Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)

 

 

Quel periodo in cui il mondo si è fermato.

Quei giorni in cui ho sentito la mia famiglia più famiglia, e qualcuno, meno litigioso.

Quei giorni in cui non mi sentivo in colpa se non avevo voglia di far niente.

In cui non c’era da temere di perder tempo, non era necessario avere fretta.

Quel tempo per assecondare l’ozio.

Quel tempo senza la paura di sprecarlo, il tempo.

Uno strano periodo, fatto di appuntamenti alle 18, davanti alla tv, di preoccupazioni, di disperazione, di isolamento, di incognite, di attesa.

Quel tempo ancora una volta pieno di polemiche, e di cazzate che venivano sparate.

Di contraddizioni e di conflitti che emergevano e di troppi che parlavano, mentre solo il silenzio sarebbe stato degno.

Un brusio di contorno, che ha messo a dura prova la mia soglia di tolleranza.

Quei momenti fatti anche di solidarietà e cooperazione tra le persone, nei paesi, e nel mondo.

Di misure difficili da trovare, di una miriade di cose da valutare e da considerare. Sapendo che qualcosa sarebbe sfuggito e andato storto, e la certezza che non sarebbe mai andata bene a tutti, o per tutti.

E con quelli che, nonostante ciò che avveniva, non demordevano e ci provavano sempre, a creare disgregazione o confusione.

Un periodo in cui si faceva piu’ attenzione, perchè era necessario, e perchè ce n’era il tempo. E magari! si riuscisse a mantenere quell’attenzione in più, verso tutto, che ce ne sarebbe bisogno.

Quei giorni di viaggi rimandati e di sogni in quarantena.

Quei giorni in cui se eri a casa sano, sebbene distante dai tuoi cari, sani a loro volta, eri fortunato.

Quel tempo in cui si cercava di affrontarlo con un mare di parole in una videochiamata, per vedersi, che portava la gioia dell’essere vicini, anche se distanti. Un contatto solo virtuale, in mancanza d’altro.

Quei giorni di serie alla tv, di dirette su youtube, di libri, di didattica a distanza, di ginnastica davanti ad uno smartphone, di incontri sui social, per passarlo, il tempo, e conservare qualche briciolo di quotidianità.

Quel tempo di ricette insolite sperimentate in cucina, dell’inventarsi cose nuove, o rispolverarne di vecchie.

Di acquisti solo sul web, di cene consegnate a  domicilio, di spese settimanali, che voleva dire tornare a casa con borse piene zeppe di cibarie, e pesanti, con qualcosa sempre che mancava, e tutto da disinfettare.

 

 

Quel mondo di strade senza auto, di cieli senza aerei, di parchi senza bambini. Di volti senza naso e bocca, solo occhi, dietro una mascherina.

In quel tempo, non era proprio tutto fermo, qualcuno doveva lavorare per garantire agli altri cure e sopravvivenza. Qualcuno a cui spettava gran riconoscimento, che rischiava, mentre agli altri veniva solo chiesto di rimanere a casa. E a volte, pareva che fosse quello il più grande sacrificio.

Un periodo che, io, forse avezza a un certo isolamento e ad annaspare in mezzo al vuoto, abituata al tempo un po’ destrutturato, e con uno spazio verde intorno, non ho mai percepito cosi’ ostile. Sentendomi talvolta anche in sintonia, con i ritmi rallentati.

 

“Hanno fretta solo quelli che scappano.”

Luis Sepulveda

 

E intanto, fuori, i fiori diventavano foglie, mostrando il loro verde sgargiante, o lasciavano spazi ad altri fiori, gli uccelli tornavano, e cantavano con i loro cinguettii distinti, la natura si mostrava rigogliosa e generosa, i cieli parevano piu’ azzurri, e la terra piu’ pulita..

”.. il mondo continua a girare”  

diceva una vecchia canzone… il mondo continuava naturalmente il suo corso, nonostante quello che stava capitando.

E tutto ai nostri occhi era piu’ lento e ci appariva come sotto il microscopio.

 

 

Eppure, a parte tutto, l’angoscia, i limiti, le difficoltà, che questo tempo si è portato dietro, un po’ mi mancherà quel mondo rallentato e senza corse.

Quello stare dentro, quello stare a guardare, quello stare fermi, e anche quel dover evitare di fuggire.. che ha portato a vedere, talvolta, qualche cosa di mai visto prima. Che ha portato a far restare o a selezionare solo cio’ che di prezioso c’era, o che contava.. Come un colino, che filtra e trattiene, e lascia andare quello che non serve.

Quel  rimanere nel qui ed ora, senza galoppare avanti.

Quel carpe diem, l’invito a cogliere ogni attimo, ogni istante della vita, e lì cercare un senso, o semplicemente viverlo.

Una lezione da imparare, poiché il futuro, come bene questo virus ci ha insegnato, contrariamente al mondo che continua a girare, non è cosa prevedibile.

 

 

 

“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”

Luis Sepulveda

 

 

(Disclaimer: questi pensieri sono frutto di riflessioni ed esperienze personali, non vogliono sminuire od offendere la sensibilità di chi si è trovato in situazioni di particolare disagio o ha vissuto condizioni di malattia, lutti o quant’altro)

 

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Sarà dura.

Sarà dura accettare ancora dei limiti, per chi finora i limiti li ha rispettati, e per chi fa fatica ad accettarli.

Per chi negli ultimi tempi ha già mollato, perché tanto non c’era nessuno in giro o che avrebbe visto; che il problema non è lui, ma che se tutti pensassero e facessero cosi’, là, fuori ci sarebbe una folla.

Sarà dura per chi non riesce a stare quieto, tenere fermo il corpo, perché significherebbe anche costringere il cervello a pensare. Per chi non è abituato a posticipare il piacere, per chi non è abituato a fare sforzi o sacrifici. Per chi non è abituato ad aspettare.

Sarà dura per chi non riesce a far vincere il senso di responsabilità sullo spirito di ribellione, e ha bisogno di combattere sempre contro qualcosa, o con un nemico fuori di sé. Per chi vede complotti, e si ferma solo perché teme le misure ritenute repressive.

Sarà dura perché si sentiranno ancora dichiarazioni, polemiche, lamentele, perché si faranno sbagli, perché si daranno colpe, perché ci sarà sempre un chiacchierio di sottofondo, e sempre qualcuno che penserà che avrebbe fatto meglio. E perché ci sarà chi agirà proprio con l’intento di creare disgregazione, destabilizzazione, confusione.

Sarà dura per tutti quelli che attendono il lavoro, che hanno una fondata paura di non farcela.

 

Io non so se ce la faremo.

Non credo molto al buon senso, quello a cui si fa appello in prima istanza: è un metro troppo soggettivo. O alla responsabilità individuale, che nonostante possa appartenere a un gran numero di persone, ne bastano poche, ora, per generare gravi danni, non a se stessi, ma a un’intera comunità.

Non so se ce la faremo, perché a volte siamo sembrati piu’ bambini o adolescenti che adulti, che non sanno aspettare, che non sanno trattenere il capriccio, che non sanno vedere una situazione da piu’ angolature, o da un punto di vista che non sia il proprio (ma magari da quello di qualcun altro che scrive sui social o parla alla tv, per accordarsi a ciò che piu’ fa comodo sentire o sostenere). Che non sanno ubbidire, ma devono entrare in conflitto con l’autorità.

Non so se ce la faremo, perché siamo molto indisciplinati, molto imprudenti, poco inclini a pensare alle conseguenze, troppo abituati ad avere bisogni e desideri da volere realizzare subito, troppo attratti dal voler fare i furbi, pensando di non essere visti.

Io credo che quello che arriverà sarà il momento piu’ difficile.

Abbiamo sentito, ancora prima di entrarci in questa fase, le polemiche, l’ insofferenza, la strumentalizzazione, di alcuni, proprio dell’insofferenza e della sofferenza, che non rafforzano di certo le condotte virtuose. L’angoscia, irrazionale, rischia di soffocare i comportamenti assennati.

E spero che ce la faremo, a comportarci in modo da non causare una ripartenza del contagio da Covid19. Che non adotteremo comportamenti a rischio, che sapremo fermarci prima di provocare l’irrecuperabile. Che sapremo usare l’intelligenza. Che sapremo mettere a frutto questo periodo in cui il mondo si è fermato, ha rallentato i ritmi, questo periodo che ci ha chiusi dentro.

E spero che in quel “dentro” si sia riusciti a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di buono.  Per ripartire, proprio da quello. 

 

 

 

 

03.05.2020

 

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Togliere ad un adolescente le possibilità di contatto con i suoi pari, proprio nel momento in cui la fisicità è al suo apice, è privarli di un elemento fondamentale.

Non solo il contatto inteso come toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, scherzare corpo a corpo, mettersi le “mani addosso”, ma anche il contatto occhi negli occhi, per esprimere quello che, a volte, le parole non sanno dire. Perché a talvolta, a quell’età, non si riescono a formulare i pensieri, e le parole non vengono, ma il corpo intercetta, piu’ che ad ogni altra età, e comunica, trasmette messaggi, che spesso non passano ancora dalla coscienza. Il contatto inteso come l’ascolto del respiro dell’altro, del tono di voce, l’odore, lo sguardo e le espressioni, il sentire l’altro nella sua interezza, con tutti i sensi, con gli stimoli che arrivano direttamente al cervello emotivo.

Non è facile per nessuno, questa quarantena, tanto meno per i ragazzi.

Eppure, anche in questa situazione di distanziamento sociale per la pandemia del coronavirus, i ragazzi, cosi’ ricettivi, potrebbero avere modo di comprendere tante cose.

Magari riceveranno delle lezioni che li faranno crescere prima del tempo, e con una coscienza diversa e, in un periodo storico in cui vengono iper protetti e tenuti sotto le ali della famiglia, questo puo’ anche trasformarsi in un’opportunità per maturare e acquisire un senso di responsabilità.

Potranno imparare che nella vita può accadere l’imprevedibile, e che non c’è niente di sicuro. Ma che, anche da quello che inizialmente può apparire un disastro, si può scoprire qualcosa di inaspettato, di buono e positivo. E nonostante il loro bisogno di sicurezze, potranno imparare che la lotta per scorgere una via d’uscita è indispensabile e che una via d’uscita si può sempre trovare.

Potranno imparare che dagli eventi imprevisti e difficoltosi si può accedere alle proprie innumerevoli risorse, a volte ancora poco conosciute, e attivare la creatività e l’ingegno. Magari si annoieranno, occasione sempre più rara per loro di questi tempi, ma proprio questo può dare la spinta alla ricerca.

 

 

Potranno imparare che le cose si possono fare anche in modo diverso, e a cercare altri modi di comunicare, di stare insieme o sentirsi vicini, che non siano quelli fisici. Alcuni impareranno anche a prendere più coraggio per sconfiggere la solitudine o la timidezza.

Potranno imparare che, al contrario di quanto a volte pensino di essere loro, onnipotenti ed immortali, come uomini abbiamo dei limiti e non possiamo controllare e governare tutto.

Potranno imparare, dovendo restare confinati a casa, a crearsi dei confini, quelli che in questo momento storico, le famiglie fanno fatica a mettere e a far rispettare, sin dalla tenera età. E la famiglia, più che in ogni altro momento, dovrà fare da contenitore delle loro emozioni, accogliere  malessere, fatica, frustrazione, musi lunghi e aggressività.

Potranno imparare il valore della libertà, il valore del “fuori”, ma anche del dentro, costretti come sono a restare dentro: dentro casa, dentro di loro, dentro la loro famiglia.

Potranno imparare un po’ di politica, un po’ di economia, un po’ di geografia, un po’ di scienza; e potranno imparare, forse, qualcosa riguardo la solidarietà, il bene comune, il senso di comunità. Forse cominceranno anche a farsi un’idea di qualcosa che va oltre la loro stanza, la loro classe, il loro gruppo di amici.

Potranno imparare che siamo tutti connessi, non con la tecnologia, ma con i nostri comportamenti, che possono provocare conseguenze sulla vita degli altri, e che abbiamo quindi tutti una responsabilità come esseri umani.

E chissà, se proprio da questa esperienza, imprevista, difficile, di sacrifici, dolorosa per qualcuno, riceveranno qualche stimolo per essere gli artefici della creazione di un mondo migliore.

 

 

(Disclaimer: queste riflessioni non sono rivolte a chi si trova in situazioni di particolare disagio o sta vivendo condizioni di malattia, lutti o quant’altro)

 

aprile 2020

foto by Patty

 

 

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Viaggio dunque sono.

 

Quanti di noi viaggiatori hanno sentito risuonare questa frase?
O, se non presente a livello della coscienza, possono arrivare a riconoscerla come sacrosanta verità?
Il viaggio che ci permetteva di staccare dall’ordinario, dalle solite cose, dalla noia della routine.
Il viaggio che ci dava una botta di energia e ci faceva sentire di più la vita.
Il viaggio che ci rimetteva in contatto con la bellezza del mondo, con la natura, con il diverso, con modalità dimenticate, con quella voglia di conoscere atavica che ci appartiene, che è stata incentivo per gli esploratori a partire verso terre sconosciute.

 

Il viaggio, o la vacanza, che ci portava fuori dalle abitudini a volte malsane o ingabbianti, e ci conduceva in luoghi che non erano solo esterni a noi, ma anche interni, sentiti come più vicini a noi stessi.
Che ci portava a risvegliare parti assopite (magari le migliori), di cui sentivamo la mancanza, più simili al nostro modo di concepire la vita, di essere, ai nostri ritmi, ai nostri gusti, al nostro sentire. Talvolta impossibile da riprodurre nella nostra vita quotidiana, incastrati dagli obblighi lavorativi, famigliari, sociali.
Il viaggio, o la vacanza, che ci consentiva anche di fermarci, distaccarci, e riposare, da tutto il resto.

 

 

Viaggio dunque sono.. vivo.

 

Quei momenti e quei luoghi tanto attesi, programmati, sognati, tanto da dare un senso al tirare avanti, ai sacrifici, alla fatica del vivere il quotidiano.
Quei momenti che, una volta vissuti, ti fanno desiderare di non smettere mai di viaggiare.
Che quando li ripercorri, con ricordi, fotografie e racconti, giorno dopo giorno, tappa dopo tappa, senti una nostalgia che fa quasi male, nel tempo dell’attesa tra una partenza e l’altra.
Quel senso di eccitazione ad ogni prenotazione, quel pregustarsi nella pianificazione, quell’impazienza all’avvicinarsi della data, che solo chi brama a partire per un viaggio può comprendere.

 

 

Quel vivere nel passato, – nel ricordo del viaggio -, o nel futuro, – la prossima partenza.

 

Che può contraddistinguere anche un desiderio di fuga, a volte salutare (https://www.unanimainviaggio.it/elogio-alla-fuga/), o una certa insoddisfazione nel vivere la realtà del qui ed ora.
Desiderio di quella carica di adrenalina che una partenza, il nuovo, il diverso, ci sbatte nel corpo, consentendoci di prendere la nostra boccata d’ossigeno, il nostro momento di soddisfazione.
Che, però, se si trasforma, in un compulsione, celando altre implicazioni psicologiche (come la difficoltà a gestire situazioni che provocano stati emotivi negativi o emozioni come ansia e tristezza) puo’ generare uno stato di dipendenza.

 

 

E oggi, a noi viaggiatori, tutto questo ci manca.

 

Che sia come il capriccio di un bambino che vuole il suo gioco, o  la dose di cui ha bisogno un tossico, l’ora d’aria del carcerato, il momento per ritrovare certe parti di sé, vitali che non si trovano nelle giornate comuni, o il sogno da cullare giorno dopo giorno, per riprendersi un po’ di quell’entusiasmo, che solo la meraviglia della bellezza ritrovata può risvegliare, ci manca.

 

Non c’è niente di male nel sentire questa mancanza, a qualcuno manca l’estetista, ad altri il ristorante, o l’aperitivo con gli amici, a qualcuno lo shopping, ad altri la palestra, a qualcuno la moto, ad altri un momento creativo, un hobby, e così via ..
Per qualcuno è una passione diversa, per un viaggiatore la passione è frequentare il mondo.

 

 

Ma il periodo di questa mancanza, questo periodo in cui stiamo vivendo, in cui non possiamo viaggiare, dovrebbe diventare il momento della GRATITUDINE.

 

Il momento di guardare alla fortuna che abbiamo avuto di viaggiare, di vedere tanta parte del mondo, di vivere certi momenti di svago, di vacanza, di conoscenza.

 

Gratitudine per quello che abbiamo imparato e sentito durante i nostri viaggi.
Gratitudine per la nostra capacità di riconoscere e scegliere ciò che desideravamo o di cui avevamo bisogno.
Per aver affrontato giudizi, spesso, di chi fa i conti in tasca agli altri, senza vedere che cosa viene sacrificato in cambio.
E a volte, per aver sostenuto sensi di colpa, per esserci permessi qualcosa di bello.
Ricordando bene che, noi viaggiatori, siamo una categoria di privilegiati.
Basta esserne consapevoli, o diventarlo.
Che in questo momento di forzato stop, in cui viene richiesto di restare a casa, di restare nel qui ed ora, in questo momento in cui per qualcuno diventa difficile permettersi anche dei sogni,

 

il viaggio più importante è quello di imparare a restare, guardarsi dentro, intorno e di fianco

 

Considerare onestamente se abbiamo usato il viaggiare come una piccola evasione per fuggire da qualcosa, magari di scomodo, per prendere una boccata d’aria, oppure come abitudine per sfuggire a qualcosa che proprio non va, che abbiamo anche l’occasione di vedere e pensare di affrontare (ovvio, se lo vogliamo).

 

Abbiamo la possibilità di restare e vedere cosa resta da vedere e da salvare, chi c’è al nostro fianco, e se lo sapevamo, chiederci di cosa ha bisogno e di cosa abbiamo bisogno noi, in fondo e oltre le nostre vie di fuga.
Restare e guardare, valutare quelle che sono le cose importanti presenti nella nostra vita, gli affetti, le persone, ciò che ci dà sostentamento, salute, tempo.

 

Guardare anche fuori di noi, a chi, per dovere o per necessità, o intrappolato da altre convenzioni, non può o non ha potuto godere dei nostri privilegi, o ha fatto semplicemente scelte diverse, con empatia. E anche, a chi non ha potuto scegliere.

 

 

E’ importante sentirla dentro, e averla sempre impressa nella nostra mente, questa parola, per tutto quel che abbiamo avuto e per i sogni che ancora ci restano, perché

 

un viaggiatore vuole tornare a viaggiare.

 

Viaggio dunque sono.. grato.

 

Torneremo a vedere il mondo da un oblò

 

09.04.2020

Foto by Patty

 

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Dopo aver dato fondo alla parte positiva e ottimista che risiede in me, aver ceduto ai miei facili entusiasmi, aver pensato che il coronavirus, l’isolamento, il vuoto, la visione di Papa Francesco in una piazza vuota, le condizioni di chi sta peggio, di chi muore solo, ecc ecc, potessero essere un’opportunità per guardarsi dentro, fuori, e intorno, per sviluppare l’empatia, la compassione (“patire-con” ), l’accoglienza, nei confronti degli altri, o di praticare il silenzio, anche come forma di rispetto; aver pensato, in un certo qual modo, che fosse un’occasione per diventare persone migliori, piu’ consapevoli, piu’ umane, piu’ grate per i privilegi; persone che potevano mettere in discussione certi valori, atteggiamenti, stili di vita… mi sovviene la sensazione che poco cambierà, quando la pandemia e l’isolamento saranno finiti.

Tutti saremo stati verosimilmente toccati da quanto accaduto, ma temo che, quelli che già possiedono senso di empatia e coscienza, forse avranno accentuato queste qualità, e magari saranno diventati ancora piu’ sensibili e accoglienti, mentre gli altri, – in forza del fatto che siamo un popolo pieno di smemorati, che poco imparano dall’esperienza, di sovrastimolati, che non hanno il tempo di assimilare per l’esigenza di passare velocemente ad altro, di egocentrici, individualisti e opportunisti, e anche conservatori, e che riescono a fare emergere talvolta il peggio di sé anche in talune circostanze, -riprenderanno, con la solita arroganza, la loro corsa alla visibilità, alla gratificazione immediata, alla loro routine, come se tutto fosse stato solo l’incubo di un istante, da dimenticare velocemente.

Impareremo a conoscerlo anche meglio, questo mondo, perché, in certe situazioni, le persone si svelano. E spesso escono verità celate, si smontano aspettative, si rompono le lenti, attraverso le quali, vedevamo amplificate certe parti, o sfuocate e distanti altre. Anche e soprattutto quelle parti da noi considerate poco gradevoli, che ci sarà dato di vedere come realmente sono.

Gli arroganti resteranno arroganti, i leoni da tastiera resteranno tali, quelli che si lamentano e fanno polemica su ogni cosa continueranno a lamentarsi e a polemizzare, i furfanti a cercare di fregarti, i complottisti a diffondere le loro teorie, i cercatori di consensi proseguiranno col loro fare presuntuoso e seduttivo per raccogliere adepti, gli onnipotenti a pensare di essere così importanti da poter cambiare le cose con l’arroganza, gli inconsapevoli a guardare solo dalla loro parte e cercare conferme da chi sostiene le stesse cose che pensano loro.. Anzi, il timore è che anche queste categorie rafforzeranno ancora di piu’ tali caratteristiche, dopo lo scampato pericolo.

Mentre qualcuno, che avrà perso tanto, persone, lavoro, condizioni di privilegio, si troverà costretto a non dimenticare. Chi avrà lavorato duramente nel rischio, chi avrà visto morire tante persone, affiancato da un senso di impotenza, chi sarà sprofondato nel proprio inferno personale, mettendo in discussione tanto del suo mondo e del mondo. Per loro, veramente poco rispetto da parte dei suddetti, o uno sbiadito ricordo, perché loro resteranno sempre il famoso “ altro”, lontano da sé.

Cosi’, una cosa che poteva essere anche una lezione, una possibilità di crescita personale e di avanzamento per l’essere umano, sarà stata sprecata. Nessuna consapevolezza che nessuno si salva da solo, e nessuna voglia di partecipare a un salvataggio globale. Insufficiente gratitudine a chi ha dimostrato di saper sostenere, di saper combattere, di sacrificarsi, di cercare una cooperazione per vincere insieme, per redimersi insieme.

 

 

Io, per prima, mi metto tra gli individui che non imparano dalle lezioni, così come è sempre stato. E non smetterò di restarci male, per le occasioni sprecate, globalmente e personalmente,  per quello che non cambia, fuori e dentro di me

 

“..mi chiedo dov’è, dov’è, dov’è

dov’è quel giorno che non sprecherai..”

 

 

La riapertura, dopo il coronavirus, forse mi troverà ancora piu’ chiusa in me stessa. Nonostante i miei slanci e il desiderio di aprirmi a qualcosa di buono, di puro, di pulito, di trasparente, di cosciente, di solidale, di comune.. che intercetto talvolta, e che poi mi sfugge, perchè probabilmente continuo a vedere o a cercare nei posti sbagliati.

E se in generale constatassi, come sto immaginando, che così poco è cambiato, che questa opportunità di fare un passaggio, fosse andata perduta, che ancora tanta parte dell’umanità fosse rimasta come prima, o peggiorata, penserei che è ora di smettere di illudersi e avere fiducia negli esseri umani.

Magari, allora, sarà una scelta volontaria l’isolamento,  decidero’, finalmente, di emigrare, come ho spesso pensato, in un’isola deserta, dove solo la natura possa farmi da specchio e mostrarmi la vera potenza, la vera bellezza.

 

02.04.2020

foto di Patty

 

Tutte le fasi dei pensieri nel periodo del coronavirus

 

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Le città vuote, le strade vuote, le piazze vuote.

 

Il vuoto nei negozi, gli scaffali vuoti.

 

Il vuoto delle giornate che passano (o che faticano a passare).

 

Le cose che mancano, le vite vuote.

 

Il vuoto dei programmi che sfumano.

 

Il dolore del vuoto.

 

Il vuoto delle persone lontane.

 

Il vuoto delle persone che se ne sono andate.

 

Il vuoto dentro. Il buco nero.

 

Precipitare nel vuoto.

 

La disperazione di cadere nel vuoto.

 

Il vuoto di quello che manca.

 

Il vuoto senza via di fuga.

 

Le parole che cadono nel vuoto.

 

Il vuoto del silenzio.

 

Il vuoto nel frigo.

 

Disarmati, di fronte al vuoto. Indifesi, vulnerabili, fragili.

 

Le teste vuote.

 

Il vuoto della mente (magari).

 

Il bicchiere mezzo vuoto.

 

 

L’altra faccia del vuoto. Il vuoto fertile.

 

 

“Pensavamo di restare sani in un mondo malato?”

(Papa Francesco)

 

Fotografia del tempo del coronavirus, a un mese dal distanziamento sociale

 

 

 

“Ho sempre avuto una paura folle del vuoto. Paura di precipitare. Paura di soccombere. Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.”

E’ quello che ho iniziato a scrivere per poi accorgermi che avevo scritto le stesse identiche cose in questo articolo, anni fa:

 

La forza del vuoto

 

Facciamo qualsiasi cosa per sfuggirlo, questo vuoto, cerchiamo di riempirci di cose, per non sentirlo.

Super impegnati, iperattivi, alla ricerca continua di stimoli.

E’ anche per questo che il momento è cosi’ difficile per noi.

Il coronavirus ha tolto tutto ciò che riempiva le nostre giornate, i nostri pensieri (a volte i nostri cari, che è infinitamente piu’ grave). Ci ha messi davanti a un senso di vuoto, da cui è difficile ora sfuggire, davanti al senso, o al non senso, della nostra vita.

Ci ha messo davanti alle nostre domande senza risposta, al nostro tempo, a quello che resta, a quello che abbiamo e a quello che siamo. Nel vuoto possiamo incontrare il nostro senso di solitudine e la paura di essa, che è pur essa stessa un’illusione. Perchè, in fin dei conti, sappiamo che ognuno di noi è solo.

E’ una situazione che tende a rimuovere le nostre vie di fuga, i pretesti, le bugie.

Puo’ portarci davanti ai nostri demoni interiori, a doverci guardare in faccia, perchè nessuno dall’esterno può farci più da specchio nell’isolamento (anche se esistono ancora i social-e per fortuna in questo momento). O ci costringe a guardare in faccia situazioni spiacevoli o dolorose. E’ un momento in cui possono cadere veli ed emergere verità, belle o brutte che siano. Un momento che puo’ mostrare, a noi e al mondo, quello che siamo, quello che di vero o di non vero è presente nella nostra vita.

Ma potrebbe essere anche un momento in cui scopriamo che, quello che tanto temiamo, quello che c’è oltre quel vuoto, non è solo o così catastrofico.

Che in fondo a quel vuoto possono esserci le nostre risorse.

Che in fondo a quel vuoto puo’ esserci tutta la nostra voglia di vivere veramente, o di ricominciare a vivere.

Che in fondo a quel vuoto possiamo ritrovare la nostra umanità.

 

“Nessuno si salva da solo”

(Papa Francesco)

 

 

 

 

 

 

28.03.2020

 

foto dal web e pixabay

 

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#andràtuttobene.

Ma cosa ne sappiamo?

Per tutti andrà veramente tutto bene??

Chi può dirlo?

Lo so che si dice un pò per tirarsi su, ma mi sembrano quelle consolazioni inutili, che vengono date nelle situazioni difficili degli altri, per tenere a bada le proprie, ed altrui, ansie.

No, qui non è così, nessuno lo può dire se andrà tutto bene, nessuno può dare garanzie.

Questo coronavirus ci mette davanti inesorabilmente all’incognito, al senso di precarietà, e la precarietà, a me, ha sempre disorientato. Anche se, a dir la verità, siamo sempre davanti all’incognito. Non possiamo mai sapere cosa ci aspetta, ma ci illudiamo di saperlo, di poter prevedere. Ci attacchiamo al nostro bisogno di fare piani. All’illusione di avere un controllo sulle cose.

E anche i sogni, chi si azzarda più a sognare? Io tento di tenerli lontani, per scaramanzia, e per evitare delusioni. Ecco, questo coronavirus anche i sogni ci porta via, oltre alle illusioni.

Questo coronavirus ci porta davanti alla realtà. Ci porta a farci vivere nel qui e ora. Quello a cui ambiscono raggiungere coloro che perseguono l’illuminazione. Quello che da sempre attestano i principi zen. Quello che da alcuni saggi è considerato il segreto della felicità. Non fuggire nel futuro, -in pianificazioni, attese di eventi, momenti migliori,- o nel passato,- ricordi, vecchi rimorsi o ferite. Vivere guardando quello che c’è ora. Carpe diem.

Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia. – PROVERBIO ZEN

Cosa che, indubbiamente, con il logorio e la velocità della vita moderna, abbiamo perso (e dico perso perchè questa è una caratteristica che apparteneva a tutti noi, da bambini).

Certo, ora ci tocca, brutalmente siamo costretti a vivere nel qui ed ora. Un qualcosa ci ha scombinato tutti i nostri bei programmi. E questo bell’esercizio ci tocca senza averlo scelto (come invece lo sceglie chi intraprende la via dell’illuminazione). Dobbiamo vivere nel qui ed ora, con pochi margini di fuga dalla nostra angoscia di non avere il controllo. Razionalmente possiamo capirlo, ma con una realtà e un momento che non ci siamo scelti, risulta un po’ difficile da accettare.

Questo coronavirus ci porta davanti al tempo disponibile, facendo venire meno le scuse del “non ho tempo”. Ci mette davanti  all’essenzialità della nostra vita, senza obblighi di sorta, lavoro (per alcuni), bambini da portare a scuola, corsi, aperetivi, impegni vari, tutto ciò che “riempie” la nostra vita. Ci mette davanti alla nostra difficoltà nello spendere quel tempo libero che ci troviamo davanti, perchè, senza essere liberi di spenderlo come vogliamo, ci pare non abbia senso averlo libero.

Ci mette davanti alla nostra fragilità.

 

 

In questi giorni mi commuovo facilmente, sarà perchè, come molti, o tutti, mi sento più fragile. La fragilità umana, in questi frangenti che stiamo vivendo, vedo che si manifesta in diversi modi: c’è chi cerca di dirsi e di dire che andrà tutto bene; c’è chi fugge, fisicamente, perdendo di vista le sue responsabilità e il senso civico; c’è chi in preda alla rabbia (che aveva anche prima) non riesce a fare a meno di contrastare ogni cosa o cercare qualsiasi motivo per sollevare polemica, sparando a zero su tutto e tutti. C’è chi cerca di tenersi impegnato a più non posso, perchè non è abituato a stare fermo, ad aspettare. C’è chi cerca di tenersi informato e chi diffonde informazione o disinformazione. C’è chi cerca di restare in contatto con gli altri, di supportare e supportarsi, di creare un cordone di solidarietà, perchè la sensazione di essere vicini e uniti lo fa star bene, e più forte, di fronte a un grande male comune.

E’ un momento in cui l’altalena degli opposti ha la prevalenza sulle mezze misure, quindi, assieme  alle peggio parti dell’umanità, egoismo, mancanza di responsabilità, reazioni esagerate, stupidità, ecc., vengono fuori anche le migliori, che si riassumono in una grande bellezza. La bellezza di un gesto, di una parola, di una visione, di un messaggio. Del cuore che esce, si mostra e inizia a cantare. Che cerca altri cuori con cui comunicare.

Io credo che, in questa bellezza almeno, possiamo dare un senso a ciò che sta accadendo. Un modo che si è inventato Dio, per chi crede, l’universo, o non so chi, per farcela vedere. Perchè la bellezza, intorno e dentro, ce l’abbiamo. Ma nella fretta di vivere (o di non vivere) e di pianificare, di essere sempre da qualche altra parte, anzichè nel qui ed ora, ce lo dimentichiamo.

E la bellezza, come il virus, è contagiosa.

Consoliamoci anche così, che in questa grave situazione, non so che altro si può fare.

#labellezzaècontagiosa

 

 

parte prima qui:

Pensieri al tempo del Coronavirus

 

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Pensieri al tempo del Coronavirus

 

coronavirus

 

In questo periodo non amo molto esternare pensieri e opinioni riguardo la situazione che si è venuta a creare con la diffusione del Coronavirus.

Preferisco condividere articoli che trovo interessanti e che spero possano essere utili, fare pensare o smuovere le coscienze.

Ho fatto pero’ un elenco delle cose sulle quali ho avuto conferme, o che ho scoperto, vivendo questo momento, e precisamente:

 

-che esiste la legge del contrapasso, ovvero “la corrispondenza della pena alla colpa, consistente nell’infliggere a chi offende la stessa lesione provocata all’offeso”

 

-che questa situazione ci costringe a rivedere quelle che credevamo essere le nostre priorità e a riconsiderare quali siano le cose importanti

 

-che valutando quali sono le cose importanti, anche attraverso rinunce, siamo costretti a fare delle scelte

 

-che è facile parlare quando le cose non ci toccano direttamente, ed è risultata evidente la scarsissima empatia presente nelle persone

 

-che gli esseri umani sono fragili, e molto spesso preferiscono negare, piuttosto che guardare la loro fragilità

 

-che l’angoscia porta a far annebbiare il cervello e quindi spesso fa smettere di ragionare

 

-che non siamo piu’ abituati a ragionare in termini di comunità, e talvolta pare che il senso di responsabilità sia in via di estinzione

 

-che questa situazione ci pone davanti alle nostre nevrosi e alle nostre scissioni

 

-che in tempi di angoscia la coerenza va a farsi friggere

 

-che assistiamo al crollo dei nostri palliativi e delle nostre scusanti

 

-che siamo disperati perché ci vengono tolte le nostre vie di fuga

 

-che essere senza vie di fuga ci costringe a restare costantemente di fronte a una realtà che magari non ci piace o non ci soddisfa

 

-che questa condizione ci mette davanti a dei limiti, e in una società quale è diventata la nostra, senza limiti, diventa difficile accettarli

 

-che dobbiamo fronteggiare la difficoltà di accettare le cose come stanno

 

-che dovremmo imparare ad essere grati per le cose belle che abbiamo avuto, e che abbiamo

 

-che siamo posti di fronte alla piu’ grande angoscia che l’uomo tenta di rimuovere da sempre: la caducità della vita e di tutte le cose

 

-che chi soffre di più per la circostanza di isolamento o limitazione della propria libertà è proprio chi è meno libero

 

-che a volte è bello potersi piacevolmente stupire della reazione degli altri

 

-che comunque ci sarà sempre chi non capirà una cippa lippa da quel che stiamo vivendo, (e io ho smesso di credere “negli esseri umani”-cit. Marco Mengoni.-, sono pochi quelli che “hanno il coraggio di essere umani”)

 

-che semplificare le cose complesse, di cui magari non si è neanche competenti, è uno sport molto diffuso

 

-che l’aver dato la possibilità a tutti di comunicare forse non è stata mossa così buona e giusta

 

-che, visto che la medicina non è una scienza (mio pensiero), ma ognuno ha la sua corrente di pensiero, viene presa dal pubblico la spiegazione che più fa comodo o piace, per sostenere le proprie idee

 

-che a chi ama viaggiare, come me, questa situazione, toglie anche i sogni

 

 

 

Ma ritengo necessario che debba predominare la tutela delle cose piu’ importanti.

E credo che dovremmo consolarci con il pensiero che, il sacrificio, di qualsiasi cosa che sia, darà più valore e più sapore a tutto quanto, quando si potrà tornare alla normalità.

 

 

 

Concludo con un messaggio che ho ricevuto oggi da un fornitore cinese (a proposito di contrappasso, empatia, ecc.):

 

 

 

 

03.03.2020

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Quello che gli adolescenti ascoltano

 

 

Arriva il momento in cui non si riesce piu’ a sapere cosa pensano o cosa sentono i nostri figli adolescenti.

Sembrano avere una sorta di gelosia dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro emozioni. O forse è solo pudore. Non sanno ancora bene identificarle e decodificarle, le loro emozioni.

Sicuramente hanno l’esigenza di mettere un muro per non avere intromissioni, e poter completare in pace la loro metamorfosi. Per costruirsi, senza invadenza o condizionamenti, la loro identità.

Quando giunge quel momento, in cui si chiudono nella loro crisalide, la musica che ascoltano puo’ esserci d’aiuto per conoscerli meglio. Diventa cosi’ importante negli anni dell’adolescenza, quando si rifugiano e si isolano con le cuffiette in testa. E puo’ essere per noi una chiave, per capire un po’ di piu’ questi ormai sconosciuti, nati dalla nostra carne. Che vogliono recidere il loro cordone, che hanno la loro ambizione di autonomia, che cercano di trovare la strada del proprio essere, differenziandosi, da noi, dai genitori, dai grandi. Può darci indizi circa come si sentono, e in che cosa si identificano e si riconoscono.  Quello che non ci dicono. Tramite  le storie che le canzoni che ascoltano raccontano, quello che esternano i loro beniamini, le emozioni che trasmettono, il messaggio che ne esce, quello che sembrano cercare, quello che chiedono.

Possono avere il bisogno di uniformarsi e volere quello che tutti amano, quello che va di moda. Puo’ esserci la ricerca del tradizionale, dei classici, dei miti universalmente riconosciuti nel panorama musicale; o dei ribelli che spaccano, che creano rotture. Oppure possono cercare, seguendo un bisogno di originalità, la voglia di distinguersi, che hanno i loro gruppi o cantanti preferiti. O possono sentire la necessità di qualcosa che sballi e annulli i loro pensieri, a volte troppo pesanti confusi e incomprensibili a quell’età.

Il loro bisogno di provare emozioni, di viverle e di sentire, è preponderante rispetto al capire. Perchè in questo periodo, l’adolescenza, la pancia prevale sul cervello, che non ha ancora raggiunto le funzionalità dell’adulto e spesso non sa ancora come gestirle, le questioni di pancia.

E cosi’ si compie questa fase, e solo un domani, i ragazzi, non piu’ tali, forse potranno decodificare, dare un senso a quel che accadeva,  durante la loro adolescenza, a quel sentire a volte incomprensibile e muto. E noi, i genitori, dobbiamo assistere a quel cambiamento, con presenza, ma con molta discrezione. Sapendo che è un passaggio obbligato.

Con i loro sogni o i loro vuoti, con le loro ferite, già subite o che si prospettano all’orizzonte, o la loro verginità e acerbità.

Con il futuro davanti, che si sta delineando e che, a ragione, vogliono prendere nelle loro mani, anche semplicemente iniziando con l’entusiasmo di un concerto, o inseguendo le note e le parole di una canzone.

 

 

 

febbraio 2019

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Quello che non è

 

 

Quante volte si incontrano persone che, coscientemente o con incoscienza, vogliono farti credere che le cose siano diverse da quello che sono.

Che cercano di confondere, inviando messaggi contraddittori, con arroganza, pensando di prenderti per stupido o di dartela da bere.

Manipolatori della verità. Che la alterano, a loro uso e consumo, e comodo, per un tornaconto o soddisfazione personale. O magari per salvare se stessi. O non guardarsi la propria parte, arrivando a crederci, a quella realtà, frutto della loro rielaborazione e fantasia.

Quelli che abusano della fiducia, della voglia, o bisogno, di affetto, di relazione, di punti di riferimento.

 

 

Dall’altra parte, c’è chi, con ignoranza, incoscienza o superficialità, non si accorge e abbocca. Facendosi illudere da false promesse o dalla presentazione della realtà travisata. O magari soltanto tenta di salire sul carro dei, agli occhi suoi, vincenti. Spinto probabilmente dai suddetti bisogni, o da un bisogno di approvazione o considerazione senza fine. Forse c’è chi è anche cosciente della situazione, e non sta bene, ma chiude un occhio ed incassa, perchè il suo bisogno è piu’ forte.

Credo che in tanti, comunque, restino ancora male di fronte a quella ipocrisia, alla superficialità di chi non guarda e non ascolta anche le ragioni dell’altro, ma solo le sue, e vede solo se stesso; di chi dice o pensa:  “ma che problema c’è”, e procede con noncuranza, pur di avere consenso e seguaci; di chi semplifica o sottovaluta, con agghiacciante insensibilità o con calcolata freddezza, per arrivare al suo scopo, qualunque esso sia.

Chi comprende e vede i giochi, consci e inconsci, talvolta magari resta male, è deluso e amareggiato, dal ripetersi e l’allargarsi di questi atteggiamenti, e decide che non ha più voglia di stare a spiegare, di chiedere, di credere, di tentare di far aprire gli occhi, di mostrare l’altra faccia della medaglia. Di cercare di far comprendere le dinamiche, e come le cose non siano sempre come appaiono. Tace e magari si ritrae, e in silenzio va in cerca d’altro, qualcosa di diverso.

Perchè sa che, da qualche parte, c’è, qualcosa di diverso.

 

 

 

 

dicembre 2019

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.