Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Pensieri e Parole

Lo sgretolarsi delle certezze – L’incendio di Notre Dame de Paris

 

 

 

Quando anche ciò che si credeva incrollabile, eterno, viene a crollare, crolla anche qualcosa dentro di noi.

Forse le nostre certezze. O quelle che credevamo tali.

Forse ci mette davanti alla caducità di tutte le cose. Al fatto che anche i riferimenti piu’ importanti non sono indistruttibili, che, da un momento all’altro, il paesaggio, che siamo abituati a vedere puo’ cambiare.

In un tempo in cui tutto passa cosi’ velocemente, le poche cose solide che abbiamo attorno desidereremmo che restassero. E credere che durino per sempre.

 

 

Forse, vedere sgretolarsi cio’ che l’uomo, sfruttando il massimo del suo potenziale creativo, la sua forza e la intelligenza, la sua fede e la sua tenacia, è riuscito a costruire e far entrare nella vita degli altri, toccando il loro cuore con la bellezza e la magia dell’innalzarsi verso il cielo, ci riporta a un senso di impotenza che tanto cerchiamo di sfuggire durante la nostra vita.

Siamo davanti al fatto che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto e non sarà mai piu’ come prima, per quanto, altro, piu’ bello, piu’ grande, piu’ nuovo, possa venire.

Un fatto che però, nella tristezza di ognuno di noi, ci accomuna con molti esseri umani che provano la stessa cosa. E per un attimo ci sentiamo piu’ vicini.

 

 

Eppure, come sempre, ce la faremo. A fatica, con rassegnazione e con un dolore nel cuore, o accettando la sfida del cambiamento e della ricostruzione.

Magari con un pensiero in piu’ a come, in un attimo, una realtà puo’ cambiare. A quanto, dare sfogo a cattiveria, intolleranza, nutrimento ad ego ed arroganza, poco porti di fronte all’evidenza che, anche le cose che si credevano piu’ solide, possano sgretolarsi di fronte ai nostri occhi.

 

 

Parigi e Notre Dame hanno segnato diverse tappe importanti della mia vita.

La prima volta che ho visto la cattedrale, avevo 14 anni, ero in gita con la scuola. L’immensità e la bellezza negli occhi, mentre il prof. ci spiegava l’arte e la storia, davanti alle vetrate colorate, alla guglia e alla facciata della chiesa.

 

 

L’ho rivista altre 2 volte, con la spensieratezza e l’entusiasmo dei primi viaggi con gli amici.

Sono tornata con il fidanzato sbagliato, in un giro pieno di disavventure (compresa la perdita del volo di ritorno), in cui tutto pareva essere premonizione dell’imminente fine tragica della storia.

Mi sono fermata come tappa del viaggio di nozze per arrivare in Polinesia, a visitarla con l’uomo che era appena diventato mio marito, felice e raggiante. Quella città che amo e dove sempre farei ritorno.

Ci ho riportato mia figlia, qualche anno dopo, e quella è stata l’ultima volta che ho visto Notre Dame. Con la bellezza della fioritura di aprile, vista dal battello sulla Senna.

 

 

Nel parco giochi circostante la chiesa. Girandole attorno per mostrare a Giada la casa del Gobbo.

 

 

Ammirandola dal tavolino di un bar a pranzo, proprio al suo cospetto. E la sera, quando l’atmosfera delle luci la rendono magica.

 

 

Protagonista di ricordi che porto nel cuore.

 

 

Forse ci sentiamo tutti piu’ fragili oggi, dopo l’incendio che l’ha colpita, Notre Dame. Magari per un attimo, o magari forse per più di un attimo.

E’ una fragilità importante, e magari! ci costringesse a fermarci dalle corse quotidiane per non so dove.

E magari! ci inducesse a guardare con occhi diversi quello che abbiamo attorno, come se fosse l’ultima volta, prima che non sia più lo stesso.

E magari! dopo il timore di perdere tutto, rinascesse la speranza che non tutto è perduto.

 

 

 

                                         

 

 

 

Aprile 2019

 

 

foto di Patty

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Adolescenti: quando ti portano in viaggio nel tempo

 

 

I 14 anni di mia figlia, il primo anno alle scuole superiori, mi hanno inevitabilmente portato indietro nel tempo.

Ai miei 14 anni, al mio primo anno alle superiori.

A quando uscivo la mattina e facevo quel tratto di strada, a piedi, per raggiungere la scuola.

Ai pomeriggi a studiare nella mia camera.

All’aula della mia classe, con la porta a vetri, che vedevi cosa succedeva nel corridoio.

Al panino col prosciutto cotto, comprato nella bottega vicino alla scuola, e ai bocconi mangiati, da sotto il banco, durante le lezioni.

Alle mie compagne di banco, e a quando restavamo a pranzo in classe, perchè al pomeriggio c’era la lezione di ginnastica.

Ai professori, quelli che mi hanno trasmesso la passione, e quelli che…no.

A quella bellissima gita, che abbiamo fatto, fino a Parigi.. Il mio primo vero viaggio. 7 giorni lontano da casa, dalla famiglia.

Il torpedone e Pinone, l’autista.

L’ostello a Saint Germain. Le ricerche dentro al Museo dell’uomo e al Centro Pompidou.

I pranzi al sacco, panini con affettati, stivati nel pullman, in qualche giardino trovato sulla strada.

L’arte imparata dentro alle chiese, ai palazzi, al Louvre. La meraviglia di fronte alla Saint Chapelle. Le bellezze di Versailles.

Il viaggio di ritorno a cantare “Parigi addio..ritornerò” (che se qualcuno è dei miei tempi la conosce 🙂

 

 

E’ stata un’esperienza increbile, di cui sono grata. Il primo, per me, di una serie di viaggi, che in seguito hanno riempito la mia vita.

Forse la mia passione per i viaggi, per il mondo, è nata proprio allora.

 

Dopo tanti anni, molti ricordi riaffiorano.

Adoro quella ragazzina, un po’ contro corrente, ma con gli occhi vivaci, che ho ritrovato e che assomiglia a mia figlia.

Adoro vedere i suoi occhi aperti e con poche aspettative, per il poco conosciuto.

Quegli occhi pieni di voglia di vedere, di conoscere e di sperimentare. Di andare incontro alla vita.

 

 

 

 

marzo 2019

 

altri articoli sugli adolescenti qui:

 

Adolescenti: del bullismo e di altri mali del nostro tempo

 

Adolescenti: quando tua figlia sceglie la scuola superiore

 

Adolescenti: quando ti dicono “ma gli altri lo possono fare”

 

Adolescenti: il primo concerto

 

L’età difficile (avere a che fare con un’adolescente o quasi)

Un’adolescente in viaggio

 

Un adolescente in viaggio

 

foto by Patty

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Adolescenti: il primo concerto

 

 

 

Quando si hanno figli adolescenti, può capitare che tu li debba portare al loro primo concerto.

Regalo richiesto a Natale, da riscuotere l’8 marzo, il giorno del tuo anniversario di matrimonio. 

Così invece di uscire per una cena romantica, ti trovi col marito, in mezzo all’entusiasmo di un paio di ragazzine, e di altri centinaia di fan, per tante ore, in piedi, ad aspettare Marlena, sotto un tendone, tutti appiccicati.  Col pensiero che no, non hai piu’ l’età.

Fintanto che arrivano loro, animali da palco, i Maneskin

E allora ti fai contagiare e ti entusiasmi anche tu, di fronte al talento, tanta vitalità e tanto ben di Dio 🙂

 

 

Col pensiero che ti è andata bene, perché il tuo primo concerto è stato quello di Pupo, prima ancora di “Gelato al cioccolato”, in una specie di balera, il Samantha di Casalecchio di Reno (Bo).

E comprendi, alla fine, che è lei, tua figlia, che ti ha portano ad un concerto, al suo primo concerto.

Vedi la sua gioia, la sua gratitudine, e capisci che è stato un gran bel regalo.

Per te, soprattutto.

 

 

 

 

marzo 2019

 

(foto by Patty)

 

 

 

 

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L’eredità genealogica e la storia che si ripete

 

 

Siamo tutti portatori di un’eredità.

Non è solo quello che ci viene trasmesso geneticamente da chi ci ha preceduto. Non è neanche solo quello che ci viene dall’educazione della nostra famiglia d’origine, i valori, i comportamenti, che ci vengono trasmessi crescendo.

E’ qualcosa che viene trasmesso nelle nostre cellule da chi ci ha preceduto.

Informazioni che possono influenzare la nostra vita.

Riguarda ciò che dovremmo trascendere, nel nostro percorso, pena il ripetersi di situazioni a cui sono già stati assoggettati i nostri predecessori, i nostri avi, i nostri genitori.

Sono quelle informazioni che, a livello sottile, influenzano i nostri comportamenti, le nostre scelte, o non scelte.

Quelle che, a maggior ragione, inconsciamente, determinano l’accadere degli eventi e la scrittura della nostra storia.

 

Un uomo muore prematuramente lasciando il figlio piccolo senza padre. Il figlio diventa adulto e padre anch’esso, e muore quando il figlio ha piu’ o meno l’età che aveva lui quando è morto il padre.

Una bambina viene abbandonata alla nascita, costretta a vivere in un collegio, e in seguito, in una famiglia non sua. La nipote porta addosso la storia della nonna, trovandosi spesso abbandonata dai suoi amori o affetti, e con la sensazione di non essere vista, considerata e di non esistere.

Un padre subisce il fallimento della sua azienda. Il figlio si ritrova, da adulto, a veder fallire la società che ha creato, prima di risollevarsi e trovare una nuova strada. La risposta all’evento, la sua elaborazione, puo’ fare la differenza e cambiare la storia, o portarla a ripetersi per i discendenti.

 

Questi alcuni esempi di come la storia del passato si manifesti nel presente.

Come se le stesse situazioni, le stesse tragedie, si riproponessero, nelle generazioni. Come se relazioni invisibili legassero i membri di una famiglia. Come se i discendenti portassero sulle spalle pesi che non appartengono loro.  Ovvero, come sostiene Bert Hellinger, come se gli appartenenti ad una stessa famiglia fossero uniti da un legame energetico transgenerazionale.

Inconsciamente la tendenza è quella di restare fedeli alla storia della famiglia.

Se cio’ che non ricordiamo è destinato a ripetersi, a volte anche cio’ che non sveliamo (magari perchè non lo vediamo), secondo un piano piu’ grande, e secondo cio’ che come anime dovremmo imparare e trascendere, potrebbe ripetersi.

 

 

Si potrebbero scoprire molte cose, quindi, se si facesse caso alla storia dei nostri predecessori, confrontata con la nostra storia. Se si potesse fare un cammino a ritroso e si riuscissero a riconoscere i collegamenti tra gli eventi, in elementi di generazioni diverse. Osservare se ci sono similitudini con certi avvenimenti che si ripetono. Comprendere quale eredità ci stiamo portando dietro.

Attraverso un percorso di consapevolezza, o molto piu’ frequentemente, in seguito a grandi sofferenze, puo’ nascere la volontà o la capacità di comprendere.

E con l’arrivo delle informazioni alla coscienza, si puo’ vedere se esiste la possibilità di dare una risposta diversa, che cambi la storia, che cambi le cose. Se si ha la forza di trasgredire. Di tradire le figure genitoriali e famigliari del passato. Tradire un’appartenenza.

Per differenziarsi, per affrancarsi, per invertire la rotta e creare la propria storia.

E se esiste, questa possibilità, puo’ essere riscritta non solo la propria storia, ma anche quella dei nostri figli.

 

Siamo tutti portatori di un’eredità.

L’eredità della nostra famiglia, che ci portiamo addosso. Che ci ha resi, sì, quello che siamo, ma, che, attraverso il suo riconoscimento, puo’ diventare un mezzo per liberarci e consentirci di costruire il futuro che vogliamo.

O almeno di trovare delle risposte.

 

 

 

 

 

Per approfondire: Psicogenealogia di Anne Schützenberger e  Costellazioni Famigliari di Bert Hellinger

 

febbraio 2019

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Cosa sto scontando che mi arriva da chi mi ha preceduto?

foto Pixabay e Patty

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Empatia

 

 

Se c’è una cosa che si fa sempre piufatica a trovare ai nostri giorni, ma di cui si sente spesso parlare, questa è l’empatia.

Empatia non significa solo sapersi mettere nei panni degli altri, ma significa soprattutto riuscire a sentire profondamente quello che sente l’altro.

Empatia è “la capacità di sentire dentro di sè l’interno di cio’ che sta fuori di sè” (R.Vischer).

Troppo occupati a guardare solo il proprio, e alla superficie, nell’epoca del narcisismo e dell’egocentrismo, dell’inneggiare all’accoglienza, mostrandosi intolleranti, fermarsi e fare attenzione al sentire dell’altro, è un evento sempre piu’ eccezionale.

Eppure è alla base della comprensione tra gli individui, della solidarietà, della relazione vera.

Se posso sentire quello che sente l’altro, posso essere compassionevole con lui e posso essere in grado di essergli vicino e, se necessario, lenire il suo dolore, i suoi patimenti, o gioire con lui. Posso accoglierlo e accettarlo, con la disponibilità all’ascolto profondo e senza giudizio. Senza volergli per forza fornire consigli o soluzioni.

L’empatia ha a che fare con la delicatezza e il rispetto del sentire dell’altro.

Per essere empatico, non devo essere troppo corazzato per difendermi, altrimenti non entra nulla in me e tutto rimbalza.

 

 

Chi ha i confini fragili, suo malgrado, ha difficoltà a proteggersi e, tendenzialmente, proprio per questo è piu’ empatico. Puo’ lasciare entrare quello che l’altro trasmette.

Ma se è troppo permeabile, tende ad avere difficoltà a distinguere il sentire dell’altro dal suo, a confondere le due cose. E allora potrebbe venire troppo coinvolto dalle vicissitudine ed emozioni dell’altro, non riuscire a discriminare, e quindi non riuscire ad essere di supporto.

Per poter essere empatici quindi, occorre avere l’apertura per fare entrare l’emozione dell’altro e farsene contagiare, senza restarne sopraffatti, avendo i giusti confini per proteggersi.

Chi si è chiuso al sentire per non soffrire, si difende, sapendo che probabilmente non potrebbe sostenere una nuova ferita o il riaprirsi di una vecchia.

Alcuni hanno invece proprio il bisogno di confondersi con l’altro, e/o di invaderlo, per vivere una vita che non hanno o non sono in grado di costruirsi. Queste persone avrebbero ancor piu’ bisogno di comprensione ed empatia. Ma non sempre riescono ad avere l’umiltà di ammetterlo o anche solo di guardare questa fragilità e mettersi in discussione. Piuttosto, fanno di tutto per farsi odiare o biasimare, creare conflitti e allontanare le persone.

Ma a cosa serve essere empatici?

Per vivere l’incontro vero con l’altro.

Perché non sia solo l’incontro di due solitudini, per colmare un bisogno, ma possa crearsi un rapporto vero, autentico e soddisfacente.

O piu’ semplicemente, per restare umani.

Perchè stare attenti al sentire dell’altro, è sempre una bella cosa.

 

 

 

Accedere alle cose, al flusso vitale e esperienziale delle altre persone, è ciò che chiamiamo empatia. (Maurizio Stupiggia)

 

Questo è uno dei maggiori sostegni dell’esistenza umana: trovare risonanza emotiva in altri uomini ai quali si è affezionati e la cui presenza suscita un caldo sentimento di appartenenza. Questa reciproca conferma mediante i sentimenti, la risonanza emotiva tra due o più persone, ha un ruolo centrale nel conferire un significato e un senso di appagamento all’esistenza.
(Norbert Elias)

 

La piu’ alta espressione dell’empatia risiede nell’accettare e non giudicare.

Carls Rogers

 

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile. Sempre.
(Platone)

 

Tutto quello che volevo era raggiungere e toccare un altro essere umano, non solo con le mie mani, ma con il mio cuore.
(Tahereh Mafi)

 

Vedere con gli occhi di un altro, ascoltare con le orecchie di un altro, e sentire con il cuore di un altro.
(Alfred Adler)

 

 

agosto 2018

 

foto Pixabay

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Le belle persone

 

 

Che belle le persone che quando le incontri o ti scrivi, non ti inondano di parole, ma ti chiedono “ma tu come stai?” e vogliono sapere come stai veramente.

Che belle le persone a cui non devi mentire e dire “sto bene”, a cui puoi donare la tua vulnerabilità.

Che belle le persone che ti ascoltano e vogliono ascoltarti, che non ribattono soltanto o la mettono  in ridere, o dicono “che vuoi che sia”.

Che belle le persone che ti ascoltano davvero e registrano, e non devi chiedere e ripetere sempre le stesse cose

Che belle le persone che in un rapporto non ci sono solo loro, ma si è in due.

Che belle le persone che ti guardano e ti vedono, non vedono solo loro stesse o il loro riflesso.

Che belle le persone che sai che ti pensano, perchè se è vero, come credo, che ci sentiamo amati se ci sentiamo pensati, dobbiamo anche saperlo, di essere pensati.

Che belle le persone che non ti usano per i loro fini narcisistici, ma ci tengono veramente a te.

Che belle le persone che ci tengono e te lo fanno capire, non solo immaginare o sospettare.

Che belle le persone che non sei solo un numero tra le amicizie su Facebook.

Che belle le persone a cui puoi aprire il tuo cuore, senza che te lo maltrattino o che ti infilino una spada.

Che belle le persone che hanno il coraggio di dirti la verità, anche se è scomoda e puo’ non piacerti, perchè sanno che gli vorrai bene comunque.

Che belle le persone a cui puoi dire la verità, che la rifiutano ma poi ti apprezzano perchè gli hai aperto gli occhi.

Che belle le persone che non raccontano balle a se stesse, cosi’ non le raccontano neanche a te.

Che belle le persone che prima di parlare si domandano se quello che stanno per dire puo’ fare male.

Che belle le persone che ti stanno accanto nonostante i tuoi tiramenti, le incazzature (che coprono le ferite, e loro lo sanno, oppure no) e i rancori. E aspettano che passi, perchè credono che tu vali piu’ di queste cose.

 

 

 

 

dicembre 2015

 

Foto by Patty

 

 

 

 

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Siamo soli?

 

 

Siamo soli.

Siamo tutti soli, quando andiamo a dormire e facciamo i conti con noi stessi.

Siamo soli, spesso in mezzo a tanta gente, quando sentiamo la distanza.

Che è la cosa che fa piu’ male.

Ci sentiamo soli quando gli altri sembrano non capirci e quando noi non capiamo gli altri.

Quando non c’è nessuno che ci difende o che ci protegge. Quando non ci sentiamo considerati.

Quando qualcuno o qualcosa che aspettavamo non arriva. O non sappiamo conquistarcelo.

Quando dobbiamo cavarcela da soli e nessuno puo’ aiutarci.

Per esempio.

La sensazione di essere soli è come un grande e infinito buco senza fondo.

 

 

Ma in realtà non siamo mai soli.

Abbiamo tante persone dentro di noi.

Che dialogano con noi e tra di loro. Che ci fanno compagnia, che ci sfidano, che ci fanno sentire in colpa. Che ci sorreggono o ci consolano. Che ci separano.

Tante voci.

Tutte quelle che hanno contribuito ad essere quello che siamo, nel bene e nel male, e che non ci abbandonano mai. Il padre, la madre, il nonno, la nonna, la zia, il migliore amico, il figlio, la maestra, il prof delle superiori, un maestro di vita..

Quelle che abbiamo introiettato e che si materializzano fuori, che troviamo o ritroviamo, anche solo per un attimo.

Che sentiamo che ci comprendono o che sono avversari contro cui crediamo di dover combattere, mentre la battaglia è dentro di noi.

Siamo rinfrancati, comunque, perché ci sentiamo su un terreno famigliare che ci fa sentire meno soli. Anche nel conflitto, nella ferita, o nel dolore.

 

 

E quando emerge qualcuno che porta una speranza, che riaccende la fiducia, che primeggia e ha la meglio sulle voci petulanti, che ci conferma, che sta dalla nostra parte, – credendoci- , che pone fine alle sfide, ai boicottaggi, al voler farci sentire sbagliati, non amati, isolati, fuori… allora ci sentiamo sollevati. E meno soli. Anche se fosse solo un attimo, un’ora, un giorno.

E questo ci fa sopravvivere e rivivere.

 

 

Sono necessari, quei momenti in cui sentiamo una connessione con qualcosa o qualcuno. Conosciuto o sconosciuto non importa.  Dentro o fuori. Qualcosa o qualcuno che va oltre le opinioni, i conflitti, le apparenze, la superficie, quello che è stato. Che va oltre i bisogni, il bisogno compulsivo di doversi riconoscere (sempre per non sentirsi soli), di dover riconoscere qualcuno.

La sensazione di essere sotto un tetto dove ci sono altri come noi. Esseri umani. Cittadini di quel mondo che si chiama universo, appartenenti a quella razza che si chiama genere umano.

 

 

E’ questo che ricerchiamo. E’ questo cio’ di cui abbiamo bisogno: quel momento in cui, nonostante il nostro essere soli – la notte prima di addormentarci, o quando sentiamo di aver subito un torto – possiamo comprendere di essere connessi con qualcosa di piu’ grande. Che ci porta fuori, e ci fa andare oltre.

Qualcosa che, comunque, da qualche parte, esiste. E non ci fa sentire piu’ cosi’ soli. Almeno per un po’.

 

 

 

dicembre 2018

 

 

 

(foto by Patty)

 

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Un gatto per amico

 

 

 

Ogni giorno, quando Giada torna da scuola, la nostra gatta Lucy sente il rumore dell’auto che la conduce a casa e va dalla porta. La saluta con un miagolio e va verso il suo castello, una cuccia fatta di cartone a due piani, costruita appositamente per lei da Giada, e ci entra  dentro, aspettando che le venga dato il suo snack, come l’ha abituata.

 

 

Ogni sera, quando Giada va a dormire, il nostro gatto Paco aspetta che arrivi nella sua camera per salire sul suo letto e accucciarsi nel solito posto, vicino al cuscino, in attesa che lei si addormenti.

E’ la meraviglia di avere un gatto per amico. O piu’ gatti, in famiglia.

Si, sono gatti, e lei li ha “addomesticati“.

Tutti, umani e animali, possiamo essere addomesticati. Esattamente nel modo che spiega il Piccolo Principe. Perchè addomesticare significa creare dei legami

 

….In quel momento apparve la volpe.”Buon giorno”, disse la volpe.”Buon giorno”, rispose gentilmente il piccolo principe, voltandosi: ma non vide nessuno. “Sono qui”, disse la voce, “sotto al melo….””Chi sei?” domandò il piccolo principe, ” sei molto carino…””Sono la volpe”, disse la volpe.” Vieni a giocare con me”, disse la volpe, “non sono addomesticata”.”Ah! scusa “,  fece il piccolo principe.Ma dopo un momento di riflessione soggiunse:” Che cosa vuol dire addomesticare?”..” Che cosa vuol dire addomesticare?”” E’ una cosa da molto dimenticata. Vuol dire creare dei legami…”” Creare dei legami?”” Certo”, disse la volpe. ” Tu, fino ad ora per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno uno dell’altro. Tu sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.”” Comincio a capire”, disse il piccolo principe…… Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica. E poi, guarda! Vedi, laggiù in fondo, dei campi di grano? Io non mangio il pane e il grano, per me è inutile. I campi di grano non mi ricordano nulla. E questo è triste! Ma tu hai dei capelli color d’oro. Allora sarà meraviglioso quando mi avrai addomesticato. Il grano, che è dorato, mi farà pensare a te. E amerò il rumore del vento nel grano…” La volpe tacque e guardò a lungo il piccolo principe:” Per favore …..addomesticami”, disse.” Volentieri”, rispose il piccolo principe, ” ma non ho molto tempo, però. Ho da scoprire degli amici e da conoscere molte cose”. ” Non si conoscono che le cose che si addomesticano”, disse la volpe.” gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico addomesticami!”. ” Che bisogna fare?” domandò il piccolo principe.” Bisogna essere molto pazienti”, rispose la volpe.” In principio tu ti sederai un po’ lontano da me, così, nell’erba. Io ti guarderò con la coda dell’occhio e tu non dirai nulla. Le parole sono una fonte di malintesi. Ma ogni giorno tu potrai sederti un po’ più vicino….” Il piccolo principe ritornò l’indomani.” Sarebbe stato meglio ritornare alla stessa ora”, disse la volpe.” Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità.Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.” Che cos’è un rito?” disse il piccolo principe.” Anche questa è una cosa da tempo dimenticata”, disse la volpe.” E’ quello che fa un giorno diverso dagli altri giorni, un’ora dalle altre ore. C’è un rito, per esempio, presso i miei cacciatori. Il giovedì ballano con le ragazze del villaggio. Allora il giovedì è un giorno meraviglioso! Io mi spingo sino alla vigna. Se i cacciatori ballassero in un giorno qualsiasi i giorni si assomiglierebbero tutti, e non avrei mai vacanza”. Così il piccolo principe addomesticò la volpe.
E quando l’ora della partenza fu vicina: “Ah!” disse la volpe, “…Piangerò”.” La colpa è tua”, disse il piccolo principe, “Io, non ti volevo far del male, ma tu hai voluto che ti addomesticassi…”” E’ vero”, disse la volpe.” Ma piangerai!” disse il piccolo principe. ” E’ certo”, disse la volpe.” Ma allora che ci guadagni?”. ” Ci guadagno”, disse la volpe, ” il colore del grano” …

 

 

Giada, sin da quando è nata, vive con dei gatti. Io, da quando avevo 7 anni, ho sempre vissuto con un gatto. Il gatto è un amico di cui ti puoi fidare. Tu lo accogli nella tua casa o tra le tue braccia, lui ti offre la presenza della sua anima e, se vuole, il suo affetto. Un gatto ti aspetta felice quando torni, ma non ha un rapporto di dipendenza da te. Un gatto è autonomo, ha il suo amor proprio, niente incide sulla sua autostima. Lo puoi addomesticare ma non farà mai qualcosa che non vuole solo per farti piacere. Ne puoi costringerlo a restare quando non vuole. Segue ciò che piace a lui, sfuggendo da ciò che non vuole o lo spaventa. Mai ipocrita, non fa qualcosa per rinfacciartelo.

Ogni gatto ha la sua personalità ben precisa: pauroso, guardingo, curioso, affettuoso, ecc. Il gatto è quel che è e non rinnega il suo essere, ti dà il suo affetto incondizionatamente, perchè lo vuole, senza secondi fini. Si prende cura di sè, e se vuole qualcosa da te, si fa capire.

Dovremmo imparare dai gatti anche noi esseri umani.

 

 

Adoro i gatti, quando si strusciano in cerca del loro piacere, quando fanno le fusa, che rilassano e acquietano l’anima.

Adoro i gatti, quando arrivano in cerca di calore. Sicuri di sè, vengono a prendersi quello che vogliono e chiedono cio’ di cui hanno bisogno.

Adoro i gatti che ti stanno accanto e sentono quando stai vivendo momenti difficili. Arrivano per starti vicino e darti  sollievo, e ti risollevano l’umore, anche in una brutta giornata.

Adoro i gatti, anime libere e indipendenti. E sempre sinceri.

Adoro i gatti, che si difendono, e cercano di farsi vedere piu’ grossi davanti ai nemici che temono. Che non hanno bisogno di approvazione e se ne fregano.

Adoro i gatti, esseri buffi che si rintanano in ogni scatola, che si nascondono dentro all’armadio, e che talvolta ti guardano con un musetto curioso.

Adoro i gatti perchè prendersene cura significa dare amore e aprirsi a riceverlo, che fa tanto bene.

Adoro i gatti, maestri di vita, amici e compagni di parte del viaggio. Presenti e confortanti, a volte anche piu’ degli esseri umani.

Un gatto è un angelo che ti è stato messo accanto.

Adoro svegliarmi con un gatto sul letto, inizio del giorno con gioia, bellissima e pura manifestazione della vita. Che ti ricorda che sei unica al mondo, che ti ricorda di cominciare la giornata in modo felice.  Che ti fa guadagnare il profumo del grano.

Perchè tutti noi, abbiamo bisogno di essere addomesticati.

 

 

 

Siamo andati al canile dove avevano una cucciolata di gatti, per accogliere nella nostra famiglia un altro amico, un cucciolo rosso tanto desiderato da nostra figlia Giada. Siamo tornati felici con 2 cuccioli, incapaci di lasciare il fratellino da solo, col suo musetto adorabile.

Ben arrivati nella nostra famiglia Dobby e Piton!

 

           

 

 

 

 

 

dicembre 2018

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Sogno dunque vivo

 

 

E’ bello avere dei sogni.

Mettere i propri sforzi, le proprie energie, in qualcosa a cui si anela. Che si immagina. Che ci dà una ragione per vivere. O almeno, per andare avanti. Parlo dei sogni, quelli grandi. Non i piccoli desideri.

E’ bello avere dei sogni, ma non è scontato.

Ci si trova adolescenti, spesso, senza sapere cosa volere, cosa fare, a cosa ambire. Incapaci, frequentemente, di fare scelte di vita mirate. Mirate a qualcosa. A un obiettivo. Piu’ spesso ci si trova a fare delle scelte al buio, tentativi. Perché non si sa quale sia il sogno da realizzare, da vivere, da perseguire. O perchè, a quell’età, si è veramente piccoli e inesperti per capire anche solo quello che si desidera. La propria aspirazione. Salvo che si sia già in contatto con una passione innata.

A volte ci si trova anche adulti, errabondi, senza sogni o passioni. In questi casi sarebbe importante restare aperti e non smettere di cercare. Essere curiosi. Guardarsi attorno.  Cercare di stare in ascolto della propria anima. Restare coraggiosi. Sperimentare. Ma non è sempre cosi’ facile.

 

 

E’ una fortuna avere dei sogni.

I sogni, proprio perchè sogni, non sono di facile realizzazione.

A volte restano chiusi nel cassetto, ma è sempre una benedizione averli. Perchè si puo’ decidere di far qualcosa per realizzarli. Studiare una strategia, avere un obiettivo.

Per realizzarli, occorre averne l‘intenzione, tirare fuori la volontà. Impegnarsi. Occorre direzionare la propria energia.

E’ importante imparare che, solitamente, occorre fare fatica per raggiungere qualcosa. E se si riuscirà a portare a compimento il proprio sogno, allora ci sarà la ricompensa per l’impegno, il risarcimento per la fatica, la soddisfazione della realizzazione di un progetto, il concretizzarsi di un’ idea che era nella mente. La felicità di giungere ad un obiettivo che ci si era prefissati.

Avere un sogno è un modo per custodire la speranza. Quella che un giorno lo vedremo realizzato, il nostro sogno.  E’ avere uno scopo, un motivo per cui alzarsi alla mattina.

 

E quando si è meno fortunati e non si hanno grandi sogni, vanno bene anche sogni piccoli, poco ambiziosi. Anche quelli sono importanti. Un piccolo obiettivo, per arrivare a qualcosa. Un piccolo traguardo da raggiungere, e l’energia si muove. Poi, magari, da cosa nasce cosa.

I desideri invece, questi sì, che sono comuni a tutti. E’ difficile non avere desideri, perchè il mondo intorno ci riempie di stimoli. Ci induce a desiderare. Se non vissuti compulsivamente, -desidero, ottengo, passo ad altro desiderio-,  possono essere il motore per la nascita di un sogno e di una passione.

 

Mi sono chiesta quale sia la differenza tra sogno e passione.

Il sogno è qualcosa che è rafforzato dal desiderio e che, nel momento che si compie, genera soddisfazione. Una soddisfazione che porta nutrimento, ma che poi, col tempo, si esaurisce. E si puo’ passare ad un altro sogno.

La passione è qualcosa che continua e che rimane. E’ un’inclinazione, un’interesse costante nel tempo, che induce a cercare e a fare con dedizione. Che genera soddisfazione intensa nello svolgimento, e il desiderio di ripetere l’attività che la procura. Che crea quindi perseveranza. Solo alcuni hanno la fortuna di riconoscerla in giovane età e di farsi trascinare da essa. Una grande fortuna, perchè queste persone sanno già qual’è la direzione nella loro vita.

Il sogno puo’ far nascere la passione, e la passione fa sicuramente sognare. “La passione è l’energia che mette le ali ai sogni”. Quindi, entambi sono importanti.

 

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Ma possiamo fare qualcosa, come genitori, per i nostri figli, se non hanno una passione o dei sogni? 

Difficile da dire, almeno per me. Se i precursori dei sogni sono i desideri, forse puo’ aiutare non esaudire subito tutti i desideri dei nostri figli. Non dare loro tutto, anche il non richiesto. Non anticipare i loro desideri. Ma attendere che nascano, che crescano, che si formi un sogno. Qualcosa da immaginare e a cui anelare. In modo da non togliere la forza al desiderio. In modo che imparino l’attesa. Che imparino l’utilità di coltivare il proprio sogno, di nutrirlo col desiderio. Attendere che i tempi siano maturi per il raccolto. Affinchè il raccolto sia proficuo e nutriente.

Forse solo questo possiamo fare, per aiutare i nostri figli a sognare. Insegnare a desiderare. Perchè ci sarà un momento in cui non saremo piu’ noi, o qualcun’altro, a dare appagamento e realizzazione ai loro desideri, ma che sarà compito loro impegnarsi affinchè possano essere esauditi. E sarà la forza dei loro desideri, se l’avranno imparata, a far muovere loro stessi, la loro immaginazione, e a dare loro la spinta per mettersi in moto.

Sarà in quel momento che ci sarà la riprova: se avranno imparato che è richiesto tempo, sudore, pazienza, per perseguire un sogno; se avranno capito che i sogni  hanno bisogno di una contropartita per realizzarsi, che devono essere curati, coltivati; se avranno acquisito la forza per non abbandonare alla prima difficoltà, allora forse avranno la speranza.

 

 

Se cosi’ fosse, magari potranno avere la fortuna di incontrare la scintilla, quel qualcosa che li appassiona, e che li potrà accompagnare e appoggiare per tutta o parte della vita.  Una passione, insomma.

 

 

 

Bisogna trovare il proprio sogno perché la strada diventi facile.
Ma non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna trattenere alcuno.

Hermann Hesse – Demian

 

Sono sempre i sogni a dare forma al mondo..

 

 

novermbre 2018

 

(foto by Patty e Pixabay)

 

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Un adolescente in crescita

 

 

 

E un giorno la guardi e vedi una ragazza.

Non è piu’ una bambina. I tratti sono già quelli di una donna.

Un momento la conosci, l’altro ti pare di non conoscerla più.

In un altalena che ti disorienta.

 

Non puoi piu’ pensare di sapere i suoi gusti, non sono piu’ quelli.

Non puoi  piu’ comprargli i vestiti, non ci azzeccheresti mai.

Va a scuola lontano, da sola, e percorre strade sconosciute.

Impara a muoversi, ad organizzarsi.

Comincia a pensare a sé, a prendersi cura di sè.

 

Non sai chi sono i suoi compagni, se le amicizie sono giuste, se sa distinguere le buone e le cattive compagnie.

Le prime uscite coi ragazzi, e tu che attendi il suo rientro e i suoi vaghi racconti.

Ti devi fidare. Ma stare anche all’erta, ed esercitare un sano controllo. Una “protezione discreta”, dicono. Ha pur sempre 14 anni.

 

Spesso non le va bene niente. Quello che prepari da mangiare, quello che le proponi, quello che si deve fare.

Di frequente è polemica e discussione.

Le dici di fare una cosa, una, due, tre, quattro, cinque volte, ma lei non la fa. Si dimentica. Ti mette alla prova.

Ti risponde con sufficienza, con arroganza, a monosillabi.

Cerca lo scontro, finchè non lo trova.

 

Ti chiede” come sto?”, le dici “stai bene”, ma poi si cambia.

Fai qualcosa con l’intento di farle piacere,  ma invece stavolta ti sbagli.

C’è disordine nella sua camera, come se fosse scoppiata una bomba, ma lei non lo vede, e sta bene cosi’.

 

 

 

 

Ma non c’è solo questo.

 

C’è la sua tenerezza quando si avvicina e chiede un bacio.

C’è la sua attesa quando vuole ancora che la accompagni a letto per il bacio della buonanotte.

C’è il suo entusiasmo quando riceve un regalo che chiede.

C’è la sua contentezza quando porta la notizia di un bel voto o di una conquista.

 

C’è la gioia di portarla in viaggio e scoprire che apprezza il bello, l’arte, che si fida delle mete che le si propongono. E anche quando trovi il suo pupazzo ancora in valigia ad ogni vacanza, mentre tu la vedi già grande.

C’è una risata quando ti dice che vorrebbe ancora fare l’album con le figurine.

Adorabili contrapposizioni.

 

C’è il piacere di poterle parlare di certi argomenti, come a una persona adulta che sta formando il suo senso critico.

C’è il piacere di sentirle fare domande su fatti attuali. Di vedere la capacità di passare il tempo anche in maniera creativa e non banale. Di veder nascere e coltivare le sue passioni, la lettura, il disegno, Harry Potter, i Maneskin.

C’è la sua soddisfazione quando capisce che si è conquistata un pizzico di autonomia in piu’.

 

Vedere crescere un essere umano è sempre una meraviglia. In tutte le sue fasi.

Anche quelle che possono essere piu’ difficili e conflittuali.

 

E comprendi che, anche tu, non hai mai finito di crescere.

 

 

 

 

ottobre 2018

 

(foto by Patty)

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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