Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Le tue impronte

 

 

Un giorno staccheremo le tue opere dai muri.

Adesso sono li, ci ricordano momenti della tua infanzia, ci ricordano le tue passioni, ci ricordano le fasi e i passaggi della tua vita.

 

 

Un giorno non avremo piu’ ai vetri i tuoi lavori, usurati dal tempo, ma sempre nuove creazioni piu’ evolute occuperanno i nostri spazi.

E tutto intorno a noi, la casa, come sempre, sarà impregnata dalla tua energia.

 

 

Un giorno spariranno quelle lettere che hai messo sulla porta della tua stanza, a memoria dei tuoi interessi ed entusiasmi.

 

 

E resterà la nostalgia nei nostri cuori.

 

 

Nostalgia del tempo che è passato e non ritorna.

Di quel tempo in cui ancora ti tenevamo in braccio.

Di quelle manine di bimba, le cui impronte vedevamo sui vetri, e che tenevamo strette, quando ancora venivano a cercare la nostra mano.

 

 

(lavoro del 2009 alla scuola materna per la festa della mamma)

Le mie impronte

Lo so che ti scoraggi quando trovi le mie impronte sui mobili e sui muri: rallegrati pero’ che sto crescendo, e rimarranno un ricordo solamente.

Percio’ io ti regalo le mie impronte perché tu possa, un giorno ben lontano, vedere come erano piccole le mie mani, al tempo che cercavano la tua mano.

 

 

 

novembre 2019

 

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Adolescenti: ti dovrai abituare

 

 

Ti dovrai abituare al fatto che non va mai bene niente, quello che hai preparato, quello che hai intenzione di fare, quello che pensi, quello che dici.

Ti dovrai abituare alle loro idee balzane, ai cambi repentini di umore, di opinioni, di piani.

Ti dovrai abituare a dire dei no, a dire dei sì, ma anche a mediare, evitando lo scontro continuo.

Ti dovrai abituare ai musi lunghi, al telefono sempre in mano, alle cuffie sempre in testa, alle porte sempre chiuse, al mutismo, alle risposte arroganti.

Ti dovrai abituare che non vogliono venire con te, che ti sentirai al loro servizio per un po’, che anche la tua libertà verrà limitata.

Ti dovrai abituare a temere per la loro solitudine, per la loro esuberanza, per le delusioni, per le incomprensioni, e a sentirti impotente di fronte a ciò.

Ti dovrai abituare ad entusiasmi improvvisi, ad inizi improvvisi, a fini improvvise; a segreti e a bugie.

Ti dovrai abituare a tacere, talvolta, a contrastare, talvolta, a proibire, talvolta.

Ti dovrai abituare alle sfide, come per proclamare IO POSSO; ai gesti di autoaffermazione, come per dire IO SONO; alle cose sparse per casa, come per proclamare IO ESISTO.

Ti dovrai abituare a sbagliare, ogni tanto, o a fare bene, ogni tanto. A sentirti male, a provare rabbia, a frenarti.

Dovrai imparare ad essere forte, ad essere genitore, ad essere muro.

Sapendo che tutto quel che farai che ti costa fatica, o non farai, sarà per il loro bene, presente e futuro.

E sapendo, comunque, di non essere solo. Di non essere il solo.

 

 

ottobre 2018

 

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Dovremmo mettere da parte un pò la cattiveria

 

 

Dovremmo mettere da parte un pò la cattiveria e trovare altri modi per scaricare rabbia e frustrazione.

Un’attività fisica, una corsa, un giro nella natura, una meditazione, una chiacchierata con un’amico, un viaggio da qualche parte.. qualcosa che plachi, invece che alimentare la brama di attaccare, accendere fuochi e sputare veleni.

Dovremmo mettere da parte un pò la cattiveria. Quella che ci fa diventare leoni da tastiera, giudici arroganti senza cuore e che attiva la nostra parte peggiore.

Che poi, ci serve, la cattiveria?

La cattiveria è rabbia spesso agita verso le situazioni e le persone sbagliate, non verso ciò che veramente ce l’ha scatenata, ferendoci.

Sarebbe sano porsi qualche domanda sul perchè esce tutta questa rabbia, quali siano le origini. Qualche interrogativo in più a noi stessi, per capire qual’è il bisogno di attaccare, squalificare, schernire qualcun’altro. Di voler dire la propria ad ogni costo, e usare modi meschini o poco gentili. Che tutto ciò può fare male agli altri, ma anche a noi stessi.

Non lenisce, certo, la derisione, l’aggressione, non ci toglie i massi che abbiamo dentro. Se poi si trovano dei compari che ci appoggiano, alimentiamo ancor più il disagio, facendo diventare la modalità un’abitudine. Che poi finisce che, oltre che con sconosciuti o conoscenti, si diventa arroganti con tutti, anche con le persone per noi importanti.

E’ che, chi mette in atto tali comportamenti, raramente ha la coscienza per farsi certe domande, ha la voglia di mettere in discussione se stesso. E’ l’altro ad essere sempre in difetto. E questo è il pretesto e il modo di proteggersi, questo quello che ci si racconta, per assolvere se stessi, per giustificare l’incapacità di vedersi, la propria responsabilità in certe situazioni.

Davvero si puo’ pensare che scatenare la propria ira e frustrazione su qualcun’altro, possa servire a nascondere il proprio disagio interiore? Che i conflitti che ne derivano, che vengono trasferiti da dentro a fuori, possano fare meno male? Davvero si puo’ pensare di conquistarsi stima e rispettabilità in questo modo? Forse in prima istanza cio’ puo’ avvenire, ma non di fronte a chi ha l’occhio attento, e non per lungo tempo.

Dovremmo mettere da parte un po’ di più la cattiveria. Il sarcasmo, i giudizi gratuiti, l’invidia, che ci consumano. Che ci distraggono dal vedere ed assaporare la bellezza, dal vedere anche le parti belle, presenti in ognuno.

E magari cercare di diventare consci delle nostre fragilità, per riuscire a vedere anche quelle degli altri.

Che non tutto, a volte, è come il film che ci proiettiamo.

 

Settembre 2019

 

foto Pixabay

 

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Il meglio e il peggio di noi

 

 

Ci sono persone che tirano fuori il meglio di noi. E ce ne sono altre che tirano fuori il peggio. Non siamo uguali con tutti, le nostre reazioni e comportamenti dipendono anche da chi abbiamo di fronte o da chi scegliamo di avere di fianco.

Vediamo persone che sono come Dr. Jeckill e Mr. Hyde. In un momento in un modo, in un altro all’opposto. O magari certi lati li scopriamo col tempo e non le riconosciamo più, non ci capacitiamo della loro metamorfosi o della nostra poca oculatezza nell’averle guardate, frequentate, senza vedere e capire. Della nostra idiozia a non aver captato certi segnali, o solo, averli trascurati, o addirittura essere stati ciechi.

Ma è che, in realtà, dentro di noi abbiamo più parti. Noi come gli altri (c’è anche chi sostiene che conteniamo tutto, il bene e il male). E a volte quelle che si attivano, dipendono anche da chi abbiamo l’occasione di incontrare sulla nostra strada e da chi abbiamo a fianco.

Se scegliamo di frequentare (o non scegliamo, senza pensare non decidiamo di scegliere, ma prendiamo quello che ci arriva), o ci contorniamo di qualcuno che alimenta conflitti, polemiche, vittimismo, negatività, anche quella nostra parte viene attivata. E’ come se venisse risvegliata, e noi, dandole attenzione, la stessimo nutrendo. E la cattiveria richiama e alimenta cattiveria.

Se, invece, chi abbiamo attorno è accogliente, empatico, gentile, compassionevole, positivo, quella è la parte che in noi viene risvegliata.

 

“Ci sono due lupi in ognuno di noi. Uno è cattivo e vive di odio, gelosia, invidia, risentimento, falso orgoglio, bugie, egoismo.”
“L’altro è il lupo buono. Vive di pace, amore, speranza, generosità, compassione, umiltà e fede.”
“E quale lupo vince?”
“Quello che nutri di più.” *

 

Talvolta si è talmente invischiati in certe dinamiche, che dopo esserci magari cascati dentro, senza accorgercene, non ci rendiamo conto di quanto possono essere nocive per noi. O, se ce ne rendiamo conto, non sappiamo come uscirne. Non riusciamo a comprendere quanto una non scelta, un superficiale “va beh”, “non mi tocca, non sono affari miei”,  “sono superiore”, oppure un tollerare, frutto di una paura di perdere qualcosa, di restare soli, di un rifiuto, dello scherno, di perdersi anche il surrogato al soddisfacimento di un bisogno, possano incidere sul nostro benessere quotidiano, oltre che sul nostro cammino, in direzione di una pace interiore.

Quando accade ciò, è come se dovessimo esperire delle parti, o avere delle lezioni per imparare e per trascendere, quello che non è affine alla nostra anima.

E c’è sempre una possibilità. Si chiama consapevolezza prima, e scelta consapevole, poi.

Scegliere di avere accanto chi fa uscire il meglio di noi, dopo aver compreso. E di non dare attenzione a chi ci risveglia il peggio.

Perchè quando incontriamo le parti migliori di noi, ci possiamo sentire bene, dentro e fuori.

 

Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, cosi’ facendo, un mostro. E se tu scruterai al lungo in un abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te,

F. Nietzsche

 

 

 

ottobre 2019

 

foto Pixabay

 

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La strada verso casa

 

 

Siamo tutti alla ricerca di una strada che ci riporti a casa.

Forse facciamo tanti viaggi, proprio per tornare a casa.

Non importa che casa sia il luogo di partenza, o dove abbiamo quattro mura nominate come tali, dove ci siano le nostre origini, le nostre radici, o le nostre sicurezze.

Casa è ogni posto che ci ricongiunge con noi stessi, e ci riporta dentro al nostro cuore.

Che ci riporta all’io piu’ vero, alla nostra essenza, e che ci libera da quelle zavorre che sono le sovrastrutture che ci ricoprono, e dalle nostre protezioni.

Che ci riporta alla nostra capacità di sentirci connessi con la vita che ci sta attorno. Che non è un mondo virtuale o fatto di dialoghi interiori.

Che ci porta la capacità di vedere, di sentire con le orecchie, con i sensi e con tutta l’anima. Di sentirci parte di qualcosa, che scende dal livello della testa, e che non ha bisogno di parole.

Che ci riporta a deporre le armi e a restare a guardare.

Quel posto dove ci si puo’ fermare a riposare e contemplare.

Quel posto dove andare oltre noi stessi. Dove pensieri ed emozioni possono correre liberi.

Quel posto dove la fiducia, anche quella tradita, dissipata, calpestata, viene imprescindibilmente naturale.

Per quel po’ che basta. Oppure no.

Siamo tutti alla ricerca di una strada, nel tentativo di tornare a casa, anche quando la strada si scopre che è sbagliata. 

Siamo tutti alla ricerca di una strada, col desiderio forte di tornare a casa, ovunque sia casa.

 

 

 

settembre 2019

 

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Settembre

 

Settembre mi fa venire l’ansia.

L’ansia dell’inverno che arriva, del freddo, delle poche ore di luce, della mancanza di voglia di uscire e di fare cose e nello stesso tempo della voglia di scappare in un paese caldo, con la consapevolezza di non poterlo fare.

Settembre col peso dei limiti del freddo, della scuola, degli impegni.

Settembre è un mese di ricordi e nostalgie indesiderate.

La tristezza di dover chiudere le finestre, che mi riporta al chiudermi alle possibilità che invece offre il tenermi aperta al mondo, perchè poterle aprire significa alzarmi al mattino e respirare, contattare il verde, l’azzurro, l’aria, la vita intorno.

Settembre e le giacche, le scarpe chiuse, il cambio degli armadi, le giornate sempre più corte.

Settembre mi proietta verso il mio letargo, quella gestazione che mi pare inutile, mi scaraventa in quella specie di nostalgia anticipata con le ultime giornate di sole, che non possono essere sprecate, ma che invece puntualmente lo sono, perché si fa altro che viversele.

Settembre mi da l’illusione di promesse che non può mantenere. Mi ricorda la caduta delle mie aspettative, l’obbligato cammino verso qualcosa di inevitabile e che non mi piace.

Non serve dirsi che è il corso naturale delle cose, raccontarsi della fine e poi dei nuovi inizi, bisogna attraversare anche quel momento, come la notte buia dell’anima, prima che arrivi di nuovo il giorno. Ma più vado avanti e meno tollero l’avvicendarsi delle stagioni.

Eppure non c’è nulla che le fermi, le stagioni, se non confortarsi con uno scorcio di primavera o di estate in mezzo al grigio, ai brividi di freddo, ai vestiti che scaldano, ai sogni di paradisi lontani.

E ascolto una vecchia canzone, Settembre appunto,…e no, io non sono pronta. Troppo lontana la primavera, e non posseggo l’armatura per aprire la porta e far entrare il nemico.

L’unica cosa che so, è che dovrò aspettare, anche se ogni anno mi domando se saprò farlo..

 

Ahi settembre, mi dirai quanti amori porterai
le vendemmie che faro’, ahi settembre tornero’.
Sono pronto e tocca a me, l’aria fresca soffiera’
l’armatura non l’avro’, ahi settembre partiro’.
Mentre il giorno sparisce primavera verra’
sara’ dolce e nervosa ma non mi scappera’
saliro’ sul battello e non la fuggiro’
saro’ avvolto per sempre e la bacero’
e i suoi lunghi capelli non li rivedro’ piu’
ahi settembre lontano, dalle un bacio per me.

Lascio tutto a te, dille del mio amore
dille che se puo’ io potro’ aspettare
l’accompagnero’, dentro il mio giardino
sempre la terro’, da vicino, sempre, sempre.
Ed un giorno mi disse entra ti aspettero’
ma il nemico da sempre si cattura cosi’
apri bene la porta, fallo entrare da te
lei l’ha fatto settembre, lei l’ha fatto con me
e se nella tua testa un rasoio terra’
tagliera’ i miei pensieri come e quando vorra’
usera’ i suoi capelli, io la pettinero’
e prima che sia settembre il mio sangue daro’.

 

 

 

 

 

settembre 2019

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Bologna, 2 agosto 1980

 

 

Io c’ero quel 2 agosto 1980.

Avevo 15 anni, l’età che ha ora mia figlia e abitavo in provincia di Bologna.

E forse, per la prima volta, con coscienza e incredulità, vedevo quanto poteva essere cruda e improvvisa la morte, quanto straziante potesse essere il dolore, quanto potesse essere difficile dare un senso a simili gesti dell’uomo. Quanto il destino poteva attenderti al varco, quando era scoccata la tua ora.

Chissà perché quando qualcosa succede dalle tue parti, ti tocca di più. Forse perché e piu’ vicino e pensi che in fondo potresti esserci stata anche tu, in mezzo al disastro.

Si sentivano sirene ovunque quella mattina. Una mia amica mi disse che il fratello, in servizio militare, era dovuto andare alla stazione a prestare soccorso, perché era esplosa una bomba. Poi ho sentito la notizia al telegiornale, visto le immagini della distruzione di una parte della stazione della mia città, il caos piu’ totale, tra i frammenti di calcinacci ovunque, e soprattutto, saputo di tanti feriti e morti, che stavano cercando di recuperare sotto la macerie.

Persone che il destino aveva portato li’,  in quel preciso momento, dove avevano trovato la morte. Li’, per caso, o di passaggio, o arrivate a destinazione, o in attesa di partire, o di una coincidenza.

 

 

Persone che stavano andando in vacanza, perché era il primo sabato di agosto, o che stavano tornando a casa, dai propri cari. Famiglie. Bambini. Anche ragazzi, come me, con i miei 15 anni di allora e di mia figlia oggi. Italiani e anche tanti stranieri.
Bologna è uno snodo importante per il trasporto ferroviario, e chi ha colpito, ha proprio intenzionalmente voluto provocare il massimo numero di vittime. Accertati, 85 morti e 200 feriti. La strage con piu’ alto numero di vittime nella storia del nostro Paese dal dopoguerra.

 

 

Un boato tremendo e uno scoppio, che fece arrivare frammenti fino al treno in sosta al primo binario. Il crollo dei muri delle sale d’attesa di prima e seconda classe nell’ala ovest, dove ora rimane lo squarcio.

Un autobus della linea 37 fu reclutato come carro funebre, per i corpi martoriati dalle macerie o i loro resti.

Decine di persone a prestare soccorso, a scavare sotto il caldo, tra i detriti.

Un evento del genere ti sconvolge sempre, tanto piu’ se avviene nella tua città. Ti sembra veramente troppo vicino.

Si stava attraversando un periodo bruttissimo in quegli anni, di contestazione, sfociata nella lotta armata e nel terrorismo. Insensato ai nostri occhi, come lo sono sempre cose come queste, che provocano vittime innocenti.

E ancora oggi ci si chiede: ma perché? E chi ha architettato tutto?

Sono stati condannati gli esecutori della strage, tra cui un minore, cosa tristissima, ma non i mandanti.  Sono state seguite varie piste, operati depistaggi, ma ancora le domande restano e anno dopo anno si ripropongono. Senza risposte.

L’orologio sopra alla stazione, fermo alle 10.25, la triste ora dello scoppio, ricorda a tutti quelli che passano quel terribile giorno e induce a domande a chi passa e non sa.

 

 

E noi di Bologna, proprio perchè piu’ vicino, ogni anno riviviamo, ricordiamo, ripensiamo, ci domandiamo. Perché non si puo’ e non si deve non sapere, non si puo’ e non si deve dimenticare. Anche i più giovani, come mia figlia, devono conoscere la storia, affinchè si crei in loro, che non c’erano, una memoria, affinchè si crei una coscienza, un senso critico, che vada a contrastare simili atti.

E affinchè, anche loro, imparino a pretendere che sia fatta giustizia, per qualsiasi brutalità o atto di mancanza di rispetto per la vita.

 

 

 

2 agosto 2019

 

 

consiglio la visione del film di Luciano Ligabue “Da 0 a 10” https://www.youtube.com/watch?v=nGSJbdLL2MU

intervista a Luciano Ligabue https://www.youtube.com/watch?v=XLfzbfi6Xh4

 

https://www.ilrestodelcarlino.it/bologna/cronaca/foto/strage-stazione-due-agosto-1.90076

 

 

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Oggi mio padre compie 80 anni

 

 

Oggi mio padre compie 80 anni.

 

Mi ha cresciuta, ha lavorato per me, mi ha trasmesso i suoi valori, ha fatto tutto quello che poteva e riteneva giusto, con onestà e umiltà.

Ho ereditato da lui il senso pratico e la creatività, lui è uno che sa trasformare, aggiustare, recuperare tutto.

Ho ereditato il senso del dovere e di responsabilità.

Ho ereditato l’essere testarda e permalosa, ma anche la capacità di restare integra e non cedere a facili compromessi.

Ho ereditato la tenerezza e la capacità di entusiasmarmi, l’amore e l’attenzione per le piccole cose e creature.


Ha dovuto attendere un bel po’ prima di diventare nonno, ma quando è arrivato il momento, credo che per lui sia stata la gioia più grande. È stato il nonno portatore delle antiche memorie, riferimento affettivo, amato e importante, come lo sono i nonni per i nipoti. 

Giada ha la passione per Harry Potter, amico di tempi bui, e il primo libro glielo ha regalato, in tempi non sospetti, proprio il nonno, forse per caso. Il nonno è nato il 31 luglio e anche la Rowling, autrice di Harry Potter, è nata il 31 luglio e ha fatto nascere Harry il 31 luglio, e forse non è un caso.

 

 

Oggi mio padre ha compiuto 80 anni.

 

La torta che gli ho fatto, il ritratto di Giada, la festa a sorpresa con i suoi fratelli, l’emozione discreta, la gioia evidente.

E il suo sorriso, che mi porto nel cuore, e, con orgoglio, sulla mia faccia.

 

 

 

31 luglio 2019

 

 

 

 

 

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Davanti alla morte

 

 

 

 

Davanti alla morte c’è chi cerca una parvenza di normalità, facendo le solite cose.

Davanti alla morte c’è chi fugge, e chi ha paura che la vita sia meno forte di lei.

Davanti alla morte c’è chi è costretto a restare, e a fare i conti con la mancanza, l’impermanenza delle cose terrene, e il senso di vuoto.

Davanti alla morte c’è il silenzio, le urla, il pianto, c’è chi ricorda, chi ride, chi mangia, chi abbraccia, per sentire la vita.

Davanti alla morte c’è chi scrive una lettera per accomiatarsi, chi tiene dentro il dolore, chi accetta o chi rigetta.

Davanti alla morte c’è chi la trova ingiusta, chi non ci trova un senso, chi la trova una liberazione, chi comprende che è il normale corso della vita, ma soffre ugualmente.

Davanti alla morte c’è il dolore di chi resta, la pace di chi va, le tracce lasciate dal passaggio sulla terra, la traccia lasciata nella tua vita.

Davanti alla morte diventano futili e stupide le lotte di potere, l’invidia, l’ego, le idiozie, le rivalse, la cupidigia.

Davanti alla morte c’è un pezzo di te che se ne va, non solo dell’altro, ma della tua identità, quello che tu eri con lui. E un pezzo mancherà sempre.

Davanti alla morte, l’unica cosa che resta è il sole, gli alberi, il cielo, il mare, lo sguardo dei tuoi amori e affetti, le mani delle persone, il respiro, i desideri, il piacere, il battito del tuo cuore. Davanti alla morte.

 

Davanti alla morte sei sempre solo, anche se hai tante persone vicino.

 

E non sei soltanto davanti alla morte, ma davanti alla realtà, nel bene e nel male, di avere una vita.

 

Che va avanti e che devi onorare.

 

 

 

 

 

luglio 2019

 

foto di Patty

 

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La libertà di sbagliare

 

 

Ho spesso avuto paura di sbagliare. Tanta incertezza, tanta insicurezza.

Talvolta sono rimasta paralizzata, incapace di decidere, per timore di prendere la decisione sbagliata. E anche quando l’ho presa, la decisione, mi sono quasi sempre ritrovata a ripensare, tornare sui miei passi, essere assalita dei dubbi. Per poi magari confermare che la prima fosse la scelta giusta!

Certo, sbagliare non piace a nessuno, far le cose bene subito, prendere le giuste decisioni, adottare il giusto comportamento in tempo reale, sarebbe auspicabile. Ma siamo umani, no?

A volte addirittura ho pensato che la cosa migliore che mi potesse aiutare a decidere fosse abbandonarsi alla sorte e tirare una monetina: se il risultato mi avesse deluso, allora avrei saputo che quella non era la decisione giusta!

Credo che la paura vera sia sempre stata che, una volta presa una decisione, questa potesse essere irrevocabile. Che mi vincolasse per sempre (o per l’evento) e potessi rimanere incastrata in qualcosa che, magari, in seguito, mi accorgevo che non volevo.

Ancora oggi sono un’eterna dubbiosa. Rifletto, decido, rivedo, faccio colonne di vantaggi e svantaggi, analizzo, calcolo, dimenticando che la giusta decisione è spesso quella che senti, difficilmente quella che prendi con la ragione, esaminando ogni dettaglio.

Ma mi accorgo che il mio approccio ora è diverso. E’ come se avessi capito che mi è consentito sbagliare. Tornare sui miei passi. Cambiare la mia decisione. A volte ha un costo, ma spesso una decisione non ti lega per sempre. Spesso c’è possibilità di rimediare, un’alternativa. Non è questione di vita o di morte, come la sensazione che avevo in passato. E non perdo di dignità se cambio idea. A volte è proprio sbagliando che ci si accorge di ciò che si vuole (ovviamente quando parlo di sbagliare intendo restando nell’ambito della legalità).

E’ per questo anche che amo non aver padroni, persone che mi vincolino, voglio sentirmi di libera di sbagliare.  E capire. E imparare. Di cambiare idea, qualora, perdendo il contatto con me stessa, sbagliassi. O se, distratta dai rumori del mondo e della testa. E poi, nel caso, di riparare

Piu’ che altro, voglio sentirmi libera di agire con disinvoltura, cosa che non riesco a fare se sento il parere giudicante di qualcuno o il sentimento di conseguenze infauste che si possano abbattere. Non è facile, se per una vita si è dovuto convivere con tali sensazioni. E una su tutte: la paura di essere sbagliati.

Puo’ capitare che qualcuno non tolleri i tuoi errori, non perdoni i tuoi sbagli. E’ un rischio che si corre, ma ci si può impedire di sbagliare? Vivendo, non credo.

E allora, credo sia importante comprendere che ci si può sentire liberi di agire, sapendo che può capitare di sbagliare. E che ci si può anche perdonare o chiedere perdono per questo.

D’altro canto “errare” non ha come unico significato “sbagliare”, ma anche “andare qua e là senza direzione o meta certa“, cosa di cui, talvolta, c’è bisogno, per vivere un po’ con  leggerezza.

E  allora, benvenuta anima errante!

 

 

 

 

giugno 2019

 

foto pixabay

 

altri articoli sull’argomento

 

Il ragionevole dubbio

 

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https://www.unanimainviaggio.it/pensieri-e-parole/

 

 

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(Jim Morrison)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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