Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

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La potenza di una voce: Bohemian Rapsody e Freddie Mercury

 

 

Bohemian Rapsody, un film che mi ha toccato l’anima, come da sempre il suo protagonista, Freddie Mercury, cantante del gruppo dei Queen.

Sono andata a vedere per la seconda volta il film, nel giro di un mese, e sulle note di Somebody to love,  al suo inizio, nel momento in cui Freddie entra  nello stadio di Wembley  per il Live Aid, nel 1985, avevo già i lacrimoni.

 

A Wembley faremo un buco nel cielo. (Freddie Mercury)

 

 

La storia di un mito, un personaggio dal talento inespugnabile e della sua band. Dalla capacità di credere in se stesso e nelle sua potenza e di lavorare duramente per arrivare ai risultati che si sono visti.

La capacità di cambiare e portare cambiamenti, senza ingessarsi in uno stile o far rimanere intrappolato il gruppo in un genere, nelle sue canzoni, nelle sue abitudini. La capacità di trasgredire e quindi rinnovarsi; di trasgredire a cio’ che veniva proposto dalla sua famiglia o accettato dalla società.

La storia di un uomo che, nonostante il suo talento, è continuamente in cerca della sua identità, volendo restare nella verità. Cercando, sperimentando e venendo in contatto col suo vuoto interiore. Che tocca il fondo, passando anche per pericolosi eccessi.

Un uomo che sa benissimo quello fa sentire uniti gli uomini, che sa rispondere a un bisogno fondamentale: il senso di appartenenza

 

Sarà un disco rock and roll, con la grandezza dell’opera, il pathos della tragedia greca, l’arguzia di Shakespeare, la gioia debordante del teatro musicale. Sarà un’esperienza musicale! Non sarà solo un altro disco. Qualcosa per tutti, qualcosa in cui la gente troverà un senso di appartenenza. Mescoleremo generi, valicheremo confini.” Freddie Mercury

 

Ecco, la capacità di valicare i confini.

Un uomo che dà l’anima, che si dà senza risparmiarsi, e che per questo sa trasmettere, con il suo canto, con le parole, con i movimenti del suo corpo, un’energia senza uguali. Che ha saputo convogliare nella musica e nelle sue canzoni, vere e proprie opere d’arte, la sua potenza, la sua creatività, palpabile nella sua voce e nella sua presenza sul palco. La storia di un ragazzo, con un apparente difetto fisico (4 incisivi in piu’), trasformato in un’opportunità, la maggiore estensione vocale.

 

 

La storia di una famiglia, non quella d’origine, quella fatta dalle persone che si scelgono per similitudine e affinità, con cui si condividono le passioni. E tutti i dissapori e i conflitti, che la vita porta nello stare insieme.

Quegli occhi vivaci e quel corpo pieno di vita, non possono non contagiare, come non possono restare indifferenti i suoi interrogativi di fronte alla vita, che risuonano nell’anima, come quelli in una delle mie canzoni, preferite, “In my defence” :

 

“Tutti gli errori commessi, devono essere affrontati. Non è facile sapere da dove iniziare, mentre il mondo che amiamo sta cadendo a pezzi..

Non ascoltiamo abbastanza e non affrontiamo la verità..

Io sono solo un cantante, come posso far diventare giusto cio’ che è sbagliato??”

 

 

 

Mi è dispiaciuto che il film non sia stato fedele alla storia, in alcuni punti, ma che siano stati inseriti dei falsi. Freddie non ha mai lasciato il gruppo, ma di comune accordo i componenti hanno deciso di prendersi una pausa, ed ognuno ha inciso pezzi per conto proprio, quindi nessun tradimento da parte sua; non ha comunicato la sua malattia prima del Live Aid, alla band, ma piu’ avanti; non conobbe i membri del gruppo il giorno che il cantante precedente lasciò la band, perchè il cantante stesso era un suo compagno di corso a scuola. E alcuni altri. Non sarebbe cambiato nulla se i tutti i fatti avessero rispecchiato la realtà, il film non sarebbe stato meno coinvolgente, perché Freddie resta sempre un grande.

 

John Reid: Allora voi siete i Queen. E tu devi essere Freddie Mercury. Avete talento! Tutti e quattro. Su, ditemi: cos’hanno i Queen di diverso da tutte le altre aspiranti rock star che incontro?

Freddie Mercury: Glielo dico io cosa abbiamo. Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro.

Brian May: Siamo una famiglia.

Roger Taylor: Ma ognuno di noi è diverso.

 

Non possiamo neanche tralasciare la straordinaria interpretazione di “Barcellona“,  con Montserrat Caballe, non presente nel film, ma che voglio ricordare.

 

 

Al termine del film, la sensazione che se ne sia andato un amico, il dispiacere per la perdita di un grande cantante e di una grande persona. Che in fin dei conti, nonostante l’opposizione al padre, quello che ha compiuto è stato proprio quello che il padre stesso si proponeva di insegnargli: buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Raggiunti magari attraverso un strada diversa, col suo essere scatenato e ribelle.

 

Speravo che Farrokh diventasse un bravo ragazzo Parsi. Era troppo scatenato e ribelle. Ma a cosa è servito? Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Fallirai se fingerai di essere qualcuno che non sei! (Bomi Bulsara)

 

Scrivo queste riflessioni con la speranza che il film possa vincere l’oscar, il prossimo 24 febbraio. In onore appunto, del grande Freddie Mercury e dei musicisti di un gruppo che ha scritto la storia della musica.

 

“Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere.”  Freddie Mercury

 

Non so se lui avrebbe risposto: “Io”, alla  domanda della sua canzone

“Who wants to live forever?”

Ma, di sicuro, lui, sì, è riuscito a vivere per sempre, attraverso le sue canzoni, e a conquistarsi una parte di eternità.

 

 

Con gratitudine per tutte le emozioni che la sua voce e le sue canzoni mi hanno dato e continuano a darmi ad ogni ascolto.

 

 

 

Gennaio 2019

 

 

 

 

 

 

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Abbi cura di me

 

 

Abbi cura di me… di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2019.

 

Ho capito perchè questa canzone mi emoziona tanto.

 

Bisogna amare molto, per fare questa richiesta.

 

Bisogna fidarsi tanto, di qualcuno, per chiedergli di prendersi cura di noi.

 

Bisogna essere diventati molto umili, e affidarsi, per chiedere: “abbi cura di me.”

 

Vuol dire porgere il proprio cuore all’altro, sapendo che non lo ferirà, ma essere pronti a correre il rischio.

 

Significa aver visto la bellezza che c’è attorno e il senso che c’è in tutto.

 

E comprendere che non ci resta altro che arrenderci.  Alla bellezza, all’amore, a far entrare.

 

Mollare le nostre armature e far entrare.

 

Farsi toccare l’anima, il cuore.

 

Permettersi di amare. E di farsi amare.

 

“Stringimi forte e non lasciarmi andare”. Ti chiedo di esserci e di prenderti cura di me. Che sono qui. Con te.

 

“Basta mettersi a fianco anzichè stare al centro“…..  per poter volare insieme.

 

“Ti immagini se cominciassimo a volare.

Tra le montagne e il mare

dimmi, tu, dove vorresti andare?”

 

 

 

febbraio 2019

 

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Per non dimenticare: le scarpe della memoria e il monumento contro l’olocausto a Budapest

 

 

A Budapest ci sono 2 luoghi che ho visto, che sono come un pugno allo stomaco, lasciano senza fiato, nel silenzio, e con un nodo alla gola.

Sono luoghi che ricordano la persecuzione e l’eccidio degli ebrei. Luoghi della memoria. Che servono per far capire e non far dimenticare.

Il primo luogo, piazza Szabadsag, piazza della Libertà, il monumento contro l’olocausto fatto costruire dal governo.

 

 

La statua al centro  raffigura l’arcangelo Gabriele – simbolo dell’Ungheria -, che viene soggiogato dall’aquila imperiale tedesca.
Questo monumento pero’, non mostra le responsabilità dei nazisti ungheresi e del regime stesso, nella persecuzione degli ebrei e per questo motivo, davanti ad esso, si trova quello che è definito il contro-monumento.

 

 

Un monumento tenuto “vivo” dai cittadini ebrei, che hanno portato, e continuano a portare, foto dei loro cari deportati o uccisi, le valigie con cui partirono, lettere, oggetti di uso quotidiano ad essi appartenuti, candele, fiori.

 

 

Il secondo luogo è il memoriale dell’eccidio ebraico a Budapest, ovvero le SCARPE DELLA MEMORIA

 

 

Su quaranta metri di banchina, 60 scarpe di bronzo arrugginito, a ricordo degli ebrei costretti a togliersi le scarpe e a buttarsi per annegare nel Danubio. (http://www.succedeoggi.it/2014/04/le-scarpe-della-memoria/)

 

Luoghi da visitare per ricordare di cosa è stato capace l’uomo.
E per non dimenticare che queste bestialità non devono piu’ accadere.
#giornodellamemoria
#pernondimenticare
gennaio 2018
(foto by Patty)
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Empatia

 

 

Se c’è una cosa che si fa sempre piufatica a trovare ai nostri giorni, ma di cui si sente spesso parlare, questa è l’empatia.

Empatia non significa solo sapersi mettere nei panni degli altri, ma significa soprattutto riuscire a sentire profondamente quello che sente l’altro.

Empatia è “la capacità di sentire dentro di sè l’interno di cio’ che sta fuori di sè” (R.Vischer).

Troppo occupati a guardare solo il proprio, e alla superficie, nell’epoca del narcisismo e dell’egocentrismo, dell’inneggiare all’accoglienza, mostrandosi intolleranti, fermarsi e fare attenzione al sentire dell’altro, è un evento sempre piu’ eccezionale.

Eppure è alla base della comprensione tra gli individui, della solidarietà, della relazione vera.

Se posso sentire quello che sente l’altro, posso essere compassionevole con lui e posso essere in grado di essergli vicino e, se necessario, lenire il suo dolore, i suoi patimenti, o gioire con lui. Posso accoglierlo e accettarlo, con la disponibilità all’ascolto profondo e senza giudizio. Senza volergli per forza fornire consigli o soluzioni.

L’empatia ha a che fare con la delicatezza e il rispetto del sentire dell’altro.

Per essere empatico, non devo essere troppo corazzato per difendermi, altrimenti non entra nulla in me e tutto rimbalza.

 

 

Chi ha i confini fragili, suo malgrado, ha difficoltà a proteggersi e, tendenzialmente, proprio per questo è piu’ empatico. Puo’ lasciare entrare quello che l’altro trasmette.

Ma se è troppo permeabile, tende ad avere difficoltà a distinguere il sentire dell’altro dal suo, a confondere le due cose. E allora potrebbe venire troppo coinvolto dalle vicissitudine ed emozioni dell’altro, non riuscire a discriminare, e quindi non riuscire ad essere di supporto.

Per poter essere empatici quindi, occorre avere l’apertura per fare entrare l’emozione dell’altro e farsene contagiare, senza restarne sopraffatti, avendo i giusti confini per proteggersi.

Chi si è chiuso al sentire per non soffrire, si difende, sapendo che probabilmente non potrebbe sostenere una nuova ferita o il riaprirsi di una vecchia.

Alcuni hanno invece proprio il bisogno di confondersi con l’altro, e/o di invaderlo, per vivere una vita che non hanno o non sono in grado di costruirsi. Queste persone avrebbero ancor piu’ bisogno di comprensione ed empatia. Ma non sempre riescono ad avere l’umiltà di ammetterlo o anche solo di guardare questa fragilità e mettersi in discussione. Piuttosto, fanno di tutto per farsi odiare o biasimare, creare conflitti e allontanare le persone.

Ma a cosa serve essere empatici?

Per vivere l’incontro vero con l’altro.

Perché non sia solo l’incontro di due solitudini, per colmare un bisogno, ma possa crearsi un rapporto vero, autentico e soddisfacente.

O piu’ semplicemente, per restare umani.

Perchè stare attenti al sentire dell’altro, è sempre una bella cosa.

 

 

 

Accedere alle cose, al flusso vitale e esperienziale delle altre persone, è ciò che chiamiamo empatia. (Maurizio Stupiggia)

 

Questo è uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza. Questa reciproca conferma mediante i sentimenti, la risonanza emotiva tra due o più persone, ha un ruolo centrale nel conferire un significato e un senso di appagamento all’esistenza.
(Norbert Elias)

 

La piu’ alta espressione dell’empatia risiede nell’accettare e non giudicare.

Carls Rogers

 

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
(Platone)

 

Tutto quello che volevo era raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mie mani, ma con il mio cuore.
(Tahereh Mafi)

 

Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro, e sentire con il cuore di un altro.
(Alfred Adler)

 

 

agosto 2018

 

foto Pixabay

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La merda degli altri

 

 

Teatro delle Temperie, come sempre, sulla mia lunghezza d’onda. Con un nuovo spettacolo, dal titolo:  “E’ tutta colpa loro, quando scappa.. scappa.”

Si ride, si piange, si soffre.. angoscia, trasporto, tumulto dentro..Si ride per non piangere. Che è utile anche quello. A volte.

Si riflette. Ci si emoziona. Che è quello che, secondo me, deve fare uno spettacolo.

Al termine dello spettacolo, ieri sera, sono rimasta con una specie di “ovosodo” nello stomaco, forse quello stesso di cui parlava Virzì nel suo celebre film. (“Chi lo sa, forse sono rincorbellito del tutto, o forse sono felice… a parte quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico…” OVOSODO di P. Virzi’ 1997). Perchè riconoscere la realtà, su un palco, è sempre un’esperienza forte.

Gli stronzi che si trovano nella vita, che si fa fatica ad eliminare. Che eliminato uno, ne arriva un altro. Stronzi inconsapevoli. Stronzi che lo diventano, stronzi. Stronzi che a conoscerli meglio, la loro storia, appaiono meno stronzi. Stronzi che ci fanno vedere la merda che viene generata intorno. Stronzi schiavi della loro fragilità nel vivere, delle loro paure, della mancanza di coraggio. Umani.

Vedere la merda degli altri spesso ci evita di guardare e rimescolare la nostra. Che magari non riconosciamo e quindi proiettiamo fuori. Stronzi che, dolorosamente, ce la mostrano, perché mentre spaliamo quella degli altri, stiamo spalando anche la nostra. Che se non viene fuori, fa solo danni. O ci rende acidi, insoddisfatti.

Le inevitabili domande che prima o poi arrivano, ad anime che si evolvono: cosa ci faccio qui? come mi sono ridotto cosi’? come faccio ad uscire da questa realtà, in cui mi sento incastrato, da questa gabbia, da questa situazione di merda? cosa sarebbe di me se avessi preso un’altra strada, al bivio?

E quella domanda cosi’ spinosa: sei felice? Che si cerca di evitare, perché presuppone una sincerità con se stessi, una presa di coscienza, che se non vede seguito, una volta affiorata, amplifica ancor di piu’ il malessere di tutti i giorni.

Avrei voluto essere su quel palco e interpretare ogni personaggio, per buttare fuori quelle emozioni forti e intense, e sperare in un effetto catartico liberatorio.

E vorrei essere un saggio, per avere delle risposte su come liberarsi dalla merda. Tanto lavoro su di sé, tanta coscienza, tanto coraggio, per iniziare. Per dire e dirsi la verità. Affinchè non si incontrino piu’ degli stronzi, ma delle persone piu’ in sintonia con noi.

Ma è dura, contattare la propria merda interiore. E non basta vederla, occorre anche agire. Per non morire affogati, nella merda, appunto. Perchè è vero, quando scappa, scappa, non si puo’ trattenere, se deve uscire.

E se forse non puo’ esistere una condizione di felicità perenne, che la priverebbe anche del senso – (cit. Felicità: “la compiuta esperienza di ogni appagamento”), – e quindi una risposta assoluta alla domanda “sei felice?”, guardarsi dentro e allo specchio, senza mentirsi, puo’ essere l’inizio, per buttare fuori un po’ di quella merda, e cominciare a fare spazio per momenti di felicità.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/u00e8-tutta-colpa-loro

 

dicembre 2018

 

(foto pixabay)

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Le belle persone

 

 

Che belle le persone che quando le incontri o ti scrivi, non ti inondano di parole, ma ti chiedono “ma tu come stai?” e vogliono sapere come stai veramente.

Che belle le persone a cui non devi mentire e dire “sto bene”, a cui puoi donare la tua vulnerabilità.

Che belle le persone che ti ascoltano e vogliono ascoltarti, che non ribattono soltanto o la mettono  in ridere, o dicono “che vuoi che sia”.

Che belle le persone che ti ascoltano davvero e registrano, e non devi chiedere e ripetere sempre le stesse cose

Che belle le persone che in un rapporto non ci sono solo loro, ma si è in due.

Che belle le persone che ti guardano e ti vedono, non vedono solo loro stesse o il loro riflesso.

Che belle le persone che sai che ti pensano, perchè se è vero, come credo, che ci sentiamo amati se ci sentiamo pensati, dobbiamo anche saperlo, di essere pensati.

Che belle le persone che non ti usano per i loro fini narcisistici, ma ci tengono veramente a te.

Che belle le persone che ci tengono e te lo fanno capire, non solo immaginare o sospettare.

Che belle le persone che non sei solo un numero tra le amicizie su Facebook.

Che belle le persone a cui puoi aprire il tuo cuore, senza che te lo maltrattino o che ti infilino una spada.

Che belle le persone che hanno il coraggio di dirti la verità, anche se è scomoda e puo’ non piacerti, perchè sanno che gli vorrai bene comunque.

Che belle le persone a cui puoi dire la verità, che la rifiutano ma poi ti apprezzano perchè gli hai aperto gli occhi.

Che belle le persone che non raccontano balle a se stesse, cosi’ non le raccontano neanche a te.

Che belle le persone che prima di parlare si domandano se quello che stanno per dire puo’ fare male.

Che belle le persone che ti stanno accanto nonostante i tuoi tiramenti, le incazzature (che coprono le ferite, e loro lo sanno, oppure no) e i rancori. E aspettano che passi, perchè credono che tu vali piu’ di queste cose.

 

 

 

 

dicembre 2015

 

Foto by Patty

 

 

 

 

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Siamo soli?

 

 

Siamo soli.

Siamo tutti soli, quando andiamo a dormire e facciamo i conti con noi stessi.

Siamo soli, spesso in mezzo a tanta gente, quando sentiamo la distanza.

Che è la cosa che fa piu’ male.

Ci sentiamo soli quando gli altri sembrano non capirci e quando noi non capiamo gli altri.

Quando non c’è nessuno che ci difende o che ci protegge. Quando non ci sentiamo considerati.

Quando qualcuno o qualcosa che aspettavamo non arriva. O non sappiamo conquistarcelo.

Quando dobbiamo cavarcela da soli e nessuno puo’ aiutarci.

Per esempio.

La sensazione di essere soli è come un grande e infinito buco senza fondo.

 

 

Ma in realtà non siamo mai soli.

Abbiamo tante persone dentro di noi.

Che dialogano con noi e tra di loro. Che ci fanno compagnia, che ci sfidano, che ci fanno sentire in colpa. Che ci sorreggono o ci consolano. Che ci separano.

Tante voci.

Tutte quelle che hanno contribuito ad essere quello che siamo, nel bene e nel male, e che non ci abbandonano mai. Il padre, la madre, il nonno, la nonna, la zia, il migliore amico, il figlio, la maestra, il prof delle superiori, un maestro di vita..

Quelle che abbiamo introiettato e che si materializzano fuori, che troviamo o ritroviamo, anche solo per un attimo.

Che sentiamo che ci comprendono o che sono avversari contro cui crediamo di dover combattere, mentre la battaglia è dentro di noi.

Siamo rinfrancati, comunque, perché ci sentiamo su un terreno famigliare che ci fa sentire meno soli. Anche nel conflitto, nella ferita, o nel dolore.

 

 

E quando emerge qualcuno che porta una speranza, che riaccende la fiducia, che primeggia e ha la meglio sulle voci petulanti, che ci conferma, che sta dalla nostra parte, – credendoci- , che pone fine alle sfide, ai boicottaggi, al voler farci sentire sbagliati, non amati, isolati, fuori… allora ci sentiamo sollevati. E meno soli. Anche se fosse solo un attimo, un’ora, un giorno.

E questo ci fa sopravvivere e rivivere.

 

 

Sono necessari, quei momenti in cui sentiamo una connessione con qualcosa o qualcuno. Conosciuto o sconosciuto non importa.  Dentro o fuori. Qualcosa o qualcuno che va oltre le opinioni, i conflitti, le apparenze, la superficie, quello che è stato. Che va oltre i bisogni, il bisogno compulsivo di doversi riconoscere (sempre per non sentirsi soli), di dover riconoscere qualcuno.

La sensazione di essere sotto un tetto dove ci sono altri come noi. Esseri umani. Cittadini di quel mondo che si chiama universo, appartenenti a quella razza che si chiama genere umano.

 

 

E’ questo che ricerchiamo. E’ questo cio’ di cui abbiamo bisogno: quel momento in cui, nonostante il nostro essere soli – la notte prima di addormentarci, o quando sentiamo di aver subito un torto – possiamo comprendere di essere connessi con qualcosa di piu’ grande. Che ci porta fuori, e ci fa andare oltre.

Qualcosa che, comunque, da qualche parte, esiste. E non ci fa sentire piu’ cosi’ soli. Almeno per un po’.

 

 

 

dicembre 2018

 

 

 

(foto by Patty)

 

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Un gatto per amico

 

 

 

Ogni giorno, quando Giada torna da scuola, la nostra gatta Lucy sente il rumore dell’auto che la conduce a casa e va dalla porta. La saluta con un miagolio e va verso il suo castello, una cuccia fatta di cartone a due piani, costruita appositamente per lei da Giada, e ci entra  dentro, aspettando che le venga dato il suo snack, come l’ha abituata.

 

 

Ogni sera, quando Giada va a dormire, il nostro gatto Paco aspetta che arrivi nella sua camera per salire sul suo letto e accucciarsi nel solito posto, vicino al cuscino, in attesa che lei si addormenti.

E’ la meraviglia di avere un gatto per amico. O piu’ gatti, in famiglia.

Si, sono gatti, e lei li ha “addomesticati“.

Tutti, umani e animali, possiamo essere addomesticati. Esattamente nel modo che spiega il Piccolo Principe. Perchè addomesticare significa creare dei legami

 

….In quel momento apparve la volpe.”Buon giorno”, disse la volpe.”Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. “Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo….””Chi sei?” domandò il piccolo principe, ” sei molto carino…””Sono la volpe”, disse la volpe.” Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.”Ah! scusa “,  fece il piccolo principe.Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:” Che cosa vuol dire addomesticare?”..” Che cosa vuol dire addomesticare?”” E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”” Creare dei legami?”” Certo”, disse la volpe. ” Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”” Comincio a capire”, disse il piccolo principe…… Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:” Per favore …..addomesticami”, disse.” Volentieri”, rispose il piccolo principe, ” ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”. ” Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe.” gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”. ” Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.” Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.” In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….” Il piccolo principe ritornò l’indomani.” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.” Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.” Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe.” E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”. Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.” La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”” E’ vero”, disse la volpe.” Ma piangerai!” disse il piccolo principe. ” E’ certo”, disse la volpe.” Ma allora che ci guadagni?”. ” Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano” …

 

 

Giada, sin da quando è nata, vive con dei gatti. Io, da quando avevo 7 anni, ho sempre vissuto con un gatto. Il gatto è un amico di cui ti puoi fidare. Tu lo accogli nella tua casa o tra le tue braccia, lui ti offre la presenza della sua anima e, se vuole, il suo affetto. Un gatto ti aspetta felice quando torni, ma non ha un rapporto di dipendenza da te. Un gatto è autonomo, ha il suo amor proprio, niente incide sulla sua autostima. Lo puoi addomesticare ma non farà mai qualcosa che non vuole solo per farti piacere. Ne puoi costringerlo a restare quando non vuole. Segue ciò che piace a lui, sfuggendo da ciò che non vuole o lo spaventa. Mai ipocrita, non fa qualcosa per rinfacciartelo.

Ogni gatto ha la sua personalità ben precisa: pauroso, guardingo, curioso, affettuoso, ecc. Il gatto è quel che è e non rinnega il suo essere, ti dà il suo affetto incondizionatamente, perchè lo vuole, senza secondi fini. Si prende cura di sè, e se vuole qualcosa da te, si fa capire.

Dovremmo imparare dai gatti anche noi esseri umani.

 

 

Adoro i gatti, quando si strusciano in cerca del loro piacere, quando fanno le fusa, che rilassano e acquietano l’anima.

Adoro i gatti, quando arrivano in cerca di calore. Sicuri di sè, vengono a prendersi quello che vogliono e chiedono cio’ di cui hanno bisogno.

Adoro i gatti che ti stanno accanto e sentono quando stai vivendo momenti difficili. Arrivano per starti vicino e darti  sollievo, e ti risollevano l’umore, anche in una brutta giornata.

Adoro i gatti, anime libere e indipendenti. E sempre sinceri.

Adoro i gatti, che si difendono, e cercano di farsi vedere piu’ grossi davanti ai nemici che temono. Che non hanno bisogno di approvazione e se ne fregano.

Adoro i gatti, esseri buffi che si rintanano in ogni scatola, che si nascondono dentro all’armadio, e che talvolta ti guardano con un musetto curioso.

Adoro i gatti perchè prendersene cura significa dare amore e aprirsi a riceverlo, che fa tanto bene.

Adoro i gatti, maestri di vita, amici e compagni di parte del viaggio. Presenti e confortanti, a volte anche piu’ degli esseri umani.

Un gatto è un angelo che ti è stato messo accanto.

Adoro svegliarmi con un gatto sul letto, inizio del giorno con gioia, bellissima e pura manifestazione della vita. Che ti ricorda che sei unica al mondo, che ti ricorda di cominciare la giornata in modo felice.  Che ti fa guadagnare il profumo del grano.

Perchè tutti noi, abbiamo bisogno di essere addomesticati.

 

 

 

Siamo andati al canile dove avevano una cucciolata di gatti, per accogliere nella nostra famiglia un altro amico, un cucciolo rosso tanto desiderato da nostra figlia Giada. Siamo tornati felici con 2 cuccioli, incapaci di lasciare il fratellino da solo, col suo musetto adorabile.

Ben arrivati nella nostra famiglia Dobby e Piton!

 

           

 

 

 

 

 

dicembre 2018

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Sogno dunque vivo

 

 

E’ bello avere dei sogni.

Mettere i propri sforzi, le proprie energie, in qualcosa a cui si anela. Che si immagina. Che ci dà una ragione per vivere. O almeno, per andare avanti. Parlo dei sogni, quelli grandi. Non i piccoli desideri.

E’ bello avere dei sogni, ma non è scontato.

Ci si trova adolescenti, spesso, senza sapere cosa volere, cosa fare, a cosa ambire. Incapaci, frequentemente, di fare scelte di vita mirate. Mirate a qualcosa. A un obiettivo. Piu’ spesso ci si trova a fare delle scelte al buio, tentativi. Perché non si sa quale sia il sogno da realizzare, da vivere, da perseguire. O perchè, a quell’età, si è veramente piccoli e inesperti per capire anche solo quello che si desidera. La propria aspirazione. Salvo che si sia già in contatto con una passione innata.

A volte ci si trova anche adulti, errabondi, senza sogni o passioni. In questi casi sarebbe importante restare aperti e non smettere di cercare. Essere curiosi. Guardarsi attorno.  Cercare di stare in ascolto della propria anima. Restare coraggiosi. Sperimentare. Ma non è sempre cosi’ facile.

 

 

E’ una fortuna avere dei sogni.

I sogni, proprio perchè sogni, non sono di facile realizzazione.

A volte restano chiusi nel cassetto, ma è sempre una benedizione averli. Perchè si puo’ decidere di far qualcosa per realizzarli. Studiare una strategia, avere un obiettivo.

Per realizzarli, occorre averne l‘intenzione, tirare fuori la volontà. Impegnarsi. Occorre direzionare la propria energia.

E’ importante imparare che, solitamente, occorre fare fatica per raggiungere qualcosa. E se si riuscirà a portare a compimento il proprio sogno, allora ci sarà la ricompensa per l’impegno, il risarcimento per la fatica, la soddisfazione della realizzazione di un progetto, il concretizzarsi di un’ idea che era nella mente. La felicità di giungere ad un obiettivo che ci si era prefissati.

Avere un sogno è un modo per custodire la speranza. Quella che un giorno lo vedremo realizzato, il nostro sogno.  E’ avere uno scopo, un motivo per cui alzarsi alla mattina.

 

E quando si è meno fortunati e non si hanno grandi sogni, vanno bene anche sogni piccoli, poco ambiziosi. Anche quelli sono importanti. Un piccolo obiettivo, per arrivare a qualcosa. Un piccolo traguardo da raggiungere, e l’energia si muove. Poi, magari, da cosa nasce cosa.

I desideri invece, questi sì, che sono comuni a tutti. E’ difficile non avere desideri, perchè il mondo intorno ci riempie di stimoli. Ci induce a desiderare. Se non vissuti compulsivamente, -desidero, ottengo, passo ad altro desiderio-,  possono essere il motore per la nascita di un sogno e di una passione.

 

Mi sono chiesta quale sia la differenza tra sogno e passione.

Il sogno è qualcosa che è rafforzato dal desiderio e che, nel momento che si compie, genera soddisfazione. Una soddisfazione che porta nutrimento, ma che poi, col tempo, si esaurisce. E si puo’ passare ad un altro sogno.

La passione è qualcosa che continua e che rimane. E’ un’inclinazione, un’interesse costante nel tempo, che induce a cercare e a fare con dedizione. Che genera soddisfazione intensa nello svolgimento, e il desiderio di ripetere l’attività che la procura. Che crea quindi perseveranza. Solo alcuni hanno la fortuna di riconoscerla in giovane età e di farsi trascinare da essa. Una grande fortuna, perchè queste persone sanno già qual’è la direzione nella loro vita.

Il sogno puo’ far nascere la passione, e la passione fa sicuramente sognare. “La passione è l’energia che mette le ali ai sogni”. Quindi, entambi sono importanti.

 

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Ma possiamo fare qualcosa, come genitori, per i nostri figli, se non hanno una passione o dei sogni? 

Difficile da dire, almeno per me. Se i precursori dei sogni sono i desideri, forse puo’ aiutare non esaudire subito tutti i desideri dei nostri figli. Non dare loro tutto, anche il non richiesto. Non anticipare i loro desideri. Ma attendere che nascano, che crescano, che si formi un sogno. Qualcosa da immaginare e a cui anelare. In modo da non togliere la forza al desiderio. In modo che imparino l’attesa. Che imparino l’utilità di coltivare il proprio sogno, di nutrirlo col desiderio. Attendere che i tempi siano maturi per il raccolto. Affinchè il raccolto sia proficuo e nutriente.

Forse solo questo possiamo fare, per aiutare i nostri figli a sognare. Insegnare a desiderare. Perchè ci sarà un momento in cui non saremo piu’ noi, o qualcun’altro, a dare appagamento e realizzazione ai loro desideri, ma che sarà compito loro impegnarsi affinchè possano essere esauditi. E sarà la forza dei loro desideri, se l’avranno imparata, a far muovere loro stessi, la loro immaginazione, e a dare loro la spinta per mettersi in moto.

Sarà in quel momento che ci sarà la riprova: se avranno imparato che è richiesto tempo, sudore, pazienza, per perseguire un sogno; se avranno capito che i sogni  hanno bisogno di una contropartita per realizzarsi, che devono essere curati, coltivati; se avranno acquisito la forza per non abbandonare alla prima difficoltà, allora forse avranno la speranza.

 

 

Se cosi’ fosse, magari potranno avere la fortuna di incontrare la scintilla, quel qualcosa che li appassiona, e che li potrà accompagnare e appoggiare per tutta o parte della vita.  Una passione, insomma.

 

 

 

Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile.
Ma non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna trattenere alcuno.

Hermann Hesse – Demian

 

Sono sempre i sogni a dare forma al mondo..

 

 

novermbre 2018

 

(foto by Patty e Pixabay)

 

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Un adolescente in crescita

 

 

 

E un giorno la guardi e vedi una ragazza.

Non è piu’ una bambina. I tratti sono già quelli di una donna.

Un momento la conosci, l’altro ti pare di non conoscerla più.

In un altalena che ti disorienta.

 

Non puoi piu’ pensare di sapere i suoi gusti, non sono piu’ quelli.

Non puoi  piu’ comprargli i vestiti, non ci azzeccheresti mai.

Va a scuola lontano, da sola, e percorre strade sconosciute.

Impara a muoversi, ad organizzarsi.

Comincia a pensare a sé, a prendersi cura di sè.

 

Non sai chi sono i suoi compagni, se le amicizie sono giuste, se sa distinguere le buone e le cattive compagnie.

Le prime uscite coi ragazzi, e tu che attendi il suo rientro e i suoi vaghi racconti.

Ti devi fidare. Ma stare anche all’erta, ed esercitare un sano controllo. Una “protezione discreta”, dicono. Ha pur sempre 14 anni.

 

Spesso non le va bene niente. Quello che prepari da mangiare, quello che le proponi, quello che si deve fare.

Di frequente è polemica e discussione.

Le dici di fare una cosa, una, due, tre, quattro, cinque volte, ma lei non la fa. Si dimentica. Ti mette alla prova.

Ti risponde con sufficienza, con arroganza, a monosillabi.

Cerca lo scontro, finchè non lo trova.

 

Ti chiede” come sto?”, le dici “stai bene”, ma poi si cambia.

Fai qualcosa con l’intento di farle piacere,  ma invece stavolta ti sbagli.

C’è disordine nella sua camera, come se fosse scoppiata una bomba, ma lei non lo vede, e sta bene cosi’.

 

 

 

 

Ma non c’è solo questo.

 

C’è la sua tenerezza quando si avvicina e chiede un bacio.

C’è la sua attesa quando vuole ancora che la accompagni a letto per il bacio della buonanotte.

C’è il suo entusiasmo quando riceve un regalo che chiede.

C’è la sua contentezza quando porta la notizia di un bel voto o di una conquista.

 

C’è la gioia di portarla in viaggio e scoprire che apprezza il bello, l’arte, che si fida delle mete che le si propongono. E anche quando trovi il suo pupazzo ancora in valigia ad ogni vacanza, mentre tu la vedi già grande.

C’è una risata quando ti dice che vorrebbe ancora fare l’album con le figurine.

Adorabili contrapposizioni.

 

C’è il piacere di poterle parlare di certi argomenti, come a una persona adulta che sta formando il suo senso critico.

C’è il piacere di sentirle fare domande su fatti attuali. Di vedere la capacità di passare il tempo anche in maniera creativa e non banale. Di veder nascere e coltivare le sue passioni, la lettura, il disegno, Harry Potter, i Maneskin.

C’è la sua soddisfazione quando capisce che si è conquistata un pizzico di autonomia in piu’.

 

Vedere crescere un essere umano è sempre una meraviglia. In tutte le sue fasi.

Anche quelle che possono essere piu’ difficili e conflittuali.

 

E comprendi che, anche tu, non hai mai finito di crescere.

 

 

 

 

ottobre 2018

 

(foto by Patty)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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