Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggio nell’angoscia di aver contratto il Covid-19

 

 

Lo sappiamo che possiamo prenderlo, questo virus, anche se mettiamo in atto tutte le misure preventive e ci muoviamo con le dovute precauzioni. L‘impossibilità di vederlo ma la possibilità di sprofondare nelle sue conseguenze, ci getta nell’angoscia e ragionevolmente, per ostacolare la sensazione di paura, talvolta cerchiamo di allontanare il pensiero, per continuare a vivere la parvenza di una vita normale (che normale non è).

Da qualche anno, verso fine novembre, in occasione del compleanno di nostra figlia, ci concediamo una brevissima vacanza. Dapprima sono state le terme, a richiesta della piccola, poi quando è cresciuta ha desiderato andare a Londra, poi a Barcellona, e lo scorso anno Siviglia. Momenti indimenticabili per ritrovarsi, con gioia, insieme.

Quest’anno le restrizioni dovute alla pandemia non consentivano di programmare viaggi, e, proprio negli stessi giorni, non mi è stato risparmiato un altro tipo di viaggio: quello nell’angoscia di aver preso il coranavirus.

Quando il contagio ha cominciato a colpire qualcuno a me vicino, sempre più persone e alcune con sintomi importanti, l’agitazione ha cominciato a farsi più intensa, come se il pericolo, dapprima trasmesso dalle notizie sentite sui media, si stesse materializzando intorno. Mi veniva il panico e da piangere per la preoccupazione, per le situazioni di difficoltà che si venivano a creare, per i casi che si aggravavano, immedesimandomi con le sofferenze delle persone, e nel senso di incertezza e impotenza dei famigliari. Volevo far sentire la mia vicinanza, non con sterili previsioni rassicuranti, che non possiamo fare, –vedrai che andrà bene, se la caverà, vedrai che la situazione migliorerà,–  che non puoi saperlo e nessuno può saperlo, -certe affermazioni sortiscono l’effetto contrario, perché sembrano voler sminuire la situazione, anzichè trasmettere empatia,- mentre la cosa più confortante sarebbe un abbraccio, uno sguardo, ora impossibile. L’unica cosa che credo resti da dire sono parole semplici, –comprendo, sono con te, ti penso, ti sono vicino-. Ci sono. Essere di fronte a qualcuno spaventato o disperato ci mette in contatto con la nostra paura e la nostra disperazione, e gestirle non è semplice: si vorrebbe scacciarle, evitarle, ci sentiamo impauriti e impotenti a nostra volta.

Quando è toccato a me, di avere dei sintomi influenzali assimilabili a quelli del covid, da una sorta di incredulità iniziale, sono precipitata velocemente nel girone infernale delle possibilità e dei pensieri ansiogeni, delle valutazioni e dei ragionamenti: si è visto che il decorso puo’ essere indolore, ma anche che  le cose possono precipitare velocemente, come per taluni di cui ho avuto notizie, ultimamente.

Vuoi sperare, ma non sai quanto puoi sperare, che sia solo una banale influenza. Meglio a me che a qualcuno dei miei famigliari, mi sono detta, l’angoscia della loro malattia sarebbe stata ben peggio. Ma c’è la paura di trasmettergli il contagio, ancor di più quando sei figlia unica, genitore di figlia unica, con i parenti lontani. Che se ci si dovesse ammalare entrambi noi genitori, non sarebbe proprio facile con una figlia adolescente minorenne. Poi, il malessere ha prevalso sull’angoscia, ed è stato come se mi fossi dovuta lasciare andare agli eventi, abbandonare al buco nero, e all’intorpidimento della febbre.

Si è aperto un tempo di organizzazione di spazi diversi in casa, per mantenere le distanze possibili; di mani lavate di continuo, e disinfettanti passati ovunque; di attesa per vedere il decorso dei sintomi, col trascorrere delle ore e dei giorni; di attesa di poter contattare il medico, e che finisca il fine settimana; e poi di attesa davanti ad un telefono, sempre occupato.

E quando finalmente riesco ad avere una risposta..

..chiedo con determinazione al medico di fare un tampone, ascolto l’elenco dei sintomi, che il dottore deve indicare per prendere l’appuntamento per il tampone molecolare, e spunto quelli che ho e quelli che non ho. Resto stupita per la velocità, non devo più attendere, nel giro di due ore sono in uno spazio allestito con tende dell’esercito, che mi fa una certa impressione, nel parcheggio di un palazzo dello sport, in modalità “drive through”. Mi aspettano, hanno già tutti i miei dati, ma chiedono conferma, e ci sono solo 2 persone in coda, in accettazione, rispetto alle tante di qualche giorno prima. Tutto questo è confortante, perché significa che le cose, almeno nella mia regione, stanno funzionando, e soprattutto che il contagio sta rallentando. Con l’auto ci spostiamo dove viene fatto il prelievo, il bastoncino viene infilato a fondo nel mio naso e girato più volte, l’operatore mi dice di non tirare indietro la testa, ma mi viene in automatico per il fastidio.

Poi c’è l’attesa dell’esito, 24/48 ore hanno detto, l’attesa del saturimetro, ordinato subito in via precauzionale, l’attesa di vedere se torna la febbre, la sera, se sento ancora gli odori, i sapori, se gli altri sintomi si attenuano, e la voglia di dormire per non pensare allo scenario peggiore. Considerando, che tutto ciò sta accadendo alla vigilia del compleanno di mia figlia, proprio in quei giorni in cui, l’anno prima ci godevano una splendida Siviglia. Lei decide di farsi da sola la sua torta di compleanno, sa che è in grado di farla, e le riesce anche benissimo, senza nessun aiuto.

 

 

Un compleanno senza baci e abbracci, a distanza, con mascherina e con qualche preoccupazione. Lei sa che se non arriverà l’esito per tempo, non potrà frequentare la scuola in quell’ unico giorno alla settimana previsto per fare il laboratorio di ceramica e progettazione, non perché non sia consentito, ma per coscienza, vista la situazione di incertezza. E che se sarà positivo, dovrà restare in quarantena, tutti saremo in quarantena, e con la paura, stavolta ben motivata, di contagiarci a vicenda. In tutto ciò sappiamo e sentiamo che c’è chi sta peggio, che il non sapere ancora è motivo di speranza, ma io per carattere preferisco sempre non illudermi, pensare al peggio e piuttosto gioire dopo, per attenuare l’effetto di un’eventuale delusione.

Il giorno successivo inizia la consultazione continua del fascicolo sanitario, per vedere se è arrivato il referto. E intanto le persone care mi contattano, mi sono vicine, e io mi sento più fragile e nervosa, e mi ritrovo a piangere per l’ultima pubblicità della Wind.

Il referto arriva a tarda sera, alle 23, l’esito è negativo, io sono un po’ incredula, una postilla sembra (ma solo a me) non dare la certezza della negatività, e mi sento disorientata e restia a togliere la mascherina, a lasciare il divano, a tornare alla vita normale.

L’ho scampato, per ora il virus l’ho scampato. Ho fatto un viaggio nell’angoscia, ho vissuto la parte di un incubo che purtroppo per tanti prosegue, e ringrazio che sia finito in breve tempo, e nel migliore dei modi, ma non è stato bello per niente, e so che comunque non bisogna abbassare la guardia .

Torno nei miei spazi, alla vita normale.  Penso che quando stiamo bene, non ci rendiamo conto, talvolta, del valore della vita normale.

 

novembre 2020

 

Altri articoli  sul coronavirus

 

Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)

 

Pensieri al tempo del Coronavirus

 

Pensieri ai tempi del coronavirus, parte seconda: in isolamento

 

Il grande vuoto

 

Pensieri al dopo il coronavirus

 

Il coronavirus e il popolo dei viaggiatori

 

Coronavirus, fase 2: ce la faremo?

 

Gli adolescenti al tempo del coronavirus

 

 

Visite: 247
0 0 vote
Article Rating
Subscribe
Notificami

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

8 Commenti
Oldest
Newest Most Voted
Inline Feedbacks
View all comments
3 mesi fa

Sono felice che l’esito sia negativo e ora potrai festeggiare il compleanno di tua figlia come si deve!

Capisco molto bene ciò che dici! Purtroppo anche io ho vissuto un momento davvero brutto con mia nonna in ospedale in terapia intensiva!

Stremamma
3 mesi fa

Grazie Patrizia per questo racconto. È proprio vero che nessuno è immune da questo virus e da quello che porta con sè.

3 mesi fa

Mi sono immedesimata nella tua storia dall’inizio alla fine! Hai ragione quando dici che certe esperienze ti aiutano ad apprezzare ciò che possiedi.

3 mesi fa

ciao
io penso che quando saremo anziani, avremo qulcosa da raccontare ai giovani e questo tuo post è una testimonianza dell’angoscia, della paura, dell’ansia di questi tempi e anche la testimnianza di spaccati dolorosi della vita quotidiana domestica dove una tenera mamma con l’influenza deve patire perchè non può far festeggiare il compleanno alla figlia. Io conserverei questo tuo post.
Quanto a te, È profonda la tua esperienza di influenza proprio a ridosso del compleanno della figlia. Sono cose che non si dimenticano. E’ stato doloroso avere la coscienza di un compleanno e non poter dare alla figlia la soddisfazione della gente intorno a sé. Comunque tu le sai dare tante altre cose belle e più importanti e … buon compleanno ala figlia. ciao

Cosa vuoi cercare ?
Seguimi su Facebook

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.