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Quel metro di distanza: le nuove distanze della pandemia e altre distanze

 

 

E’ da tempo che pensavo di scrivere un post sulle distanze, e ora, con il pericolo dei contagi da covid-19, non se ne fa che parlare, della giusta distanza.

La distanza è

 

lo spazio che intercorre tra due luoghi, due cose, o due persone

 

Se parliamo di relazioni significa tenere qualcuno vicino o lontano.

Riguardo la distanza fisica, ognuno di noi ha uno spazio ideale nel rapporto con l’altro, una bolla di sicurezza, chiamato uovo prossemico (la prossemica è una disciplina derivante dagli studi dell’antropologo Edward T. Hall, che indaga come l’uomo struttura inconsciamente le sue distanze, nella vita di tutti i giorni e con le altre persone ), che definisce lo spazio oltre il quale non desidera che l’altro vada, per non sentirsi a disagio.

Magari è capitato anche a voi, quando qualcuno vi parla, di sentire che vi viene troppo vicino, o che addirittura vi tocca, ed essere infastiditi da questo.

Oltrepassare quello spazio, l’uovo prossemico, puo’ significare avere la sensazione di essere invasi, così come lo stare troppo lontani puo’ dare una sensazione spiacevole o di abbandono.

Attraverso questo spazio viene comunicata una cosa importante: la relazione che si vuole tenere con l’altro, ma anche quale è la nostra zona di sicurezza, quella in cui ci sentiamo protetti, in contrapposizione a quella in cui ci sentiamo minacciati, e sentiamo il bisogno di proteggerci.

Quando penso alla distanza mi viene sempre alla mente il dilemma del porcospino di Arthur Schopenhauer:

 

Il dilemma del porcospino

Alcuni porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono il dolore delle spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali: il freddo e il dolore. Tutto questo durò finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione

 

I porcospini devono cercare una adeguata distanza per non pungersi, e nello stesso tempo per darsi calore. Provano e riprovano, per trovarla.

Come i porcospini, quello che vorremmo nel rapporto con gli altri, è cercare di sentirci vicini, ma senza farci del male, o sentirci invasi nel nostro spazio; senza dare la sensazione di essere invadenti dello spazio dell’altro. Non sentirci soffocare dall’altro, ma neanche avere la sensazione di lontananza. Avvertire distanza da qualcuno che vorremmo sentire vicino, fa male, evoca la sensazione di venire abbandonati. Fa male nel caso di distanza fisica, come nel caso di distanza emotiva. Mentre talvolta prendere le distanze diventa necessario, serve per poter sopravvivere, o prendere respiro.

Insomma, occorre imparare a prendere le misure. Ed è un lavoro fatto di tentativi, prove e riprove, -come per i porcospini,- che, a volte, per le persone con confini più fragili, dura tutta una vita.

 

Io non odio persona alcuna, ma vi son uomini ch’io ho bisogno di vedere soltanto da lontano

Ugo Foscolo

 

Oggi, con la pandemia, le distanze fisiche opportune sono state stabilite, o consigliate, dall’alto, e da altro: il famoso metro di distanza, da tenere, gli uni dagli altri, per non infettarsi col virus. O lo stare ognuno a casa propria, distanti. Per qualcuno puo’ essere un bene, -per chi fatica a stabilirle, le distanze. Mentre per altri puo’ essere faticoso, -per chi sente l’esigenza di una maggiore vicinanza, di un contatto fisico. Certo è che, dover tenere le distanze dai propri cari è sempre molto duro: il contatto fisico, gli sguardi, gli odori, la voce, sono i primi modi di comunicare ed entrare in relazione fin dai primi giorni di vita, e rimangono un elemento costante imprescindibile per creare legami, riconoscere, riconoscersi, in una relazione.

 

 

 

Non è mai bello quando le distanze vengono stabilite da qualcun altro.

Tuttavia, visto che proprio dobbiamo, per proteggerci, possiamo provare a trovare un aspetto positivo nel tenere quelle distanze dagli altri, a cui talvolta non facciamo coscientemente attenzione: possiamo entrare, nostro malgrado o meno, in uno spazio intimo, dove ci si prende il tempo di sentire, di ascoltarci, di fermarci a riflettere, cosa che si fa sempre più di rado, oberati di cose da fare e di stimoli. Uno spazio per stare con noi stessi, guardarci dentro, per quanto bene o male possa farci, cosa che a volte evitiamo, per paura, per fretta, o chissà..

Stando con noi stessi abbiamo la possibilità di venire a contatto con cose che ci spaventano, ci deprimono e ci buttano a fondo, cose di cui non sapevamo dell’esistenza o di cui sapevamo ma cercavamo di stare alla larga, come difesa. Cose che lasciate nell’inconscio potrebbero sabotarci o non permetterci di vivere a pieno, ma impauriti, o come fuggitivi. Possiamo cercare di guardarle, queste cose, riconoscerle sarebbe già un primo passo, e, se necessario, chiedere aiuto per affrontarle.

Oppure potrebbero venire alla luce risorse inaspettate, nascoste, sconosciute o dimenticate, che, occupati a prendere le misure, nella ricerca della vicinanza di qualcuno, o di difenderci dall’invasione qualcun altro, ci erano sfuggite. Insomma può essere un ampliamento di conoscenza e di coscienza, che talvolta potrebbe essere d’aiuto per stare meglio. Anche nel caso in cui il metro di distanza o lo stare a casa propria, lontani, sia un limite, e si senta il bisogno di maggiore vicinanza, poichè il senso della mancanza puo’ portarci a nuove consapevolezze e alla valorizzazione di cio’ che viene a mancare.

 

 

C’è un altro aspetto, poi, che possiamo considerare: se stiamo troppo vicini, non riusciamo a vedere bene, a mettere a fuoco le cose. Vale per gli occhi e vale anche per il resto. Occorre allontanarsi un po’ per vedere piu’ nitidamente, per avere una prospettiva più ampia. Aumentare le distanze, a volte, si rivela necessario, per acquisire più obiettività. E’ un modo per fare chiarezza: non si vede più soltanto una piccola parte, ma qualcosa di più, del grande disegno.

 

Le scene della nostra vita sono come rozzi mosaici. Guardate da vicino non producono nessun effetto, non ci si può vedere niente di bello finché non si guardano da lontano.

Arthur Schopenhauer

 

Potremmo quindi mettere a frutto questo tempo di distanze forzate, oltre che per guardarci dentro, per guardare meglio, o per vedere le cose, o le persone, da un po’ più lontano. Magari per venire a scoprire qualche verità in più. Potrebbe accadere di riuscire ad apprezzare cose che da vicino non vedevamo, di dare valore, di acquisire valore. O, con nuove consapevolezze, di accorgerci di voler lasciare andare, o ridimensionare, quello di cui ci rendiamo conto che non vale la pena, o che in definitiva ha poca importanza per noi.  O vedere se, il fatto di dover porre la nostra attenzione al prendere le misure, a stare attenti se quello o l’altro ci è vicino oppure no, non sia una scusa, proprio per non entrare ad esplorare un po’ di più quel che sentiamo o non sentiamo, le nostre paure, le nostre relazioni.

E potrebbe anche essere un modo per cercare i tanti altri modi di essere vicini: i legami a distanza sono assolutamente potenti, legano o tengono uniti, seppur con fili invisibili, nel bene o nel male. Che vicinanza e distanza a volte, possono alterare la realtà, o essere solo illusioni, da una parte o dall’altra.

 

Se vi separate dall’amico, non addoloratevi, perché la sua assenza vi illuminerà su ciò che in lui amate.

Kahlil Gibran

 

Non si è mai lontani abbastanza per trovarsi.

Alessandro Baricco

 

dicembre 2020

 

 

Pensieri al tempo del Coronavirus

Linee di confine

 

Pensieri al tempo del Coronavirus

 

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Viaggio nell’angoscia di aver contratto il Covid-19

 

 

Lo sappiamo che possiamo prenderlo, questo virus, anche se mettiamo in atto tutte le misure preventive e ci muoviamo con le dovute precauzioni. L‘impossibilità di vederlo ma la possibilità di sprofondare nelle sue conseguenze, ci getta nell’angoscia e ragionevolmente, per ostacolare la sensazione di paura, talvolta cerchiamo di allontanare il pensiero, per continuare a vivere la parvenza di una vita normale (che normale non è).

Da qualche anno, verso fine novembre, in occasione del compleanno di nostra figlia, ci concediamo una brevissima vacanza. Dapprima sono state le terme, a richiesta della piccola, poi quando è cresciuta ha desiderato andare a Londra, poi a Barcellona, e lo scorso anno Siviglia. Momenti indimenticabili per ritrovarsi, con gioia, insieme.

Quest’anno le restrizioni dovute alla pandemia non consentivano di programmare viaggi, e, proprio negli stessi giorni, non mi è stato risparmiato un altro tipo di viaggio: quello nell’angoscia di aver preso il coranavirus.

Quando il contagio ha cominciato a colpire qualcuno a me vicino, sempre più persone e alcune con sintomi importanti, l’agitazione ha cominciato a farsi più intensa, come se il pericolo, dapprima trasmesso dalle notizie sentite sui media, si stesse materializzando intorno. Mi veniva il panico e da piangere per la preoccupazione, per le situazioni di difficoltà che si venivano a creare, per i casi che si aggravavano, immedesimandomi con le sofferenze delle persone, e nel senso di incertezza e impotenza dei famigliari. Volevo far sentire la mia vicinanza, non con sterili previsioni rassicuranti, che non possiamo fare, –vedrai che andrà bene, se la caverà, vedrai che la situazione migliorerà,–  che non puoi saperlo e nessuno può saperlo, -certe affermazioni sortiscono l’effetto contrario, perché sembrano voler sminuire la situazione, anzichè trasmettere empatia,- mentre la cosa più confortante sarebbe un abbraccio, uno sguardo, ora impossibile. L’unica cosa che credo resti da dire sono parole semplici, –comprendo, sono con te, ti penso, ti sono vicino-. Ci sono. Essere di fronte a qualcuno spaventato o disperato ci mette in contatto con la nostra paura e la nostra disperazione, e gestirle non è semplice: si vorrebbe scacciarle, evitarle, ci sentiamo impauriti e impotenti a nostra volta.

Quando è toccato a me, di avere dei sintomi influenzali assimilabili a quelli del covid, da una sorta di incredulità iniziale, sono precipitata velocemente nel girone infernale delle possibilità e dei pensieri ansiogeni, delle valutazioni e dei ragionamenti: si è visto che il decorso puo’ essere indolore, ma anche che  le cose possono precipitare velocemente, come per taluni di cui ho avuto notizie, ultimamente.

Vuoi sperare, ma non sai quanto puoi sperare, che sia solo una banale influenza. Meglio a me che a qualcuno dei miei famigliari, mi sono detta, l’angoscia della loro malattia sarebbe stata ben peggio. Ma c’è la paura di trasmettergli il contagio, ancor di più quando sei figlia unica, genitore di figlia unica, con i parenti lontani. Che se ci si dovesse ammalare entrambi noi genitori, non sarebbe proprio facile con una figlia adolescente minorenne. Poi, il malessere ha prevalso sull’angoscia, ed è stato come se mi fossi dovuta lasciare andare agli eventi, abbandonare al buco nero, e all’intorpidimento della febbre.

Si è aperto un tempo di organizzazione di spazi diversi in casa, per mantenere le distanze possibili; di mani lavate di continuo, e disinfettanti passati ovunque; di attesa per vedere il decorso dei sintomi, col trascorrere delle ore e dei giorni; di attesa di poter contattare il medico, e che finisca il fine settimana; e poi di attesa davanti ad un telefono, sempre occupato.

E quando finalmente riesco ad avere una risposta..

..chiedo con determinazione al medico di fare un tampone, ascolto l’elenco dei sintomi, che il dottore deve indicare per prendere l’appuntamento per il tampone molecolare, e spunto quelli che ho e quelli che non ho. Resto stupita per la velocità, non devo più attendere, nel giro di due ore sono in uno spazio allestito con tende dell’esercito, che mi fa una certa impressione, nel parcheggio di un palazzo dello sport, in modalità “drive through”. Mi aspettano, hanno già tutti i miei dati, ma chiedono conferma, e ci sono solo 2 persone in coda, in accettazione, rispetto alle tante di qualche giorno prima. Tutto questo è confortante, perché significa che le cose, almeno nella mia regione, stanno funzionando, e soprattutto che il contagio sta rallentando. Con l’auto ci spostiamo dove viene fatto il prelievo, il bastoncino viene infilato a fondo nel mio naso e girato più volte, l’operatore mi dice di non tirare indietro la testa, ma mi viene in automatico per il fastidio.

Poi c’è l’attesa dell’esito, 24/48 ore hanno detto, l’attesa del saturimetro, ordinato subito in via precauzionale, l’attesa di vedere se torna la febbre, la sera, se sento ancora gli odori, i sapori, se gli altri sintomi si attenuano, e la voglia di dormire per non pensare allo scenario peggiore. Considerando, che tutto ciò sta accadendo alla vigilia del compleanno di mia figlia, proprio in quei giorni in cui, l’anno prima ci godevano una splendida Siviglia. Lei decide di farsi da sola la sua torta di compleanno, sa che è in grado di farla, e le riesce anche benissimo, senza nessun aiuto.

 

 

Un compleanno senza baci e abbracci, a distanza, con mascherina e con qualche preoccupazione. Lei sa che se non arriverà l’esito per tempo, non potrà frequentare la scuola in quell’ unico giorno alla settimana previsto per fare il laboratorio di ceramica e progettazione, non perché non sia consentito, ma per coscienza, vista la situazione di incertezza. E che se sarà positivo, dovrà restare in quarantena, tutti saremo in quarantena, e con la paura, stavolta ben motivata, di contagiarci a vicenda. In tutto ciò sappiamo e sentiamo che c’è chi sta peggio, che il non sapere ancora è motivo di speranza, ma io per carattere preferisco sempre non illudermi, pensare al peggio e piuttosto gioire dopo, per attenuare l’effetto di un’eventuale delusione.

Il giorno successivo inizia la consultazione continua del fascicolo sanitario, per vedere se è arrivato il referto. E intanto le persone care mi contattano, mi sono vicine, e io mi sento più fragile e nervosa, e mi ritrovo a piangere per l’ultima pubblicità della Wind.

Il referto arriva a tarda sera, alle 23, l’esito è negativo, io sono un po’ incredula, una postilla sembra (ma solo a me) non dare la certezza della negatività, e mi sento disorientata e restia a togliere la mascherina, a lasciare il divano, a tornare alla vita normale.

L’ho scampato, per ora il virus l’ho scampato. Ho fatto un viaggio nell’angoscia, ho vissuto la parte di un incubo che purtroppo per tanti prosegue, e ringrazio che sia finito in breve tempo, e nel migliore dei modi, ma non è stato bello per niente, e so che comunque non bisogna abbassare la guardia .

Torno nei miei spazi, alla vita normale.  Penso che quando stiamo bene, non ci rendiamo conto, talvolta, del valore della vita normale.

 

novembre 2020

 

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NOTO, la stilosa

 

 

Noto, con la sua elegante perfezione di strade e palazzi color miele, è un gioiello dell’architettura barocca in Sicilia, e un’atmosfera quasi irreale si respira tra le vie del centro.

Lasciata Modica, ci siamo diretti verso Noto, dove siamo arrivati a sera inoltrata, al termine di un’intensa ma appagante giornata.

L’alloggio, che abbiamo prenotato all’ultimo momento, tramite booking.com, era appena fuori dalla città ma è stata un piacevole sorpresa: dal nostro terrazzo avevamo una bella vista della città illuminata, e la luna piena che sorgeva ha reso il panorama ancor piu’ incantevole.

 

 

Per finire la lunga giornata iniziata a Grammichele, ci siamo recati in città per cena, trovando non poche difficoltà per il parcheggio (che mi ha fatto ringraziare di aver prenotato un alloggio fuori dal centro storico).

Il centro di notte è splendidamente illuminato, la bellezza degli edifici color miele risalta con le luci dei fari e delle luminarie.

 

 

Le vie, troppo affollate nel periodo, ahinoi! trasmettono un senso di festa di paese, e il corso principale è cosi’ pieno di monumenti barocchi, che risulta subito chiaro il motivo per cui Noto sia stata nominata la capitale del barocco, e patrimonio Unesco dal 2002. E pensare che il terribile terremoto e tsunami del 1693 ha raso al suolo l’antica città! Al suo posto è nato un luogo sicuramente scenografico, diverso dai precedenti visti, Modica e Ragusa, dall’aspetto ordinato e armonioso, disposto a terrazza sulla cima di un altopiano, con strade dritte e parallele regolari, intervallate da piazze e maestose scalinate.

 

 

Sfuggendo dal caotico corso Vittorio Emanuele, abbiamo imboccato la parallela via Ducezio, e cenato gustando specialità siciliane, da Geranio sicilian food and drink: parmigiana di melanzane, polpette di sarda alla palermitana e pizza per nostra figlia.

A Noto ci siamo fermati due notti, e devo dire che è stata una buona scelta, perchè si trova in un punto strategico della Val di Noto. La città l’abbiamo ri-visitata non il giorno dopo, dedicato alle bellezze della zona, mare, oasi di Vendicari, Avola e borgo di Marzamemi, bensi’ la mattinata ancora successiva.

 

 

La calma del mattino e la luce del sole ci hanno fatto apprezzare ancora di piu’ lo stile della città.

Intanto siamo riusciti a trovare molto piu’ facilmente un parcheggio rispetto alla sera, e poco distante dalla cattedrale, in zona Palazzo Landolina.

Ma partiamo dall’ingresso alla città, in corso Vittorio Emanuele, da Porta Reale, che è un bellissimo arco del trionfo, al termine di un viale fitto fitto di alberi, stupendo.

 

 

Il corso attraversa il centro storico ed è ricco di palazzi e chiese e interrotto da 3 piazze: la prima che si incontra, poco oltre l’ingresso da Porta Reale, è piazza dell’ Immacolata, dove appare la grandiosa chiesa di San Francesco, con una triplice scalinata.

 

 

Proseguendo si arriva alla Piazza del Municipio, su cui si affaccia il municipio stesso, Palazzo Ducezio, all’interno del quale si può visitare la sala degli specchi (noi non siamo andati per mancanza di tempo).

 

 

E di fronte c’è la maestosa scalinata che conduce alla collinetta dove è costruita la  Cattedrale di S. Nicolo’, sulla cui cima si ha una vista favolosa di tutta la piazza e dintorni. Nel 1996 la cupola della chiesa ha avuto un cedimento strutturale ed è crollata, probabilmente per la friabilità della pietra calcarea di tufo arenario che è stata utilizzata durante la sua costruzione, nel 700.

 

 

Proseguendo per il corso, la strada si fa vivace, con localini e negozi, e sempre con il naso all’insù abbiamo ammirato la bellezza dei palazzi. Appena dopo la piazza, si incontra  la Chiesa di S. Carlo.

 

 

Giunti in via Nicolaci, siamo stati colpiti dal murales dove è disegnata la celebre infiorata della primavera barocca di Noto, che si tiene la terza domenica di maggio, quando la strada viene riempita di fiori: già dal disegno si può immaginare che dev’essere uno spettacolo unico!

 

 

Salendo lungo la strada, un bellissimo palazzo, che si chiama Nicolaci Villadorata, non puo’ non essere notato, con i suoi balconi pieni di particolari barocchi.

 

 

E’ anche possibile visitarlo, ma noi siamo entrati soltanto ad ammirare il delizioso cortiletto interno.

 

 

Alla fine della salita si arriva in via Cavour, perpendicolare al corso principale, piena anch’essa di interessanti palazzi settecenteschi tardo barocchi, e svoltando sulla sinistra, dopo pochi metri, la scalinata di Mariannina Coffa sorprende con le sue decorazioni, che vengono cambiate nel tempo. Noi l’abbiamo trovata così

 

 

Ma in tutta la zona si trovano scalinate dipinte, meravigliose!

 

 

Ritornando su Corso Vittorio Emanuele, e proseguendo la visita, siamo arrivati a Piazza XVI maggio, su cui si affaccia il bel teatro Liberty, e di fronte la chiesa di San Domenico.

 

 

Abbiamo lasciato anche il centro storico di questa città dorata, che ci ha dato l’impressione di camminare all’interno di un’ opera d’arte, dove possiamo confermare che l’armonia del barocco ha avuto veramente la sua massima espressione.

 

Il nostro alloggio a Noto

A Noto abbiamo alloggiato alla casa vacanza Chiaralice, fuori dal centro, ma si puo’ raggiungere, in una ventina di minuti a piedi, Corso Vittorio Emanuele, dalla parte opposta a Porta Reale. Non è stato semplicissimo da trovare, ma è sicuramente in un punto molto panoramico: dal terrazzo della nostra camera, potevamo vedere Noto, che alla sera illuminata è spettacolare. La luna piena, poi, e una bottiglia di Nero d’Avola, offerta dal B&B, ha reso ancor più magica la visione.

 

 

Combattuta nella scelta dell’alloggio, avrei voluto una struttura nel centro storico, ma prenotando all’ultimo momento tutte le mie scelte selezionate non erano più disponibili. Col senno di poi devo dire che ho apprezzato molto questo b&b, soprattutto dopo aver visto la difficoltà nel trovare parcheggio la sera in centro.. oltre che per la bella piscina, dove al mattino, in tutta solitudine, ho potuto godere di un bagno, con vista sulla città.

 

 

Oltre a ciò il la casa vacanze Chiaralice offre camere nuove, arredate elegantemente, con particolari di design e ha una formula molto interessante, in quanto mette a disposizione degli ospiti una bella cucina attrezzata: ogni camera ha il suo tavolo, con una colazione espressa (capsule per il caffè, fette biscottate e brioche confezionate, latte nel frigorifero, acqua), non nominata nel prezzo, per cui è stata una sorpresa, e come già detto sopra, una bottiglia di vino locale.

 

 

E’ praticamente una casa di proprietà, dove al primo piano ci sono le camere, la sala e un bel terrazzo comune. La nostra stanza era una suite tripla, molto ampia, arredamento essenziale sui toni del grigio e bianco, caratteristico dello stile design, con vetrata a vista in bagno, vasca e doccia (non a vista la doccia, water e bidet) e terrazzino con tavolo. Entrata e uscita in completa autonomia con le chiavi, parcheggio all’interno del cortile di proprietà.

 

 

Sicuramente una scelta azzeccata, ci siamo trovati proprio bene!

 

Da Noto, poi, abbiamo visitato i meravigliosi dintorni

Spiaggia Pineta del GELSOMINETO, Tonnara di VENDICARI e borgo di MARZAMEMI

Per proseguire poi per Siracusa

Il fascino di Ortigia e la Neapolis di SIRACUSA

 

In conclusione, anche #noto si è rivelata una città assolutamente da non perdere durante un tour della Sicilia orientale!

 

 

 

settembre 2020

 

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MODICA, meraviglia  e cioccolato

 

 

Modica, un’altra meraviglia della valle di Noto e del barocco siciliano..con in più la tradizione del cioccolato fabbricato in un modo tutto particolare!

Dopo aver lasciato Ragusa, all’arrivo a Modica, sul corso principale, Corso Umberto, siamo rimasti subito colpiti dalla chiesa di S. Pietro e la sua scalinata barocca, con le statue dei 12 apostoli.

 

chiesa di san pietro modica

 

Poco oltre si trova il capolinea del trenino barocco che avevamo pensato di usare per visitare la città, piu’ grande di Ragusa e inerpicata sulla collina: non avremmo potuto farcela ad arrivare in cima, dopo la visita di Ragusa. Fatti i biglietti, e confermato l’orario di partenza, acquistati i ticket per la sosta dell’auto sul corso, abbiamo preso posto sul trenino!!

Alla partenza siamo passati per Piazza del Municipio, ammirando già gli splendidi edifici barocchi di Modica bassa.

 

 

Poi il trenino ha cominciato a salire, e salire.. fino ad arrivare al punto più alto, dalla Chiesa di San Giorgio, dove siamo scesi per goderci il panorama dal famoso Belvedere, e per ridiscendere lungo i vicoli della città: a scendere tutti i santi aiutano! :)

 

 

Alla Chiesa di San Giorgio, con la scenografica scalinata di 250 gradini, una bella sposa in bianco stava salendo al braccio del padre. Curioso che ad ogni viaggio vediamo un matrimonio, ma mi piace questa cosa!

 

 

E qui volevamo anche noi il nostro momento romantico!

 

 

Andando a sinistra dalla scalinata, e passeggiando per i vicoletti, si raggiunge il Belvedere Pizzo, da dove ammirare uno spettacolare panorama di Modica dal punto piu’ alto: una meraviglia, con le case che paiono accatastate le une sulle altre.

 

 

Da li’ abbiamo iniziato la discesa, abbiamo anche conosciuto un simpatico modicano che ci ha accompagnato per un pezzo di strada, raccontandoci la storia della città e mostrandoci alcuni particolari dei luoghi che erano lungo la via: l’uomo era stato il medico del paese, ora in pensione, e col suo entusiasmo e i ricordi dei pazienti defunti, è stato veramente un incontro piacevole. Devo dire che tutte le persone incontrate nella zona, dai passanti. ai camerieri dei ristoranti, agli host, li abbiamo trovati innamorati ed entusiasti del loro territorio e felici di poter condividere con noi le bellezze del posto dove vivono o le prelibatezze della loro cucina!

E’ proprio durante questa passeggiata che ho notato questa via con un nome estremamente bizzarro…

 

 

Chissà chi le avrà dato quel nome e in quale occasione..

 

 

Tagliando lungo un portico con le scale, siamo arrivati al retro della Chiesa di San Giovanni Evangelista, vedendo per primo il suo bel campanile, molto originale

 

 

e svoltato l’angolo ci è apparsa l’enorme scalinata e la vista frontale, che fa rimanere senza fiato, per tutto il contesto a 360 gradi ..

 

 

Da un alto la facciata di questa imponente chiesa barocca, dall’altro il paese ai piedi, con il contorno di alberi fioriti.

 

 

Entrando dentro la Chiesa di San Giovanni ci ha colpito l’acquasantiera: in tempo di virus Covid-19, non c’è più l’acqua benedetta dentro ma il gel disinfettante!

 

 

Sicuramente un’ottima scelta quella di usare il trenino solo per salire e poi scendere a piedi, il panorama dal Belvedere è imperdibile, ma anche il passeggio scendendo tra case e stradine vale la pena.

 

 

Tornati su corso Umberto siamo andati a visitare il museo del cioccolato.

Modica è famosa per il suo particolare cioccolato, che viene fatto con una lavorazione antica e diversa dal consueto, ovvero “a freddo”, che mantiene inalterate le qualità del cacao, e senza l’aggiunta del burro di cacao.

I semi utilizzati sono provenienti dal centro Africa, in particolare dall’isola Sao Tomè, di cui io non avevo neanche mai sentito parlare.. Ne consegue che viene ottenuto un cioccolato molto diverso da quello a cui siamo abituati, con i cristalli di zucchero che restano integri, e si sentono ben definiti masticando, rendendolo quasi croccante e granuloso.

 

 

Al museo è raccontata, attraverso pannelli espositivi, la storia della lavorazione tradizionale del cioccolato di Modica e il suo parallelismo con le lavorazioni adottate dagli Atzechi. Sono presenti inoltre alcune sculture caratteristiche in cioccolato e un grande plastico dell’Italia in miniatura.

 

 

Diciamo che non ci si deve aspettare chi sa che cosa da questo museo, la visita prende poco tempo e la storia è interessante, ma soprattutto quello che cattura è..il profumo di cacao, che inonda i locali, e che è inebriante. Al negozio del museo abbiamo acquistato diverse barrette di cioccolato, ce ne sono per tutti i gusti, dal pistacchio, alla vaniglia, al peperoncino, al cocco, al rhum, a spezie varie, ad altri frutti..

Siamo passati anche all’antica dolceria Bonajuto, la piu’ antica fabbrica di cioccolata della Sicilia, ma una lunga fila per acquistare ci ha dissuaso dal rimanere, e siamo andati a sederci in un bar poco distante, dove abbiamo assaggiato una cioccolata in tazza – o al bicchiere, insomma un misto tra una bevanda e un budino -, fredda, da sballo! veramente una cosa mai assaggiata prima!

 

 

Abbiamo lasciato Modica, per la tappa successiva, Noto, dopo una giornata molto intensa, con le gambe doloranti, ma contenti di aver visto un’altra delle imperdibili città simbolo del barocco siciliano.

 

 

settembre 2020

 

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Sguardo di mamma (di adolescente)

 

 

La guardo.

Così diversa da me, o uguale, in un tempo di cui ho vaga memoria.

Così scostante e distante, si prende lo spazio che è suo, nel mondo, si costruisce la sua rete, dove io sono fuori.

La guardo, adolescente, andare per la sua strada, con dei modi che quasi non riconosco. Estranea eppure uscita dal mio corpo, come se avesse solo preso in prestito, quel corpo, per venire alla luce.

Vissuta nella mia casa, accudita, coccolata e ora pronta a fare i suoi passi nel mondo, a far sentire la sua voce, a voler lasciare la sua impronta, nel suo, di mondo.

La guardo.

Carne della mia carne, ma essere diverso, con risorse spesso a me sconosciute. La vedo combattere per la sua autonomia, e cercare la realtà giusta per lei.

La guardo, e non riconosco più i suoi gusti. Mutanti senza preavviso, nel giusto tentativo di sperimentare, e di andare a delineare la sua personalità.

 

Nuovi spazi per lei, nuovi spazi per me. Nuove identità.

Tante pagine bianche, per lei, da riempire. Tante pagine, già scritte, per me, da rileggere, qualcuna ancora forse da scrivere.

La guardo.

Distolgo lo sguardo. Non vuole avere i miei occhi addosso, invadenti, reali o percepiti come tali, ma non so come altro guardare.

E allora dirigo il mio sguardo un punto, davanti a me, indefinito e sconosciuto, dove entrambe ci stiamo dirigendo. Ognuna per la sua strada.

 

 

 

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Indimenticabile RAGUSA Ibla

 

 

Ragusa è una città straordinaria, che mi ha rapito per la sua particolarità, per la sua bellezza e per la posizione dove sboccia, a 500 metri di altezza, in mezzo alla catena collinare dei Monti Iblei.

Dopo le giornate trascorse a Caltagirone e Grammichele, ci siamo spostati a Ragusa, poi a Modica, con destinazione finale Noto, e purtroppo abbiamo dovuto saltare Scicli. Già il tempo per visitare le due città è stato troppo poco, ne meritano sicuramente di piu’,  e nonostante le brevi distanze l’una dalle altre, la visita di Scicli, a solo 15 minuti da Modica, proprio non ci stava, sia per l’orario che per la stanchezza.

Ragusa appare all’improvviso, in mezzo al nulla, arroccata su un altipiano e per entrare in città si scende fino al punto più basso, dove, tra vicoletti e scale, si puo’ poi salire alle due parti in cui è divisa la città: la parte orientale, Ragusa Ibla, ricostruita dopo il terremoto sulle rovine dell’antica città medievale, e quella occidentale, Ragusa superiore.

 

 

Noi abbiamo parcheggiato nel parcheggio sotto piazza della Repubblica, e dopo esserci fermati all’ufficio del turismo, che è a fianco della Chiesa Anime Sante del Purgatorio, siamo saliti verso Ragusa Ibla, percorrendo i vari vicoletti in direzione del Duomo di San Giorgio.

 

 

Durante il percorso abbiamo visto scorci stupendi.

 

 

Lungo la strada, un cittadino ci ha consigliato dove andare per godere di un bel panorama, quindi seguendo le sue indicazioni, siamo arrivati all’apice della collina, in via Solarino, e quello che ci si è presentato davanti è stata una meraviglia: da una parte Ragusa Ibla e in primo piano la cupola del Duomo di San Giorgio, dall’altra, in lontananza Ragusa superiore.

.

 

I vicoli erano deserti e con un’atmosfera incantevole, come essere tornati indietro nel tempo. Alla chiesa di San Giorgio ci si arriva alle spalle, si costeggia, e poi si comincia a scendere: una cosa mai vista, una piazza in discesa, dove si affaccia un imponente duomo, con la sua grande scalinata, e la sensazione della volontà di elevazione verso l’alto.

 

 

Sono rimasta incantata e stupefatta da questa meraviglia, tra l’altro tutto contenuto e pulito, che pareva di essere in un salotto.

Sulla piazza abbiamo incontrato anche il trenino del barocco, un modo meno stancante per visitare le città barocche, ma abbiamo deciso che potevamo farcela a visitare Ragusa, non eccessivamente grande, anche sulle nostre gambe, programmando di prenderlo invece a Modica.

Ci siamo fermati a pranzo proprio in piazza, con la vista sul Duomo, un piccolo locale ha colto la nostra attenzione, ilBiancomangiare Bistro’ via del Convento 15:  personale gentilissimo e disponibile e piatti sublimi, ovvero un cous cous alla siciliana, con gamberetti pomodorini secchi basilico e pomodori, e due arancini caprese con ripieno di mozzarella e pomodorini, e sopra colata del famoso caciocavallo ragusano.

 

 

Tutta questa bellezza ci ha fatto passare sopra a un tempo variabile, a tratti nuvoloso, ma d’altro canto, almeno abbiamo potuto girare senza patire troppo caldo, che quando il sole usciva non lasciava molta tregua!

 

 

Abbiamo quindi proseguito oltre la piazza, lungo corso XXV Aprile, con destinazione Giardini Iblei, all’estremità della città. All’arrivo, di nuovo senza parole per la bellezza: un’oasi di verde, una flora molto varia, con anche tante palme.

 

 

Nel giardino si trovano 3 chiese, e degli scavi archeologici, oltre ai resti della vecchia chiesa di San Giorgio, distrutta dal terremoto.

Sul fondo, c’è una terrazza con vista sulla vallata dell’altipiano e sui monti iblei, uno spettacolo meraviglioso!

 

 

Abbiamo percorso la strada a ritroso, e, da Piazza della Repubblica, abbiamo ammirato gli scorci caratteristici, i vicoli, gli archi, gli edifici dai toni rosati ed ocra di Ragusa superiore.

 

 

Prendendo la Salita Commendatore, siamo passati dal il Palazzo della Cancelleria

 

 

e dalla Chiesa di Santa Maria dell’Itria

 

 

Il mio obiettivo era di arrivare, attraverso un’altra scalinata, alla Chiesa di Santa Maria delle Scale, al vertice di questa parte della città, che avrebbe portato poi sulla strada per la Cattedrale di San Giovanni Battista, ma il numero dei gradini, 250, ci ha scoraggiato, facendoci rinunciare, al pensiero che avevamo ancora un’altra città, Modica, da visitare.

Probabilmente si capisce che Ragusa mi ha entusiasmato, e mi è piaciuta moltissimo. Quanto ad originalità, come città, per me non ha rivali!

 

 

settembre 2020

 

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Giovinezza obbligatoria?

 

 

La paura di sprecare il tempo della vita e la vita stessa

(che mi ha accompagnato per molto tempo).

La paura di restare incastrati, magari senza accorgersene. O della capacità di vedere, ma non di saper fare delle scelte.

Il timore che il tempo passi, e di ritrovarsi a fare dei bilanci, con i conti che non tornano, e troppo tardi per cambiare qualcosa, o per trovare il coraggio di farlo. Di avere sprecato quel libero arbitrio, quella possibilità di scegliere, che non è un privilegio di tutti.

Quel momento in cui ti rendi conto che l’età avanza.

Che il tempo è sempre meno, e che il corpo, la mente non rispondono piu’ come una volta. Quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Quel momento in cui aumenta il divario tra quel che vedi e senti dentro e quello che appare da fuori. Vedi il viso riempirsi di rughe, senti  il corpo indolenzirsi, l’energia che viene a mancare, le cose che sfuggono o non si ricordano. Controlli piu’ volte se hai messo nella borsa il telefono, gli occhiali, le chiavi.. che ci hai infilato poco prima. Quando percepisci distante quello che gli altri vedono di te, rispetto a quello che senti tu. Guardare gli altri della tua età e non riconoscerti. Constatare, e doversi rassegnare all’idea, che i piu’ giovani ti considerano vecchio.

Mentre tu, magari, ti senti ancora l’anima di un bambino, la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzino, gli alti e bassi di un adolescente. Quando hai la sensazione di non essere mai diventato grande e avere fatto le cose dei grandi.

Mentre si riduce la gamma delle tue possibilità: non puoi piu’ far conto sulla bellezza, sull’energia, sulla velocità, su un’immagine, su tutte quelle cose che contraddistinguono un corpo giovane e una giovane età. E devi cercare nuove e diverse risorse dentro di te, per compensare e non soccombere.. ed è una gran fatica!

E, forse, non vorresti renderti conto di tutto ciò, perché invecchiando diventi piu’ fragile, e in modo evidente. Magari dopo aver tentato tutta una vita di mascherarla o proteggerla, la tua fragilità.

Puoi anche far finta di niente, evitare questi pensieri, cercare di apparire ancora giovane, di nascondere, a te stesso o agli altri.

Per il protagonista dello spettacolo GIOVINEZZA OBBLIGATORIA, non è mai arrivato il momento per questi pensieri. Magari l’ha sempre sfuggito. Si trova catapultato all’improvviso di fronte all’evidenza di essere vecchio, e non per suo volere. Gli arriva lo scossone, e tutto accade cosi’ velocemente da restare incredulo di fronte al destino che gli si prospetta, che appare inevitabile e che non accetta: quello di dover scegliere la morte. In quel momento realizza qualcosa che probabilmente non ha mai voluto vedere o non si è fermato a pensare:

 

“ho sempre vissuto la vita come deve essere vissuta,

non mi sono mai chiesto come l’avrei voluta vivere.”.

 

 

E’ la triste ammissione di non aver fatto scelte consapevoli, di essersi fatto travolgere da meccanismi di omologazione, ed essere stato incastrato in una coazione al lavoro, subendo ritmi dettati, alla ricerca di prestigio e successo. In un contesto dove, anche la forza dei sentimenti o di una vita trascorsa insieme, è indebolita e sottomessa all’interesse della propria sopravvivenza alle ragioni del sistema. In una società in cui tutto è meccanico e programmato da qualcosa al di fuori di noi, dominata da valori materiali, dal culto dell’immagine, e dove appunto la giovinezza è un valore da perseguire, non uno stato temporaneo. Che fa nascere l’esigenza di mostrarsi sempre giovani, di restare giovani anche con artefatti, cadendo talvolta nel ridicolo.

“Produci-consuma” è il leitmotiv dei protagonisti, a cui, in analogia a quello che è il momento storico che stiamo vivendo, -dove l’importanza delle persone è misurata in quanto consumatori,- mi viene da aggiungere:

“ fai vedere – mostra – metti in piazza”.

 

Ansia..ansia…ansia.. l’ansia della situazione ti sovrasta.. finchè  …qualcosa scatta, come a volte nella realtà. Istinto di sopravvivenza? Attaccamento alla vita, che emerge nei momenti più improbabili? Consapevolezza di avere il tempo limitato? Voglia di cercare di realizzare, nel poco tempo rimasto, qualcuno dei sogni o dei desideri che si sono custoditi o che non si sapeva avere? Desiderio di recuperare qualcosa?

Ecco, quando quel qualcosa scatta, c’è un senso di liberazione. Perchè l’uomo si rende conto che c’è una possibilità di scelta.

Seppure con i limiti evidenti, anche l’eta avanzata puo’ consentire di scegliere, se non altro, un atteggiamento da adottare, per affrontare la vita che rimane. Con dignità. Senza ulteriori sprechi, se ve ne sono stati. Senza lagna, nonostante il tanto che viene a mancare. E proprio la consapevolezza degli anni che passano, e il desiderio di non sprecare ancora del tempo, puo’ stimolare a scegliere di permettersi quello che non ci si è mai permessi, di fare quello che non si avrebbe o non si ha mai fatto, di dare risposte mai immaginate, di essere la persona che si vuole…di  mandare affanculo, di diventare rompi-coglioni, di smettere di far finta di niente.. Di acquisire nuove libertà: le libertà di chi ha piu’ poco da perdere.

E’ dura lasciare la giovinezza.. ma voglio sperare che la vecchiaia non sia solo un accumulo di anni che passano. e di rughe, ma anche di saggezza, di esperienze che hanno insegnato, e che possono insegnare a qualcuno. Che cio’ che è contenuto, ed è frutto di una vita vissuta, sia piu’ importante del contenitore esterno.

Voglio sperare che anche dietro una mascherina, obbligatoria e opportuna, dove le lacrime non sanno dove andare, vedere rappresentato su un palco quel che puo’ essere, sia utile per far fermare a riflettere profondamente, per accorciare i tempi e per contenere gli sprechi.

E voglio sperare, e mi auguro, che i luoghi di arte e cultura, come il nostro teatro, continuino ad essere frequentati e considerati importanti. Perché spettacoli come questo, non solo fanno trascorrere un pò di tempo di qualità e distraggono per un pò da se stessi, ma mettono in moto i pensieri, creano collegamenti, empatia, terapeutiche identificazioni in personaggi, situazioni ed emozioni, ampliano la coscienza, ci riportano a noi e ci fanno riconoscere come esseri umani.

Tutto cio’ che serve anche per invecchiare meglio.

 

Spunti di riflessioni dallo spettacolo Giovinezza obbligatoria del Teatro delle Temperie.

ottobre 2020

 

Lo spettacolo https://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/giovinezza

recensione del magazine About https://aboutbologna.it/giovinezza-obbligatoria-tre-compagnie-teatrali-produci-e-consuma/?fbclid=IwAR1CXFVTF2L_JsfAkyj5zbC_A5Btk9Mj7QYlVa6wt4mGPAcprZey9RD63eA

 

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CALTAGIRONE e GRAMMICHELE

 

 

 

Caltagirone e le maioliche.

Il nostro giro per la Val di Noto, dopo Catania, è proseguito verso Caltagirone, meta scelta per le sue ceramiche visto l’indirizzo scolastico scelto da nostra figlia all’Istituto d’arte.

Caltagirone infatti è famosa per la sua ricchezza di argilla e per la lavorazione della ceramica sin dai tempi degli antichi greci, arte che continua ad essere vitale ancora oggi.

La cosa che piu’ ci incuriosiva vedere della città era la famosa scalinata di Santa Maria del Monte, del 1608.

 

 

142 gradini con alzate ricoperte ognuna di disegni in ceramica diversi.

 

 

La scalinata si trova a fianco a Piazza del Municipio, da dove siamo arrivati, parcheggiando comodamente in una traversa.

Il centro storico di Caltagirone è suddiviso in due parti da via Roma, unite dal bel ponte piastrellato di San Francesco.

 

 

Da un lato si va verso la chiesa di San Francesco di Assisi

 

 

dall’altro, verso la Cattedrale di San Giuliano, oltre la quale si giunge in Piazza Municipio e alla scalinata.

 

 

Salire la scalinata è faticoso, ma il panorama che si gode, una volta sulla cima e scendendo, è mozzafiato.

Peccato il tempo, un po’ nuvoloso, ma ci ha consentito di salire non sotto il sole, che ancora picchiava forte a settembre.

 

 

A lato della scalinata, tante botteghe di ceramica.

 

 

Percorrendo le scale ho individuato un bed and breakfast, che se avessi potuto fermarmi per la notte avrei sicuramente scelto, per la delizia dell’ubicazione e del panorama, dal nome che già fa sognare: 3 metri sopra il cielo

 

 

Ovunque in città si possono comunque scorgere le meravigliose maioliche siciliane, dai monumenti alle botteghe artigiane che le vendono, ed esiste anche un museo della ceramica, che non abbiamo visitato, scoraggiati dalle recensioni non proprio positive e dal poco tempo a disposizione.

 

 

Ci siamo fermati a pranzo in centro, in un vicoletto poco distante dalla scalinata, in via Duomo, dove abbiamo trovato Pinsè, sicilian fast food, che preparava cibo fatto al momento, e abbiamo gustato ottimi arancini e la famosa pinsa, una specie di pizza con la pasta a lunghissima lievitazione, nonchè degli squisiti cannoli ripieni a scelta…

 

 

La passione per la cucina locale che ho sentito e gli ingredienti ricercati, mi fanno consigliare vivamente questo posto.

Che dire? #Caltagirone merita sicuramente una visita, è una gran bella e particolare città!! (ma quale non lo è, in questa zona???).

 

Grammichele e la sua piazza.

Da Caltagirone, tra i panorami spesso deserti dell’altopiano Ibleo, siamo arrivati a Grammichele, distante 15 minuti, dove avevamo un appuntamento di lavoro, che ci ha permesso di inserire anche questa città nel nostro giro.

Grammichele è un’interessante, anche se meno conosciuta, città, che era stata proposta anch’essa nella lista delle città patrimonio dell’Unesco del Barocco della Val di Noto. Come le altre, è stata ricostruita, o meglio, costruita, in seguito al terremoto del 1693, per gli abitanti del distrutto borgo di Occhiolà, che si trova a qualche chilometro di distanza.

Siamo arrivati da una strada laterale alla piazza principale, e questa è stata la vista della sorprendente piazza che abbiamo subito avuto, e che ci ha lasciati a bocca aperta.

 

 

Una piazza enorme, il sentimento dello spazio e nello stesso tempo del contenimento è quello che principalmente mi ha investito di primo acchito.

La particolarità della piazza di Grammichele, oltre alle sue dimensioni, è di avere una pianta baricentrica esagonale, da cui si diramano le vie principali, formando esagoni concentrici.

Fu fatta costruire in questo modo dal principe a cui è intitolata, Carlo Maria Carafa, perchè fosse in grado contenere e far arrivare agevolmente la popolazione, nell’eventualità di un nuovo sisma.

In primo piano spiccano la Chiesa Madre barocca, affiancata dal palazzo comunale dell’800, quest’ultimo progettato dallo stesso architetto che ha costruito il Teatro Bellini di Catania.

 

 

Al centro si trova una meridiana, una delle piu’ grandi del mondo, l’asta dell’orologio viene sorretta da una statua in bronzo raffigurante un uomo inginocchiato, che simboleggia il tempo, avvolto da una serie di cerchi, come a significare che il tempo imprigiona in sè stesso (e imprigiona l’uomo?)

 

 

A lato si trova la statua del principe Carlo Maria Carafa, a cui si deve la ricostruzione della città.

 

 

Sulla piazza si affacciano anche eleganti palazzi, bar e circoli ricreativi, che creano una vivace atmosfera tipica, in uno dei quali ci siamo seduti con piacere e abbiamo gustato una gran buona granita siciliana.

 

 

Abbiamo alloggiato in un agriturismo poco distante, tra Caltagirone e Grammichele, nella bella campagna siciliana, dal nome Valle dei Margi, con piscina esterna e una bella spa, dove ci siamo goduti la vista del tramonto dalla finestra della piscina termale, idromassaggio, sauna, bagno turco e docce emozionali, con lo scendere della sera. La cena ha un menù fisso di specialità siciliane, servito in un gradevole ristorante.

 

 

#Grammichele è stata una sorpresa inaspettata, che consiglio di non lasciarsi scappare, anche solo per una breve sosta per ammirare la sua piazza!

In questo emozionante video si puo’ vedere la città di notte dall’alto, partendo dalla sua piazza esagonale

 

 

settembre 2020

 

 

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Il fascino di Ortigia e la Neapolis di SIRACUSA

 

 

Ortigia è l’antico centro storico di Siracusa, un’isolotto di meno di un chilometro quadrato, che si estende dalla città, a cui è collegata da due ponti, che mi ha riempita di entusiasmo.

Girando per i vicoli di Ortigia, le sue piazze, il suo lungomare, sono rimasta a bocca aperta, ammirando gli edifici, i resti e le testimonianze di tutte le civiltà che vi sono succedute: greca, bizantina, normamma, barocca.

E’ il posto che, appena sopra a Ragusa Ibla, mi è piaciuto piu’ di tutti nel nostro giro nella Sicilia orientale. Si respira un clima di bellezza ognidove.

 

 

Siamo arrivati da Noto, -dove abbiamo visitato anche i dintorni,– che dista soltanto una mezz’ora, a Piazza Pancali, non lontana dall’alloggio che avevamo scelto, comodo per non fare troppa strada a piedi con le valigie, (e facendo attenzione a non entrare nelle strade che, in alcuni periodi, sono area pedonale), vicino al grande parcheggio Talete (costo della sosta giornaliera 10 euro) e attiguo al mercato all’aperto, che si tiene nelle strade, la mattina.

Dalla parte opposta della piazza, appaiono. in mezzo alla città, i resti del Tempio greco di Apollo, alcune colonne doriche in un prato recintato, che danno subito un assaggio del fascino che esercita questo centro storico.

 

 

Dal tempio di Apollo, il corso Matteotti, una via del passeggio che non mi è piaciuta particolarmente, una nota un pò stonata nella città, porta a piazza Archimede, anche questa niente di speciale rispetto al resto, con la fontana di Diana al centro. Ma proprio questa piazza introduce agli stretti vicoletti con balconcini, cortili, edifici di pietra bianca calcarea, che, illuminati nelle giornate serene dalla luce del sole, creano un contesto di grande fascino.

 

 

Ma la cosa che mi ha lasciato letteralmente senza fiato è stata percorrere via Minerva, costeggiare il duomo e trovarmi nella piazza che lo ospita, con le luci del tramonto: una visione spettacolare!

 

 

Piazza Duomo stupisce per la sua enormità, è contornata da bei palazzi, tra cui Palazzo Senatorio, ovvero il municipio e Palazzo Beneventano dal Bosco.

 

 

Sul lato destro della piazza si trova la chiesa di Santa Lucia alla Badia, patrona delle città, (che ospita anche un quadro del Caravaggio, che purtroppo non siamo riusciti a vedere perchè chiusa il lunedi’)

 

 

e di fronte, l’angolino terrazzato di Palazzo Borgia del Casale, dove si vedono dalle finestre alcuni dei meravigliosi soffitti decorati interni.

 

 

La Cattedrale di Siracusa si chiama Natività di Maria Santissima, è maestosa e domina la piazza, con le sue colonne sulla facciata e le sue statue.

 

 

Era in origine un tempio dorico greco del V secolo, dedicato ad Atena, la chiesa attuale è stata costruita chiudendo gli spazi fra le colonne del tempio, consentendo di mantenerlo praticamente intatto.

 

 

Sia all’esterno che all’interno sono visibili le colonne originali antiche.

 

 

Questa cattedrale è indubbiamente una delle chiese piu’ interessanti e più belle che ho mai visto.

 

 

Piazza Duomo l’ho adorata a tutte le ore:

con le luci del tramonto

 

 

con l’illuminazione della sera

 

 

con il sole del mattino

 

 

e mi ha lasciato una enorme voglia di tornarci.

Imboccando la stradina a fianco alla chiesa di Santa Lucia, si arriva a un grande Belvedere sul mare, che offre una bella vista su Siracusa, sul porto e fino all’estremità opposta, sul castello.

 

 

Il Belvedere è confinante la fonte Aretusa, un laghetto semicircolare,che prende il nome dalla ninfa Aretusa, protagonista di una leggenda che ne descrive la nascita, e ha la particolarità di essere l’unico luogo al mondo in cui cresce il papiro, oltre le sponde del Nilo. Non si sa se la pianta sia cresciuta spontaneamente, qui e sulla riva del fiume Ciane, un piccolo corso d’acqua che sfocia nel porto di Siracusa, o se sia stato importato dall’Egitto.

 

 

Da qui si puo’ passeggiare sul bel lungomare, vivace zona di bar e ristoranti la sera, che termina, sulla punta, col castello Maniace, fortezza quadrata con 4 torrioni, luogo di pace e contemplazione.

 

 

Abbiamo poi proseguito il nostro giro verso il lungomare levante, dove la costa è rocciosa e a picco, con alcune spiagge di sassi o di roccia, come questa

 

 

Siamo rientrati verso il centro da via delle Maestranze, con i suoi begli edifici, girovagando per gli stupendi vicoletti.

 

 

Abbiamo poi deciso di vedere Ortigia anche dal mare. L’idea iniziale era di farlo al tramonto, poi la stanchezza della giornata precedente ci ha fatto rimandare il tour al pomeriggio seguente. A Piazza Pancali, andando sul lungomare, verso il centro città, si trovano parecchi banchetti dove vengono proposte le gite in barca. Abbiamo concordato l’orario, e pagato 10 euro a testa per una gita di un’ora, che ne è valsa assolutamente la pena. Il tour gira attorno all’isola, costeggiando tutto il lungomare e consentendo di ammirare il bel castello Maniace da questa prospettiva, e poi prosegue verso la costa del lungomare a levante.

 

 

Continua, allontanandosi da Ortigia, verso la costa di Siracusa, fino ad arrivare alle grotte che si trovano sotto la città. Non abbiamo visto il tramonto sul mare come da piani iniziali, ma abbiamo potuto ammirare i colori stupendi fuori e dentro le grotte, entrando, e facendo anche una sosta per chi volesse fare un bagno.

 

 

Il ritorno è dalla parte opposta a quella della partenza, passando per il porto, e sotto a un bassissimo ponte, dove abbiamo dovuto abbassare la testa per non toccare.

 

 

Esperienza promossa a pieni voti!

 

Alla sera Ortigia illuminata si riempie ancor più di fascino, passeggiare e cenare per le vie del centro è proprio spettacolare.

 

 

La Neapolis di Siracusa

 

 

Neapolis è una grande area archeologica, che si trova nella città di Siracusa. Inserita all’interno di un bellissimo parco, tra discese e salite, gli alberi e la vegetazioni nascondono o fanno da contorno a monumenti che riportano indietro nel tempo, al periodo degli antichi greci e degli antichi romani.

Avevo prenotato da casa i biglietti per l’ingresso, ed essendo domenica uno dei giorni in cui ci trovavamo a Siracusa, abbiamo usufruito dell’ingresso gratuito. Abbiamo deciso di visitare per conto nostro il sito, con i nostri tempi, vista anche la giornata calda e soleggiata, senza l’ausilio quindi di una, piuttosto costosa, guida. Nel periodo in cui siamo andati, non tutte le aeree erano aperte.

All’ingresso ci siamo trovati subito di fronte alla Ara di Ierone II, i resti di un altare sacrificale dedicato a Zeus, dove si puo’ immaginare che in passato ci fosse una piazza con porticato a colonne e al centro una piscina.

 

 

Proseguendo il percorso, si scende verso la zona delle latomie, ovvero antiche cave di pietra, dalle quali venivano ricavati i blocchi di roccia calcarea che servivano per costruire gli edifici e le mure della città, sin dal periodo degli antichi greci. Per arrivarvi, si passa per un sentiero coperto da una bellissima lussureggiante vegetazione, che circonda anche le cave, composta da agrumi, ficus, magnolie, palme, ulivi secolari ed altri alberi dall’alto fusto. Risalendo poi verso il teatro, si puo’ ammirare l’area dall’alto e tutta la sua varietà e bellezza.

 

 

La prima cava che abbiamo incontrato è quella dei cordai, così chiamata in quanto, dall’antichità e fino a pochi decenni fa, venivano fabbricavate corde al suo interno, grazie all’umidità che consentiva di ottenere un buon prodotto.

 

 

Molte delle cave, che in origine erano antri chiusi, sono diventate caverne aperte in seguito a crolli dovuti al sisma e a fenomeni atmosferici. Il gruppo piu’ famoso di queste cave si chiama Latomie del paradiso: la piu’ popolare e particolare è quella denominata Orecchio di Dionisio, per la forma che ricorda un padiglione auricolare, al cui interno si verifica un fenomeno acustico che amplifica i suoni. In passato probabilmente è stata una cassa armonica utilizzata per gli spettacoli del vicino teatro. Il nome Dionisio pare derivi dal fatto che il tiranno dell’epoca, Dionisio, in seguito all’eco della grotta, la usava per ascoltare i discorsi dei suoi prigionieri.

 

 

Entrare dentro l’Orecchio di Dionisio è molto emozionante: dopo l’ingresso, la caverna fa una curva e si rimane completamente al buio; ritornando, il paesaggio che si vede dall’arco aguzzo alto 23 metri è spettacolare.

 

 

Dopo le Latomie, inizia la salita sul colle Temenite, che porta sulla cima in un’area pianeggiante e panoramica, dove sono state trovate tombe, che risalgono all’età del Bronzo. In questa parte, che ospita ai suoi piedi il Teatro Greco, ci sono una serie di terrazze scavate nella roccia, dove presumibilmente stava il pubblico durante gli spettacoli in caso di pioggia, e la grotta del Ninfeo, riservata agli attori, al cui interno passa un fiume. Il tutto risulta molto scenografico.

 

 

Il Teatro Greco, di forma semi-circolare, scavato nella roccia, risale al II secolo a.C., ed è uno dei teatri greci piu’ grandi e importanti del mondo greco, e anche il piu’ grande della Sicilia.

 

 

Oltre che per spettacoli teatrali in epoca greca, fu usato come luogo di culto e per le assemblee in epoca romana. E’ tuttora usato per gli spettacoli, con le sue 67 gradinate, che possono accogliere fino a 14000 spettatori. Essendo su un’altura si gode, durante la visita, della vista impagabile del mare.

 

 

Riscendendo il colle, prima dell’uscita, sulla sinistra, si arriva all‘anfiteatro romano, che per dimensioni è inferiore soltanto al Colosseo e all’arena di Verona. Ha sedili scavati nella roccia ed è mancante della parte superiore, ma ancora si possono vedere tunnel e corridoi, da dove si può immaginare l’uscita di fiere e gladiatori, per i combattimenti nell’arena

 

 

 

In nostro alloggio ad Ortigia

L’alloggio di Ortigia l’abbiamo prenotato su Airbnb, The little house, un piccolo appartamento con entrata indipendente, in una tipica stradina pedonale: un gioiellino, in posizione molto comoda al centro e non lontano dal parcheggio Talete e dall’inizio dell’area di accesso vietato alle auto.

 

 

Nuovissimo, arredato con gusto e con tutto cio’ che serve, (addirittura il necessario per la colazione, caffè, brioche confezionate, zucchero ecc., guide della zona) puo’ essere adatto per 3 persone perchè ha un bel letto soppalcato e un divano letto. Segnalo solo la scala non adatta ai bambini, e che la porta finestra guarda sulla strada, per cui aprendo le tende per fare luce si vede l’interno. Ma d’altro canto si sta così poco in casa, con tutte le bellezze che ci sono fuori!

 

 

L’host è molto gentile e disponibile, e ci ha fornito ottimi consigli per i migliori posti dove andare a mangiare in città.

Mangiare ad Ortigia

Su consiglio del nostro host, siamo andati a cena all’osteria da Seby, in una stradina del centro, Via Mirabella, dove fanno cucina tipica siciliana, ma molto ricercata e abbiamo mangiato benissimo: garganelle montalbano, saltimbocca alla siciliana, mascolino beccafico, siracusana, cannolo scomposto e bavarese al pistacchio.

 

 

Per colazione, sempre dietro consiglio, siamo andati al bar pasticceria Artale, via Landolina 32

 

 

Cornetti e puppi, pasta di mandorla, granite: dicono sia la migliore pasticceria di Ortigia, e in effetti qui, brioche riempite con pistacchio, ricotta o crema sono sublimi, per non parlare delle granite.

 

 

Il posto ha pochi tavolini all’esterno e non è lontano dal duomo.

A pranzo, abbiamo sperimentato due posti degni di nota: sulla Piazza Pancali, una delle tante trattoria con tavoli all’esterno, “Shichiria“,  dove abbiamo mangiato arancini, una caponata con verdure dal gusto mai sentito, e della focaccia

 

 

e la “Locanda del collegio” in via del Collegio, polpo arrosto e parmigiana di melanzane ottimi. Il locale è molto bello all’interno, mentre all’esterno ha dei tavoli sulla strada in discesa, con vista mare, veramente piacevole.

 

 

Ortigia, e l’area archeologica della Neapolis sono inseriti nella lista dei Patrimoni dell’Umanità dell’Unesco. E lo meritano tutto. Questi luoghi hanno un fascino e un’atmosfera impagabile e indimenticabile. Un viaggio in un altro tempo.

Il nostro giro nella Sicilia orientale è terminato qui. Ci siamo poi diretti a Catania per fare ritorno a casa. Un Etna fumante ci ha dato l’ultimo saluto. Ovviamente solo un arrivederci.

 

 

 

Se volete leggere tutto il nostro giro lo trovate qui

 

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settembre 2020 #ortigia #siracusa

 

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Dentro la caverna

 

 

Sotto questa specie di caverna, formata da enormi sassi, tra mare e cielo, protetta, mi sento bene.

In contatto con la natura, serena, in un bel rifugio, con il vento che soffia, sola con me stessa, con cui mi sento meno nemica di un tempo.

 

 

Adoro questa solitudine, mi sento libera dalle catene, mentre mi cullo con la mia musica.

Sono quei rari momenti in cui, lontano da tutto, non esiste più niente. Solo il mare, questi sassi, il sole, il vento, l’ombra amica.

 

 

E io, un punto nell’universo, finalmente poco importante, che osserva le strane geometrie che il tempo ha scolpito nella roccia, che si formano sotto il cielo blu.

 

 

Uno di quei rari momenti in cui la bellezza spunta all’improvviso e mi cattura, portandomi fuori dal mio mondo, e dentro il suo mondo, più immenso, più bello, più vero.

Quel mondo a cui niente importa delle piccole o grandi ansie quotidiane. Lui è lì, e resta lì, imperturbabile. A volte lo si dimentica, o lo si dà per scontato, o non ci si fa più caso… e poi qualcosa… tac! giunge all’improvviso, per ricordarcelo che esiste, quel mondo.

Qualcosa di inaspettato, – come queste rocce e questa caverna, lambite dal mare, col fragore delle onde, scaldate dal sole, che investono di stupore, – che ci riporta a una presenza. Per esserne parte, di quel mondo, per essere uno.

Li’, dove nessun desiderio disturba, nessun bisogno reclama; dove, per un po’, la pace regna sovrana sopra a tutto, e ci protegge, distraendoci da noi stessi. Li’, nella la nostra caverna, ad ammirare il fuori e il dentro.

E’ quel momento, quel posto, che, pur portandoci lontano, ci tiene qui, e ci ridà il benvenuto dentro la nostra casa. Dentro la nostra anima.

 

 

luglio 2020

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Svegliarsi altrove

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.