Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

La vita in diretta, dentro

 

 

A volte non è facile, ed è quasi una forzatura non condividere una foto, un momento di pace, felice, di serenità.

A volte si vorrebbe far vedere, forse per il gusto di condividere al mondo i propri momenti belli, per celebrarli. O forse, chissà, per dimostrare che anche noi ci siamo meritati la nostra fetta di gioia, o siamo riusciti a prendercela. Che ce la siamo meritata e per questo, meritiamo. Un comportamento che diventa talvolta compulsivo, dettato da un bisogno di generare una reazione, un’interazione con qualcuno.

Eppure, c’è un gusto e un senso nel tenere per sé. Nel riappropriarsi della propria intimità, solo nostra.

Non mostrare agli altri, buttare fuori necessariamente.

Custodire un momento, un vissuto, dà la sensazione che acquisti un maggiore valore, anche se magari crediamo il contrario.

Tenerselo dentro è come cullare un piccolo un tesoro, senza metterlo in piazza, alla mercè degli altri, disperdendone la preziosità.  Permette di ascoltare tutta l’energia che genera, dentro, non fuori.

E’ godersi un regalo nell’attimo in cui lo riceviamo; è quella gioia che deriva dalla consapevolezza di quello che stiamo vivendo, di quello che stiamo ricevendo.

Trattenere per assaporare; assimilare anziché rigettare e dissolvere più velocemente.

Vivere quel senso di soddisfazione tra sè e sè, che riempie. Senza la distrazione dal sentire, che nasce dal rendere evidente, dal baccano della partecipazione altrui, dell’interazione con gli altri, dall’interferenza nel momento che si sta vivendo, che porta fuori da sé.

La vita in diretta. Non in diretta social. In diretta dentro.

 

dicembre 2021

 

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Quando vedo..

 

 

Quando vedo le palme mi emoziono.

 

Quando entro in contatto con l’elemento acqua mi ricarico.

 

Quando vedo i monti mi ricordo della maestosità e dimentico la piccolezza di quanto talvolta ho intorno.

 

Quando vedo l’orizzonte mi rendo conto del bisogno di guardare un po’ più in là dei miei confini.

 

Quando guardo la bellezza mi elettrizzo e mi entusiamo come una bambina.

 

Quando vedo il sole e sento il suo calore, la mia anima si riscalda.

 

Quando c’è una splendida giornata d’inverno mi sembra di ricevere un grande regalo.

 

Ho il mio amore con me, che mi nutre e mi rigenera, amplifica ed è amplificato💗.

 

E nei miei pensieri, coloro che stanno attraversando momenti di difficoltà, l’incertezza del futuro, che cammina a fianco, la gratitudine per i momenti in cui mi accorgo di sentirmi viva.

 

 

Riva del Garda
Capodanno 2022

 

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Dalì a Matera: stupore e bellezza, tra il tempo ballerino e la danza degli opposti

 

 

Veder comparire le opere di Dalí mentre si passeggia per i sassi di Matera è davvero suggestivo, ma ammirare più di 200 pezzi in un complesso rupestre, tra il chiaroscuro delle luci e una musica orientaleggiante che accompagna, è un incanto.

La prima scultura ce la siamo trovata davanti passeggiando per via del Corso, in Piazza San Francesco: la ballerina del Piano Surrealista. 

Ci ho girato attorno l’ho osservata da tutti i lati, uno più bello dell’altro, di giorno e di sera

 

 

Da dietro pare offrirsi con uno slancio verso l’alto con tale sinuosità e leggerezza che sembra prendere il volo

 

 

Dal fianco sembra  elevarsi e danzare con tutta la plasticità del suo corpo

 

 

Da davanti alza le braccia al cielo guardandolo, come in segno di ringraziamento

 

 

Le gambe da donna del pianoforte, con scarpe eleganti col tacco e l’abitino corto arricciato e ammiccante, e sul fondo la piazza e la chiesa di San Francesco, sono una vista incantevole.

Dell’Elefante Spaziale, che compare all’improvviso in un lato di piazza Vittorio Veneto, mi ha colpito il contrasto tra la leggerezza delle irreali lunghe e sottili zampe, che lo slanciano verso l’alto, al cospetto del pesante corpo grosso e massiccio.  L’elefante trasporta una preziosa piramide

 

 

Il Cavallo con l’orologio molle si trova sulla passeggiata di via Madonna della Virtù: da un lato il burrone, la gravina e la vista della Murgia Materana, dall’altro il complesso rupestre di Madonna della Virtù e San Nicola, dove risiede proprio l’intera mostra di Dalí

 

 

 

Il cavallo ha un bellissimo movimento, la criniera pare mossa dal vento. Sul davanti sembra lanciarsi deciso in una corsa, mentre da dietro sembra frenato, forse dall’orologio molle che è la sua sella.  Il tempo, come il movimento del cavallo, è fluido, ma nello stesso tempo pare sia un peso che trattiene

 

 

L’esposizione, all’interno del complesso rupestre dentro la roccia, si chiama “La persistenza degli opposti” perché volge attorno ad alcuni concetti di opposti che si contrappongono. 

 

 

Quattro temi sono oggetto dell’esposizione: il tempo; la contrapposizione tra l’involucro duro e l’interno tenero, la protezione e la vulnerabilità; la religione; la metamorfosi, ovvero la perdita della forma e la trasformazione.

Le opere si trovano in angoli suggestivi delle due chiese, e dentro e fuori dal complesso

 

 

Sono all’interno di nicchie, grotte, con pareti rupestri affrescate, sapientemente illuminate e risplendono nella loro bellezza.

 

 

La prima parte, per me stupenda, è una collezione di orologi molli

 

 

Per Dalì il tempo è fluido e relativo, legato alla soggettività e alle percezioni: da qui l’orologio molle a simboleggiare questo concetto

 

 

Meravigliose anche le altre sculture. In particolare mi ha colpito Alice nel paese delle meraviglie, l’eterna bambina che risponde alla confusione del mondo con la logica dell’infanzia

 

 

e anche Adamo ed Eva, nel momento in cui viene offerta la mela, in un gioco di riflessi di luce splendido

 

 

di nuovo un elefante spaziale, con le sue contraddizioni

 

 

e le tante sculture rappresentanti donne, ballerine, angeli, dove risalta la bellezza e la morbidezza delle forme

 

 

Talvolta è messo in evidenza anche il loro opposto, come nel caso delle bellissime Tersicore

 

 

una doppia immagine di donna, una con un corpo morbido e attraente, l’altra con un corpo dura e spigoloso, a dimostrare le due parti opposte che albergano in ognuno di noi, e che danzano a momenti alterni: da una parte la grazia e la fluidità, dall’altra la rigidità. E’ l’eterno contrasto tra interno ed esterno, involucro duro che vuole proteggere un interno molle, ovvero la vulnerabilità; il visibile e l’invisibile, ciò che si vede da fuori, che devia dalla verità custodita all’interno. Impossibile non identificarsi o ritrovare il mondo in cui viviamo in queste opere!

 

 

Alcune sculture sono posizionate anche nella parte superiore esterna, una specie di giardino che si trova in conclusione del percorso espositivo

 

 

L’ultima parte è costituita da opere più piccole e disegni dell’artista

 

 

Inutile dire che l’esposizione, che pare continui anche nel 2022, ed è già stata più volte prolungata, da sola vale il viaggio, ed è imperdibile per opere, location, e per tutta la bellezza che c’è attorno, nel corso di una visita alla bella Matera!

 

 

di seguito il link all’esposizione:

Home

 

 

 

dicembre 2021

foto di Patty

 

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Figli adolescenti e genitori: il senso di invasione in adolescenza

 

 

Qualsiasi cosa io faccia, o dica, qualsiasi passo, come madre di figlia adolescente, viene percepito da lei come invadenza.

Non metto in dubbio che davvero io possa essere una madre invadente, se penso a quelli che sono stati i miei vissuti. Il mestiere di madre (di genitore comunque), e anche l’indole, credo consista anche nel prendersi cura dei figli fino alla loro indipendenza (o almeno fino alla maggiore età), e per fare questo, nel periodo dell’adolescenza, quando cominciano a sganciarsi, ad essere ermetici, a non voler far sapere, a sperimentare, noi dobbiamo ancora vigilare, osservando, domandando. Ma anche questo, per quanto a noi possa sembrare essere fatto delicatamente, informalmente e buttato lì, viene spesso sentito comunque come una intromissione.

Loro si sentono già grandi, e per tante cose lo sono, ma non sono grandi per tutto; stanno sperimentando, e hanno ancora tanto da imparare. Nonostante sia importante dare fiducia e lasciarli fare, hanno ancora bisogno di limiti, quelli che non hanno ancora consolidato, per evitare che vadano a sbattere, sebbene la loro sfida sia di abbatterli, quei limiti. E’ il momento in cui spesso si sentono onnipotenti, e i limiti posti li riportano alla loro età, alla realtà, o alla umana finitezza.

Diventa difficile far percepire al ragazzo/a che è amato, che viene tenuto in considerazione, che il fatto di non essere abbandonato a se stesso è un segnale d’amore (e anche una fortuna); che anche quando pare che ci si preoccupi per lui è perchè ci si sta occupando di lui, –come è naturale che faccia un genitore-, perchè ci interessa il suo benessere. E che per far questo è importante anche sapere cosa fa, chi frequenta, cosa sente.. sorvegliare. Difficile farglielo comprendere senza dare la sensazione di star limitando la sua autonomia, le sue sperimentazioni o di esercitare un controllo: tutto ciò viene comunque percepito come un limite, un’intrusione.

Per noi genitori non è facile camminare sul confine tra una cosa e l’altra, essere attenti e controllare, lasciare andare e delimitare. E anche se ci dovessimo riuscire, credo che la percezione dell’invasione che ha l’adolescente non cambierebbe, tanta è la spinta all’autonomia, il desiderio di non voler controlli, di voler essere considerato un’entità capace di decidere lui per il suo bene. E anche la tendenza ad avere un avversario da contrastare, per affrancarsi sempre un po’ di più.

Educare i figli, come più volte ho sentito dire dagli esperti, significa principalmente renderli autonomi.

A parte quando inconsapevolmente davvero accade di entrare con invadenza nella vita del figlio, credo che come genitori presenti a noi stessi, si cerchi anche, osservando i ragazzi, la conferma di aver fatto un buon lavoro con la loro educazione, un cenno di rassicurazione che non ci siano problemi o difficoltà, che in prima battuta non si vedano, o errori che non ci siamo accorti di aver commesso.
A volte ci si barcamena con la difficoltà di placare la propria ansia di per non avere più la loro vita completamente sotto controllo, e per questo talvolta non si agisce nel modo migliore per la relazione.

Forse, bisognerebbe mettersi l’anima in pace e accettare la frustrazione di essere considerati degli invasori dei loro spazi (anche quando ci sembriamo delicati o siamo davvero noncuranti perchè ci fidiamo). Di essere considerati i limiti contro cui si trovano a combattere per costruire dentro di sè i loro confini, che è comunque una buona cosa. Di essere considerati dei “rompipalle”, che però contribuiscono a formare il loro senso di responsabilità.

Forse, l’adolescente, vorrebbe invece proprio sentire di essere abbandonato a se stesso, per sperimentare la sua capacità di autonomia, la sensazione di essere privo di lacci, di controllo, con la possibilità di agire e assumersi le conseguenze dell’agito in toto.

Forse servirebbe quell’atteggiamento di noncuranza (apparente, o “cura invisibile”) da parte nostra, l’esimersi da sguardi o pareri giudicanti, per quanto difficile, o talvolta impossibile, possa essere. Essere una presenza delicata, un contenitore che accoglie senza inglobare e senza fare da specchio riflettente, che fornisce un’immagine di rimando. Evitando di fare il Grillo parlante, impulso che spesso esce in automatico.

Allora, chissà, se si sentirebbero amati e nello stesso tempo più liberi dalla nostra presenza ingombrante, con un bisogno minore di contrapporsi, di ribellarsi..

Comprendere “stando”, senza nulla fare o obiettare (se non richiesto).

Un obiettivo durissimo, un grande atto di fiducia.
Che già è difficile fare con noi stessi, figuriamoci coi nostri figli.

 

novembre 2021

 

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Vuoti a perdere, come ancora non ho imparato a vivere (ma ognuno fa quel che può)

 

 

Un inizio un po’ fastidioso, nonsense, che non è chiaro dove voglia parare, ma che introduce il fastidio, l’ansia, il dolore che porta il senso del vuoto, il fallimento, la disillusione.

Il ritratto di un mondo che mi circonda e che ho dentro.

Diversi personaggi raccontano le loro sconfitte e il mondo che si trovano attorno, in cui, forse per la mia a volte nociva tendenza all’empatia, mi sono identificata, o forse perché gli argomenti emersi in qualche modo mi appartengono. Perfino tutte quelle bottiglie vuote, o semivuote, sparse sul palco, – i vuoti a perdere, appunto –  le ho sentito vicine.

“VUOTO A PERDERE”, dal ricordo della mia infanzia, era una scritta presente sulle bottiglie di vetro: erano quelle bottiglie che non dovevano essere restituite, potevano essere tenute, una volta svuotate del loro contenuto, e destinate o ad altri usi, se servivano, o ad essere buttate.

Ripenso a quante volte mi sono sentita svuotata e con una vita senza un senso. E anziché vedere la parte positiva, quella dello spazio che si viene a creare per accogliere nuovi contenuti, come professano i cultori della filosofia “think positive“, ho avvertito dolore, smarrimento, disperazione. Come se fossi, appunto, un vuoto a perdere, da buttare. Ho sentito talvolta la mancanza di un motivo per andare avanti, la sensazione di non aver piu’ nulla da offrire o di interessante da dare, che mi permettesse di essere apprezzata. Ho visto i mille difficili tentativi di trovarlo, quel motivo, di raccogliere l’energia per perseguire quei momenti di pienezza e felicità, che pensiamo dovrebbero spettarci, nella vita, che danno un senso ad alzarsi alla mattina, e che vanno oltre alla lista di canonici momenti di non trascurabile felicità, passaggi che bene o male caratterizzano la vita di noi tutti, che da uno dei personaggi sul palco sono stati catalogati in una ventina.

Navigando in quel vuoto, spesso ci si rende conto di sopravvivere, ovvero arrancare, andare avanti con quella fatica di vivere che non è vivere, e la sensazione struggente di stare sprecando il tempo della propria vita. La voglia che arrivi domani, aggrappandosi alla speranza che, come dice quella famosa canzone della Vanoni, “domani è un altro giorno, si vedrà“, per sfuggire all’angoscia di un oggi ostile e doloroso, che è l’unico che ci è dato per sicuro pero’, contro un domani che non ci offre comunque la sicurezza di tempi migliori.

 

 

Fuggire in qualsiasi cosa o luogo, per sconfiggere il tormento di precipitare in quel vuoto, per non interrogarsi e trovarsi davanti ai conti che non tornano, alla delusione o, peggio ancora, alla disillusione. Perche se siamo vuoti ci sentiamo perduti. Vuoti e perduti.

Riempirsi di cose da fare, da dire, da vedere, per non guardarselo in faccia quel vuoto; per non piombare nella noia, nel senso di non senso, in una condizione di ansietà.

Per non sentire il fallimento, per l’assenza di quella vita piena di successo, di serenità, di denaro, di persone attorno, di emozioni che spingono l’altalena, tenendo alto il livello di adrenalina, che ormai pare l’unico modo per renderla degna di essere vissuta, questa vita, e degna di essere mostrata a tutti.

Per non sentire il piattume della propria vita, la propria banalità, di non avere nulla di speciale o di attraente, e quindi di non valere, essere uno come tanti, anzi meno. Restare in trepidante attesa, come nel racconto del “Deserto dei tartari” di Buzzati, che qualcosa succeda e che dia la svolta, che si trasformi nel riscatto tanto atteso.

Per non sentire di non essere mai abbastanza, e che niente sia mai abbastanza per farci sentire pieni e soddisfatti. Essere come un pozzo senza fondo, dove si precipita senza sapere dove e quando si arriverà, nessun confine a proteggerci, totalmente impotenti.

 

 

Di tutto questo, e di altro, tratta “VUOTI A PERDERE“.

Dei motivi per cui qualcuno ha deciso di annegare nella bottiglia il suo malessere. Svuotare la bottiglia ed accorgersi che lui stesso è la bottiglia vuota.

Di questo desiderio di imparare a vivere, con gioia, con pienezza, con dignità e della difficoltà o dell’incapacità di farlo. Dell’osservare la propria vita con una coscienza, ed essere sofferenti perché non si intravede una via d’uscita. Dei conti che non tornano.. come le bottiglie vuote che galleggiano mentre quelle piene affondano.. galleggiare in quanto vuoti, o andare a fondo in quanto pieni, magari di cose inutili? lasciare andare questo contenitore che si è svuotato, questo vuoto a perdere, ormai privo di utilità, o intravedere una possibilità nel trovare un nuovo uso?

Si dice che quando si sente che non c’è più niente da perdere, si perdano anche le illusioni e che da lì si possa ricominciare a vivere..

Andrea Lupo, accompagnato dalla presenza e dalla musica di Guido Sodo, è bravissimo non solo a interpretare l’amarezza e il malessere del vivere, e a cantare, sorprendentemente, ma anche a scrivere testi attuali, intensi e toccanti, che inducono a interrogarsi, a riflettere, a contattare stati d’animo e una disperazione spesso conosciuti.  Fragili e sconsolati lo siamo stati tutti, in qualche momento della nostra vita, e talvolta, anche se vedere questo può non consolare, puo’ aiutare a farci sentire che non siamo i soli, e, forse, a farci provare meno vergogna ad accettare i nostri fallimenti.

Tornando a casa, dopo lo spettacolo, i miei vuoti a perdere, – il sacco del vetro da buttare-, mi aspettavano fuori dalla porta, dimenticati in un angolo. Così come le mie domande, sul senso di tante cose della vita in questi tempi, di questa età e del passato, i miei disagi del vivere con gli altri e con me stessa, le risposte che da sempre non arrivano, e la ricerca di quella scintilla divina, il pezzo di stella che brilla, che da un tempo indefinito sento dire che alberghi in tutti noi, ma che ancora, io, come una delle voci sul palco, non riesco a contattare.

So, ora, che, a differenza di quando ero bambina, quei vuoti non sono sempre a perdere: sono lì, in attesa di essere portarti alla campana del vetro, per essere riciclati.

Per una nuova vita, forse, chissà..

 

ottobre 2021

foto Teatro delle Temperie

Una produzione Teatro delle Temperie

Vuoti a perdere – confidenze alla bottiglia

 

 

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Quello che non passa

 

 

Sono a un concerto e mi guardo attorno: ci sono persone di una certa età.

Poi mi fermo a pensare, e mi rendo conto che anch’io ho quella certa età.. 

Eppure gli altri mi sembrano più vecchi … o io mi sento piu’ giovane. Ma, forse, è lo stesso per tutti coloro che hanno questa “certa età” ..

Li vedo che si emozionano, hanno la stessa vitalità e passione, di quando erano giovani, e forse anche di più. Lo stesso entusiasmo, quando la musica comincia ad incalzare, con pezzi conosciuti e che amano. La musica li anima, battono le mani, si agitano, ballano, cantano, man mano che l’atmosfera si scalda, come se non avessero quella certa età, che forse non si sentono, come me. Con la voglia di condividere la stessa emozione, lo stesso godimento per una stessa cosa, che ti fa sentire insieme, ritrovare un’intensità e una spensieratezza che a volte pare perduta.

E’ bello vedere tutta questa vita e tutto questo movimento: anch’io sento il risveglio di certe sensazioni.

Tra loro (o meglio, tra noi), c’è chi ha la pancia, chi ha i capelli grigi, o bianchi, chi non li ha più, -i capelli-, chi ha le rughe, chi si muove con movimenti goffi e non più fluidi, chi appare “giovanile”, o vuole apparire tale, o fa quel che può.. ma la carica, la gioia, è la stessa, quella di un tempo.

E allora penso che certe cose non passano mai..

Una certa musica non passa, non ha età, e ti fa sentire così, senza età. Non smette di emozionare e ti fa emozionare ancora: diventa impossibile star fermi, non battere le mani, non seguire il tempo coi piedi, non portare dentro quel movimento vitale, non essere corpo senza pensieri. Sensazioni, che sembravano lontane: ritornano, perchè la passione, qualsiasi sia, perdura nel tempo. Magari è assopita, soffocata da tutti gli eventi di un’esistenza, ma è pronta a risvegliarsi, in questo caso, di fronte al suono di singoli strumenti che riescono a diventare una cosa sola, a creare armonia e bellezza, e a coinvolgere tutti con la stessa emozione, forse legata a ricordi, quelli che han fatto la vita, ma anche alla consapevolezza di essere lì, presenti, vivi, ad emozionarsi ancora.

E allora penso anche, che non sappiamo cosa ci aspetta, ma abbiamo tutti la stessa voglia di sentire le nostre cellule che vibrano, si muovono, cantano, celebrano la vita, si rigenerano. Ognuno cercando quello che ci piace, o trovandolo per strada, lontano, o a pochi passi da casa..

E che la voglia di sentirsi vivi ci accomuna, non solo noi di una certa età: è il desiderio di tutti.

 

Oh-oh, someday girl I don’t know when we’re gonna get to that place

Where we really wanna go and we’ll walk in the sun

But till then tramps like us, 

baby we were born to run

(Un giorno, ragazza, non so quando raggiungeremo quel posto
dove davvero vogliamo andare e cammineremo nel sole,
ma fino ad allora, baby, noi siamo nati per correre)

 

 

settembre 2021

 

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Alla luce del tramonto

 

 

Quante volte nella mia vita mi sono ritrovata in un momento così, al calar del sole, a guardare il mare..

Eppure questo momento cosi conosciuto ma intenso, non finisce mai di darmi certe sensazioni, di farmi sentire che questa intensità e consapevolezza significa “succhiare la vita fino al midollo” (cit. L’attimo fuggente).

Ovvero, osservare il mondo con coscienza, accorgendosi di vivere. Quando si realizza che non è importante quello che si fa o dove si è, ma rendersi conto che si sta vivendo.

Sarà l’ora particolare, la luce del tramonto; sarà il mare o la brezza marina; sarà l’avvicinarsi della fine di una giornata trascorsa con la sabbia morbida sotto i piedi, il calore del sole sulla pelle, il profumo della salsedine attorno..

Sarà la bellezza di essere dove si è senza desiderare di essere altrove, nel passato o nel futuro, e di non anelare ad altro..

O sarà la scelta di trovarsi ancora una volta a rivivere senza lo stupore dello sconosciuto, ma col godimento del conosciuto, che fa aleggiare l’opportunità che si ripeta un momento di profonda presenza e soddisfazione..

Sarà, forse, un momento atteso e tanto desiderato.. sarà tutto questo, che mi fa respirare un presente semplice che non chiede altro, la cui memoria servirà per quando la monotonia e il senso di non senso si imporranno e vorranno prevalere, vorranno farmi arrendere, far capitolare, al loro cospetto..

 

 

E allora respiro questo nutrimento, guardo e chiudo gli occhi per incamerare, ascolto il rumore di quel mare pacificatore e ristoratore.. Affinché, appunto, il ricordo dell’esistenza di questi momenti alla portata, mi risollevi, nei tempi bui, mi avvolga e mi rincuori, e sia motivo, giustificato, per ritornare nel passato e proiettarmi in un futuro. Che mi ricordi che esistono, e che ritornano, quei momenti, di pace, di contemplazione, in cui mi fermo e in cui ancora una volta assaporo la vita, fino al midollo. Anche quando è il tramonto, e pare che tutto stia per finire.

 

 

 

Settembre 2021

 

 

stesso luogo, stesso periodo, 2 anni fa

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La fiducia è una cosa seria

 

 

 

La fiducia è una cosa seria

Pesa le parole. Elimina il  sarcasmo o le frasi pungenti.

Sii leale e trasparente, niente ambiguità, prendi posizioni precise.

Se pensi che devi proteggerti da qualcuno, non puoi pensare che ci sia fiducia.

Se pensi che qualcuno non possa comprendere quel che vuoi dire, domandati se ne vale la pena, dare fiducia.

Perchè ogni volta che qualcosa vien taciuto, quando ci sarebbe un impulso ad esprimersi, si crea una frattura. Ogni volta che si sente che non ci si puo’ fidare, si prende una distanza. Ogni volta che senti che devi fare attenzione a quello che dici, a quello che fai, a quello che dicono, a quello che fanno, non puoi ascoltare e accogliere: l’istinto è di difendersi. E, prima o poi, si puo’ arrivare ad essere troppo lontani per ritrovarsi, per ricucire, per riprendere un rapporto.

Guardati attorno, ascoltati dentro. La fiducia è una cosa seria.

Non gettare le perle ai porci e cerca di essere degno del dono della fiducia altrui.

Fidarsi è anche mettersi un pò nelle mani degli altri. Donare una parte della propria vulnerabilità.

E abbiamo tutti voglia di fidarci, di buttarci, sapendo che potremmo perdere qualcosa. Abbiamo tutti voglia di volare, prendere il rischio.

Non scherzare con la fiducia per una rivalsa personale, per una frecciatina, un messaggio indiretto, per dire e non dire. Che magari qualcuno non replica ma incassa, capisce o non capisce, elabora e trae le sue conclusioni, magari su malintesi, e puo’ perdere la stima. O può sentirsi ferito. Che una volta persa, è difficile riconquistarsele, la stima e la fiducia. Chiediti se la persona, il rapporto, ti interessa oppure no, prima di agire soltanto per il gusto di colpire, per quanto qualcosa possa averti infastidito. E chiediti, se sei tu a sentirti colpito, se c’è una reciprocità nel rapporto, se puoi non avere inteso bene. E quando senti che qualcuno non sembra sincero o limpido con te, indaga su quanto ci tiene, se merita la tua fiducia.

E se senti che vieni chiamato in causa, per competere, che c’è una gara a primeggiare o a conquistarsi un posto di attenzione, da qualcuno su cui hai riposto la fiducia, stai all’erta.

E se qualcuno ti dice ciò che non vorresti sentirti dire, una cosa scomoda, che magari hai anche chiesto tu, è perché di te si fida. Se non si fidasse, ti direbbe una bugia, oppure sarebbe compiacente o lusingante, dicendo quello che vorresti sentirti dire tu, e non la verità. Se ti risenti, stai tradendo la sua fiducia. E la fiducia è una cosa seria.

 

Forse fa male eppure mi va..

 

 

 

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Vivere e lasciare andare

 

 

Sai quale e il segreto?

 

Che non bisognerebbe attaccarsi troppo, contare troppo, aspettarsi troppo.

Non dare troppo spazio all’immaginazione, non voler vedere quello che si vuole, invece che la realtà.

Godere delle persone, delle relazioni, dei momenti.. e poi guardare avanti.

Farsi toccare, contagiare, emozionare, assaporare, condividere. Ma poi lasciare andare.

Non dico dimenticare, anzi, creare dei ricordi, averne cura e incarnarli. Imparare. Ma null’altro.

 

Sai qual’è il segreto?

 

Non pretendere.

Lasciare che cose, persone, momenti, ritornino se è il caso, e se vogliono. Lasciare libertà e lasciarsi liberi.

Non volere che ci siano ripetizioni, non cercare di far accadere cose, incontri, a tutti i costi.

E cercare soltanto quando si è liberi da pretese e aspettative.

Quando non è frutto di un bisogno.

Quando quel che si cerca non è la risposta a un vuoto, a una mancanza.

Quando si è liberi dalla presenza o non presenza dell’altro. Dal rischio di attaccamento, di possesso. Dalla nostalgia di un ritorno al passato.

Quando si è certi che la risposta sia al presente, e non a un episodio, o a qualcuno, del passato.

 

Dall’attaccamento sorge il dolore, dal dolore viene la paura.

Per colui che è totalmente libero non c’è attaccamento, non c’è dolore, non c’è paura

Buddha

 

Sai quale è il segreto?

 

Lasciare.

Lasciare andare, lasciare correre, lasciare perdere, lasciare liberi.  Lasciarsi scivolare addosso. Lasciare cadere e lasciare accadere.

E poi lasciare uno spiraglio, se è il caso, per riaprire. Per dare, e darsi, una possibilità.

Che non è facile, non ricadere nella ferita. Non dire “è colpa sua”.

Che è difficile vivere con consapevolezza, ed essere liberi. Vedere il nostro desiderio di contatto, di apertura e, insieme, la nostra grande vulnerabilità.

 

Sai quale il segreto?

 

Che non c’è nessun segreto.

Si fan propositi, si fanno piani, si studiano strategie. Poi ci si casca e ci si ricasca. Spesso.

E, alla fine, si fa quel che si può.

 

Se ti rendi conto che tutte le cose cambiano, non c’è nulla a cui proverai ad aggrapparti.

Lao Tsu

 

 

 

 

aprile 2021

 

foto di copertina Marina di Ravenna

foto finale Molveno

 

 

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Festa della liberazione: Bella Ciao a Siviglia

 

 

Era la nostra ultima sera a Siviglia.
La strada si presentava bagnata e lucida, in seguito ad una giornata piovosa.
Eravamo stati a cena a fianco alla cattedrale.
Avevamo appena lasciato la Giralda alle nostre spalle, quando, da un angolo della piazza, dove durante il giorno sono parcheggiati i calessi che portano i turisti in giro per la città, sentiamo arrivare una musica.

 

 

Ci avviciniamo.
Quattro ragazzi, con i loro strumenti a fiato, stanno suonando, rendendo l’atmosfera della notte, in quella incantevole città, ancora più magica.

 

In quell’esatto momento ho la percezione di quanto sia bello il mondo.

Di quanto sia bello viaggiare

Di quanto sia bella la vita.

 

Attaccano una nuova canzone, come se le mie sensazioni di quel momento fossero intercettate.

 

Sulle note di Bella Ciao sento una grande emozione salire:

sento di essere cittadina del mondo,

sento di essere cittadina italiana,

sento un senso di gratitudine.

Sento di essere libera.

 

E ringrazio di essere libera

 

25 aprile

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.