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L’isola dell’abbandono: abbandono e capacità di abbandonare

 

 

Chi è stato abbandonato, conosce quello che significa il dolore della perdita, di restare solo mentre l’altro se ne va, dello sprofondare nel vuoto. Il buio del fondo, il cadere in frantumi.

 

Chi ha subito un abbandono, molto spesso, per la paura di perdere chi ama, che l’abbandono si ripeta, rischia che “quella paura si trasformi in una pericolosa profezia che si auto avvera” e che generi “una reciproca dipendenza tra chi è terrorizzato dall’abbandono e chi è incline all’ambiguità, alla fuga” (cit. L’isola dell’abbandono).
Che generi l‘attrazione fatale per persone che concedono attimi di “inebriante felicità“, al costo, spesso, di un nuovo abbandono.
Persone destinate a deludere, incapaci di stare in una relazione, che  riportano dentro alla ferita, in un gioco crudele e perverso.
Un gioco che nasconde spesso, a chi viene abbandonato, la stessa incapacità a stare in una relazione.

 

Molto piu’ doloroso sarebbe trovare una persona che non fugge, e accorgersi che la paura, e di conseguenza la voglia di fuggire, è anche di chi temeva di essere abbandonato dall’altro, perchè in quel caso, un eventuale abbandono, potrebbe veramente essere fatale.
Accorgersi della propria “dipendenza dal vuoto.
Della maledetta paura di non essere degno di essere amato, della paura di non essere amabile.

 

E allora, meglio ricercare una situazione dolorosa ma conosciuta, dalla quale comunque si sa che si puo’ sopravvivere, come si è sopravvissuti in passato.
Forse è anche l’anima che richiama queste situazioni, nel tentativo di dare un’opportunità per risolverle, per dare una svolta.

A volte, chi ha subito un abbandono, teme così tanto il ripetersi dell’evento perchè ha una straordinaria capacita di abbandonarsi completamente lui stesso, alle cose, alle persone. Che significa fondersi, perdersi, darsi completamente, esserci fino in fondo, affidarsi, essere un tutt’uno, senza confini e protezioni, con qualcosa o qualcuno.
E nell’accezione piu’ evoluta, può significare saper godere dei momenti di solitudine e del piacere rigenerante del vuoto.
Per questo, mi chiedo, se la capacità di abbandonarsi prescinde dall’aver fatto l’esperienza dell’essere stati abbandonati, in qualche forma o in qualche momento della vita.

 

Perché poi, dopo essersi abbandonati, o essere stati abbandonati, si puo’ cogliere la grande opportunità di riuscire a ritrovarsi. Rimettere insieme tutti i pezzi, ricostruire una nuova identità. Sentirsi perduti o persi, per ritrovarsi ancor più vicini a sé stessi.

 

Ma per abbandonarsi occorre abbandonare qualcosa o qualcuno. Un’idea di sè. Una modalità conosciuta. Che significa dar luogo a un tradimento.
E tradire solamente non è sufficiente, occorre poi una scelta: consapevolmente scegliere il motivo che ci ha indotto ad abbandonarci, ad abbandonare, a tradire.

 

 

Quando leggi un libro. esci dalla tua storia ed entri in quella di qualcun’ altro, ed è anche per questo che è un momento rilassante.

 

Spesso qualcosa del libro tocca qualche tua corda, e allora è una buona occasione per riflettere. Spesso tocca un’emozione, ed è una buona occasione per viverla o riviverla.

Con questo libro, invece, io sono entrata anche nella mia storia.

Situazioni diverse ma molte similitudini, sensazioni ed emozioni vissute, conosciute.

 

Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno non avremmo bisogno dell’amore.

 

Cosa significa?

 

Che l’amore ci fa sentire ciò di cui abbiamo bisogno, con cui spesso non siamo in contatto?

 

Che proprio per la nostra necessità di sapere quello di cui abbiamo bisogno, per soddisfarlo, e non andare a tentoni in giro per il mondo, abbiamo bisogno dell’amore?

 

Avere bisogno dell’amore è naturale, ma il troppo bisogno non è sano. Stare con una persona, o in una relazione, per il solo bisogno, non è indice di amore, di quell’amore che non dovrebbe essere condizionato da qualcuno o qualcosa.

 

Tuttavia è la mancata soddisfazione di un bisogno che spesso è all’origine di una coazione e di una ricerca compulsiva di qualcosa o qualcuno che vada a riempire quel vuoto, generato dal bisogno, che chiede di essere appagato.

 

Bisogni inappagati e traumi vanno a braccetto, creando quelle che sono le storie fallimentari o malsane della nostra vita. A volte si ripetono, inconsciamente si cercano, nel tentativo di risolvere qualcosa, di comprendere e non aver più bisogno di vivere certe esperienze. Per lasciarsi alle spalle certe modalità e andare verso quello per cui siamo nati: vivere una vita appagante e felice.

 

 

Arianna, protagonista del libro, vive con la paura dell’abbandono, probabilmente da quando i suoi genitori hanno divorziato e il padre se n’è andato.
Da allora teme sempre che qualcosa, una tragedia, si abbatta su di lei, vive nell’attesa di una telefonata che annunci l’irreparabile.
Si mette in una relazione d’amore malsana, dove il timore di perdere la persona amata le fa accettare l’inaccettabile, dove il bisogno e la paura fanno da padroni.

 

Ma un’improvviso nuovo abbandono e inganno, sull’isola di Naxos, dove era andata a trascorrere le vacanze con il compagno,  la buttano sul fondo. Tuttavia generano anche il crearsi di nuove situazioni, nuove conoscenze e sensazioni, e la possibilità di vivere relazioni con diverse modalità, di abbandonarsi, e di cominciare a curare le sue ferite.

 

Quando diventa madre, e tornano a galla le vecchie paure, insieme alla sensazione di poter essere finalmente un tutt’uno con un altro essere umano, si trova davanti ad una scelta: se fidarsi ed abbandonarsi, con l’opportunità di vivere una relazione matura con il compagno, oppure vivere col figlio in una diade, dove inevitabilmente, un giorno, le sue aspettative verranno di nuovo disattese, e al varco ci sarà di nuovo l’inevitabile senso di abbandono e solitudine.
Perchè il senso di esistere non puo’ dipendere da un figlio, da un compagno, da un’altra persona.

 

 

Chiara Gamberale mi è sempre piaciuta molto, per il suo modo di entrare dentro le cose e i personaggi, per la sua intensità e profondità nel descrivere un sentire che mi è molto affine.

Segnalo anche dell’autrice “Quattro etti di amore, grazie” e “La zona cieca“, che mi hanno altrettanto rapito e stimolato.

Un libro veramente toccante. Tanti spunti di riflessione. Una cura.

 

 

 

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1 mese fa

Ma dai, stavo preparando il prossimo post su un libro della Gamberale (che amo moltissimo) e trovo il tuo post…grazie per questa condivisione preziosa, il tema dell’abbandono è qualcosa che ci portiamo dietro e dentro in ogni circostanza della vita dolorosa e di smarrimento. Dovremmo trovare il coraggio di scrollarcelo di dosso come la pioggia che ci inzuppa e credere che in fondo chi ci ha fatto vivere l’esperienza dell’abbandono, alla fine non ci merita.

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.