Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Di invasioni e di vie di salvezza

 

 

A volte penso a quanto sia difficile essere compassionevole con qualcuno da cui senti di doverti proteggere. Soprattutto quando i tuoi confini sono molto labili, non si sono formati a dovere a tempo debito, e hai dovuto lavorare sodo per cercare di costruirteli alla meglio giorno dopo giorno- o costruirti almeno un sistema di difesa -, e nel contempo cercare di resistere agli attacchi, alle invasioni.

Quando hai corso il rischio di passar la vita a cercare di salvaguardare la tua identità, subendo le conseguenze che l’assenza di limiti di protezione comporta. In primis, una bassa autostima, che induce a mettersi sempre in discussione, pensando ogni volta che sia l’altro dalla parte della ragione, e tu ad essere in torto. Diventando facile preda di manipolazioni e di situazioni tossiche, o potenzialmente tali.

Così io ho vissuto per anni: tutto era difficile e faticoso, prendere una decisione, fare una scelta, perseverare, comprendere i miei bisogni, quietare, fidarsi, dare credito a me stessa. Anni in cui il dover vivere continuamente in situazioni conflittuali metteva, toglieva, spostava quei fragili confini, lasciando spazio al dubbio, al senso di precarietà, e all’incapacità di mettere un punto fermo; anni in cui mi sentivo sballottata da una parte all’altra, dalle situazioni, dai miei pensieri, dalle mie emozioni straripanti. E  in cui arrivavo a giustificare carnefici e vittime.

Talvolta al posto dei confini di protezione si ergevano muri, spesso invalicabili, che mi chiudevano in un grande stato di solitudine; oppure erano di cartone, facilmente abbattibili, e che lasciavano spazio all’incursione.

Dopo anni di lavoro su me stessa, e sulla consapevolezza, ancora non riesco ad essere immune, e fatico a proteggermi dalla tossicità. Non riesco a farmi scivolare addosso ciò che non mi fa bene, – restituire al mittente, evitare di farmi sopraffare, di farmi affossare, risucchiare, coinvolgere da dinamiche malsane. A non sentire fatica per ogni cosa: a volte anche semplicemente ad alzarmi la mattina di una giornata di sole, e mettermi in moto.

Ho sulle spalle l’ingombro e il peso di altre vite, che da sempre, in un modo o nell’altro, -che sia invadenza, o presenza imposta-, premono, schiacciano, pesano come macigni; tentano come piovre di catturarmi con i loro tentacoli, e portarmi, come una preda, nei loro abissi.

Posso però, come risultato del duro lavoro, riconoscere le parti che si attivano in me: quelle delle ferite, quelle del bambino piccolo e impotente, quelle delle pretese, quelle delle aspettative. E anche quelle che rappresentano l‘eredità, e tutte le interferenze, anche se, il più delle volte, non le intercetto in tempo reale per arrestare le reazioni che mi provocano.

Mi capita spesso di dovermi sforzare per non farmi fagocitare dalla negatività che ne deriva: ho appeso un biglietto in cucina, per averlo dinanzi agli occhi tutti i giorni, che mi ricorda:

 

“Non importa quale sia la situazione, ricorda a te stesso: ho una possibilità.”

 

E so che l‘antidoto, per me, è perseguire la bellezza: mettere lei a combattere, -certa del successo-, le mie battaglie, con ciò che mi fa ostaggio della tossicità, dell’oscurità e dello sbandamento, in modo da uscirne, non dico illesa, ma di uscirne, con uno sguardo altrove, con uno sguardo dall’alto, con uno sguardo alla meraviglia.
Una sana distrazione ma anche un nutrimento, che si contrappongono al risucchio, e per interrompere i dialoghi con quelle voci ingerenti con cui devo fare i conti, chiamate senso di colpa e senso di sacrificio, che gli invasori mi hanno inculcato, e su cui fanno leva.

E so anche che non devo mollare la speranza in questo antidoto; speranza di realizzare e conservare ciò che so essere balsamo e cura, nonostante tutta la fatica, l’ansia che ciò ancora comporta, e la difficoltà di trovare agganci momentanei di sopravvivenza. E di accettare ciò che non posso cambiare, ciò che non posso fare, o fare diversamente, ed assolvermi per questo.

 

Ci metto tutto l’impegno per riconoscere la mia umanità. La realtà che non tutto è, e ci è possibile, e il delirio di onnipotenza di poter salvare, di poter risolvere, di trovare e fornire soluzioni.

So che, accogliendo così il limite, metto il confine, e scelgo quello che è il bene per me, adottando le sane strategie per mettermi in sicurezza.

Facendo l’unica cosa che mi è davvero possibile: salvare me stessa.

Facendo l’unica cosa giusta: guardare il lato luminoso, perseguire la gioia nella mia vita.

 

 

maggio 2025

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

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Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

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Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.