Chiedo clemenza all’autunno

Settembre è passato in sordina tra i ricordi di un viaggio per me trasgressivo e nutriente, compiutosi ad inizio mese, che mi ha lasciato l’energia per affrontare il rientro, insieme al caldo residuo delle estati ormai lunghe, le serate ancora all’aperto, le mattinate di sole che mi fanno cominciare le giornate di buonumore.
Chiedo clemenza ai restanti giorni di ottobre, e al sempre temuto novembre. A questi mesi autunnali che non riesco ad amare, le mattinate uggiose, le foglie che cadono, i primi freddi pungenti, i colori vividi che non riescono a prevalere sull’umore che impenna in discesa, e all’agonia della fine imminente.
Meglio quando si arriva al fondo, nel pieno dell’inverno, giunti alla fine; chiusi nel proprio bozzolo, nel proprio buio o tormento; un fuoco acceso, compagno e ristoratore, per sconfiggere il gelo che è sceso; ritmi lenti, raccoglimento, chiusura alla vita, immobilità. Un letargo che simula la morte.
In attesa. Che passi.
Come quei semi che si proteggono dal gelo dentro madre terra, e attendono. Dormienza, si chiama, serve per superare il freddo, le avversità. In attesa del germoglio.
Così spero che la mia anima attenda. Attenda che il gelo, la paralisi, passi in fretta; che si sostenga col calore di un focolare che sostituisce quello del sole; con parole che siano balsamo e introspezione; con pochi incontri o visioni che nutrano, nell’attesa.
In attesa.
In attesa della fine dell’oscurità.
Della naturale rinascita che ne consegue.
Dei germogli che rispuntano silenziosi.
Di rifiorire a nuova vita, a nuove prospettive.

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