Il ritorno a casa dell’anima: l’Odissea di Nolan

Luglio 2026: esce al cinema il film l’Odissea, del regista Christopher Nolan.
Sapevamo già della realizzazione di questo film, poichè quando siamo andati a Favignana a Maggio 2025, avevano appena terminato le riprese al castello di Santa Caterina, scelto dal regista come ambientazione per Itaca.
Ci sarebbe molto da scrivere su questa opera, ma se ne è già parlato davvero tanto sui social, da punti di vista diversi e molto interessanti, che offrono spunti, letture, interpretazioni, collegamenti all’attualità: mi limterò a fare alcune considerazioni relativamente a un paio di temi che mi hanno particolarmente colpito e fatto riflettere, che riguardano in particolare la metafora del percorso dell’anima per ritornare “a casa”.
Le sfide dell’anima: il canto delle sirene
Tra tutte le sfide che Ulisse deve affrontare per ritornare ad Itaca, la rappresentazione del canto delle sirene è quella per me più d’impatto: egli si trova davanti a qualcosa che sa che, ancora una volta, lo porterebbe a perdersi.
E’ l’attrazione per qualcosa di irresistibile: la seduzione dell’ignoto (per noi forse il potere dell’adrenalina??), ma anche della conoscenza, del piacere, di ciò che vorremmo essere e realizzare, il conseguimento dei nostri ideali e della perfezione.
Ma tutto ciò non è altro che un miraggio, portatore di delusione e disperazione, quando si mostra l’altra faccia della medaglia: l’impossibilità di raggiungere quanto ambito; il realizzare che quello che avevamo, e che ci rendeva felici è perduto per sempre, e i sentimenti di rammarico e nostalgia che ne conseguono; ma anche il dolore per un tempo mancato che non si può più avere indietro da vivere, che genera rimpianto; e la tentazione di fuggire dalla verità dolorosa che il diventare coscienti delle proprie debolezze, colpe, responsabilità, il guardarsi dentro con onestà, comporta.
Ascoltare tutto questo senza un paracadute terrebbe Ulisse ancora lontano dalla sua casa, da sè stesso, dalla sua anima, e lo distruggerebbe. Ma lui vuole ascoltare e con un atto di consapevolezza, coraggio e saggezza, decide di farlo, elaborando uno stratagemma per non cadere nella trappola. Vuole conoscere, pur sapendo che ciò gli procurerà dolore, e gli farà vedere verità scomode. Il cammino verso casa comporta che ciò che non è autentico debba venire alla luce, gli inganni devono essere smascherati, le menzogne che ci si è raccontati devono essere rivelate, i falsi valori o ideali svelati. Quello che si è stati e si è diventati, le parti peggiori di sè, o quelle agite nell’incoscienza, devono uscire dall’ombra, affinchè non lavorino nel buio, portandoci fuori strada, e lontano da casa.
Il percorso della coscienza spesso è doloroso, ma il richiamo, qualcosa dentro che non ti fa sentire in pace, che grida e aspira alla verità, è piu forte, se si hanno orecchie per ascoltarlo.
Mi è piaciuta questa lettura:
“È come se ciò a cui teniamo custodisse al nostro posto la memoria della direzione da seguire.”
Ma occorre sempre un atto di volontà, una scelta, il coraggio di ascoltare: trovare un modo, come ha fatto Ulisse, di “legarsi” per sapere, reggere, e non scappare più
«Com’era il canto delle sirene?»
«Era esattamente come vorresti che fosse, e poi tutto quello che non vorresti aver desiderato.
Era il delizioso prurito che vorresti grattare, ma è sotto la pelle e non puoi arrivarci, quindi da delizioso diventa insopportabile.
Quello che vuoi di più è quello che meno puoi avere. È quello che meno puoi avere è quello che avevi già, e che hai perso.
Era il canto di tutte le promesse che non ho mantenuto. E mi ha detto che non voglio tornare a casa veramente.»
La scelta del ritorno
Esiste una parte incontrollabile di destino che interviene nelle nostre vite, e ogni intemperia è una sfida alla motivazione del nostro ritorno a casa.
Sono le nostre scelte a determinarne l’esito?
Io credo che a volte sì; a volte si fa quel che ci è possibile in quel momento, in funzione anche della nostra storia personale, e del punto in cui siamo del nostro percorso. A volte le sfide sono fatali, forse interviene il karma o chissà; a volte non si raccolgono neppure. A volte, invece, è proprio la sconfitta dovuta a una sfida persa a cambiare tutto.
Il momento più emotivamente coinvolgente per me dell’Odissea di Nolan è stato quando Ulisse, dopo aver rimosso per anni, e poi ricordato, il dolore della guerra e le sfide catastrofiche, essere sceso negli inferi, e aver visto le parti piu oscure e abberranti di sè e dell’animo umano, pieno di sensi di colpa e del peso della responsabilità, SCEGLIE.
Non fa la scelta più comoda, ovvero quella di restare con la bellissima ninfa Calipso, – una bella vita in paradiso, nel paese dei balocchi-, – che lo ha accolto e accudito nell’oblio quasi indispensabile per la sopravvivenza (come spesso nei momenti dolorosi): nel profondo della sua anima arriva a sentire che non è quello il suo “posto”, o il suo modo giusto di vivere.
E’ giunta l’ora di tornare a casa – inteso che casa è dove la nostra anima può riposare e trovare un pò di pace; dove possiamo abbandonarci a noi stessi, calare maschere e corazze, essere vicini ai nostri sentimenti e dove ritroviamo i nostri affetti, dopo aver combattuto le nostre battaglie, elaborato le nostre sconfitte, perso e ritrovato la direzione, essere caduti vittime dei bisogni e dei pericoli, delle illusioni e delle seduzioni, che hanno imposto deviazioni al nostro ritorno.
Talvolta è più facile combattere, piuttosto che mollare il controllo e la convinzione di avere potere su tutto. E’ più facile anche che accettare il proprio castigo e la resa. Che, tuttavia, è l’unico modo per guardare la verità in modo onesto, accettarla, e per cominciare a vivere veramente secondo ciò che l’anima ci richiede.
Per fare questo, per tornare a casa, Ulisse (come credo tutti noi) deve rinunciare a combattere, lasciarsi andare alla corrente, fare un atto di fede. E’ questa resa che gli consente il ritorno, e lui questa volta non deve fare niente, deve solo abbandonarsi: Calipso, che gli enuncia questo, lo rassicura che gli dei gli verranno in soccorso.
“Devi consegnarti alla tempesta, consegnarti a Poseidone, e accettare il tuo castigo.
Zeus non gli permetterà di ucciderti.
Rinuncia a combattere, rinuncia al controllo e VIVI.
È un atto di fede che non hai ancora mai fatto.”
(Calipso)
Mi trovo d’accordo con chi dice che il viaggio di ritorno di Ulisse ad Itaca è il viaggio di tutti noi, della nostra anima verso casa, verso la parte più autentica di noi, quando la coscienza prende il sopravvento e le lezioni sono state apprese, e i tempi sono maturi perché questo accada.
L’universo, o gli dei in quel caso, cospirano a nostro favore, per portarci a riconoscere quello che siamo veramente, i nostri desideri profondi, e la nostra essenza.
E ogni cosa che possa stimolare il risveglio, che possa supportare il viaggio, far riflettere, quando “ci si consegna alla tempesta“, la trovo buona e giusta. Anche un kolossal sul grande schermo, che riprende un grande poema non perfettamente fedele alla storia, ma che mette in campo gli archetipi, cioè le figure e i modelli che appartengono a tutta l’umanità presenti nell’inconscio collettivo, e racconta il cammino e le sfide che, simbolicamente, chiunque di noi decida di intraprendere il viaggio si può trovare ad affrontare.

agosto 2026
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