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Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)

Quel periodo in cui il mondo si è fermato.
Quei giorni in cui ho sentito la mia famiglia più famiglia, e qualcuno, meno litigioso.
Quei giorni in cui non mi sentivo in colpa se non avevo voglia di far niente.
In cui non c’era da temere di perder tempo, non era necessario avere fretta.
Quel tempo per assecondare l’ozio.
Quel tempo senza la paura di sprecarlo, il tempo.
Uno strano periodo, fatto di appuntamenti alle 18, davanti alla tv, di preoccupazioni, di disperazione, di isolamento, di incognite, di attesa.
Quel tempo ancora una volta pieno di polemiche, e di cazzate che venivano sparate.
Di contraddizioni e di conflitti che emergevano e di troppi che parlavano, mentre solo il silenzio sarebbe stato degno.
Un brusio di contorno, che ha messo a dura prova la mia soglia di tolleranza.
Quei momenti fatti anche di solidarietà e cooperazione tra le persone, nei paesi, e nel mondo.
Di misure difficili da trovare, di una miriade di cose da valutare e da considerare. Sapendo che qualcosa sarebbe sfuggito e andato storto, e la certezza che non sarebbe mai andata bene a tutti, o per tutti.
E con quelli che, nonostante ciò che avveniva, non demordevano e ci provavano sempre, a creare disgregazione o confusione.
Un periodo in cui si faceva piu’ attenzione, perchè era necessario, e perchè ce n’era il tempo. E magari! si riuscisse a mantenere quell’attenzione in più, verso tutto, che ce ne sarebbe bisogno.
Quei giorni di viaggi rimandati e di sogni in quarantena.
Quei giorni in cui se eri a casa sano, sebbene distante dai tuoi cari, sani a loro volta, eri fortunato.
Quel tempo in cui si cercava di affrontarlo con un mare di parole in una videochiamata, per vedersi, che portava la gioia dell’essere vicini, anche se distanti. Un contatto solo virtuale, in mancanza d’altro.
Quei giorni di serie alla tv, di dirette su youtube, di libri, di didattica a distanza, di ginnastica davanti ad uno smartphone, di incontri sui social, per passarlo, il tempo, e conservare qualche briciolo di quotidianità.
Quel tempo di ricette insolite sperimentate in cucina, dell’inventarsi cose nuove, o rispolverarne di vecchie.
Di acquisti solo sul web, di cene consegnate a domicilio, di spese settimanali, che voleva dire tornare a casa con borse piene zeppe di cibarie, e pesanti, con qualcosa sempre che mancava, e tutto da disinfettare.

Quel mondo di strade senza auto, di cieli senza aerei, di parchi senza bambini. Di volti senza naso e bocca, solo occhi, dietro una mascherina.
In quel tempo, non era proprio tutto fermo, qualcuno doveva lavorare per garantire agli altri cure e sopravvivenza. Qualcuno a cui spettava gran riconoscimento, che rischiava, mentre agli altri veniva solo chiesto di rimanere a casa. E a volte, pareva che fosse quello il più grande sacrificio.
Un periodo che, io, forse avezza a un certo isolamento e ad annaspare in mezzo al vuoto, abituata al tempo un po’ destrutturato, e con uno spazio verde intorno, non ho mai percepito cosi’ ostile. Sentendomi talvolta anche in sintonia, con i ritmi rallentati.
“Hanno fretta solo quelli che scappano.”
Luis Sepulveda
E intanto, fuori, i fiori diventavano foglie, mostrando il loro verde sgargiante, o lasciavano spazi ad altri fiori, gli uccelli tornavano, e cantavano con i loro cinguettii distinti, la natura si mostrava rigogliosa e generosa, i cieli parevano piu’ azzurri, e la terra piu’ pulita..
”.. il mondo continua a girare”
diceva una vecchia canzone… il mondo continuava naturalmente il suo corso, nonostante quello che stava capitando.
E tutto ai nostri occhi era piu’ lento e ci appariva come sotto il microscopio.

Eppure, a parte tutto, l’angoscia, i limiti, le difficoltà, che questo tempo si è portato dietro, un po’ mi mancherà quel mondo rallentato e senza corse.
Quello stare dentro, quello stare a guardare, quello stare fermi, e anche quel dover evitare di fuggire.. che ha portato a vedere, talvolta, qualche cosa di mai visto prima. Che ha portato a far restare o a selezionare solo cio’ che di prezioso c’era, o che contava.. Come un colino, che filtra e trattiene, e lascia andare quello che non serve.
Quel rimanere nel qui ed ora, senza galoppare avanti.
Quel carpe diem, l’invito a cogliere ogni attimo, ogni istante della vita, e lì cercare un senso, o semplicemente viverlo.
Una lezione da imparare, poiché il futuro, come bene questo virus ci ha insegnato, contrariamente al mondo che continua a girare, non è cosa prevedibile.

“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”
Luis Sepulveda
(Disclaimer: questi pensieri sono frutto di riflessioni ed esperienze personali, non vogliono sminuire od offendere la sensibilità di chi si è trovato in situazioni di particolare disagio o ha vissuto condizioni di malattia, lutti o quant’altro)
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Sarà dura.
Sarà dura accettare ancora dei limiti, per chi finora i limiti li ha rispettati, e per chi fa fatica ad accettarli.
Per chi negli ultimi tempi ha già mollato, perché tanto non c’era nessuno in giro o che avrebbe visto; che il problema non è lui, ma che se tutti pensassero e facessero cosi’, là, fuori ci sarebbe una folla.
Sarà dura per chi non riesce a stare quieto, tenere fermo il corpo, perché significherebbe anche costringere il cervello a pensare. Per chi non è abituato a posticipare il piacere, per chi non è abituato a fare sforzi o sacrifici. Per chi non è abituato ad aspettare.
Sarà dura per chi non riesce a far vincere il senso di responsabilità sullo spirito di ribellione, e ha bisogno di combattere sempre contro qualcosa, o con un nemico fuori di sé. Per chi vede complotti, e si ferma solo perché teme le misure ritenute repressive.
Sarà dura perché si sentiranno ancora dichiarazioni, polemiche, lamentele, perché si faranno sbagli, perché si daranno colpe, perché ci sarà sempre un chiacchierio di sottofondo, e sempre qualcuno che penserà che avrebbe fatto meglio. E perché ci sarà chi agirà proprio con l’intento di creare disgregazione, destabilizzazione, confusione.
Sarà dura per tutti quelli che attendono il lavoro, che hanno una fondata paura di non farcela.
Io non so se ce la faremo.
Non credo molto al buon senso, quello a cui si fa appello in prima istanza: è un metro troppo soggettivo. O alla responsabilità individuale, che nonostante possa appartenere a un gran numero di persone, ne bastano poche, ora, per generare gravi danni, non a se stessi, ma a un’intera comunità.
Non so se ce la faremo, perché a volte siamo sembrati piu’ bambini o adolescenti che adulti, che non sanno aspettare, che non sanno trattenere il capriccio, che non sanno vedere una situazione da piu’ angolature, o da un punto di vista che non sia il proprio (ma magari da quello di qualcun altro che scrive sui social o parla alla tv, per accordarsi a ciò che piu’ fa comodo sentire o sostenere). Che non sanno ubbidire, ma devono entrare in conflitto con l’autorità.
Non so se ce la faremo, perché siamo molto indisciplinati, molto imprudenti, poco inclini a pensare alle conseguenze, troppo abituati ad avere bisogni e desideri da volere realizzare subito, troppo attratti dal voler fare i furbi, pensando di non essere visti.
Io credo che quello che arriverà sarà il momento piu’ difficile.
Abbiamo sentito, ancora prima di entrarci in questa fase, le polemiche, l’ insofferenza, la strumentalizzazione, di alcuni, proprio dell’insofferenza e della sofferenza, che non rafforzano di certo le condotte virtuose. L’angoscia, irrazionale, rischia di soffocare i comportamenti assennati.
E spero che ce la faremo, a comportarci in modo da non causare una ripartenza del contagio da Covid19. Che non adotteremo comportamenti a rischio, che sapremo fermarci prima di provocare l’irrecuperabile. Che sapremo usare l’intelligenza. Che sapremo mettere a frutto questo periodo in cui il mondo si è fermato, ha rallentato i ritmi, questo periodo che ci ha chiusi dentro.
E spero che in quel “dentro” si sia riusciti a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di buono. Per ripartire, proprio da quello.

03.05.2020
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Togliere ad un adolescente le possibilità di contatto con i suoi pari, proprio nel momento in cui la fisicità è al suo apice, è privarli di un elemento fondamentale.
Non solo il contatto inteso come toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, scherzare corpo a corpo, mettersi le “mani addosso”, ma anche il contatto occhi negli occhi, per esprimere quello che, a volte, le parole non sanno dire. Perché a talvolta, a quell’età, non si riescono a formulare i pensieri, e le parole non vengono, ma il corpo intercetta, piu’ che ad ogni altra età, e comunica, trasmette messaggi, che spesso non passano ancora dalla coscienza. Il contatto inteso come l’ascolto del respiro dell’altro, del tono di voce, l’odore, lo sguardo e le espressioni, il sentire l’altro nella sua interezza, con tutti i sensi, con gli stimoli che arrivano direttamente al cervello emotivo.
Non è facile per nessuno, questa quarantena, tanto meno per i ragazzi.
Eppure, anche in questa situazione di distanziamento sociale per la pandemia del coronavirus, i ragazzi, cosi’ ricettivi, potrebbero avere modo di comprendere tante cose.
Magari riceveranno delle lezioni che li faranno crescere prima del tempo, e con una coscienza diversa e, in un periodo storico in cui vengono iper protetti e tenuti sotto le ali della famiglia, questo puo’ anche trasformarsi in un’opportunità per maturare e acquisire un senso di responsabilità.
Potranno imparare che nella vita può accadere l’imprevedibile, e che non c’è niente di sicuro. Ma che, anche da quello che inizialmente può apparire un disastro, si può scoprire qualcosa di inaspettato, di buono e positivo. E nonostante il loro bisogno di sicurezze, potranno imparare che la lotta per scorgere una via d’uscita è indispensabile e che una via d’uscita si può sempre trovare.
Potranno imparare che dagli eventi imprevisti e difficoltosi si può accedere alle proprie innumerevoli risorse, a volte ancora poco conosciute, e attivare la creatività e l’ingegno. Magari si annoieranno, occasione sempre più rara per loro di questi tempi, ma proprio questo può dare la spinta alla ricerca.

Potranno imparare che le cose si possono fare anche in modo diverso, e a cercare altri modi di comunicare, di stare insieme o sentirsi vicini, che non siano quelli fisici. Alcuni impareranno anche a prendere più coraggio per sconfiggere la solitudine o la timidezza.
Potranno imparare che, al contrario di quanto a volte pensino di essere loro, onnipotenti ed immortali, come uomini abbiamo dei limiti e non possiamo controllare e governare tutto.
Potranno imparare, dovendo restare confinati a casa, a crearsi dei confini, quelli che in questo momento storico, le famiglie fanno fatica a mettere e a far rispettare, sin dalla tenera età. E la famiglia, più che in ogni altro momento, dovrà fare da contenitore delle loro emozioni, accogliere malessere, fatica, frustrazione, musi lunghi e aggressività.
Potranno imparare il valore della libertà, il valore del “fuori”, ma anche del dentro, costretti come sono a restare dentro: dentro casa, dentro di loro, dentro la loro famiglia.
Potranno imparare un po’ di politica, un po’ di economia, un po’ di geografia, un po’ di scienza; e potranno imparare, forse, qualcosa riguardo la solidarietà, il bene comune, il senso di comunità. Forse cominceranno anche a farsi un’idea di qualcosa che va oltre la loro stanza, la loro classe, il loro gruppo di amici.
Potranno imparare che siamo tutti connessi, non con la tecnologia, ma con i nostri comportamenti, che possono provocare conseguenze sulla vita degli altri, e che abbiamo quindi tutti una responsabilità come esseri umani.
E chissà, se proprio da questa esperienza, imprevista, difficile, di sacrifici, dolorosa per qualcuno, riceveranno qualche stimolo per essere gli artefici della creazione di un mondo migliore.

(Disclaimer: queste riflessioni non sono rivolte a chi si trova in situazioni di particolare disagio o sta vivendo condizioni di malattia, lutti o quant’altro)
aprile 2020
foto by Patty
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Viaggio dunque sono.

Viaggio dunque sono.. vivo.

Quel vivere nel passato, – nel ricordo del viaggio -, o nel futuro, – la prossima partenza.


Il momento di guardare alla fortuna che abbiamo avuto di viaggiare, di vedere tanta parte del mondo, di vivere certi momenti di svago, di vacanza, di conoscenza.
il viaggio più importante è quello di imparare a restare, guardarsi dentro, intorno e di fianco

Viaggio dunque sono.. grato.

Torneremo a vedere il mondo da un oblò
09.04.2020
Foto by Patty
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Dopo aver dato fondo alla parte positiva e ottimista che risiede in me, aver ceduto ai miei facili entusiasmi, aver pensato che il coronavirus, l’isolamento, il vuoto, la visione di Papa Francesco in una piazza vuota, le condizioni di chi sta peggio, di chi muore solo, ecc ecc, potessero essere un’opportunità per guardarsi dentro, fuori, e intorno, per sviluppare l’empatia, la compassione (“patire-con” ), l’accoglienza, nei confronti degli altri, o di praticare il silenzio, anche come forma di rispetto; aver pensato, in un certo qual modo, che fosse un’occasione per diventare persone migliori, piu’ consapevoli, piu’ umane, piu’ grate per i privilegi; persone che potevano mettere in discussione certi valori, atteggiamenti, stili di vita… mi sovviene la sensazione che poco cambierà, quando la pandemia e l’isolamento saranno finiti.
Tutti saremo stati verosimilmente toccati da quanto accaduto, ma temo che, quelli che già possiedono senso di empatia e coscienza, forse avranno accentuato queste qualità, e magari saranno diventati ancora piu’ sensibili e accoglienti, mentre gli altri, – in forza del fatto che siamo un popolo pieno di smemorati, che poco imparano dall’esperienza, di sovrastimolati, che non hanno il tempo di assimilare per l’esigenza di passare velocemente ad altro, di egocentrici, individualisti e opportunisti, e anche conservatori, e che riescono a fare emergere talvolta il peggio di sé anche in talune circostanze, -riprenderanno, con la solita arroganza, la loro corsa alla visibilità, alla gratificazione immediata, alla loro routine, come se tutto fosse stato solo l’incubo di un istante, da dimenticare velocemente.
Impareremo a conoscerlo anche meglio, questo mondo, perché, in certe situazioni, le persone si svelano. E spesso escono verità celate, si smontano aspettative, si rompono le lenti, attraverso le quali, vedevamo amplificate certe parti, o sfuocate e distanti altre. Anche e soprattutto quelle parti da noi considerate poco gradevoli, che ci sarà dato di vedere come realmente sono.
Gli arroganti resteranno arroganti, i leoni da tastiera resteranno tali, quelli che si lamentano e fanno polemica su ogni cosa continueranno a lamentarsi e a polemizzare, i furfanti a cercare di fregarti, i complottisti a diffondere le loro teorie, i cercatori di consensi proseguiranno col loro fare presuntuoso e seduttivo per raccogliere adepti, gli onnipotenti a pensare di essere così importanti da poter cambiare le cose con l’arroganza, gli inconsapevoli a guardare solo dalla loro parte e cercare conferme da chi sostiene le stesse cose che pensano loro.. Anzi, il timore è che anche queste categorie rafforzeranno ancora di piu’ tali caratteristiche, dopo lo scampato pericolo.
Mentre qualcuno, che avrà perso tanto, persone, lavoro, condizioni di privilegio, si troverà costretto a non dimenticare. Chi avrà lavorato duramente nel rischio, chi avrà visto morire tante persone, affiancato da un senso di impotenza, chi sarà sprofondato nel proprio inferno personale, mettendo in discussione tanto del suo mondo e del mondo. Per loro, veramente poco rispetto da parte dei suddetti, o uno sbiadito ricordo, perché loro resteranno sempre il famoso “ altro”, lontano da sé.
Cosi’, una cosa che poteva essere anche una lezione, una possibilità di crescita personale e di avanzamento per l’essere umano, sarà stata sprecata. Nessuna consapevolezza che nessuno si salva da solo, e nessuna voglia di partecipare a un salvataggio globale. Insufficiente gratitudine a chi ha dimostrato di saper sostenere, di saper combattere, di sacrificarsi, di cercare una cooperazione per vincere insieme, per redimersi insieme.
Io, per prima, mi metto tra gli individui che non imparano dalle lezioni, così come è sempre stato. E non smetterò di restarci male, per le occasioni sprecate, globalmente e personalmente, per quello che non cambia, fuori e dentro di me
“..mi chiedo dov’è, dov’è, dov’è
dov’è quel giorno che non sprecherai..”
La riapertura, dopo il coronavirus, forse mi troverà ancora piu’ chiusa in me stessa. Nonostante i miei slanci e il desiderio di aprirmi a qualcosa di buono, di puro, di pulito, di trasparente, di cosciente, di solidale, di comune.. che intercetto talvolta, e che poi mi sfugge, perchè probabilmente continuo a vedere o a cercare nei posti sbagliati.
E se in generale constatassi, come sto immaginando, che così poco è cambiato, che questa opportunità di fare un passaggio, fosse andata perduta, che ancora tanta parte dell’umanità fosse rimasta come prima, o peggiorata, penserei che è ora di smettere di illudersi e avere fiducia negli esseri umani.
Magari, allora, sarà una scelta volontaria l’isolamento, decidero’, finalmente, di emigrare, come ho spesso pensato, in un’isola deserta, dove solo la natura possa farmi da specchio e mostrarmi la vera potenza, la vera bellezza.
02.04.2020
foto di Patty
Tutte le fasi dei pensieri nel periodo del coronavirus
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Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)
Il grande vuoto
Le città vuote, le strade vuote, le piazze vuote.
Il vuoto nei negozi, gli scaffali vuoti.
Il vuoto delle giornate che passano (o che faticano a passare).
Le cose che mancano, le vite vuote.
Il vuoto dei programmi che sfumano.
Il dolore del vuoto.
Il vuoto delle persone lontane.
Il vuoto delle persone che se ne sono andate.
Il vuoto dentro. Il buco nero.
Precipitare nel vuoto.
La disperazione di cadere nel vuoto.
Il vuoto di quello che manca.
Il vuoto senza via di fuga.
Le parole che cadono nel vuoto.
Il vuoto del silenzio.
Il vuoto nel frigo.
Disarmati, di fronte al vuoto. Indifesi, vulnerabili, fragili.
Le teste vuote.
Il vuoto della mente (magari).
Il bicchiere mezzo vuoto.
L’altra faccia del vuoto. Il vuoto fertile.
“Pensavamo di restare sani in un mondo malato?”
(Papa Francesco)
Fotografia del tempo del coronavirus, a un mese dal distanziamento sociale


“Ho sempre avuto una paura folle del vuoto. Paura di precipitare. Paura di soccombere. Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.”
E’ quello che ho iniziato a scrivere per poi accorgermi che avevo scritto le stesse identiche cose in questo articolo, anni fa:
Facciamo qualsiasi cosa per sfuggirlo, questo vuoto, cerchiamo di riempirci di cose, per non sentirlo.
Super impegnati, iperattivi, alla ricerca continua di stimoli.
E’ anche per questo che il momento è cosi’ difficile per noi.
Il coronavirus ha tolto tutto ciò che riempiva le nostre giornate, i nostri pensieri (a volte i nostri cari, che è infinitamente piu’ grave). Ci ha messi davanti a un senso di vuoto, da cui è difficile ora sfuggire, davanti al senso, o al non senso, della nostra vita.
Ci ha messo davanti alle nostre domande senza risposta, al nostro tempo, a quello che resta, a quello che abbiamo e a quello che siamo. Nel vuoto possiamo incontrare il nostro senso di solitudine e la paura di essa, che è pur essa stessa un’illusione. Perchè, in fin dei conti, sappiamo che ognuno di noi è solo.
E’ una situazione che tende a rimuovere le nostre vie di fuga, i pretesti, le bugie.
Puo’ portarci davanti ai nostri demoni interiori, a doverci guardare in faccia, perchè nessuno dall’esterno può farci più da specchio nell’isolamento (anche se esistono ancora i social-e per fortuna in questo momento). O ci costringe a guardare in faccia situazioni spiacevoli o dolorose. E’ un momento in cui possono cadere veli ed emergere verità, belle o brutte che siano. Un momento che puo’ mostrare, a noi e al mondo, quello che siamo, quello che di vero o di non vero è presente nella nostra vita.
Ma potrebbe essere anche un momento in cui scopriamo che, quello che tanto temiamo, quello che c’è oltre quel vuoto, non è solo o così catastrofico.
Che in fondo a quel vuoto possono esserci le nostre risorse.
Che in fondo a quel vuoto puo’ esserci tutta la nostra voglia di vivere veramente, o di ricominciare a vivere.
Che in fondo a quel vuoto possiamo ritrovare la nostra umanità.
“Nessuno si salva da solo”
(Papa Francesco)

28.03.2020
foto dal web e pixabay
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Ma cosa ne sappiamo?
Per tutti andrà veramente tutto bene??
Chi può dirlo?
Lo so che si dice un pò per tirarsi su, ma mi sembrano quelle consolazioni inutili, che vengono date nelle situazioni difficili degli altri, per tenere a bada le proprie, ed altrui, ansie.
No, qui non è così, nessuno lo può dire se andrà tutto bene, nessuno può dare garanzie.
Questo coronavirus ci mette davanti inesorabilmente all’incognito, al senso di precarietà, e la precarietà, a me, ha sempre disorientato. Anche se, a dir la verità, siamo sempre davanti all’incognito. Non possiamo mai sapere cosa ci aspetta, ma ci illudiamo di saperlo, di poter prevedere. Ci attacchiamo al nostro bisogno di fare piani. All’illusione di avere un controllo sulle cose.
E anche i sogni, chi si azzarda più a sognare? Io tento di tenerli lontani, per scaramanzia, e per evitare delusioni. Ecco, questo coronavirus anche i sogni ci porta via, oltre alle illusioni.
La pandemia ci porta davanti alla realtà. Ci porta a farci vivere nel qui e ora. Quello a cui ambiscono raggiungere coloro che perseguono l’illuminazione. Quello che da sempre attestano i principi zen. Quello che da alcuni saggi è considerato il segreto della felicità. Non fuggire nel futuro, -in pianificazioni, attese di eventi, momenti migliori,- o nel passato,- ricordi, vecchi rimorsi o ferite. Vivere guardando quello che c’è ora. Carpe diem.
Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia. – PROVERBIO ZEN
Cosa che, indubbiamente, con il logorio e la velocità della vita moderna, abbiamo perso (e dico perso perchè questa è una caratteristica che apparteneva a tutti noi, da bambini).
Certo, ora ci tocca, brutalmente siamo costretti a vivere nel qui ed ora. Un qualcosa ci ha scombinato tutti i nostri bei programmi. E questo bell’esercizio ci tocca senza averlo scelto (come invece lo sceglie chi intraprende la via dell’illuminazione). Dobbiamo vivere nel qui ed ora, con pochi margini di fuga dalla nostra angoscia di non avere il controllo. Razionalmente possiamo capirlo, ma con una realtà e un momento che non ci siamo scelti, risulta un po’ difficile da accettare.
Questo coronavirus ci porta davanti al tempo disponibile, facendo venire meno le scuse del “non ho tempo”. Ci mette davanti all’essenzialità della nostra vita, senza obblighi di sorta, lavoro (per alcuni), bambini da portare a scuola, corsi, aperitivi, impegni vari, tutto ciò che “riempie” la nostra vita. Ci mette davanti alla nostra difficoltà nello spendere quel tempo libero che ci troviamo davanti, perchè, senza essere liberi di spenderlo come vogliamo, ci pare non abbia senso averlo libero.
Ci mette davanti alla nostra fragilità.

In questi giorni mi commuovo facilmente, sarà perchè, come molti, o tutti, mi sento più fragile. La fragilità umana, in questi frangenti che stiamo vivendo, vedo che si manifesta in diversi modi: c’è chi cerca di dirsi e di dire che andrà tutto bene; c’è chi fugge, fisicamente, perdendo di vista le sue responsabilità e il senso civico; c’è chi in preda alla rabbia (che aveva anche prima) non riesce a fare a meno di contrastare ogni cosa o cercare qualsiasi motivo per sollevare polemica, sparando a zero su tutto e tutti. C’è chi cerca di tenersi impegnato a più non posso, perchè non è abituato a stare fermo, ad aspettare. C’è chi cerca di tenersi informato e chi diffonde informazione o disinformazione. C’è chi cerca di restare in contatto con gli altri, di supportare e supportarsi, di creare un cordone di solidarietà, perchè la sensazione di essere vicini e uniti lo fa star bene, e più forte, di fronte a un grande male comune.
E’ un momento in cui l’altalena degli opposti ha la prevalenza sulle mezze misure, quindi, assieme alle peggio parti dell’umanità, egoismo, mancanza di responsabilità, reazioni esagerate, stupidità, ecc., vengono fuori anche le migliori, che si riassumono in una grande bellezza. La bellezza di un gesto, di una parola, di una visione, di un messaggio. Del cuore che esce, si mostra e inizia a cantare. Che cerca altri cuori con cui comunicare.
Io credo che, in questa bellezza almeno, possiamo dare un senso a ciò che sta accadendo. Un modo che si è inventato Dio, per chi crede, l’universo, o non so chi, per farcela vedere. Perchè la bellezza, intorno e dentro, ce l’abbiamo. Ma nella fretta di vivere (o di non vivere) e di pianificare, di essere sempre da qualche altra parte, anzichè nel qui ed ora, ce lo dimentichiamo.
E la bellezza, come il virus, è contagiosa.
Consoliamoci anche così, che in questa grave situazione, non so che altro si può fare.
#labellezzaècontagiosa

parte prima qui:
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Un sogno chiamato Polinesia
Un sogno cullato da tempo nel mio cuore e realizzato in breve, il nostro viaggio di nozze nella Polinesia francese..
Perché, dalla decisione di sposarci al matrimonio, sono trascorsi solo.. poco più di due mesi.
La nostra lista di nozze è stata fatta in agenzia viaggi, e così tutti i nostri cari che volevano contribuire, ci hanno regalato un pezzetto della nostra vacanza. Una brava operatrice in agenzia ci ha aiutato a costruire il nostro viaggio su misura..e quindi, il 9 marzo 2003, dopo la bellissima giornata del nostro matrimonio (https://www.unanimainviaggio.it/sposarsi-l8-marzo/ ) siamo partiti dall’aeroporto di Bologna destinazione Polinesia!!
Arriviamo a Tahiti dopo una sosta di un giorno e una notte a Parigi. Già, cosa c’è di più romantico, avendo un volo Air France, di fermarsi a rivedere la capitale francese ???
La sosta a Parigi
Avevo prenotato io una camera in un hotel particolare, un ex convento, l’hotel Saint Domenique. La stanza non era granchè, perchè assomigliava ad una celletta, e non proprio adatta a una prima notte in luna di miele, ma la posizione era fantastica: vicino a Les Invalides, e la stradina su cui si affacciava, aveva una vista sulla Tour Eiffel!! Quindi, arrivati alle 17 di una bellissima giornata di sole all’hotel, abbiamo lasciato i bagagli e siamo andati subito a fare un giro in centro. Trocadero, Tour Eiffel, Arco del trionfo, Champs Elysees, Place de la Concorde, lungo Senna, Notre Dame..e giunta ora di cena, attraversato il ponte, siamo andati nella tipica Brasserie Balzar, un ambiente molto caratteristico francese, per assaggiare la famosa zuppa di cipolle (anche quella poco adatta alla luna di miele :) ). Il giorno successivo, abbiamo visto Invalides, Notre Dame, il quartiere latino, il centro Pompidou, Les Halles, e abbiamo pranzato a Montmartre, per poi, recuperati i bagagli, spostarci verso l’aeroporto.
Purtroppo per questa parte di viaggio non ho foto perché, con una macchina fotografica digitale nuovissima, causa inesperienza, le abbiamo per errore cancellate tutte (sigh)..meno male solo quelle di Parigi o mi sarei sparata un colpo.
Moorea, la prima isola

Dicevo.. arriviamo a Tahiti, dopo aver fatto anche scalo a Los Angeles, un viaggio infinito. Prendiamo subito un volo per Moorea, la nostra prima meta, su un aereo che piu’ che un aereo sembrava un autobus volante. Ovviamente, volo a bassissima quota e da quell’altezza quello pero’ abbiamo uno spettacolo eccezionale delle isole dall’alto.

Atterrati a Moorea, ci vengono incontro con delle bellissime collane di conchiglie (e sarà una consuetudine all’arrivo in ogni isola) che ci mettono al collo,
Ci prelevano e ci portano al nostro alloggio, i Farè Vaimoana. Durante il tragitto vediamo dei panorami stupendi, la strada corre tra le montagne e il mare, e passiamo dalle due famose lunghe insenature, la baia di Cook e la baia di Opunohu, con un paesaggio spettacolare caratterizzato da una folta vegetazione verdissima.
Per il nostro viaggio abbiamo scelto alcuni hotel modesti, a Moorea e a Bora Bora, e resort di buon livello a Rangiroa e a Tikeau (che non offrivano molta scelta), e di ottimo livello a Papete. La nostra prima scelta a Moorea, l’hotel Les Tipaniers, che si trova in una posizione meravigliosa, su una spiaggia piena di palme, non era piu’ disponibile, ma il piccolo hotel Vaimoana ha una bella reception in stile polinesiano, che ci fa entrare subito nel mood

e dei bungalow, chiamati farè in Polinesia, ispirati alle case tradizionali, bellissimi col tetto di paglia, all’interno di un bel giardino affacciato alla spiaggia, e uno splendido ristorante a terrazzo sul mare, da cui si godono dei tramonti meravigliosi.

Moorea non ce la siamo goduti moltissimo, perché a causa del fuso orario, ci addormentavano dappertutto.
Ma ricordo benissimo l’escursione che abbiamo fatto, che comprendeva il rays feeding, ovvero dar da mangiare alle razze, e il bagno con gli squali.

Vedere le razze arrivarti vicino ed accarezzarti è stata un’emozione indimenticabile, una bellezza unica e uno dei ricordi piu’ belli che ho; mentre per il bagno con gli squaletti, non distanti dalla riva, dovevamo restare attaccati alla fune di una barca e ammirare la bellezza di piccoli squali innocui, che venivano a curiosare.
Di Moorea mi resta il ricordo anche dei tramonti fantastici e di quel ristorantino dove al calar del sole consumavano la cena..


…tranne l’ultimo giorno, che abbiamo scelto un posto diverso sulla spiaggia.. E.. male! perché dalla notte, probabilmente a causa di pesce non fresco mangiato, ho cominciato a rimettere, continuando per tutto il viaggio verso Bora Bora e fino all’arrivo al nostro secondo alloggio, vomitando in ogni dove, nel bungalow prima di partire, in aeroporto, in aereo, prima di prendere il trenino che ci avrebbe portato all’hotel, e in camera, dove sono stramazzata a letto con la febbre alta..
Bora Bora, la seconda isola

Il panorama dall’aereo per raggiungere Bora Bora già da l’idea dell’isola: dolci montagne al centro e tutto intorno una laguna meravigliosa, con diversi motu (isolotti) che la popolano.

Giunti all’aeroporto, che è esso stesso su un motu, ci spostiamo con la barca verso l’isola vera e propria. Ci aspetta un trenino per portarci dalla parte opposta dell’isola, all’estremo sud, dove c’è il nostro alloggio, al Matira point.
Arriviamo alla reception della nostra struttura, che è distaccata dal resto, per fare il check in. Sbrigate le pratiche, ci accompagnano all’area dove ci sono i bungalows. Entriamo in un giardino con l’erba che sembra un tappeto, alberi fioriti e palme, sotto a un promontorio, e disseminati in quest’area, dei bungalows in legno.


Ci conducono al nostro ed entriamo, e io…piango! Mio marito è stordito e, preoccupato, e mi chiede perchè sto piangendo…”E’ bellissimo” rispondo io, forse un po’ fragile per le mie condizioni fisiche, mi sento molto debilitata a forza di rimettere..Ma è veramente uno spettacolo questo posto, nella sua semplicità, con un giardino davanti a un mare celeste che piu’ non si può, il tipico sogno polinesiano.

L’alloggio è una enorme palafitta, con uno spazio davanti e una sedia per rilassarsi guardando il mare, un disimpegno con divanetti, prima di entrare nella stanza enorme, un bagno, anche quello tutto di legno, e un alto soffitto con ventilatore.



Mi butto subito a letto, sicuramente ho la febbre, mentre mio marito va a cercare qualcosa da sgranocchiare e soprattutto da bere. Arriva dopo un bel po’, ha dovuto fare parecchia strada sotto il sole..e torna ..anche lui con la febbre! Entrambi in viaggio di nozze, a letto, in un posto bellissimo con la febbre! Fortunatamente ci dura soltanto per quella giornata, è stata proprio una intossicazione, e il giorno successivo siamo già pronti per godere di tutta la bellezza che abbiamo intorno!!
Qui sono io con il mio nuovo pareo polinesiano acquistato a Moorea

La spiaggia davanti al nostro bungalow non è enorme, il prato arriva fino alla spiaggia; d’altra parte Bora Bora non è un’isola di spiagge ma di laguna, quindi ci godiamo quella, che è magnifica.

Non mancano comunque le palme davanti a questo mare azzurro. Poco lontano c’è un famoso resort, enorme e con dei bellissimi overwater, ma noi siamo molto felici della scelta del nostro alloggio.

Quando scende la sera, ci godiamo dei tramonti con colori straordinari seduti davanti al nostro bungalow.

A volte passano le caratteristiche canoe polinesiane

Non manchiamo mai all’appuntamento per vedere lo spettacolo che ci riserva.

Mentre il giardino si illumina, sotto un bellissimo cielo stellato, comprendiamo che non possiamo desiderare altro.


Andiamo a cena nei ristoranti dei dintorni, quasi sempre sul mare, e mangiamo anche molto bene.
In particolare, una sera vogliamo andare nel ristorante delle star, il Bloody Mary, locale molto tipico, di cui si ha testimonianza dei personaggi famosi che sono andati, da un elenco in un pannello all’ingresso. Ci vengono a prendere direttamente nella nostra struttura e ci conducono al ristorante. Il posto è veramente caratteristico e affascinante, è tutto in legno e paglia, ha il pavimento di sabbia e le luci basse e ha diversi banconi dove si puo’ scegliere il pesce, che cucineranno e ti serviranno per cena. Mio marito assaggia lo squalo.
Durante la nostra permanenza a Bora Bora, purtroppo non siamo riusciti a fare il giro dell’isola con le caratteristiche barche, perchè non è stato raggiunto il numero minimo di partecipanti, e siamo un po’ dispiaciuti. Ma siamo comunque contenti di aver visto questo meraviglioso, che rappresenta proprio l’isola polinesiana per eccellenza.
Dopo i nostri 4 giorni trascorsi, ci tornano a prendere e andiamo verso l’aeroporto, alla volta di Rangiroa.

Ancora non sapevo che avrei visto il più bel posto di mare mai visto.
Rangiroa, la terza isola

Ci spostiamo dall’arcipelago delle Isole della Società, dove sono situate Moorea e Bora Bora, per andare verso l’arcipelago delle Tuamotu, dove abbiamo scelto le isole di visitare Rangiroa e Tikehau.
Sorvolando Rangiroa vediamo di nuovo, dal velivolo, uno spettacolo formidabile, sebbene molto diverso rispetto a quello delle altre due isole. L’atollo è il più grande della Polinesia e la sua laguna è la terza più grande del mondo (35 Km di larghezza per 70 Km di lunghezza), con una barriera corallina considerata tra le piu’ ricche di tutti i mari. Dall’alto appare formato da isolotti piatti e pieni di vegetazione circondati dalla spettacolare laguna.

All’arrivo all’aeroporto, ci aspetta la solita accoglienza con la collana di conchiglie.

Alloggiamo in un resort, il Kia Ora Resort & Spa https://www.hotelkiaora.com/
Si presenta con bungalows in un bel giardino di palme, alcuni dei quali fronte spiaggia, e con idromassaggio nel patio, alcuni overwater, e un bel ristorante sul mare.

Il nostro bungalow è delizioso, con tetto in paglia e tutto rivestito in legno, anche all’interno.

La spiaggia del resort non è stupefacente, piuttosto piccola e con sabbia grossa, e tra l’altro il mare è un po’ mosso in quei giorni, ma dal lettino davanti al mare, si vedono dei colori da favola.

Qui abbiamo la pensione completa, quindi mangiamo nel bel ristorante sul mare, e alle sera assistiamo anche ad alcuni spettacoli di danze polinesiane molto carini.
Il resort è un po’ isolato da tutto il resto e i dintorni non sembrano comunque molto abitati. Abbiamo la possibilità di prendere delle biciclette, occasione che non ci facciamo sfuggire, per fare un giro in esplorazione.

Ed è bellissimo pedalare passando per il piccolo villaggio di Tiputa, dove abbiamo potuto vedere scene di vita quotidiana, le abitazioni dei locali, la chiesa, i ragazzi che giocano a calcio..


Torniamo alla base con un tramonto meraviglioso, di quelli che, abbiamo imparato, la Polinesia ti sa regalare..

Il giorno dopo abbiamo in programma un’escursione: partiamo con la barca per il posto di mare in assoluto più bello mai visto, la Laguna blù o Blue Logoon.
Durante il viaggio per raggiungerla, vediamo in mare, dalla nostra imbarcazione, squali, pesci colorati, aquile reali, e i polinesiani che ci accompagnano, si tuffano in un punto per andare a pescare il pesce che poi ci cucineranno.

Ripartiamo, dopo la pesca e arriviamo in prossimità della nostra meta, un’isola disabitata che ci ospiterà per il pranzo.

Siamo circondati da tanti altri motu, che si vedono all’orizzonte, dentro ad una laguna turchese strepitosa.
A riva, ci sono dei piccoli squali pinna nera, che sono innocui: in altri posti ci sarebbero magari dei piccoli pescietti colorati, qui no, gli squali!!


Sull’isola c’è un piccolo gazebo di paglia con un tavolo, i polinesiani preparano il barbecue e cuociono il pesce, che mangiamo in quel contesto da sballo!! Inutile dire che io non vorrei più partire da lì, sono nel posto più bello del mondoooo!!

Al termine del pranzo, i polinesiani gettano gli scarti del cibo agli squaletti, che accorrono numerosi a riva per acappararsi qualcosa, uno spettacolo pazzesco!

Ritorniamo verso il porto di partenza passando dal pass di Avataru, uno dei due profondi canali che collegano la laguna con l’oceano presenti a Rangiroa.
L’indomani dobbiamo lasciare Rangiroa. Anche i tre giorni qui sono trascorsi, posso dire che non è l’isola più bella che ho visto finora, ma è imperdibile per l’indimenticabile escursione alla Laguna blù.
Tikehau, la quarta isola

Arriviamo all’aeroporto di Tikehau, da dove ci prelevano e ci portano con la barca nell’isolotto dove avremmo alloggiato, al nostro resort, il Tikehau Pearls Beach Resort

La bellezza dell’isolotto, al largo dell’isola principale di Tikehau, che è quanto di più simile ad un’isola della Maldive, leva il fiato, la sabbia ha colori che vanno dal bianco al rosa, e in alcuni tratti ci sono delle lingue di sabbia.

Attorno si vedono altri motu disabitati.

Nel resort ci sono anche i tipici overwater bungalow, ma il nostro è un bungalow sulla sabbia, ed è uno splendore: proprio di fronte al mare,


Vicino ad alcune palme che hanno l’amaca su cui rilassarsi, l’interno è completamente di legno, con il cosi’ detto bagno “maldiviano”, ovvero con una parte all’aperto, in modo che, mentre fai la doccia o altro, vedi le palme e il cielo, ed è a scomparsa, cioè con due pareti mobili in legno che lo dividono dalla camera.

Sul letto ci aspetta una decorazione a cuore di fiori e sul tavolo una bottiglia di spumante, per brindare al viaggio di nozze.


C’è un unico ristorante, pochi tavoli, con una cucina deliziosa, e sono disponibili delle canoe per allontanarsi dalla riva e arrivare anche agli isolotti circostanti. Inutile dire che è un paradiso!!

Qui mio marito ha fatto alcune immersioni, Tikeahau è conosciuta soprattutto dai divers ed è stata uno dei motivi per cui l’avevamo scelta. In particolare ha fatto una immersione spettacolare con il diving, mentre innumerevoli squali gli giravano attorno. Io l’ho potuto seguire sulla barca, e al ritorno tantissimi delfini ci precedevano e ci seguivano.
I tramonti davanti alla nostra camera sono indimenticabili.

Anche lo snorkelling da riva non è niente male, ma tutto intorno il contesto è di una bellezza impressionante.

A Tikehau siamo stati meravigliosamente, proprio la classica isola da viaggio di nozze.

Dopo 3 giorni lasciamo anche Tikehau..il nostro viaggio di nozze sta volgendo al termine. Partiamo per l’ultima sosta, a Tahiti, nella capitale Papeete.
Papete, Tahiti
A Tahiti alloggiamo al Beachcomber resort proprio quello che ho sempre sognato guardando nei depliant della Polinesia, con la sua piscina a sfioro che sembra un tutt’uno col mare.

Il resort è enorme, la camera enorme e molto bella, ma poichè in mezzo al verde… scorrono in libertà parecchi grandi toponi..
Non abbiamo tanto tempo, approfittiamo della navetta dell’hotel per arrivare in città e fare un giro anche col l’autobus locale. Papeete sembra più un paese che una città, interessante il suo mercato, il municipal market bello colorato, che visitiamo.

E’ arrivata veramente l’ ultima notte in Polinesia, ripercorriamo il nostro viaggio di nozze, che è stato indimenticabile, proprio come l’avevo sognato!

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Pensieri al tempo del Coronavirus

In questo periodo non amo molto esternare pensieri e opinioni riguardo la situazione che si è venuta a creare con la diffusione del Coronavirus.
Preferisco condividere articoli che trovo interessanti e che spero possano essere utili, fare pensare o smuovere le coscienze.
Ho fatto pero’ un elenco delle cose sulle quali ho avuto conferme, o che ho scoperto, vivendo questo momento, e precisamente:
-che esiste la legge del contrapasso, ovvero “la corrispondenza della pena alla colpa, consistente nell’infliggere a chi offende la stessa lesione provocata all’offeso”
-che questa situazione ci costringe a rivedere quelle che credevamo essere le nostre priorità e a riconsiderare quali siano le cose importanti
-che valutando quali sono le cose importanti, anche attraverso rinunce, siamo costretti a fare delle scelte
-che è facile parlare quando le cose non ci toccano direttamente, ed è risultata evidente la scarsissima empatia presente nelle persone
-che gli esseri umani sono fragili, e molto spesso preferiscono negare, piuttosto che guardare la loro fragilità
-che l’angoscia porta a far annebbiare il cervello e quindi spesso fa smettere di ragionare
-che non siamo piu’ abituati a ragionare in termini di comunità, e talvolta pare che il senso di responsabilità sia in via di estinzione
-che questa situazione ci pone davanti alle nostre nevrosi e alle nostre scissioni
-che in tempi di angoscia la coerenza va a farsi friggere
-che assistiamo al crollo dei nostri palliativi e delle nostre scusanti
-che siamo disperati perché ci vengono tolte le nostre vie di fuga
-che essere senza vie di fuga ci costringe a restare costantemente di fronte a una realtà che magari non ci piace o non ci soddisfa
-che questa condizione ci mette davanti a dei limiti, e in una società quale è diventata la nostra, senza limiti, diventa difficile accettarli
-che dobbiamo fronteggiare la difficoltà di accettare le cose come stanno
-che dovremmo imparare ad essere grati per le cose belle che abbiamo avuto, e che abbiamo
-che siamo posti di fronte alla piu’ grande angoscia che l’uomo tenta di rimuovere da sempre: la caducità della vita e di tutte le cose
-che chi soffre di più per la circostanza di isolamento o limitazione della propria libertà è proprio chi è meno libero
-che a volte è bello potersi piacevolmente stupire della reazione degli altri
-che comunque ci sarà sempre chi non capirà una cippa lippa da quel che stiamo vivendo, (e io ho smesso di credere “negli esseri umani”-cit. Marco Mengoni.-, sono pochi quelli che “hanno il coraggio di essere umani”)
-che semplificare le cose complesse, di cui magari non si è neanche competenti, è uno sport molto diffuso
-che l’aver dato la possibilità a tutti di comunicare forse non è stata mossa così buona e giusta
-che, visto che la medicina non è una scienza (mio pensiero), ma ognuno ha la sua corrente di pensiero, viene presa dal pubblico la spiegazione che più fa comodo o piace, per sostenere le proprie idee
-che a chi ama viaggiare, come me, questa situazione, toglie anche i sogni

Ma ritengo necessario che debba predominare la tutela delle cose piu’ importanti.
E credo che dovremmo consolarci con il pensiero che, il sacrificio, di qualsiasi cosa che sia, darà più valore e più sapore a tutto quanto, quando si potrà tornare alla normalità.

Concludo con un messaggio che ho ricevuto oggi da un fornitore cinese (a proposito di contrappasso, empatia, ecc.):

03.03.2020
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foto Pixabay e Patty
Vacanza on the road, di relax o mista, con figli adolescenti?
Il modo di viaggiare o di fare le vacanze puo’ dover subire qualche cambiamento quando si hanno figli adolescenti.
Non è come quando sono bambini, che si convincono con un gioco, una distrazione, si possono entusiasmare facilmente e riescono ad adeguarsi maggiormente al tipo di vacanza e ai ritmi della famiglia (e viceversa). Sebbene una buona educazione al viaggio, fin da piccoli, possa essere utile per indurli ad amare viaggiare, conoscere, fare esperienze, è tipico nell’età dell’adolescenza che i figli diventino polemici, schizzinosi, contestatori e dissenzienti a prescindere.
Ho trattato in questo articolo nello specifico il viaggiare con figli ai tempi dell’adolescenza
Ovviamente non tutti i ragazzi sono uguali, spero per voi che possiate essere un’eccezione. In questo articolo parlo della mia esperienza e di alcuni accorgimenti che ho notato essere efficaci per scegliere e vivere al meglio una vacanza, durante questa critica età.
Quale è diventata, quindi, il tipo di vacanza migliore per noi?
Mia figlia (ormai quindicenne) ha sempre odiato fare lunghe tratte in auto. Da piccola dormiva, ma quando è cresciuta, anche solo fare un viaggio di due ore in auto le pesava, e l’immancabile “Quando arriviamo?”, dopo poco tempo dalla partenza, era sempre al varco. Al contrario, potevamo andare anche dall’altro capo del mondo in aereo, che non batteva ciglio, anzi, per lei era, ed è, un divertimento.
I viaggi on the road, quindi, non sono la scelta ideale per la nostra famiglia. A questa età, in particolare, io penso che sia importante considerare sempre anche le loro esigenze e preferenze, per viversi la vacanza tutti piu’ serenamente. Quando era piu’ piccola, amava le vacanze al mare in villaggio, o comunque in un posto dove ci potesse essere tutto quello che piace ai bambini: piscine, scelta per il cibo a buffet, spazi di gioco e relax (non necessariamente il miniclub, anche se quando era molto piccola amava la baby dance!). Per esempio, a 11 anni ha apprezzato moltissimo la vacanza in un resort a Bayahibe, dove siamo stati benissimo (restando lontani da animazione, balli, attività varie proposte), facendo delle meravigliose escursioni nell’entroterra e all’isola di Saona.
Nonostante non abbiamo fatto solo viaggi così, l’ideale di vacanza per mia figlia è tuttora la vacanza stanziale, cioè quella dove parti e arrivi alla meta, senza dover cambiare troppi alloggi e ritmi, magari in un posto con un mare bellissimo, dove puo’ rilassarsi sotto una palma, e riposare, dopo un anno di fatiche scolastiche.
Lei vorrebbe sempre tornare alle Maldive. Che sono anche uno dei miei posti preferiti, per carità, ma mi piacerebbe anche vedere qualcosa di diverso!!
Diciamo che alla fine, un buon compromesso, e la formula vincente, negli ultimi tempi, è stata quella di scegliere vacanze “un pò e un pò'”, ovvero viaggi che avessero una parte on the road, e una parte stanziale rilassante. Come quella che abbiamo fatto, quando aveva quasi 10 anni, in Thailandia.
Prendendo spunto da quella esperienza, abbiamo organizzato il nostro viaggio a Cuba, quando ormai la pre adolescenza faceva capolino, a 12 anni. A Cuba abbiamo visitato 3 città, L’Havana, Trinidad e Vinales, e a metà viaggio e alla fine, abbiamo inserito 2 tappe di mare: 5 giorni a Cayo Guillermo e 2 a Cayo Levisa. In questo modo abbiamo potuto farle accettare le tante, ma tante ore che abbiamo trascorso in auto per gli spostamenti, ovviamente preparandola prima. Per noi, è stato un viaggio bellissimo, e lei, che inizialmente non era propriamente contenta del tipo di vacanza, alla fine ha detto che ha superato di molto le sue aspettative.
Qui ho riportato nello specifico gli accorgimenti che ho messo in pratica con l’adolescente, che si sono rivelati di successo:
L’anno successivo abbiamo intervallato con una vacanza stanziale alle sue adorate Maldive..ma anche nelle vacanze stanziali si può aggiungere qualcosa di nuovo ed eccitante!! Infatti abbiamo previsto uno stop over lungo a Dubai, al ritorno, che ci ha consentito di visitare, in un pomeriggio e una sera, la città!
Forti della formula di successo della vacanza un pò e un pò, anche lo scorso anno abbiamo organizzato un viaggio misto, un giro on the road in Florida in auto, e una settimana di relax ad Exuma, alle Bahamas. Qui in particolare c’era anche una obiettivo di suo grande interesse, ovvero gli Studios di Orlando, quindi anche questa combinazione ha avuto buona riuscita.
In conclusione, mia figlia ama le attività adrenaliniche, (quelle che le interessano) come il più assoluto relax, le sorprese come la routine e a volte è proprio un prenderci, perchè c’è anche da considerare che il cambiamento di gusti e preferenze è sempre dietro l’angolo a questa età. E forse la cosa migliore è essere proprio preparati a questo, e cercare di ascoltare quello che i nostri ragazzi dicono e non dicono, con una certa flessibilità.
E soprattutto, essere preparati anche al momento in cui inizieranno a fantasticare su mete da visitare, senza i genitori!!
Marzo 2020
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