, per me!!!!

 

 

Non è la storia in sè, che ha dell’assurdo, in taluni momenti, anche se è avvincente, a rapire, ma sono soprattutto i personaggi, che attirano e inglobano, in una sorta di compulsione incalzante il desiderio di vedere l’episodio successivo, e voler sapere cosa accadrà. Sono i personaggi, a cui tanto ci si affeziona, che sembrano diventare quasi parte della nostra cerchia di amici.

E mi sono chiesta, come mai, si arriva a stare dalla loro parte, a fare il tifo per i delinquenti, con chi compie degli illeciti, nella Casa di Carta.

Io credo che sia perchè questi personaggi hanno carattere.

Un carattere che li fa distinguere, che non fa di loro delle persone qualunque. Certo, sono persone con delle storie non facili alle spalle. E per questo anche, forse, proviamo interesse e compassione per loro (nel senso di “compassion”= patire con..).

Ma, soprattutto, invero, qualcuno, o più di uno di loro, rappresenta una parte di noi a cui non è consentito dar voce. Magari per pudore, per rispetto delle regole, educazione, per credo, per paura, per principio.. ma che lì, davanti ad uno schermo, possiamo permetterci di far vivere, attraverso la loro storia, con la stessa intensità. Forse, ognuno di noi avrebbe voluto, almeno una volta nella vita, aver agito quella parte. Una sorta di desiderio di identificazione con qualcosa che non ci possiamo/vogliamo permettere. Fare qualcosa di assurdo, di stravolgente, di coinvolgente. Sentire di aver fatto un’assurdità, fremere per il timore delle conseguenze, superare la paura di perdere tutto e compiacersi di non avere più niente da perdere. Avere il coraggio, la spavalderia, la prontezza, sentirsi forti, onnipotenti; vivere la passione, il piacere delle cose folli, prendersi quello che si crede ci spetti, varcare i limiti o restare in bilico, sempre con l’adrenalina a mille, un’eccitazione che ti fa sentire vivo. Tutto è pianificato, per i maniaci dell’organizzazione, con un piano b sempre messo in conto, e, allo stesso tempo, in un attimo, tutto è fuori controllo, e occorre l’idea creativa, geniale, rischiosa, per coloro che amano l’improvvisazione.

 

 

C’è la genialità del professore, la grande intuizione di Lisbona, l‘impulsività di Tokyo, il coraggio di Nairobi, il cinismo di Berlino, l’innocenza di Rio, lo spaesamento di Stoccolma, la generosità di Denver, l’essere protettivo di Mosca, la forza silenziosa di Helsinki, la codardia di Arturo (che lo avrei preso a schiaffi ogni volta che lo vedevo), l’antipatia della Sierra..e non solo. Di ogni personaggio si può amare il pregio e il difetto nello stesso modo, che a volte sono la stessa cosa, vista dalla prospettiva opposta. Ognuno di loro cade nelle proprie debolezze, – e per questo empatizziamo con loro, – ma crede alla follia nei propri sogni e propositi, dando la sensazione di rendere possibile l’impossibile e facendocelo credere, o almeno sognare. Sono capaci di dar voce all’istinto, e anche di far uscire tutta la passione che li anima. Tutto ciò li rende terribilmente umani.

 

 

Ci sono poi i gesti che li contraddistinguono, che ce li fanno riconoscere, e ci fanno sorridere: il colpetto sugli occhiali del professore, quando è agitato, la matita per tenere i capelli di Raquel, quando inizia a lavorare, lo sguardo vigliacco di Arturito, praticamente sempre, quello feroce di Tokyo, quando è toccata sul vivo..e non solo. Una grandissima abilità nel caratterizzarli.

E poi certi particolari, che fanno già parte della storia, e che già impazzano ovunque. Come l’uso delle maschere con la faccia di Dali’ per non farsi riconoscere, durante le rapine, e la canzone Bella Ciao, in una versione già famosa, come colonna sonora di certi particolari momenti..

Aggiungo, ricollegandomi, al discorso di arrivare a fare il tifo per dei criminali, – e sento che mi costa chiamarli così :) – , che forse hanno la facoltà di attivare dentro di noi una sorta di tolleranza, che facciamo sempre piu’ fatica a contattare, ai giorni nostri, e che, invece, è quanto più ci contraddistingue come esseri umani. La capacità di ascoltare una storia, e, in un certo senso, di comprenderne le conseguenze, di guardare oltre le apparenze e un pò più profondamente l’altro, di vedere le ferite, i traumi, le difficoltà, di scorgere le motivazioni per certi gesti, di certe ossessioni, di certi automatismi..Non che si debbano giustificare, ma almeno ascoltare, cercare di capire, prima di arrivare a facili deduzioni, giudizi, o condanne.

Infine,  assieme all’esplosione delle emozioni, c’è la vulnerabilità dell’amore, la forza dei sentimenti.

Ecco, questo credo che sia ciò che, più di tutto, ci fa amare questi personaggi..

Quelle cose, cioè, che ci accomunano tutti.

 

 

In attesa della prossima stagione..

 

 

agosto 2020

 

 

 

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L’isola dell’abbandono: abbandono e capacità di abbandonare

 

 

Chi è stato abbandonato, conosce quello che significa il dolore della perdita, di restare solo mentre l’altro se ne va, dello sprofondare nel vuoto. Il buio del fondo, il cadere in frantumi.

 

Chi ha subito un abbandono, molto spesso, per la paura di perdere chi ama, che l’abbandono si ripeta, rischia che “quella paura si trasformi in una pericolosa profezia che si auto avvera” e che generi “una reciproca dipendenza tra chi è terrorizzato dall’abbandono e chi è incline all’ambiguità, alla fuga” (cit. L’isola dell’abbandono).
Che generi l‘attrazione fatale per persone che concedono attimi di “inebriante felicità“, al costo, spesso, di un nuovo abbandono.
Persone destinate a deludere, incapaci di stare in una relazione, che  riportano dentro alla ferita, in un gioco crudele e perverso.
Un gioco che nasconde spesso, a chi viene abbandonato, la stessa incapacità a stare in una relazione.

 

Molto piu’ doloroso sarebbe trovare una persona che non fugge, e accorgersi che la paura, e di conseguenza la voglia di fuggire, è anche di chi temeva di essere abbandonato dall’altro, perchè in quel caso, un eventuale abbandono, potrebbe veramente essere fatale.
Accorgersi della propria “dipendenza dal vuoto.
Della maledetta paura di non essere degno di essere amato, della paura di non essere amabile.

 

E allora, meglio ricercare una situazione dolorosa ma conosciuta, dalla quale comunque si sa che si puo’ sopravvivere, come si è sopravvissuti in passato.
Forse è anche l’anima che richiama queste situazioni, nel tentativo di dare un’opportunità per risolverle, per dare una svolta.

A volte, chi ha subito un abbandono, teme così tanto il ripetersi dell’evento perchè ha una straordinaria capacita di abbandonarsi completamente lui stesso, alle cose, alle persone. Che significa fondersi, perdersi, darsi completamente, esserci fino in fondo, affidarsi, essere un tutt’uno, senza confini e protezioni, con qualcosa o qualcuno.
E nell’accezione piu’ evoluta, può significare saper godere dei momenti di solitudine e del piacere rigenerante del vuoto.
Per questo, mi chiedo, se la capacità di abbandonarsi prescinde dall’aver fatto l’esperienza dell’essere stati abbandonati, in qualche forma o in qualche momento della vita.

 

Perché poi, dopo essersi abbandonati, o essere stati abbandonati, si puo’ cogliere la grande opportunità di riuscire a ritrovarsi. Rimettere insieme tutti i pezzi, ricostruire una nuova identità. Sentirsi perduti o persi, per ritrovarsi ancor più vicini a sé stessi.

 

Ma per abbandonarsi occorre abbandonare qualcosa o qualcuno. Un’idea di sè. Una modalità conosciuta. Che significa dar luogo a un tradimento.
E tradire solamente non è sufficiente, occorre poi una scelta: consapevolmente scegliere il motivo che ci ha indotto ad abbandonarci, ad abbandonare, a tradire.

 

 

Quando leggi un libro. esci dalla tua storia ed entri in quella di qualcun’ altro, ed è anche per questo che è un momento rilassante.

 

Spesso qualcosa del libro tocca qualche tua corda, e allora è una buona occasione per riflettere. Spesso tocca un’emozione, ed è una buona occasione per viverla o riviverla.

Con questo libro, invece, io sono entrata anche nella mia storia.

Situazioni diverse ma molte similitudini, sensazioni ed emozioni vissute, conosciute.

 

Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno non avremmo bisogno dell’amore.

 

Cosa significa?

 

Che l’amore ci fa sentire ciò di cui abbiamo bisogno, con cui spesso non siamo in contatto?

 

Che proprio per la nostra necessità di sapere quello di cui abbiamo bisogno, per soddisfarlo, e non andare a tentoni in giro per il mondo, abbiamo bisogno dell’amore?

 

Avere bisogno dell’amore è naturale, ma il troppo bisogno non è sano. Stare con una persona, o in una relazione, per il solo bisogno, non è indice di amore, di quell’amore che non dovrebbe essere condizionato da qualcuno o qualcosa.

 

Tuttavia è la mancata soddisfazione di un bisogno che spesso è all’origine di una coazione e di una ricerca compulsiva di qualcosa o qualcuno che vada a riempire quel vuoto, generato dal bisogno, che chiede di essere appagato.

 

Bisogni inappagati e traumi vanno a braccetto, creando quelle che sono le storie fallimentari o malsane della nostra vita. A volte si ripetono, inconsciamente si cercano, nel tentativo di risolvere qualcosa, di comprendere e non aver più bisogno di vivere certe esperienze. Per lasciarsi alle spalle certe modalità e andare verso quello per cui siamo nati: vivere una vita appagante e felice.

 

 

Arianna, protagonista del libro, vive con la paura dell’abbandono, probabilmente da quando i suoi genitori hanno divorziato e il padre se n’è andato.
Da allora teme sempre che qualcosa, una tragedia, si abbatta su di lei, vive nell’attesa di una telefonata che annunci l’irreparabile.
Si mette in una relazione d’amore malsana, dove il timore di perdere la persona amata le fa accettare l’inaccettabile, dove il bisogno e la paura fanno da padroni.

 

Ma un’improvviso nuovo abbandono e inganno, sull’isola di Naxos, dove era andata a trascorrere le vacanze con il compagno,  la buttano sul fondo. Tuttavia generano anche il crearsi di nuove situazioni, nuove conoscenze e sensazioni, e la possibilità di vivere relazioni con diverse modalità, di abbandonarsi, e di cominciare a curare le sue ferite.

 

Quando diventa madre, e tornano a galla le vecchie paure, insieme alla sensazione di poter essere finalmente un tutt’uno con un altro essere umano, si trova davanti ad una scelta: se fidarsi ed abbandonarsi, con l’opportunità di vivere una relazione matura con il compagno, oppure vivere col figlio in una diade, dove inevitabilmente, un giorno, le sue aspettative verranno di nuovo disattese, e al varco ci sarà di nuovo l’inevitabile senso di abbandono e solitudine.
Perchè il senso di esistere non puo’ dipendere da un figlio, da un compagno, da un’altra persona.

 

 

Chiara Gamberale mi è sempre piaciuta molto, per il suo modo di entrare dentro le cose e i personaggi, per la sua intensità e profondità nel descrivere un sentire che mi è molto affine.

Segnalo anche dell’autrice “Quattro etti di amore, grazie” e “La zona cieca“, che mi hanno altrettanto rapito e stimolato.

Un libro veramente toccante. Tanti spunti di riflessione. Una cura.

 

 

 

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Ho addosso i segni del tempo

 

 

 

Ho le rughe in faccia, la pancia che sembra un budino, la ricrescita da fare ogni 20 giorni.

Ho degli anni alle spalle, il cuore segnato dalle inevitabili delusioni della vita, sogni persi per strada, e altri realizzati.

Ho lasciato, per fortuna, lungo la via, chi avevo creduto diverso e che mi ha deluso, per colpa mia o sua, non importa, e ho imparato a cadere in pezzi e a raccoglierli, per prendere nuove forme.

Ho attraversato il dolore delle perdite, ma ho assaporato anche la riconquista dell’entusiasmo.

Ho imparato a cercare e a prendere quello che mi fa stare bene, talora con difficoltà, magari non sempre, pagando a volte un prezzo, ma va bene anche così, forse ne è aumentato il valore.

Ho realizzato che prendersi quello di cui si ha bisogno è una buona azione nei confronti di se stessi, ma anche che spesso ci vuole tempo per capire quello di cui non si ha bisogno, e scegliere di lasciarlo andare.

Ho compreso che spesso chi ti ferisce sta camminando su una tua vecchia ferita ancora aperta, cosi’ come io posso calpestare, senza sapere, il dolore antico di qualcuno. E che da qui nascono molte incomprensioni, ma che è inevitabile.

Ho imparato a essere più sfrontata, a non voler essere per forza simpatica a tutti, ma piuttosto essere fedele a me stessa. A considerare più importante quel che sono io e che mi interessa, piuttosto delle persone che non sono importanti per me.

Ho recepito che spesso non serve spiegare a chi non vuole o non puo’ capire; ci puoi provare, per non lasciare nulla di intentato o in sospeso, ma, anche se con rammarico, occorre accettare che le cose siano così.

Ho addosso i segni del tempo vissuto e di quello che ho imparato.

Si vede tutto.

A volte ritocco le foto per non vederli, dimenticando il valore della strada percorsa e delle conquiste. E che l’essenza non ha tempo: conserva l’innocenza e l’entusiasmo del bambino, e acquista la maturità dell’esperienza.

 

 

 

 

Luglio 2020

 

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Le affinità selettive

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Le partenze che non ti aspetti – viaggiare dopo il covid-19

 

 

Certe partenze non le aspetti con l’entusiasmo che vorresti.

Quello di prendere un volo, il desiderio di arrivare su, oltre le nuvole, di raggiungere un luogo lontano, da tanto desiderato, magari, un altro continente.

 

Eppure, nel momento che sei sulla strada, sul mare, con un posto nuovo, sconosciuto, che si profila all’ orizzonte, che ti attende, senti che qualcosa dentro si mette in moto, inaspettatamente.

 

 

Qualcosa inizia a ribollire.
La sensazione che ogni luogo può sorprenderti e riportarti quell’euforia ben conosciuta.

 

 

Comprendi che davvero tutto dipende dagli occhi con cui guardi, dall’animo con cui ti accingi a vedere, a vivere, il viaggio che ti aspetta.

E che puoi abbandonarti alla voglia di scoprire, senza preconcetti o pretese. All’entusiasmo che si riaccende, al desiderio di vedere.

Di vivere.

Un luogo.

La vita.

Di ripartire.

Che è sempre una bella cosa :)

 

 

 

La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
(Fernando Pessoa)

 

luglio 2020, prima vacanza post coronavirus – COVID19

 

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Corsica del Sud: le accoglienti geometrie della natura

 

La linea retta del mare all’orizzonte che si congiunge con il verde degli alberi e coi colorati fiori di oleandro del mio balcone.

 

 

Le spiagge a semicerchio, accoglienti, con le loro sfumature cristalline di azzurro, e dietro il verde brillante dei pini dal lungo tronco, che si lanciano verso l’alto, ordinati, come se fossero stati dipinti.

 

 

I massi, grandi, piccoli, dalle loro mille forme morbide o appuntite, e le geometrie che disegnano, irresistibili nel cielo, dalle loro cavità, da esplorare e da toccare. Angoli appartati, ricercati, per farci casa per un giornata, o per poche ore.

 

 

Le forme irregolari dei sassi e delle rocce rosse che brillano sul mare, e ne risaltano la trasparenza.

 

 

Le curve delle strade, da cui spuntano all’improvviso panorami stupefacenti e inimmaginabili, variopinti come un quadro.

 

 

Le linee spezzate di Bonifacio, orizzontali e bianche falesie sul blu del mare,

 

 

e le linee spezzate aguzze, verticali, che vanno verso il cielo, dei monti del col di Bavella.

 

 

L’acqua dei fiumi, incanalata nelle forme naturali, il suo verde acceso, natura e speranza, che rinfrescano il corpo e l’anima.

 

 

I mattoni tipici, con cui sono costruiti gli edifici e le case, tradizionali o moderne, quadrilateri con sfumature chiare, che le rendono pittoresche e calde

 

 

Questa è la mia Corsica, quella che ho vissuto, quella in cui voglio tornare.

La prima cosa che ho notato arrivando sull’isola, sono stati gli stupendi cespugli di oleandri, lungo le strade, ai bordi delle cancellate, ovunque. I loro fiori colorati deliziano la vista, tra le montagne e il mare.

 

 

L’ultima, che ho impresso nei miei ricordi, è il profumo di fiori, degli alberi di fico, dei pini, delle altre piante, e del mare. 

Profumo di Corsica. 

Quello di cui sentiro’ di più la nostalgia.

Insieme al potermi perdere con lo sguardo nell’azzurro e nel verde che la contraddistingue.

 

 

Insieme alla vista dal mio balcone sul mare, tra quei fiori, con quei profumi.

Là, dove, con la pace nel cuore e i miei pensieri indomiti, potevo ammirare la fine e l’inizio di un nuovo giorno, davanti all’infinito della bellezza.

 

 

luglio 2020

 

****Se sei interessato alla Corsica, ritorna tra qualche giorno per leggere tutti gli articoli e vedere le meravigliose foto***
https://www.unanimainviaggio.it/vacanza-nella-corsica-del-sud-informazioni-pratiche-e-utili/
Tutti gli articoli sulla Corsica:
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Campi di girasoli: la bellezza in Valsamoggia

 

 

Forse i girasoli sono di tale bellezza perchè inseguono sempre il sole?

Forse anche noi, se seguissimo sempre la luce, anzichè farci catturare dalle tenebre, potremmo emanare tanto splendore?

 

 

I girasoli hanno la grande abilità di percepire da dove viene la luce, e seguono il sole per crescere. Si girano verso di lui, per essere scaldati e in questo modo attirano gli insetti, che permettono nuova vita, attraverso l’impollinazione.

 

 

Anche noi uomini, come loro, abbiamo bisogno della luce  per crescere. Tuttavia anche l’ombra ci è necessaria, per riposarci, per riprenderci, per comprendere le lezioni della vita, e diventare maturi.

Come ai girasoli, che si muovono anche di notte, per tornare alla loro posizione iniziale, in modo da essere pronti, l’indomani, per stare di nuovo di fronte al sole.

 

 

Non siamo quindi così diversi, noi e i girasoli. Come loro, dobbiamo attraversare l’oscurità per ritrovarci davanti alla luce, e ritornare a splendere. Come loro, non ci possiamo fermare, dobbiamo seguire il corso della vita. Come loro, ci muoviamo velocemente finchè siamo piccoli e dobbiamo crescere. E una volta maturi, rallentiamo, fino a fermarci, e a piegarci.

A quel punto il fiore del girasole, giunto a maturazione, puo’ lasciare i suoi frutti, i semi, dopo aver attraversato i giorni di sole e l’oscurità della notte, e, attraverso questo ritmo, essere cresciuto.

L’auspicio, è, pure per noi, di poter lasciare i nostri frutti, su questa terra, segno che, sì, anche noi, siamo riusciti a giungere a maturazione.

 

 

Nella zona dove abito, la Valsamoggia, in Emilia Romagna, secondo il principio della rotazione delle colture, quest’anno dev’essere la volta dei girasoli. Ovunque mi giri vedo la meraviglia, un mare di fiori, un paesaggio degno di un dipinto, un’esplosione di vitalità. Nel campo, sulla strada di casa, li ho visti crescere, aprirsi, fino a diventare alti, tanto piu’ alti di me (che non ci vuole molto :) ).

 

 

E fieri, li ho visti mostrare il loro splendore, una comunità perfetta, tanti, tutti insieme, nessuno uguale ad un altro.

 

 

Ogni volta che vedo un campo di girasoli, mi dimentico della notte.

Di tutto quello che porta, nel bene e nel male.

Sento lo stupore, il caldo, mi tornano alla mente le stagioni che si susseguono, sento il fascino della vita, mi entusiasmo.

E mi ricordo di quanto possa essere perfetta la natura.

Di quanto la luce possa fare risplendere la bellezza.

Di quanto ogni singolo elemento possa generare una bellezza ancora piu’ grande, se  insieme ad altri simili.

E mi rendo conto che sono contagiata. Contagiata da tanta bellezza.

E comprendo che è vero, che la bellezza è contagiosa. E che trasmette una prepotente voglia di vivere.

 

 

 

(questo post è scritto per condividere tutta questa bellezza)

 

giugno 2020 #valsamoggia

foto di Patty

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.