Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

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Voracità

 

 

Vogliamo fare cose, vogliamo viaggiare, vogliamo comprare, vogliamo vedere persone, avere followers.

Vogliamo leggere, commentare, condividere, vogliamo avere stimoli continui, vogliamo avere tempo libero. Per occuparlo.

Siamo smaniosi.

Vorremmo sempre qualcosa di più e troviamo sempre qualcosa che manca. Più soldi, più cose, più persone attorno, più amore. Una casa più bella, un viaggio più lungo, un lavoro più figo, un’immagine invidiabile.

Siamo vogliosi di accumulare oggetti, momenti, ricordi, più che possiamo. Di guardare, di sentire, di gustare, di appagare tutti i sensi. Per cercare di dare un senso.

Siamo voraci.

Come se tutto dovesse sfuggire e fosse da rincorrere.

Come se niente fosse mai abbastanza.

Attenti a guardare gli altri che hanno di più, che fanno di più. Che hanno una vita migliore. Ci pare.

Avidi, ingordi, bramosi di esperienze, di sensazioni, di emozioni.

Come se avessimo una voragine da colmare. Come se fossimo un pozzo senza fondo, se avessimo un buco da riempire, che non dà mai la sensazione di essere pieno.

Incapaci di trattenere, modalità usa e getta; passaggio da una cosa all’altra senza soluzione di continuità, troppo veloce, senza raggiungere mai la sensazione di sazietà.

Un appagamento effimero e l’abbastanza che dura sempre troppo poco.

Avanti un altro, avanti altro, avanti ancora.

Senza dare spazio e tempo all’assimilazione, alla sedimentazione. Digestione veloce, nutrimento scarso.

Senza dare spazio a una tregua, al tempo del vuoto, che permette di sentire e scegliere coscientemente.

Senza dare spazio a quella capacità di accontentarsi, percepita con disprezzo, che invece ha il significato di “appagare con misura, segnando un confine“.

Con la paura che fermarci significhi smettere di vivere, di sentire, perdere qualcosa o qualcuno.

Mentre forse, è soltanto noi, la nostra anima, che, per star dietro a tale voracità, stiamo, senza accorgercene, inesorabilmente perdendo.

 

 

Siamo voraci.

Il problema è di che cosa siamo voraci.

Se è di qualcosa che ci fa stare fuori di noi, un modo per essere in fuga costante.

Se è di qualcosa che ci getta in un vortice di dipendenza, bisogni indotti, coazione, incapacità di discriminare. Che ci vede ingozzarci, in preda a una fame bulimica incessante. O a una distrazione deleteria.

O se è qualcosa che ci dirige verso quello che desideriamo, e ci acquieta, con un appagamento saziante.

Perche voracità può anche significare curiosità, passione, vitalità.

Dovremmo essere voraci di ciò che ci nutre, che ci illumina, che rimane. Che porta a fare quelle cose che ci vengono da dentro, che sono motore, che ci motivano. Che ci arricchiscono di presenza e attenzione per ciò che stiamo vivendo.

Col nostro unico sguardo, o altro senso, grato, a quella voracità, che ci ha portato fino a lì.

 

Di ogni verità, anche il contrario è vero.

Siddharta

 

 

gennaio 2022

 

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Cosa chiedere a Babbo Natale: il coraggio di desiderare

 

 

Anche a desiderare ci vuole un gran coraggio.

 

 

“Sir, ha già scritto la lettera a Babbo Natale?”

“Lloyd, Babbo Natale non esiste”

“Ma esiste ciò che gli si potrebbe scrivere, sir”

“Questo non vuol dire che a Natale riceverò quello che ho chiesto”

“Non si preoccupi, sir. Per allora il regalo l’avrà già ricevuto”

“E quale sarebbe, Lloyd?”

“Il coraggio di desiderare, sir”

“Portami carta e penna, Lloyd”

“Con molto piacere, sir”

 

da Vita con Lloyd del 19.12.2022

 

Cosa desidero?

Di fare un bel viaggio, in un paese che da tanto vorrei visitare? Lasciare la tristezza che mi provoca l’inverno, i luoghi consueti, per riacquistare un po’ dell’energia della bellezza, della spensieratezza?

Di esaudire un sogno?

Che i miei genitori stiano bene e non litighino, che il gatto non stia troppo male, che mia figlia sia tranquilla, o comunque in pace, per quel po’ che può esserlo un’adolescente?

Di avere qualcosa in più, o che non mi venga tolto qualcosa?

Di avere più libertà per fare le cose che mi piacerebbero, di avere meno pensieri e più intraprendenza, di dare meno peso alle cose che mi toccano ma che non sono importanti?

Di fare più cose con gli amici, di poter condividere più momenti insieme ed esperienze, di trovare un senso anche alle giornate che scorrono col nulla, senza avere la sensazione che il tempo passi sprecato?

Che la guerra finisca, che la deriva, in cui pare ovunque si precipiti, si fermi, che il mondo diventi migliore?

Che coloro che hanno perso persone care trovino un po’ di conforto, un senso per sopravvivere?

Di continuare a credere in qualcosa, a credere e basta, ad avere fiducia, nonostante tutto, nonostante il tutto, nonostante tutti?

Concordo, il coraggio di desiderare è un gran regalo, e anche il chiedersi e comprendere con coscienza quale siano i desideri profondi. Ci vuole coraggio ad avere fiducia, e a credere in tempi migliori. E ci vuole la forza che ha il desiderio, che trascina e motiva, e che, a volte, da un senso.

Io so che ogni volta che mi addentro in queste riflessioni giungo alla conclusione che l’unica cosa che forse dovrei desiderare è di trovare la pace dentro. Quella che mi consenterebbe di poter affrontare tutto il resto, anche in mancanza dell’esaudimento dei desideri stessi. Quella che mi consentirebbe di apprezzare e riuscire a provare gratitudine per quello che ho e che ho avuto, senza guardare alla vita al di fuori, alla vita degli altri. Senza chiedere cosa potrei fare o avrei potuto fare.

Ma, forse, questa pace è peculiarità solo dei saggi, dei risolti, che non mi sembrano poi tanti in giro, o degli illuminati di cui si legge sui libri.

Quindi anch’io prendo carta, penna e coraggio, e scrivo, per non avere il rimorso di aver lasciato qualcosa di intentato.

 

 

dicembre 2022

 

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Linee di confine

 

 

Ho una strana attrazione per i confini. Forse  perché ho lavorato tanto sui miei, fragili, a volte troppo indefiniti, che mi hanno indotto, talvolta, ad immedesimarmi in modo camaleontico con altro da me.

I confini hanno il loro senso perché identificano e ci identificano. E una volta riconosciuti e fortificati, il bello è poterli varcare, ovvero superare ciò che ci confina, -appunto,- per conoscere altro.

Trovandomi a Gorizia, città di confine, non ho potuto fare a meno di seguire il desiderio di arrivare a Piazzale della Transalpina, dove dall’Italia si passa in Slovenia.

Avevo letto che al centro del Piazzale c’è un punto che divide le due nazioni, e la città stessa, che da un lato si chiama Gorizia, dall’altro Nova Gorica.

 

 

E’ una linea che un tempo era un muro di difficile valico, vecchio confine tra Italia e Jugoslavia, abbattuto nel 2004, quando la Slovenia entrò a far parte dell’Europa di Schengen, e che ha lasciato il posto a uno strano monumento: un cerchio sulla piazza che definisce il passaggio tra i due paesi.

 

 

Qui, si può passare da uno stato all’altro, ci si può cimentare nell’essere da una parte o dall’altra, come fanno i tanti che si fermano e fanno questo gioco, scattandosi foto. Ma si può anche sperimentare, non solo fisicamente ma anche metaforicamente, il confine, e fare qualche riflessione, attivando la consapevolezza: qua ci sono io, là ci sei tu, qui sono nella mia terra e lì sono in terra straniera. Si può superare il confine, e vedere cosa accade dentro di noi.

 

 

Cammino con curiosità su una strada poco affollata, dal centro di Gorizia, e mi avvicino a quel confine.

 

 

Ascolto quello che sento.

Penso che in fondo la città è la stessa, vista da una diversa angolazione, con diverse peculiarità, lingua, cultura, storia. E che, forse, anche noi siamo tutti esseri umani, simili, con diverse peculiarità, lingua, storia e cultura.

Mi dirigo verso il punto indicato dove deve esserci il Piazzale. Arrivo nei pressi, e mi accorgo che cammino per un pò proprio sulla linea di confine.

 

 

Mi sento un po’ spaesata: non capisco bene dove mi trovo; perdo la strada, e mi accorgo di averlo varcato il confine, per un pò non so più se incedo da una parte o dall’altra, nella mia terra o in terra straniera.

Sono confusa, mentre constato che cambiano le insegne, la lingua diventa da italiano a sloveno.. e poi vedo apparire un edificio elegante, che ricorda le archittetture dell’impero austro ungarico, bellissimo,

 

 

Davanti c’è una grande piazza: è Piazzale della Transalpina, e l’edificio è la stazione ferroviaria Jesenice-Trieste, in Slovenia.

 

 

E poi ci arrivo, in quel punto ben definito, nel mezzo del piazzale, dove basta un piccolo passo per restare, o per andare da un’altra parte.

 

 

Lascio la mia terra e sono in terra straniera..sono sempre io ma qualcosa cambia in me.

Posso passare da una parte all’altra restando me stessa, mantenendo salda la mia identità, con la curiosità verso posti e spazi nuovi che mi appartiene; cambiare punto di vista; andare verso qualcosa a me ignoto, aumentando le possibilità di conoscenza di quel che sento, di quel che vedo.

E penso che a volte abbiamo paura di varcarli, i confini. Che a volte è semplice, basta un passo, mentre a volte ci perdiamo; a volte i confini sono solo nella nostra testa, altre volte sono muri di protezione da abbattere, da trasformare in linee di definizione. E il frutto del lungo lavoro fatto su me stessa, mi dice che solo quando li abbiamo ben chiari e delineati, i nostri confini, possiamo sapere dove andare, e possiamo trascenderli, restando noi stessi, senza perderci, senza rischiare di diventare qualcos’altro, qualcun’altro. Come l’acqua che resta tale dentro a una bottiglia, ma diventa fango se versata nella terra.

E subito mi è chiaro il concetto: che i confini, solo quando li hai definiti, sai dove sei e sai chi sei.

 

 

ottobre 2022

 

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Figli adolescenti: quello che i genitori vorrebbero (e dimenticano)

 

 

Li vorremmo belli buoni bravi intelligenti e geniali.

Li vorremmo impegnati ordinati sensibili migliori, spesso diversi. Talvolta. Per un aspetto o per l’altro.

Li vorremmo come piacciono a noi, per esserne orgogliosi, per esserne fieri.

Per appagare il nostro bisogno narcisistico di genitori.

 

Li vorremmo uguali a noi, pur preservandoli dai nostri stessi traumi, ferite, lacrime.

Vorremmo facilitare loro le cose, dargli comodità, spianargli la strada. Talvolta.

Li vorremmo saggi e responsabili senza l’apprendimento dagli errori e le conseguenze dei misfatti.

 

E’ umano.

E tante volte facciamo anche fatica ad ammetterlo.

Dimenticando che con le cose difficili e scomode si cresce. Che con ferite e sofferenze si comprende.

 

Vorremmo che fossero meno arroganti, irruenti, sfacciati, sfrontati, meno aggressivi, meno in conflitto con noi.

Non considerando che se ci sfidano si preparano alle sfide della vita.

Che se ci combattono stanno lottando per affermare la loro identità. Per cercare di conquistare la loro autonomia.

Che vogliono provare di essere qualcuno, sentire che esistono. Vogliono sentirsi visti.

 

Vorremmo non vedere sulle loro facce l’inquietudine, lo spaesamento, il peso delle scelte.

Vorremmo che osassero di più, o di meno. Talvolta.

Dimenticando che devono sperimentare, sentire, imparare, elaborare.

 

Vorremmo che facessero le scelte che ci piacciono, la scuola promettente, il lavoro entusiasmante, le strade più facili.

Dimenticando che la cosa più importante è infondere la passione.

 

Vorremmo che ci parlassero, che non mettessero così tanta distanza tra noi e loro, avere più elementi per capirli.

Dimenticando che stanno cercando la loro strada, di farsi una loro idea, di voler loro capire.

 

Vorremmo un po’ di gratitudine per i nostri sacrifici, e di indulgenza per i nostri sforzi nel cercare di capire, di adeguarci, di accogliere. Essere compresi, noi, per la nostra impazienza, ansia, le arrabbiature, le interferenze, il controllo.

Dimenticando che è una ruota che gira. Di quanto ci siamo sentiti noi incompresi, inadeguati, respinti, non riconosciuti. Comprendendo ora i nostri genitori.

 

Vorremmo riconoscerci in loro. Almeno per qualche parte, invece spesso stentiamo a riconoscerli. Estranei che sembrano usciti da un altro corpo, appartenuti ad un’altra famiglia. Talvolta. Oppure li vediamo tanto uguali, e siamo fieri o spaventati di ciò.

Non realizzando che se li vogliamo uguali a noi è per sentirci meno soli, anche nel male e meno impauriti.

Che devono differenziarsi da noi per diventare autonomi. Donne e uomini adulti.

Come deve essere.

Vorremmo che non passassero tante ore con gli smartphone, che non stessero tutto quel tempo chiusi nella loro stanza, oppure in giro; vorremmo che avessero più il senso della misura, che spesso tanti adulti non hanno.

Dimenticando che stanno cercando il loro posto nel mondo, che stanno cercando di capirlo, questo mondo, che stanno prendendo le loro misure.

Che molto spesso hanno bisogno di trovare una direzione e di sperimentare. Di un confine, che magari faticano a trovare in noi. Rischiando che lo trovino fuori, quel confine: un muro dove sbattono, una tranvata che gli arriva in faccia.

 

Vorremmo che corrispondessero alle nostre aspettative per non sentirci non abbastanza bravi come genitori, o delusi.

Dimenticando quale sia il loro bene. Che non importa quello che vorremmo noi, ma quello che vogliono loro. Non importa quello che vorremmo che fossero ma quello che loro vogliono essere.

Dimenticando che non sono un nostro prolungamento, e non sono la misura del nostro valore, ma esseri umani alla ricerca della loro strada. Come siamo stati noi.

 

Allevare per lasciare andare è un duro compito. Ma questo è.

Non è semplice come genitori raccapezzarsi tra passato e futuro, vecchio e nuovo, consueto e insolito.

Ma non sarà la pompa al nostro orgoglio o le nostre aspettative soddisfatte che li renderanno migliori.

 

E se ci pensiamo bene,

solo una cosa è importante e dovremmo volere:

che siano felici,

che siano liberi.

 

E questo dovrebbero sapere.

Affinchè possano impegnarsi a trovarsela da soli, la loro felicità, la loro libertà.

 

 

 

(considerazioni  rivolte a me stessa e a tutti i genitori di figli adolescenti che ho sentito e che si riconoscono -o li riconoscono- in atteggiamenti, dinamiche, emozioni)

 

 

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Quando il tempo è passato

 

 

Arriva un giorno in cui ti rendi conto che non hai più tutte le possibilità.

Che tra poco non avrai più tutte le energie per fare qualunque cosa ti piaccia e non hai tutto il tempo per rimandare qualcosa che vorresti fare. Che i sogni devono essere ridimensionati, ma che diventa indispensabile mantenerli.

Arriva un giorno in cui sei ancora in tempo a decidere se continuare a non vedere, chiudere un occhio o due, mentirti inconsciamente, o con coscienza, per sopravvivere, o accettare il rischio di una verità scomoda o dolorosa, ma in definitiva liberatoria e onesta. E nonostante quella, dirti che è andata così, e cercare pace e motivi di gratitudine.

Quando ti rendi conto che non hai più le forze per continuare a fuggire o combattere, in qualsiasi modo hai fatto fino ad ora, e non sai come fare per uscire da te, per non incontrare un qualche malessere.

Un giorno in cui ti accorgi che non va più bene tutto, che non tutto è più adatto a te, che devi cercare il modo di trovare qualcosa di adeguato, anche se non è quello che preferisci.

Un giorno in cui devi trovare diverse motivazioni, accettare nonsensi, recuperare valori, adottare comportamenti diversi, pena una lotta continua con l’avanzare della vita.

Un giorno che è importante che tu comprenda se i sacrifici hanno ancora un senso, visto che il tempo si riduce. E se ha un senso dare peso e spazio a cose e persone poco importanti, o che ti fanno stare male.

Arriva un tempo in cui devi essere bravo ad accorgerti quando rischi di cadere nel ridicolo, quando rischi di cadere nella voglia di farti compatire o di richiedere attenzione in modo malsano.

Un tempo in cui puoi guardare quelli che sono più avanti di te e con coscienza fare ogni sforzo possibile per evitare di smettere progressivamente di non vedere l’altro ma solo te stesso, diventando vittima e carnefice. Perché così hai la possibilità di dar spazio a un minimo di saggezza.

Un momento in cui  sarebbe importante guardare bene e consapevolmente la tua realtà, e nello stesso tempo essere capace di scappare, sfuggire consapevolmente alla mancanza di futuro, progetti, prospettive, facendo quel che puoi, e senza condanne. Dirti la verità sul passato, sul futuro, sulle conquiste, sui fallimenti, su di te, sugli altri, sul mondo attorno. Combattere e sfidare in un modo nuovo.

E poi, non guardare nè avanti nè indietro, e neanche guardarti troppo attorno: chi non c’è, chi c’è e come c’è. Praticare tutto il possibile per prendere le distanze: da te, dai pensieri grigi e funesti, da quello che ti impedisce di vivere bene il tempo rimasto. Che, si sa, è meno di quello ormai trascorso.

 

 

settembre 2022

 

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Fuggire per ritrovarsi

 

 

Quando fuggo non fuggo da me dai miei problemi. Fuggo per ritrovarmi. Perché mi rendo conto di essermi allontanata troppo da me e devo ritrovare il mio centro, le mie risorse.

Per saper vedere le cose dalla giusta e misurata prospettiva senza esserne fagocitata. Senza essere sopraffatta dall’ansia, dalla paura, dal senso di impotenza e distruzione che albergano in me, che ho necessità di far tacere, di tenere a bada perché non mi servono.

Quando fuggo è perché ho bisogno di girarmi dalla parte illuminata dell’ombra, quella che fa vedere bene e chiaro. Non stare nella luce abbagliante che mi fa chiudere gli occhi. E nemmeno nel buio che non mi fa vedere. Ma stare nel punto in cui con chiarezza posso vedere e da lì ripartire, con la carica necessaria per proseguire oltre, consapevole di quello che ho alle spalle.

Quando fuggo è perché sono alla ricerca di un bello che da fuori risuoni dentro di me. Di una verità, di una compassione, di una apprezzamento per me stessa e per il mondo, che spesso fatico a riconoscere, o dimentico, imbrigliata negli automatismi e nelle dinamiche di tutti giorni. Di scatenare quella curiosità che fa ancorare al presente e nutre l’animo, che riconnette col tutto e col profondo. Che fa sentire che non è tutto perduto, che ancora esiste e si può vedere la meraviglia e alimenti desiderio di perdersi nel mondo, nella vita

Quando fuggo, non fuggo prendo spazio, prendo tempo, prendo respiro. Prendo, per me.

 

giugno 2022

 

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Incontrando Gio Evan

 

 

 

Gio Evan non so come l’ho conosciuto, forse vedendo passare un post su facebook. 

È un giocoliere, con le parole, e riesce a dare, delle cose, un punto di vista molto particolare, esprimendo concetti profondi con poesia e tangibilità. E trovando sempre il lato positivo, costruttivo, istruttivo.

Poi sono andata ad ascoltarmi le sue canzoni.

I suoi testi mi parlavano, esprimevano cose a me conosciute, sentivo una sensibilità affine. Sentivo come se alcune mie emozioni e sensazioni prendessero voce, e come se, dentro di me, si accendessero lampadine.

Mi ha colpito la sua fine attenzione, -delicatezza ed impetuosità-, la sua coscienza. Mi ha toccato a fondo il suo modo di parlare d’amore

 

Se c’è un posto bello, sei te

Ti ci devo portare

Se c’è un posto bello, sei te

Mi ci devi portare

 

(Klimt- Gio Evan)

 

Continuano a colpirmi, e anche a commuovermi all’ascolto, queste frasi:

 

“dormi da me cosi restiamo svegli” 

“tu sei un rischio ma io amo correre”

“non voglio amarti per caso, come se non avessi ferite”

 

Poi è arrivata “Arnica” al festival di San Remo, ed è stato amore al primo ascolto

 

“E sbaglio ancora a vivere e non imparo la lezione

Prendere in tempo il treno e poi sbagliare le persone

E sbaglio ancora a fidarmi, a regalare il cuore agli altri”…

 

Ho riconosciuto la mia eterna difficoltà ad imparare dagli errori e l’estenuante ripetizione degli stessi. Alte aspettative, immancabili illusioni, grandi delusioni.

 

“E voglio farmi scivolare il mondo addosso, E non scivolare sempre io”

 

Ho riconosciuto la mia eccessiva permeablità, la difficoltà a distinguere i confini e a mantenerli, il farmi toccare, troppo, da tutto.

 

“Mica so vivere io…Mi faccio male in un niente. Ma che palle еssere esilе”

(Glenn Miller)

 

E nonostante questo, e le ferite che genera, il non darsi mai per vinti..per fortuna! e provarci sempre, ancora, perchè è ciò che mantiene vivi. 

 

“Per poi dire cosa quanto ha fatto male

Eppure non riesco a rinunciare

Per poi dire cosa quanto ha fatto male

Eppure lo voglio rifare”

(Arnica)

 

 

In occasione della presentazione del suo ultimo libro,Vivere a squarciagola“, a Bologna, sono andata ad incontrarlo.

Già il titolo mi è arrivato dentro come una freccia su un bersaglio: chi non vorrebbe vivere a squarciagola, con tutta la passione, con tutta la forza e la profondità, “succhiare la vita fino al midollo”, per arrivare, per sentire e farsi sentire, per esprimere al massimo la propria potenza?

Ed è stato davvero un piacere ascoltarlo, una conferma di quello che avevo percepito dalle parole dei suoi scritti e delle sue canzoni: ogni concetto apre, fa chiarezza, mi sorprende, e mi stimola alla riflessione. Una grande intelligenza che spazia, un’energia istrionica e irruenta, un pò pazzoide; una coscienza fuori dal comune, che credo possa uscire soltanto da un lavoro profondo, e da chi dalle ferite è riuscito a trarre risorse.

Scappiamo (usciamo dalla cappa, dalla folla), partiamo (dividiamo, selezioniamo, le relazioni tossiche, i  pensieri, i cibi, tutto quello che non ci fa bene) e poi corriamo (iniziamo a muoverci). Per salvarci. In un mondo in cui siamo schiavi del voler dimostrare,- e questo ci viene richiesto-, tiriamo fuori questo mostro (de mostrare) e facciamocelo amico, per diventare migliori. (cit.)

 

 

Ho vissuto tanti anni (o non ho vissuto) anch’io, con la paura di disturbare e mi è piaciuto il concetto che bisogna avere il coraggio di disturbare, per capire che non esiste il disturbo tra persone gentili (cit). Che sono le uniche di cui ci dovrebbe importare.

 

Che belle quelle persone
che hanno occhio,
che chiedi loro una foto
e hanno il senso della fotografia,
hanno il senso dello spazio
ti fanno abbinare con la geometria del luogo
e sfruttano tutte le luci del sole
per dare al volto la luce che meriti
quelle persone che hanno occhio
così in gamba
che quando hai bisogno di una mano
si alzano in piedi
senza che tu chieda aiuto,
quelle persone che hanno lo sguardo allenato
a vedere le cose che non si vedono
che hanno fatto loro l’alfabeto del silenzio,
che belle quelle persone
che hanno occhio
che ti riempiono di punti di vista
quando chiedi loro un parere
che ti guardano senza distrarsi
e per ascoltarti non usano solo le orecchie
usano anche le mani
usano la pelle
ti ascoltano con le guance,
tutto il loro corpo a servizio della voce
che hai bisogno di uscire
che belle quelle persone
che si vestono
senza troppo impegno
perché hanno imparato
che il cuore sta bene con tutto.
[Gio Evan]

 

E voglio credere davvero che

 

“quando ti affidi alla vita, la vita si prende cura di te”

 

 

 

Ora non vedo l’ora di leggermi il libro, e di ricordare anche il mio viaggio in India, di tanti, tanti anni fa, dove le cose che mi accadevano sentivo che erano importanti ma non capivo: il senso non arrivava ancora alla coscienza e tutto si doveva ancora compiere.

 

 

E io… cercherò di continuare a viaggiarmi dentro come ho sempre fatto, e spero di farcela, a portami sempre con me..scegliendo la strada più lunga, che nasconde i paesaggi migliori!

 

 

 

“E ora voglio ballare per casa

Credere che il mondo mi guardi

E sentirmi libero

E ora voglio ballare per strada

Credere che nessuno mi guardi

E sentirmi libero”

(Glenn Miller – Gio Evan)

 

 

 

 

25 maggio 2022

 

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Quel poco che deve bastare

 

 

Ci sono tante cose che ho capito, meno che ho imparato.

Ho capito che talvolta devi fare con ciò che c’è, e da ciò che c’è, trovare il meglio ed apprezzarlo.

E che ci sono momenti in cui da una goccia d’acqua devi imparare a portare dentro l’oceano, o il cielo da cui è generata.

Che spesso è importante abbandonare l’idea dei grandi piaceri, per poter apprezzare quelli piccoli, talvolta nascosti, ma più alla portata. Quelli che, in altri momenti, non sempre vedresti, potendo spaziare, ma che possono far battere il cuore, far prendere aria.

Ho capito che spesso occorre spaccare il capello, rovistare vicino e dentro i dettagli, per trovare un bello snobbato o considerato scontato, quando non si possono perseguire sogni più grandi.

Ho capito che è importante cercare una meraviglia accessibile in poco, che esiste sempre, se si affina lo sguardo. Ampliare la visione, acuire l’ascolto, e farsi nutrire da cose semplici ma buone, quando non si può fare un succulento e raffinato pasto. In attesa di ciò che attendiamo di assaporare di nuovo.

Ho capito che è giusto, in certi momenti, come consigliano i saggi, restare nel qui e ora, per vivere a fondo, o non generare più angoscia con l’immagine di eventi o giorni nefasti. Che talvolta è necessario guardare vicino, a quello che c’e, quel poco che mette in moto energia, e dona entusiasmo – una piccola gioia –, piuttosto che a quello che manca. Che nella vita sono importanti  questi attimi, brevi, fugaci, questi luoghi vicini, che scaldano il cuore, tra l’oscurità, l’incertezza e i sogni.

Ma che altre volte la cosa migliore è guardare avanti, a prospettive future e diverse possibilità, fare progetti, che siano piccoli o grandi, per spostare l’attenzione e avere uno scopo. Eh, sì, certe volte davvero devi fare, con quello che sogni, auspicando tempi migliori per realizzare quello che vuoi.

Ho capito che quando tutto intorno si muove e tu sei fermo, e niente pare poterti trascinare via dalla tua immobilità, paralisi, costrizione, devastazione, devi mettere in moto qualcosa dentro di te. Che sia sognare o alzarsi e camminare, guardarsi attorno, entrare in un’altra storia, distrarsi, o soltanto andare lontano da sè.

E che accontentarsi non sempre significa accontentarsi di poco, rassegnarsi, rinunciare o non mirare alto, ma acquisire la saggezza di imparare a prendere il meglio da ciò che si ha, che pure può dare belle soddisfazioni. Che poi, vuoi mettere la gioia di quando ti accorgi che vedi un bello, improvviso e inaspettato, in piccole cose o in luoghi vicini o scontati? La soddisfazione di saper apprezzare, trarre nutrimento, da quello che puoi?

Ho capito che ci sono momenti in cui l’odore del mare ti porta a paradisi lontani o in luoghi sognati, di cui devi conservare il sogno, in previsione del giorno in cui tornerai.

E …  che..

..può arrivare un momento in cui posso sentire che quello che c’è, quello che ho, quello che deve bastare, mi basta. Dopo una vita trascorsa con la sensazione che nulla fosse mai abbastanza, compresa me. E questa è una grande conquista.

 

Questo ho capito, ma non so se ho imparato. Perché tra capire e imparare c’è di mezzo il mare. Quel mare che basterebbe, spesso, ad accorciare le distanze, tra il poco che basta e un desiderio cullato.

 

 

maggio 2022

 

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Svegliarsi altrove

 

 

Se c’è una cosa che mi piace è svegliarmi con altre viste.

Non che non mi piaccia la vista di casa mia, anzi, la adoro, abito nel verde in campagna, tra campi di girasoli d’estate e il canto del cucù di maggio; gli istrici che escono in notturna e gli scoiattoli che si arrampicano sugli alberi; sento il cinguettio degli uccellini, il verso dei fagiani, e vedo le lepri correre nei prati…

 

 

Ma altre viste spezzano la routine.

Allargano gli orizzonti.

Risvegliano gli entusiasmi.

Danno straodinari e differenti modi e motivi per iniziare la giornata.

 

 

Essere da un’altra parte, per un po’, vedere un panorama diverso dalla finestra e respirare aria nuova, ricarica, rinvigorisce, rianima.

 

 

Eccita per tutto quello che non si conosce, a cui si va incontro.

Che si deve vedere, ed è sconosciuto.

Qualcosa che si è scelto e che si aspetta, che spesso è inaspettato.

 

 

E anche se già visto, e quindi non nuovo, solamente perchè non consueto, è elettrizzante.

Adrenalina che scorre nelle vene.

 

 

Viste che fanno dimenticare, per un attimo, un’ora, un giorno, i problemi, gli insoluti, il solito.

Che spezzano la noia o la fatica.

Viste che fanno staccare dalle abitudini, brutte o belle che siano.

 

 

Per la novità, quel diverso, quel non conosciuto  quell’inaspettato, inconsueto, imprevisto, di cui anche i più abitudinari routinari hanno necessità, magari senza saperlo, per sfuggire da sè e dagli altri. Che ne abbiamo bisogno tutti.

Fuggire dalle cose che ingabbiano, o da cui ci si fa ingabbiare. Dalla noia, dal piattume, dallo sfinimento, dalla mancanza di vitalità.

 

 

Svegliarsi altrove.

Un diverso risveglio, una diversa visione che si prospetta.

Nuovi entusiasmi, di cui talvolta abbiamo proprio bisogno.

Bisogno di sorprese e di essere sorpresi, di sorprenderci.

Di trovare quelle scintille di euforia che aiutano ad andare avanti.

Con la gioia che tutti quanti meritiamo.

 

 

 

aprile 2022

 

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Viaggio nel passato o nel futuro, per ritrovare la pace, finchè il caffè è caldo

 

“Finchè il caffè è caldo”, “Basta un caffè per essere felici”, “Il primo caffè della giornata” sono davvero quel genere di libri che io considero un balsamo per l’anima. 

Dopo un inizio un po’ difficile, per via dei nomi giapponesi, complicati da memorizzare ed attribuire ai personaggi, i 3 libri sul caffè dello scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi li ho trovati coinvolgenti, avvincenti, irresistibili ...pervasa dalla bella sensazione di quando scopro un libro che mi prende, e non vedo l’ora di proseguire a leggere la storia.

Nonostante tutti e 3 i libri siano ambientati nello stesso posto, in una caffetteria di Tokio, -l’ultimo in una ad Hokodate-, e alcuni personaggi siano gli stessi con le loro storie riprese in ogni libro, ognuno dei 3 può essere letto indipendentemente dagli altri, ovvero non c’è una sequenza giusta dal primo scritto all’ultimo per leggerli. Ritrovare i protagonisti e le loro storie, a cui si aggiunge sempre un nuovo pezzettino, in mezzo ad altre, è davvero sorprendente.

Io li ho letti secondo l’ordine cronologico in cui sono stati scritti: attratta dalla trama e dal successo ottenuto dal primo uscito, ho cercato poi subito il secondo dopo aver concluso il primo, e ho atteso fremente l’uscita del terzo. Con il timore, ogni volta, che il successivo non fosse all’altezza, timore prontamente e felicemente smentito sin dalle prime righe.

 

Di cosa trattano i libri sul caffè di Kawaguchi

Finché il caffè è caldo, Basta un caffè per essere felici, Il primo caffè della giornata sono libri delicati, intriganti, profondi, che danno spunti e ampio spazio alla riflessione.

Raccontano di un paio di caffetterie in Giappone, dove si può tornare indietro nel tempo, ad un momento del passato, oppure del futuro, per incontrare qualcuno, per il solo tempo in cui il caffè servito resta caldo, che deve essere bevuto prima che si raffreddi, pena il diventare un fantasma.

 

 

Regole per ritornare nel passato (o andare nel futuro)

1     una volta tornati nel passato non si può comunque fare niente per cambiare il presente

2     le uniche persone che si possono incontrare nel passato sono quelle entrate nel caffè

3     per tornare nel passato bisogna sedersi su una certa sedia e non ci si può muovere per tutto il tempo

4      bisogna bere il caffè finchè è caldo e non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

 

 

 

Molti di coloro che arrivano alla caffetteria vogliono intraprendere questo viaggio nel passato o nel futuro, con l‘illusione che facendo o dicendo qualcosa di diverso si possa cambiare il proprio presente, ma vengono subito avvertiti che il presente non può mutare.

Da qui le rinunce di taluni, e la motivazione di altri a darsi una nuova possibilità: sono quelli che non si arrendono, che non smetteono di credere che si deve essere felici.

Quella che può essere la delusione di chi pensava di poter cambiare il presente, ma che conserva il desiderio forte di andare ad incontrare un caro defunto, o una persona nel futuro, viene compensata da una fatto straordinario, che si scopre soltanto dopo aver fatto l’esperienza: dire qualcosa che non si è detto, incontrare qualcuno mai conosciuto, porre una domanda che tormenta, dare o chiedere una spiegazione mancata, fare delle scuse, sistemare questioni rimaste in sospeso, confessare il pentimento per una scelta sbagliata, incontrare qualcuno un’ultima volta, o vedere quello che è diventato nel futuro, può pacificare, consolare, sciogliere rimorsi o rimpianti, attenuare emozioni, quali il senso di colpa, la rabbia, la frustrazione, la tristezza...

Il presente non può essere cambiato, ciò che è accaduto non può essere cancellato, ma l’incontro può portare una trasformazione. 

 

“.. certe cose cambiano anche se la realtà presente resta uguale..”

Il primo caffè della giornata

 

 

 

Nei libri, davanti a una tazza fumante di caffè e alla scelta di affrontare con coraggio un evento o una persona, qualcosa davvero cambia, e come spesso accade nella realtà, non quello che si immagina, di tangibile, ma qualcosa di più importante, dentro di sè, nel profondo, generando il vero cambiamento. Quello che davvero porta pace, nuovo desiderio di vivere, motivazione e spinta ad andare avanti e con uno spirito diverso. In definitiva, spesso quello che cambia è la percezione degli eventi, la visione da un punto di vista non considerato o sconosciuto.

Tutto questo mi ha ricordato un po’ quello che accade durante una seduta di psicoterapia di tipo gestaltico: si immagina davanti a sé qualcuno, o una parte di sè a cui si deve, o si vuole, dire qualcosa, e dopo aver dialogato con quella persona, o quella parte, e cambiando di posto, aver dato anche le risposte, capita di frequente che cambi l’atteggiamento, il rapporto, o il sentire, verso quella persona o quella parte di sè, nella realtà.

Mi ha ricordato anche una frase di R.  Bandler che dice

 

“Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice e un futuro degno di essere vissuto”. 

 

 

I personaggi che si incontrano durante la lettura, alcuni fissi che lavorano o frequentano la caffetteria, altri che si avvicendano nelle storie dei 3 libri, hanno vissuto esperienze dure, traumatiche, stanno soffrendo. Taluni sembrano addirittura senza piu speranza…

Eppure i 3 libri non sono tristi, sono densi di vita; sanno bene descrivere le ferite emotive e dell’anima e trasmettono la sensazione della sconfitta del senso di impotenza a favore della luce che si vede alla fine del tunnel.

Trasmettono la sensazione che quando si è pronti, ci si può concedere un’altra chance.

Che quando proprio si tocca il fondo qualcosa ancora può accadere per salvarci.

La sensazione di poter vedere quel disegno, che quando si è dentro una situazione, non si riesce a cogliere nella sua completezza.

La sensazione di poter accogliere verità che emergono, che non si riuscivano a vedere o ad accettare, di trovare un senso anche a ciò che ha provocato dolore e devastazione. O comunque, anche quando pare che un senso non ci sia, che è possibile dar vita a nuovi inizi, conquistando un po’ di pace.

Naturalmente tutto deve partire da sè, si deve scegliere di andare alla caffetteria e fare il viaggio.

 

“Dentro ciascuno di noi esiste la capacità di superare ogni genere di difficoltà. Ognuno possiede quell’energia. Ma a volte, quando questa  energia sfugge attraverso la valvola dell’ansia, il flusso si restringe. Più grande è l’ansia, più forza serve per aprire la valvola che libera l’energia. 

Questa forza è potenziata dalla speranza. Anzi si potrebbe dire che la speranza è il potere di credere nel futuro”

Il primo caffè della giornata

 

In conclusione, non è che basta un caffè per essere felici, ma sicuramente cercare di pacificarsi con qualcuno, con se stessi, o con parti di sé, o il fare una scelta, aiuta a vivere meglio e i 3 libri ce lo mostrano a loro modo: infondono la speranza di una rinascita, di poter conquistare nuove libertà e la capacità di scegliere, al presente, il meglio per noi.

Durante la lettura di ogni libro di Kawaguchi, più volte ho sognato di fare questo viaggio, di poter andare in Giappone a cercare quella magica caffetteria, poter viaggiare nel passato o nel futuro, e in quel paese a me sconosciuto, e di quietare la mia anima vagabonda….Con questi sogni, oltre a meditare sugli spunti ricevuti, mi sto allenando, andando a prendere ogni tanto il caffè al bar del Tiglio, nel mio paese: non posso viaggiare nel passato o nel futuro ma posso trascorrere un pò di tempo in compagnia di buone amiche, assaporando le cose piacevoli del mio presente.

 

 

 

“La verità vuole uscire a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di occultare la tristezza o la fragilità.”

Finchè il caffè è caldo

 

Aprile 2022

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.