Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Empatia

 

 

Se c’è una cosa che si fa sempre piufatica a trovare ai nostri giorni, ma di cui si sente spesso parlare, questa è l’empatia.

Empatia non significa solo sapersi mettere nei panni degli altri, ma significa soprattutto riuscire a sentire profondamente quello che sente l’altro.

Empatia è “la capacità di sentire dentro di sè l’interno di cio’ che sta fuori di sè” (R.Vischer).

Troppo occupati a guardare solo il proprio, e alla superficie, nell’epoca del narcisismo e dell’egocentrismo, dell’inneggiare all’accoglienza, mostrandosi intolleranti, fermarsi e fare attenzione al sentire dell’altro, è un evento sempre piu’ eccezionale.

Eppure è alla base della comprensione tra gli individui, della solidarietà, della relazione vera.

Se posso sentire quello che sente l’altro, posso essere compassionevole con lui e posso essere in grado di essergli vicino e, se necessario, lenire il suo dolore, i suoi patimenti, o gioire con lui. Posso accoglierlo e accettarlo, con la disponibilità all’ascolto profondo e senza giudizio. Senza volergli per forza fornire consigli o soluzioni.

L’empatia ha a che fare con la delicatezza e il rispetto del sentire dell’altro.

Per essere empatico, non devo essere troppo corazzato per difendermi, altrimenti non entra nulla in me e tutto rimbalza.

 

 

Chi ha i confini fragili, suo malgrado, ha difficoltà a proteggersi e, tendenzialmente, proprio per questo è piu’ empatico. Puo’ lasciare entrare quello che l’altro trasmette.

Ma se è troppo permeabile, tende ad avere difficoltà a distinguere il sentire dell’altro dal suo, a confondere le due cose. E allora potrebbe venire troppo coinvolto dalle vicissitudine ed emozioni dell’altro, non riuscire a discriminare, e quindi non riuscire ad essere di supporto.

Per poter essere empatici quindi, occorre avere l’apertura per fare entrare l’emozione dell’altro e farsene contagiare, senza restarne sopraffatti, avendo i giusti confini per proteggersi.

Chi si è chiuso al sentire per non soffrire, si difende, sapendo che probabilmente non potrebbe sostenere una nuova ferita o il riaprirsi di una vecchia.

Alcuni hanno invece proprio il bisogno di confondersi con l’altro, e/o di invaderlo, per vivere una vita che non hanno o non sono in grado di costruirsi. Queste persone avrebbero ancor piu’ bisogno di comprensione ed empatia. Ma non sempre riescono ad avere l’umiltà di ammetterlo o anche solo di guardare questa fragilità e mettersi in discussione. Piuttosto, fanno di tutto per farsi odiare o biasimare, creare conflitti e allontanare le persone.

Ma a cosa serve essere empatici?

Per vivere l’incontro vero con l’altro.

Perché non sia solo l’incontro di due solitudini, per colmare un bisogno, ma possa crearsi un rapporto vero, autentico e soddisfacente.

O piu’ semplicemente, per restare umani.

Perchè stare attenti al sentire dell’altro, è sempre una bella cosa.

 

 

 

Accedere alle cose, al flusso vitale e esperienziale delle altre persone, è ciò che chiamiamo empatia. (Maurizio Stupiggia)

 

Questo è uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza. Questa reciproca conferma mediante i sentimenti, la risonanza emotiva tra due o più persone, ha un ruolo centrale nel conferire un significato e un senso di appagamento all’esistenza.
(Norbert Elias)

 

La piu’ alta espressione dell’empatia risiede nell’accettare e non giudicare.

Carls Rogers

 

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
(Platone)

 

Tutto quello che volevo era raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mie mani, ma con il mio cuore.
(Tahereh Mafi)

 

Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro, e sentire con il cuore di un altro.
(Alfred Adler)

 

 

agosto 2018

 

foto Pixabay

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Le belle persone

 

 

Che belle le persone che quando le incontri o ti scrivi, non ti inondano di parole, ma ti chiedono “ma tu come stai?” e vogliono sapere come stai veramente.

Che belle le persone a cui non devi mentire e dire “sto bene”, a cui puoi donare la tua vulnerabilità.

Che belle le persone che ti ascoltano e vogliono ascoltarti, che non ribattono soltanto o la mettono  in ridere, o dicono “che vuoi che sia”.

Che belle le persone che ti ascoltano davvero e registrano, e non devi chiedere e ripetere sempre le stesse cose

Che belle le persone che in un rapporto non ci sono solo loro, ma si è in due.

Che belle le persone che ti guardano e ti vedono, non vedono solo loro stesse o il loro riflesso.

Che belle le persone che sai che ti pensano, perchè se è vero, come credo, che ci sentiamo amati se ci sentiamo pensati, dobbiamo anche saperlo, di essere pensati.

Che belle le persone che non ti usano per i loro fini narcisistici, ma ci tengono veramente a te.

Che belle le persone che ci tengono e te lo fanno capire, non solo immaginare o sospettare.

Che belle le persone che non sei solo un numero tra le amicizie su Facebook.

Che belle le persone a cui puoi aprire il tuo cuore, senza che te lo maltrattino o che ti infilino una spada.

Che belle le persone che hanno il coraggio di dirti la verità, anche se è scomoda e puo’ non piacerti, perchè sanno che gli vorrai bene comunque.

Che belle le persone a cui puoi dire la verità, che la rifiutano ma poi ti apprezzano perchè gli hai aperto gli occhi.

Che belle le persone che non raccontano balle a se stesse, cosi’ non le raccontano neanche a te.

Che belle le persone che prima di parlare si domandano se quello che stanno per dire puo’ fare male.

Che belle le persone che ti stanno accanto nonostante i tuoi tiramenti, le incazzature (che coprono le ferite, e loro lo sanno, oppure no) e i rancori. E aspettano che passi, perchè credono che tu vali piu’ di queste cose.

 

 

 

 

dicembre 2015

 

Foto by Patty

 

 

 

 

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Siamo soli?

 

 

Siamo soli.

Siamo tutti soli, quando andiamo a dormire e facciamo i conti con noi stessi.

Siamo soli, spesso in mezzo a tanta gente, quando sentiamo la distanza.

Che è la cosa che fa piu’ male.

Ci sentiamo soli quando gli altri sembrano non capirci e quando noi non capiamo gli altri.

Quando non c’è nessuno che ci difende o che ci protegge. Quando non ci sentiamo considerati.

Quando qualcuno o qualcosa che aspettavamo non arriva. O non sappiamo conquistarcelo.

Quando dobbiamo cavarcela da soli e nessuno puo’ aiutarci.

Per esempio.

La sensazione di essere soli è come un grande e infinito buco senza fondo.

 

 

Ma in realtà non siamo mai soli.

Abbiamo tante persone dentro di noi.

Che dialogano con noi e tra di loro. Che ci fanno compagnia, che ci sfidano, che ci fanno sentire in colpa. Che ci sorreggono o ci consolano. Che ci separano.

Tante voci.

Tutte quelle che hanno contribuito ad essere quello che siamo, nel bene e nel male, e che non ci abbandonano mai. Il padre, la madre, il nonno, la nonna, la zia, il migliore amico, il figlio, la maestra, il prof delle superiori, un maestro di vita..

Quelle che abbiamo introiettato e che si materializzano fuori, che troviamo o ritroviamo, anche solo per un attimo.

Che sentiamo che ci comprendono o che sono avversari contro cui crediamo di dover combattere, mentre la battaglia è dentro di noi.

Siamo rinfrancati, comunque, perché ci sentiamo su un terreno famigliare che ci fa sentire meno soli. Anche nel conflitto, nella ferita, o nel dolore.

 

 

E quando emerge qualcuno che porta una speranza, che riaccende la fiducia, che primeggia e ha la meglio sulle voci petulanti, che ci conferma, che sta dalla nostra parte, – credendoci- , che pone fine alle sfide, ai boicottaggi, al voler farci sentire sbagliati, non amati, isolati, fuori… allora ci sentiamo sollevati. E meno soli. Anche se fosse solo un attimo, un’ora, un giorno.

E questo ci fa sopravvivere e rivivere.

 

 

Sono necessari, quei momenti in cui sentiamo una connessione con qualcosa o qualcuno. Conosciuto o sconosciuto non importa.  Dentro o fuori. Qualcosa o qualcuno che va oltre le opinioni, i conflitti, le apparenze, la superficie, quello che è stato. Che va oltre i bisogni, il bisogno compulsivo di doversi riconoscere (sempre per non sentirsi soli), di dover riconoscere qualcuno.

La sensazione di essere sotto un tetto dove ci sono altri come noi. Esseri umani. Cittadini di quel mondo che si chiama universo, appartenenti a quella razza che si chiama genere umano.

 

 

E’ questo che ricerchiamo. E’ questo cio’ di cui abbiamo bisogno: quel momento in cui, nonostante il nostro essere soli – la notte prima di addormentarci, o quando sentiamo di aver subito un torto – possiamo comprendere di essere connessi con qualcosa di piu’ grande. Che ci porta fuori, e ci fa andare oltre.

Qualcosa che, comunque, da qualche parte, esiste. E non ci fa sentire piu’ cosi’ soli. Almeno per un po’.

 

 

 

dicembre 2018

 

 

 

(foto by Patty)

 

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Un gatto per amico

 

 

 

Ogni giorno, quando Giada torna da scuola, la nostra gatta Lucy sente il rumore dell’auto che la conduce a casa e va dalla porta. La saluta con un miagolio e va verso il suo castello, una cuccia fatta di cartone a due piani, costruita appositamente per lei da Giada, e ci entra  dentro, aspettando che le venga dato il suo snack, come l’ha abituata.

 

 

Ogni sera, quando Giada va a dormire, il nostro gatto Paco aspetta che arrivi nella sua camera per salire sul suo letto e accucciarsi nel solito posto, vicino al cuscino, in attesa che lei si addormenti.

E’ la meraviglia di avere un gatto per amico. O piu’ gatti, in famiglia.

Si, sono gatti, e lei li ha “addomesticati“.

Tutti, umani e animali, possiamo essere addomesticati. Esattamente nel modo che spiega il Piccolo Principe. Perchè addomesticare significa creare dei legami

 

….In quel momento apparve la volpe.”Buon giorno”, disse la volpe.”Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. “Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo….””Chi sei?” domandò il piccolo principe, ” sei molto carino…””Sono la volpe”, disse la volpe.” Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.”Ah! scusa “,  fece il piccolo principe.Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:” Che cosa vuol dire addomesticare?”..” Che cosa vuol dire addomesticare?”” E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”” Creare dei legami?”” Certo”, disse la volpe. ” Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”” Comincio a capire”, disse il piccolo principe…… Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:” Per favore …..addomesticami”, disse.” Volentieri”, rispose il piccolo principe, ” ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”. ” Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe.” gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”. ” Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.” Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.” In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….” Il piccolo principe ritornò l’indomani.” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.” Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.” Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe.” E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”. Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.” La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”” E’ vero”, disse la volpe.” Ma piangerai!” disse il piccolo principe. ” E’ certo”, disse la volpe.” Ma allora che ci guadagni?”. ” Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano” …

 

 

Giada, sin da quando è nata, vive con dei gatti. Io, da quando avevo 7 anni, ho sempre vissuto con un gatto. Il gatto è un amico di cui ti puoi fidare. Tu lo accogli nella tua casa o tra le tue braccia, lui ti offre la presenza della sua anima e, se vuole, il suo affetto. Un gatto ti aspetta felice quando torni, ma non ha un rapporto di dipendenza da te. Un gatto è autonomo, ha il suo amor proprio, niente incide sulla sua autostima. Lo puoi addomesticare ma non farà mai qualcosa che non vuole solo per farti piacere. Ne puoi costringerlo a restare quando non vuole. Segue ciò che piace a lui, sfuggendo da ciò che non vuole o lo spaventa. Mai ipocrita, non fa qualcosa per rinfacciartelo.

Ogni gatto ha la sua personalità ben precisa: pauroso, guardingo, curioso, affettuoso, ecc. Il gatto è quel che è e non rinnega il suo essere, ti dà il suo affetto incondizionatamente, perchè lo vuole, senza secondi fini. Si prende cura di sè, e se vuole qualcosa da te, si fa capire.

Dovremmo imparare dai gatti anche noi esseri umani.

 

 

Adoro i gatti, quando si strusciano in cerca del loro piacere, quando fanno le fusa, che rilassano e acquietano l’anima.

Adoro i gatti, quando arrivano in cerca di calore. Sicuri di sè, vengono a prendersi quello che vogliono e chiedono cio’ di cui hanno bisogno.

Adoro i gatti che ti stanno accanto e sentono quando stai vivendo momenti difficili. Arrivano per starti vicino e darti  sollievo, e ti risollevano l’umore, anche in una brutta giornata.

Adoro i gatti, anime libere e indipendenti. E sempre sinceri.

Adoro i gatti, che si difendono, e cercano di farsi vedere piu’ grossi davanti ai nemici che temono. Che non hanno bisogno di approvazione e se ne fregano.

Adoro i gatti, esseri buffi che si rintanano in ogni scatola, che si nascondono dentro all’armadio, e che talvolta ti guardano con un musetto curioso.

Adoro i gatti perchè prendersene cura significa dare amore e aprirsi a riceverlo, che fa tanto bene.

Adoro i gatti, maestri di vita, amici e compagni di parte del viaggio. Presenti e confortanti, a volte anche piu’ degli esseri umani.

Un gatto è un angelo che ti è stato messo accanto.

Adoro svegliarmi con un gatto sul letto, inizio del giorno con gioia, bellissima e pura manifestazione della vita. Che ti ricorda che sei unica al mondo, che ti ricorda di cominciare la giornata in modo felice.  Che ti fa guadagnare il profumo del grano.

Perchè tutti noi, abbiamo bisogno di essere addomesticati.

 

 

 

Siamo andati al canile dove avevano una cucciolata di gatti, per accogliere nella nostra famiglia un altro amico, un cucciolo rosso tanto desiderato da nostra figlia Giada. Siamo tornati felici con 2 cuccioli, incapaci di lasciare il fratellino da solo, col suo musetto adorabile.

Ben arrivati nella nostra famiglia Dobby e Piton!

 

           

 

 

 

 

 

dicembre 2018

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Sogno dunque vivo

 

 

E’ bello avere dei sogni.

Mettere i propri sforzi, le proprie energie, in qualcosa a cui si anela. Che si immagina. Che ci dà una ragione per vivere. O almeno, per andare avanti. Parlo dei sogni, quelli grandi. Non i piccoli desideri.

E’ bello avere dei sogni, ma non è scontato.

Ci si trova adolescenti, spesso, senza sapere cosa volere, cosa fare, a cosa ambire. Incapaci, frequentemente, di fare scelte di vita mirate. Mirate a qualcosa. A un obiettivo. Piu’ spesso ci si trova a fare delle scelte al buio, tentativi. Perché non si sa quale sia il sogno da realizzare, da vivere, da perseguire. O perchè, a quell’età, si è veramente piccoli e inesperti per capire anche solo quello che si desidera. La propria aspirazione. Salvo che si sia già in contatto con una passione innata.

A volte ci si trova anche adulti, errabondi, senza sogni o passioni. In questi casi sarebbe importante restare aperti e non smettere di cercare. Essere curiosi. Guardarsi attorno.  Cercare di stare in ascolto della propria anima. Restare coraggiosi. Sperimentare. Ma non è sempre cosi’ facile.

 

 

E’ una fortuna avere dei sogni.

I sogni, proprio perchè sogni, non sono di facile realizzazione.

A volte restano chiusi nel cassetto, ma è sempre una benedizione averli. Perchè si puo’ decidere di far qualcosa per realizzarli. Studiare una strategia, avere un obiettivo.

Per realizzarli, occorre averne l‘intenzione, tirare fuori la volontà. Impegnarsi. Occorre direzionare la propria energia.

E’ importante imparare che, solitamente, occorre fare fatica per raggiungere qualcosa. E se si riuscirà a portare a compimento il proprio sogno, allora ci sarà la ricompensa per l’impegno, il risarcimento per la fatica, la soddisfazione della realizzazione di un progetto, il concretizzarsi di un’ idea che era nella mente. La felicità di giungere ad un obiettivo che ci si era prefissati.

Avere un sogno è un modo per custodire la speranza. Quella che un giorno lo vedremo realizzato, il nostro sogno.  E’ avere uno scopo, un motivo per cui alzarsi alla mattina.

 

E quando si è meno fortunati e non si hanno grandi sogni, vanno bene anche sogni piccoli, poco ambiziosi. Anche quelli sono importanti. Un piccolo obiettivo, per arrivare a qualcosa. Un piccolo traguardo da raggiungere, e l’energia si muove. Poi, magari, da cosa nasce cosa.

I desideri invece, questi sì, che sono comuni a tutti. E’ difficile non avere desideri, perchè il mondo intorno ci riempie di stimoli. Ci induce a desiderare. Se non vissuti compulsivamente, -desidero, ottengo, passo ad altro desiderio-,  possono essere il motore per la nascita di un sogno e di una passione.

 

Mi sono chiesta quale sia la differenza tra sogno e passione.

Il sogno è qualcosa che è rafforzato dal desiderio e che, nel momento che si compie, genera soddisfazione. Una soddisfazione che porta nutrimento, ma che poi, col tempo, si esaurisce. E si puo’ passare ad un altro sogno.

La passione è qualcosa che continua e che rimane. E’ un’inclinazione, un’interesse costante nel tempo, che induce a cercare e a fare con dedizione. Che genera soddisfazione intensa nello svolgimento, e il desiderio di ripetere l’attività che la procura. Che crea quindi perseveranza. Solo alcuni hanno la fortuna di riconoscerla in giovane età e di farsi trascinare da essa. Una grande fortuna, perchè queste persone sanno già qual’è la direzione nella loro vita.

Il sogno puo’ far nascere la passione, e la passione fa sicuramente sognare. “La passione è l’energia che mette le ali ai sogni”. Quindi, entambi sono importanti.

 

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Ma possiamo fare qualcosa, come genitori, per i nostri figli, se non hanno una passione o dei sogni? 

Difficile da dire, almeno per me. Se i precursori dei sogni sono i desideri, forse puo’ aiutare non esaudire subito tutti i desideri dei nostri figli. Non dare loro tutto, anche il non richiesto. Non anticipare i loro desideri. Ma attendere che nascano, che crescano, che si formi un sogno. Qualcosa da immaginare e a cui anelare. In modo da non togliere la forza al desiderio. In modo che imparino l’attesa. Che imparino l’utilità di coltivare il proprio sogno, di nutrirlo col desiderio. Attendere che i tempi siano maturi per il raccolto. Affinchè il raccolto sia proficuo e nutriente.

Forse solo questo possiamo fare, per aiutare i nostri figli a sognare. Insegnare a desiderare. Perchè ci sarà un momento in cui non saremo piu’ noi, o qualcun’altro, a dare appagamento e realizzazione ai loro desideri, ma che sarà compito loro impegnarsi affinchè possano essere esauditi. E sarà la forza dei loro desideri, se l’avranno imparata, a far muovere loro stessi, la loro immaginazione, e a dare loro la spinta per mettersi in moto.

Sarà in quel momento che ci sarà la riprova: se avranno imparato che è richiesto tempo, sudore, pazienza, per perseguire un sogno; se avranno capito che i sogni  hanno bisogno di una contropartita per realizzarsi, che devono essere curati, coltivati; se avranno acquisito la forza per non abbandonare alla prima difficoltà, allora forse avranno la speranza.

 

 

Se cosi’ fosse, magari potranno avere la fortuna di incontrare la scintilla, quel qualcosa che li appassiona, e che li potrà accompagnare e appoggiare per tutta o parte della vita.  Una passione, insomma.

 

 

 

Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile.
Ma non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna trattenere alcuno.

Hermann Hesse – Demian

 

Sono sempre i sogni a dare forma al mondo..

 

 

novermbre 2018

 

(foto by Patty e Pixabay)

 

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Un adolescente in crescita

 

 

 

E un giorno la guardi e vedi una ragazza.

Non è piu’ una bambina. I tratti sono già quelli di una donna.

Un momento la conosci, l’altro ti pare di non conoscerla più.

In un altalena che ti disorienta.

 

Non puoi piu’ pensare di sapere i suoi gusti, non sono piu’ quelli.

Non puoi  piu’ comprargli i vestiti, non ci azzeccheresti mai.

Va a scuola lontano, da sola, e percorre strade sconosciute.

Impara a muoversi, ad organizzarsi.

Comincia a pensare a sé, a prendersi cura di sè.

 

Non sai chi sono i suoi compagni, se le amicizie sono giuste, se sa distinguere le buone e le cattive compagnie.

Le prime uscite coi ragazzi, e tu che attendi il suo rientro e i suoi vaghi racconti.

Ti devi fidare. Ma stare anche all’erta, ed esercitare un sano controllo. Una “protezione discreta”, dicono. Ha pur sempre 14 anni.

 

Spesso non le va bene niente. Quello che prepari da mangiare, quello che le proponi, quello che si deve fare.

Di frequente è polemica e discussione.

Le dici di fare una cosa, una, due, tre, quattro, cinque volte, ma lei non la fa. Si dimentica. Ti mette alla prova.

Ti risponde con sufficienza, con arroganza, a monosillabi.

Cerca lo scontro, finchè non lo trova.

 

Ti chiede” come sto?”, le dici “stai bene”, ma poi si cambia.

Fai qualcosa con l’intento di farle piacere,  ma invece stavolta ti sbagli.

C’è disordine nella sua camera, come se fosse scoppiata una bomba, ma lei non lo vede, e sta bene cosi’.

 

 

 

 

Ma non c’è solo questo.

 

C’è la sua tenerezza quando si avvicina e chiede un bacio.

C’è la sua attesa quando vuole ancora che la accompagni a letto per il bacio della buonanotte.

C’è il suo entusiasmo quando riceve un regalo che chiede.

C’è la sua contentezza quando porta la notizia di un bel voto o di una conquista.

 

C’è la gioia di portarla in viaggio e scoprire che apprezza il bello, l’arte, che si fida delle mete che le si propongono. E anche quando trovi il suo pupazzo ancora in valigia ad ogni vacanza, mentre tu la vedi già grande.

C’è una risata quando ti dice che vorrebbe ancora fare l’album con le figurine.

Adorabili contrapposizioni.

 

C’è il piacere di poterle parlare di certi argomenti, come a una persona adulta che sta formando il suo senso critico.

C’è il piacere di sentirle fare domande su fatti attuali. Di vedere la capacità di passare il tempo anche in maniera creativa e non banale. Di veder nascere e coltivare le sue passioni, la lettura, il disegno, Harry Potter, i Maneskin.

C’è la sua soddisfazione quando capisce che si è conquistata un pizzico di autonomia in piu’.

 

Vedere crescere un essere umano è sempre una meraviglia. In tutte le sue fasi.

Anche quelle che possono essere piu’ difficili e conflittuali.

 

E comprendi che, anche tu, non hai mai finito di crescere.

 

 

 

 

ottobre 2018

 

(foto by Patty)

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Passare dalle stelle alle stalle in un secondo

 

 

 

I social, gli influencer, i followers, hanno accentuato questo fenomeno: il  passaggio dalle stelle alle stalle nel giro di un attimo.

Perchè è diventata consuetudine, ascoltare solo una campana e commentare. Invece di prendersi il tempo per documentarsi, farsi un’idea, attivare l’empatia (questa sconosciuta!).

Influenzare e lasciarsi influenzare. Velocemente.

E’ tutto talmente veloce, che per starci dietro, per non perdere qualcosa (come se qualcosa veramente si perdesse!- a volte si’, il tempo!-),  diventa impellente commentare, sentenziando spesso troppo in fretta, perdendo il buon senso di verificare la veridicità dei fatti, di ascoltare diverse versioni, di ragionare un po’ più a mente fredda.

C’è questo bisogno di affermare, di difendere un’idea, di replicare o di attaccare, come se si avesse meno valore tacendo. Come se non si fosse nessuno se non si fa sentire la propria voce, se non si esprime la propria idea. Sintomo di un enorme bisogno di riconoscimento.

E allora succede che, dato un fatto o un’affermazione, molti si prodighino a sostenerla; per poi cambiare idea, impressione, barricata, nel momento in cui arriva il contraddittorio, o quando emerge un fatto in contrasto. Improvvisamente, quello che, con paroloni, prese di posizione assolute, difesa a spada tratta, era stato appoggiato o attaccato, si sgonfia e l’ago della bilancia si sposta, semmai, da una parte all’altra.

Ma se ci prendessimo un po’ piu’ di tempo, prima di giudicare, affermare, schierarci; se prendessimo piu’ informazioni, se ascoltassimo vari punti di vista; se si frenasse quella brama di commentare, voler dire la propria ad ogni costo.. Penso che si farebbe anche piu’ bella figura, rispetto ad essere come delle banderuole che girano al cambiare del vento.

 

Prima di parlare,

domandati se ciò che dirai corrisponde a verità,

se non provoca male a qualcuno,

se è utile,

ed infine se vale la pena turbare il silenzio per ciò che vuoi dire.” (Buddha)

 

 

Stessa cosa rispetto alle persone, ai rapporti:  all’inizio si tende a vedere solo quello che si vuole vedere. Quello che ci piace.

Ma se si creano tante aspettative, se si elogia tanto, se si investe tanto, nel momento in cui le aspettative vengono disattese (perchè capita eh, come nell’innamoramento, visto che siamo umani), tutto puo’ crollare in un secondo, la delusione avanzare, e si puo’ finire o far finire una persona, una relazione, dalle stelle alle stalle. Ai nostri giorni come ieri, ma oggi il processo è molto piu’ veloce. Che potrebbe anche non essere un male, perchè, piu’ velocemente si scopre con chi si ha a che fare e si ridimensiona, prima si puo’ scegliere e decidere, se qualcuno ci piace proprio a tal punto da investire ancora su di lui, se invece ci costa troppo, se si vuol stare o meno in un rapporto, nonostante tutto.

A volte non è la persona in sè che causa la delusione, o la situazione, ma è l’idea che ci si è fatta della persona o del rapporto.

L’insegnamento che ho tratto dalla mia esperienza, è che i grandi entusiasmi iniziali, miei o degli altri per me, sono da prendere con le pinze. E’ facile cadere nell’effetto alone  (http://www.unanimainviaggio.it/leffetto-pelle-e-leffetto-alone/),  per cui si vedono soltanto le cose belle che vogliamo vedere e non la totalità, che comprende il buono e il meno buono. Tanto mi porti o mi hai portato alle stelle, vedendo solo il bello, il positivo, tanto piu’ resterai deluso dalla realtà, quando ti toccherà, e mi porterai nelle stalle. Tanto piu’ mi hai lusingato, adulato, tanto piu’ ci rimarro’ male, quando verrà il momento in cui ti accorgi che non sono come ti aspettavi.

Non è facile. Soprattutto quando, si tende ad essere passionali, viscerali, istintivi e ci si fa trasportare dagli entusiasmi, senza freni, quando invece sarebbero salutari. O dall’illusione che ci sia qualcosa che abbia solo aspetti belli.

La dualità fa parte dell’essere umano. Non c’è il bianco senza il nero, il bello senza il brutto, il buono senza il cattivo. Quindi il binomio illusione/delusione, se ci dimentichiamo questo, resta sempre come un nemico dietro l’angolo, pronto a tradire, e il prezzo che si puo’ dover pagare, puo’ essere una bella carica di amarezza.

Per cui, ben venga un po’ di lentezza, nel giudicare, nel parlare, nel commentare, nel buttarsi nei rapporti. Perchè questa ci porta una visione piu’ vicina alla realtà.  Ci porta la prova di quanto quel che pensiamo, proviamo o vogliamo, sia autentico e radicato. E non frutto di un bisogno da colmare, che, nel caso, lascerebbe solo ancor di piu’ il senso del vuoto, del nonsenso, della caducità, delle parole gettate al vento.

 

Ho conosciuto bene e male.

peccato e virtu’, giustizia e ingiustizia;

sono passato attraverso la nascita e la morte,

attraverso la gioia e il dolore, il cielo e l’inferno;

e alla fine ho capito

che io sono nel tutto

e il tutto è in me.

                         Hazrat Inayat Khan

 

 

 

 

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Il punto di vista di un permaloso

 

 

Ho sempre saputo di essere permalosa.

Come Persona Altamente Sensibile, tutto mi tocca e facilmente mi sento offesa o ferita. Anche da un piccolo commento, magari neanche diretto, anche fatto con ironia. Percepisco la malizia che, molto spesso, c’è dietro.

E’ facile nascondersi dietro un “stavo scherzando”. E a volte una battuta pungente, con intenzione mascherata, a chi è un po’ acuto e non stupido, -al contrario di cio’ che pensa chi la fa-, puo’ colpire. Lasciare interdetti. Anche chi non è cosi’ permaloso.

Spesso c’è proprio l’intenzione, quando si lancia una frecciata, di dire qualcosa ma non esplicitamente. Per non compromettersi più di tanto. Non compromettere apertamente una relazione. Per dire e non dire. Per non dire quello che invece, in fondo in fondo, si pensa. A volte, chi riceve, la frecciata, fa lo gnorri. Fa finta di niente, sta al gioco o ride anche lui. Magari non riesce a fare, altro in quel momento. E invece accusa.

Spesso le battute arrivano soprattutto quando si è insieme ad altri, o in gruppo. Dove la possibilità di reazione davanti a tutti è minore mentre la possibilità di buttarla sul ridere è maggiore.

Eppure le frecciatine possono far male. Innavvertitamente, come una brutta sorpresa.

Non tutti abbiamo la stessa capacità di proteggerci, di farci scivolare addosso le cose. Non tutti abbiamo sviluppato una scorza.

Non tutti abbiamo la voglia o il coraggio di ribattere con la stessa moneta o di difenderci.

Non tutti reagiamo in automatico (e questo puo’ essere anche un bene).

Alcuni ingurgitano, rimurginano, si fanno domande. Si chiedono il perché di una certa risposta. Mettono in discussione prima loro che gli altri. Si chiedono cosa avrà voluto dire veramente l’altro. Fanno ipotesi e viaggi pindarici.

Magari è anche un modo, per chi subisce, per imparare a prendere le misure, con le persone. Per imparare a conoscere meglio, le persone. Per misurare le distanze da tenere. Imparare chi è affine, come sensibilità e a chi, invece, fare attenzione. Puo’ essere un modo anche per imparare a diventare un po’ piu’ impermeabili. A proprie spese, ovviamente, anche se le battute solitamente sono gratuite. E intanto si incassa.

Spesso manca una coscienza rispetto agli effetti  sugli altri, di quel che si dice. Perché comunque, le parole, le battute, hanno un peso, sono importanti. Spesso manca la capacità di mettersi nei panni dell’altro, l’empatia, l’attenzione e la sensibilità, la cura per quello che l’altro puo’ sentire . Manca la delicatezza.

Io odio il doppio gioco, la non trasparenza, il fare di circostanza, il dire e non dire. Mi disorienta. Quel che non è diretto mi rende sospettosa.  Perché, magari, parto sì guardinga, ma poi apro e dò fiducia. E spesso, è proprio in quel momento, quando riesco ad aprire un varco, che viene sferrato il colpo basso, come se niente fosse. Il sarcasmo che si maschera da ironia. Perchè il limite tra i due è molto sottile.

 

Ho sempre saputo di essere permalosa, ma talvolta mi viene il dubbio: non è forse che, invece, ho incontrato spesso degli stronzi?

E’ un altro punto di vista, ma meglio giustificare me, che dare sempre delle attenuanti agli altri.

 

 

  • L’ironia certamente non poté cominciare che da’ tempi della riflessione, perch’ella è formata dal falso in forza d’una riflessione che prende maschera di verità. (Giambattista Vico)

  • L’ironia sentimentale è un cane che ulula alla luna pisciando sulle tombe. (Karl Kraus)

  • Mi sforzo di parlare sempre senza ironia. So bene che l’ironia non ha mai toccato il cuore di nessuno. (Georges Bernanos)

  • Un giorno smetterò di scappare e la mia ironia cesserà di essere una difesa. Sarà solo una qualità, perché oggettivamente sono molto simpatico. (Fabio Volo)

  • Di solito l’ironia, più che un effetto riuscito, è una intenzione mancata. (Giuseppe Pontiggia)

 

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

settembre 2018

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Non sopporto gli influencer!

 

 

Nel mondo di oggi c’è una nuova figura di successo: colui che dà consigli per le scelte e per gli acquisti.

Occultamente (per i piu’ sciocchi), velatamente, o in modo molto manifesto.

Una figura a cui molti ambiscono, con cui vorrebbero  identificarsi, e che tanti seguono: l’influencer.

Una figura a cui si vorrebbe assomigliare, per raggiungere il suo successo, quello che rappresenta o presenta. Forse per riempire dei vuoti di personalità, di idee. Per insicurezze, per mancanza di fantasia, per pigrizia o per conformismo.

Per essere come, per far parte di, per arrivare a.

Il testimonial che testa, e poi suggerisce, propone, e a volte neanche quello deve fare.  Solo mostrarsi. Rendere desiderabile qualcosa, un oggetto, lo status che rappresenta, o il mondo che gli gira attorno.

Anche il politico, o chiunque in qualche modo abbia l’intento di portarti dalla sua parte, o da qualche parte.

Raccontando o mostrando quello che ci si vorrebbe sentir dire o si vorrebbe essere, o si desidera.

Non ho mai sopportato chi, per vendere, vuole convincere. Il negoziante che dice:

“questo va molto”

“ne ho venduti tanti cosi’”,

in nome di un’omologazione che non mi ha mai convinto. Un desiderio di essere uguali agli altri, o ai modelli di successo, magari, per distinguersi e farsi notare. Un controsenso.

La moda che ci vuole tutti uguali, uniformare i gusti, con il miraggio, per i destinatari, di avere piu’ considerazione, piu’ visibilità.

Ma cosa emerge in mezzo agli uguali?

 

 

Come se, senza il capo giusto, si potesse diventare invisibili, come se la personalità non avesse il suo valore.

Eh si, perché proprio sulla paura di essere invisibile, di essere da meno, di essere inferiori agli altri, tutto si basa.

E’ piu’ sano, invece, saper scegliere secondo il proprio gusto, seguire le novità, le mode, le tendenze, chiedendosi se veramente piacciono, non in modo coatto, perchè lo fanno tutti. Non puntando solo sull’esteriorità e sul conformarsi.

Ecco perché non sopporto gli “influencer”. Di ogni tipo.

Un “lavoro” basato sulle debolezze altrui. Sulla fragilità e sulla confusione di non sapere quello che si vuole.

Sul bisogno di essere come loro, anziché unici e irripetibili. Sul bisogno di adeguarsi, come adolescenti in cerca di un’identità, di un posto nel mondo.

 

 

Non ho mai sopportato chi volesse condizionare le mie scelte per poi magari voler far credere che le scelte fossero mie.

Conscia di essere facilmente condizionabile, resto quindi sempre all’erta, per non confondermi. Sostenitrice dell’originalità e dell’autenticità, di quello che rimane e non svanisce, alla ricerca di un appoggio su quello che c’è dentro, più che su quello che c’è fuori. Non mi piacciono i consigli che non siano genuini, non voglio dubbi dettati da altri, fuori di me: sono sufficienti i miei. Voglio sentirmi libera di decidere io, o non decidere.

 

 

 

Non sopporto gli influencer, preferisco informarmi su piu’ fronti. Confrontare, vedere, toccare, provare, cercare di sentire. Senza alimentare il bisogno, loro, di aver influenzato qualcuno in piu’, come prova del loro potere e del loro successo.

Apprezzo le informazioni che ricevo e anche l’ingegno nell’aver saputo cavalcare l’onda e sfruttare le loro capacità, il loro egocentrismo, i loro talenti, pur disapprovando fine e mezzo.

Non sopporto gli influencer, non loro per quel che sono, ma il sistema. Noi, che gli diamo potere.

Il potere di voler far credere che possiamo essere tutti uguali e nello stesso tempo diversi, unici b

 

enché copie, migliori per quel che si appare.

Di essere piu’ insieme, mentre invece rimaniamo sempre piu’ soli.

E, a volte, anche fregati.

 

 

 

 

agosto 2018

(foto Pixabay e Patty)

 

 

 

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30 anni dopo, davanti al mare

 

 

Avevo 23 ed ero davanti allo stesso paesaggio.

Un mare azzurro, una lingua di sabbia bianca, con la gioia in corpo.

Non sapevo ancora cosa mi avrebbe riservato il domani. Le gioie, gli entusiasmi, gli amori, le ferite, i rifiuti, le disillusioni, le speranze.

Sapevo solo che vivevo all’istante, senza guardare troppo al futuro. Osservando la bellezza che avevo davanti e attorno, che ben mi predisponeva nei confronti del mondo, con occhi incantati.

 

 

Questo incanto me lo sono portata dentro e mi ha fatto da sostegno in tutti i momenti bui.

Sapevo che c’era un posto, fuori e dentro di me, di incomparabile bellezza, e mi apprestavo a cercare di capire quali fossero i miei sogni e ad inseguirli.

 

 

E ora, qui, 30 anni dopo, è domani. Il giro di boa è stato fatto.

Un ritorno casuale.

Guardo indietro e vedo quel che è stato. In questi 30 anni si è compiuta la mia vita.

Sono uguale per tante cose, diversa per tante altre.

Guardo quello che ho abbozzato, quello che ho interrotto, quello che ho distrutto, quello che ho costruito.

Guardo la mia famiglia, con la quale ho il piacere di essere qui. La mia forza. Il mio compagno di vita, la vita che abbiamo generato insieme, che si muove, gira intorno a me, che mi ama, e per cui sono (e siamo) riferimento.

 

 

Lo stesso riferimento che andavo cercando io, 30 anni fa, fuori di me. Comprendendo, solo piu’ avanti, che era dentro che dovevo fare perno.

Tanta strada percorsa dentro, – a cercare – , e fuori, a – sperimentare -. Tanto mare visto e navigato. Tante strade esplorate. Tanto amore dato e ricevuto. Tanto altro.

 

 

Adesso, diversamente da allora, so.

So che posso ritornare qui, a quel piacere nell’ assaporare la bellezza. Con il gusto che dà la consapevolezza della presenza. Con gli anni e le esperienze addosso.

Una bellezza che va al di là del bello e del brutto tempo, del mare calmo o in burrasca.

Un bellezza che ti sostiene, proprio perché sai che esiste, e ti dà conforto, quando serve.

Un bello a cui ambire, una possibilità che c’è sempre.

 

 

 

Auguro a tutti di trovare in giovane età, quell’angolo di paradiso in cui tornare, che ti entra dentro e ti risveglia, al bisogno.

Un angolo di mondo, nel mondo esterno e dentro di sè, che riporta alla vita.

E che ricorda, sempre, che vale la pena vivere, se – ancora -, proprio li’ si puo’ tornare.

 

 

 

 

Embudu, Maldive, luglio 2018

(foto di Patty)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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