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Viaggio di nozze nella Polinesia francese

 

 

Il nostro viaggio di nozze nella Polinesia Francese ha toccato Tahiti, Moorea, Bora Bora, Rangiroa e Tikehau. Isole splendide, lagune spettacolari, mare blu intenso, verde strabiliante.

Le isole della Polinesia francese sono raggruppate in 5 arcipelaghi. Tahiti, Moorea e Bora Bora fanno parte dell’arcipelago delle Isole della società. Rangiroa e Tikehau fanno parte dell’arcipelago delle Tuamotu.

Il collegamento tra le isole avviene con piccoli aerei, sembrano autobus volanti, e il panorama che si gode dall’alto è impagabile.

 

 

All’arrivo ad ogni aeroporto ti aspetta musica tradizionale e una collana di conchiglie da mettere al collo.

Non ci si deve aspettare di trovare spiagge immense in Polinesia, sono isole soprattutto con lagune spettacolari.

 

 

 

Moorea è un isola verdeggiante con le bellissime baie di Cook e Opunhohu e offre la meravigliosa esperienza del rays feeding, il dar da mangiare alle razze.

Noi eravamo alloggiati in una piccola struttura chiamata Farè Vaimoana, con pochi bungalows e un ristorante sul mare con vista tramonto eccezionale. Peccato che, essendo la prima isola visitata, in seguito al fuso orario, al giorno ci addormentavamo ovunque.

 

 

Bora Bora e l’isola con le lagune piu’ belle. Noi siamo state solo sull’isola principale, ma è costituita da innumerevoli “motu” isole semi deserte. Qui abbiamo alloggiato all’hotel Matira, una stupenda ma non lussuosa struttura con bungalows interamente in legno, in un giardino meraviglioso e su una bellissima spiaggia e abbiamo mangiato divinamente nei ristorantini limitrofi.

 

 

 

Rangiroa ci ha regalato un giro bellissimo per l’isola in bicicletta e dei tramonti fantastici. Abbiamo alloggiato al Kia Ora resort.  Abbiamo fatto l’escursione nel posto piu’ bello mai visto: la Laguna blù. Una laguna piena di isolotti deserti. Su una di queste ci siamo fermati ed è stato organizzato un barbecue, dopo che i polinesiani avevano pescato il pesce per il pranzo..e i resti, dati in cibo agli squaletti che nuotavano a riva.

 

 

Tikehau l’abbiamo scelta perchè rinomata per le immersioni. Abbiamo alloggiato in un isola con un unico resort, il Tikehau Pearl Beach resort, 12 bungalows sulla spiaggia e qualche overwater. Noi eravamo in uno di quelli sulla spiaggia, con veranda di fronte al mare e amaca, tutto di legno internamente e con bagno aperto vista cielo.

 

La sabbia in alcuni tratti è di un rosa intenso. Con le canoe a disposizione, era possibile fare il giro degli isolotti limitrofi. L’unico ristorante presente sull’isolotto offriva una cucina deliziosa.

 

 

A Tahiti siamo rimasti solo una notte nella capitale Papeete. E’ una cittadina carina, il mercato delle città è da non perdere. Abbiamo alloggiato al Beachcomber, ero curiosa di vedere la piscina a sfioro sul mare che si vedeva in tutte le pubblicità sui giornali.

 

 

Per gli amanti delle isole tropicali, questi luoghi sono sicuramente il paradiso. Un tripudio di bellezza da togliere il fiato. Era il mio sogno, fare il viaggio di nozze in Polinesia, e con quel che ho visto, devo dire che avevo ragione.

 

 

E’ bello quando i sogni diventano realtà, senza deluderti, anzi lasciandoti un’infinito entusiasmo.

Un breve video, un assaggio della nostra Polinesia. Ia Orana! (il saluto polinesiano)

 

 

 

se vuoi leggere l’esperienza nel dettaglio

 

Un sogno chiamato Polinesia

 

(marzo 2004)

 

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VERONA e le sue terme: Aquardens

 

 

Per il nostro consueto giro alle terme in famiglia, abbiamo deciso, anziché andare nei soliti hotel termali dei Colli Euganei, di provare Aquardens, le terme di Verona, in Valpolicella.

Aquardens si definisce un parco termale, non è possibile soggiornarvi, ma nei dintorni si possono trovare dei bed & breakfast che hanno convenzioni e che offrono il biglietto ridotto con il soggiorno.

Il parco è molto grande e capiente ed essendo recente, è anche moderno e gradevole, con strutture mastodontiche in sasso e grotte che sembrano naturali.

 

 

 

 

Avevamo fatto i biglietti online, che consiglio in quanto la fila per entrare scorre piu’ velocemente rispetto a quella per il pagamento dell’ingresso.

All’entrata si viene dotati di un braccialetto elettronico che consente di aprire e chiudere gli armadietti e di caricare ogni spesa, da pagare poi alla restituzione dello stesso all’uscita . Con un sovrapprezzo, si puo’accedere all’area della spa e a volendo, si possono prenotare massaggi.

L’area degli spogliatoi è molto grande:  devo dire che non ho mai visto tanti armadietti in un posto termale, (e questo è sicuramente un punto a suo favore), dislocati in piu’ zone, tanto che ho fatto fatica ad orientarmi, nonostante fossero contraddistinti da diversi colori in base alle zone.

Il parco comprende 11  piscine (alcune riservate solo agli adulti per la composizione dell’acqua o come spazi di silenzio), alcune dentro a grotte che, con l’effetto della cromoterapia, creano una bella atmosfera attraverso i giochi di colore; la piscina piu’ grande è comunicante con l’esterno e dotata di diversi getti per l’ idromassaggio; all’esterno  inoltre (ma si accede dall’interno, anche se il tratto per arrivarci è dentro ad una grotta ed uscendo dall’acqua  è freddino per cui non risulta piacevole transitarci), è presente un river che ti trasporta dolcemente con la corrente lungo il suo percorso  e un paio di piscine aperte soltanto d’estate.

 

 

Il posto è sicuramente baby friendly, ed è molto frequentato quindi dalle famiglie. Esiste uno spazio riservato ai piu’ piccoli, dotato di piscina esterna con acqua bassa e scivoli e con servizio di miniclub, aperto anche nel periodo invernale, nei weekend e per le feste natalizie.

Rispetto a quanto si potrebbe pensare, non ho avuto l’impressione di essere un parco acquatico piuttosto che in un parco termale: nel river, per esempio, non ci sono i classici anelli di gomma che si trovano in molti parchi. Soltanto, viste le dimensioni e il quantitativo di gente che puo’ ospitare, è un posto discretamente rumoroso: il vocio e gli schiamazzi causano un rimbombo notevole nelle grotte e nei vetri, per cui non ci si deve aspettare pace e silenzio.

E’ presente anche un percorso Kneipp e una sala  dove si svolgono sessioni di musicoterapia, e lì si può proprio godere di tranquillità,  trovando finalmente anche silenzio: essendoci andati durante le feste natalizie, ci aspettavamo che ci fosse molto caos, come è stato,  ma in questa sala abbiamo trovato uno spazio tranquillo e quindi abbiamo avuto modo di rilassarci, dormire, leggere e di godere del suono di strumenti particolari che mi hanno affascinato molto!

 

 

L’altro spazio che ho adorato è stato la sauna, riservata ovviamente solo agli adulti, dove a intervalli pianificati, viene praticato il rituale dell’Aufguss, che io non conoscevo ma che mi ha subito catturato: all’interno di questa grande sauna con  vetrata e vista sul giardino, al ritmo di musica, 2 addetti a questa disciplina, dopo aver rotto delle palle di ghiaccio sulle pietre roventi del braciere della sauna, muovono in una specie di danza, un asciugamano, gettando sui presenti ventate di vapore caldo, intriso di un misto di essenze, sempre diverse, scelte da loro e precedentemente versate sul ghiaccio..Veramente un’esperienza multisensoriale molto gradevole e ..quasi mistica. Sono rimasta colpita dalla passione e dalla ritualità che gli addetti mettono in questa attività: mi è piaciuto e mi ha anche emozionato molto, tant’è che ho voluto ripetere l’esperienza per ben 3 volte!

Per mangiare un boccone o fare una merenda sono presenti un ristorante e un bel self service, che è quello che abbiamo sperimentato e posso dire che è di buona qualità (avendo l’accortezza di andare a mangiare appena apre per trovare meno gente) e un paio di bar, di cui uno dentro alla piscina interna.

 

 

Per consentire a tutti di potersi rilassare su un lettino una volta usciti dall’acqua, viene richiesto di togliere gli asciugamani dagli stessi e deporli in appositi appendiabiti o cubi contenitori: devo dire che se all’inizio sembra una cosa fastidiosa, poi ho constatato che è inevitabile  vista la mole di gente presente, altrimenti solo pochi riuscirebbero a godere dei lettini e in effetti non sarebbe propriamente corretto tenerli occupati quando si sta per ore in acqua, impedendo ad altre persone di usufruirne. Se qualcuno non rispetta la regola e lascia l’asciugamano, un addetto subito va a toglierlo, deponendolo negli spazi adibiti.

Sempre alla ricerca di spazi piu’ tranquilli, abbiamo trovato anche un’altra una zona riparata e meno caotica, ricavata sopra alle piscine e raggiungibile con una scala, per stenderci un po’ dopo aver goduto delle piscine.

 

 

Il consiglio è, se possibile, di andare in una giornata infrasettimanale quando l’afflusso di gente è minore. Sicuramente anche in estate, con le sue belle piscine esterne, il giardino e il solarium, il parco deve essere molto godibile.

Per concludere: una giornata alle terme passa sempre troppo velocemente, e anche queste ci sono proprio piaciute, belli gli spazi, belli i dettagli e buona l’organizzazione…

Ma essendo cosi’ vicini a una straordinaria città come Verona, potevamo non passare a vederla nella sua veste natalizia?? Ovviamente no!! e si è rivelata spettacolare!

(Gennaio 2017)

https://www.aquardens.it/it

 

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L’albero della pace di via D’Amelio a Palermo

 

 

Ci sono eventi nella storia del tuo paese che non devono essere dimenticati.

Ci sono uomini che devono essere ricordati come modello, per l’integrità, il coraggio, la forza, la generosità. In un’epoca dove ben altri valori vengono perseguiti, o dove c’è un vuoto di valori.

Durante un viaggio in Sicilia con la mia famiglia, che ci ha portato anche a Palermo, ho sentito forte il desiderio, quasi il dovere, di passare a visitare i luoghi della memoria di due uomini di grande valore.

 

I giudici Falcone e Borsellino.

 

Colpiti a tradimento, assieme ai loro cari, e a coloro che vivevano ormai ogni minuto con loro e dovevano proteggerli, mentre stavano agendo in funzione di cio’ in cui credevano: i loro valori.

I valori.

Cio’ che dovrebbe guidare la nostra vita e in funzione dei quali prendiamo le decisioni di ogni giorno.

Cio’ per cui, per noi, dovrebbe valere la pena vivere. Per qualcuno anche morire.

Non si deve dimenticare, e i nostri figli devono sapere. La memoria deve essere mantenuta.

Oltre alla storia del nostro paese, e quello che è accaduto, devono sapere di che cosa sono capaci gli uomini, nel bene e nel male.

Devono sapere che esistono uomini senza scrupoli e senza coscienza, ma che esistono anche uomini cosi’. Che hanno dato la vita per la lotta contro le ingiustizie.

Via D’Amelio è una via strana. Non è stato facile arrivare nel punto dove scoppio’ l’autobomba il 19 luglio del 1992.

In mezzo ad auto parcheggiate, davanti ai palazzi, c’è un ulivo, chiamato l’Albero della Pace e una lapide con i nomi. Una foto di Paolo Borsellino che sorride. Sull’albero, e sulla base, biglietti con messaggi, cappellini, indumenti, oggetti di ogni genere, lasciati da chi va in visita. Come omaggio, come gesto di stima, come impegno..chissà..

Difficile dire cosa si prova davanti a questo albero. Sono emozioni che ti attraversano e ti squarciano.

Tristezza, rabbia, vuoto.

Ma anche tanta ammirazione. Senso di forza. Volontà.

Desiderio di poter essere inondati da quei valori, di poter attingere a tanta rettitudine e dedizione. Ammirazione di fronte alla capacità di non scendere a compromessi e portare avanti la propria battaglia, nonostante tutto e tutti. La giustizia, a qualsiasi prezzo e prima di tutto.

Desiderio che nostra figlia “senta” quello che trasmette quell’albero e tutti gli oggetti, e comprenda quello che rappresenta.

In silenzio, anch’io sento il bisogno di lasciare qualcosa. Come gesto di omaggio. Ma anche per me stessa. Come impegno. Come per dire: ci sono, sono con voi.

 

Lasciamo via D’amelio.

Lungo l’autostrada Trapani-Palermo, il monumento nel luogo dove è avvenuta la strage in cui morirono Falcone, la moglie e la sua scorta, si scorge senza preavviso. Poco prima del cartello autostradale che riporta l’indicazione di  “Capaci” e svetta sullo sfondo delle montagne, riportando solo la data del 23 maggio 1992 e il nome delle vittime.

 

 

Lasciamo la città, con la speranza che, dopo aver spiegato a nostra figlia, poco piu’ che adolescente, cosa succedeva in quegli anni e chi erano queste persone, dopo averle fatto leggere il libro “Perchè mi chiamo Giovanni “, di Luigi Garlando, che spiega le cose nella sua lingua, dopo la sensazione provata davanti all’Albero della pace, nell’epoca dei gruppi di whatsapp e degli youtuber presi come modelli, qualcosa resti. Se non altro, la curiosità nei confronti di questi eroi o la capacità di farsi delle domande di fronte alle ingiustizie che, quotidianamente, si incontrano.

E a me, resta un grande senso di gratitudine.

 

(settembre 2017)

 
 
 
 
 
 
 
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Il giro di svolta

 

Forse arriva per tutti il momento del giro di svolta.

Mi ha fatto riflettere un video che ho visto qualche tempo fa sul web.

L’addio al calcio di Totti, quando è stato per lui il momento di  mettere le scarpe al chiodo. Il saluto allo stadio, all’ultima partita.

Era molto emozionato, tutto lo stadio era commosso.

E il video di quel momento è molto toccante..

Anch’io mi sono commossa.

Non che io sia una tifosa della Roma o una fan di Totti, anche se lo ritengo una persona semplice, integra e intelligente.

E’ che traspariva chiaramente la verità, il dolore di chi deve lasciare un pezzo di vita perché è giunta l’ora.

Di chi deve lasciare qualcosa che ama perché ha capito, cosa non da tutti, che è finito il tempo.

Un tempo e qualcosa che non tornerà più.

Anni, giovinezza, possibilità, persone..

E’ il dolore del passaggio e la certezza che ci sarà sempre una nostalgia che accompagna, da ora in poi.

Ma con lui c’era la famiglia. La moglie, i figli, stretti attorno a lui a condividere questo momento, a sostenere questo passaggio.

A rammentare quello che –invece -resta.

Quello che sarà consolazione e gioia, anche di fronte al passare del tempo, al limitarsi delle possibilità, al naturale decadimento della carne, al dolore di chi abbiamo lasciato o ci ha lasciato. Una famiglia che contiene, e che puo’ accogliere le tue lacrime e la tua fragilità.

Ci risuona dentro, questo momento, perché prima o poi, tutti quanti si arriva di fronte a quella svolta.

E’ quando la coscienza ci mostra che siamo passati oltre il limite della giovinezza. Che qualcosa o qualcuno, non tornerà più.

Possiamo farci i conti oppure no. Quando qualcuno lo fa con grande consapevolezza ed onestà, mostrando il sentimento senza maschere, e puo’ permetterselo, ci tocca.

C’è invece chi non si arrende, e suo malgrado non vuole svoltare, rischiando di cadere nel ridicolo e aggrappandosi a delle effimere illusioni.

C’è chi si riempie di amarezza e disillusione e aspetta il declino..

C’è chi comincia ad essere accompagnato da una sorta di nostalgia e malinconia ma continua a lottare ogni giorno e conserva la prospettiva di arrivare a una saggezza..

C’è chi semplicemente cerca di sopravvivere o di vivere con dignità. .

C’è chi comincia a vedere la vita e il tempo rimanente con occhi diversi.

Nonostante la fama, il denaro, l’affetto delle persone, la realizzazione dei propri sogni, siamo tutti uguali di fronte al trascorre del tempo: arriva per tutti quel momento in cui, volenti o nolenti, si deve salutare una parte di se e una parte della propria vita e si deve aprire una nuova porta.

 

 

 

 

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La percezione del tempo in viaggio

 

E’ strano come il vissuto del tempo sia diverso.

Quando si è in viaggio sembra che il tempo sia dilatato.

Le giornale sembrano piu’ lunghe, si riescono a vedere e fare tantissime cose. O, forse, la sensazione è quella per l’intensità con cui si vive.

Da un giorno all’altro sembra che siano passate settimane o mesi.

La cosa piu’ bella è quando si realizza che si è riusciti a mettere una bella distanza dalla vita di tutti i giorni, dalle abitudini, dai pensieri, dal proprio ambiente.

Poi, al ritorno, l’incantesimo si spezza.

Una volta messi i piedi sul proprio suolo, sembra di non essere mai partiti.

Ma dentro c’è la grande ricchezza dell’esperienza vissuta.

Questa è solo la percezione ingannevole del tempo.

E’ bello poi ripercorrere tutte le tappe vissute, vedere le foto per ricordare, scorrere luoghi e volti, sentire la musica del posto.

Sentire la nostalgia.

Perché vuol di dire che si è vissuto.

E si è stati felici.

 

[foto pixabay]

 

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L’importanza del contenitore

Il contenitore ha un’enorme importanza, perché conferisce un’identità.

Il nostro corpo è  mantenuto insieme dalla nostra pelle, che fa da contenitore.

Non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale ed emotivo. Se mettiamo qualcosa in un contenitore possiamo evitare che si disperda. Se il contenitore ha dei buchi,  qualcosa va perso. Così per le sostanze e le cose; lo stesso vale per le persone.

L’acqua mantiene la sua identità all’interno di un contenitore; se lo si toglie, si mescola con altre sostanze e diventa qualcosa di diverso.

In mancanza di un contenitore siamo in balia del tutto, ci perdiamo e ci disperdiamo.

Perché il contenitore, definendo chi siamo, ci dà confini. Mantiene insieme e ci fa comprendere dove finiamo noi e dove inizia altro. Ci dà la coscienza di noi.

 

 

Il primo contenitore dell’uomo sono le braccia materne o di qualcuno che lo accudisce. La pelle è il primo confine che percepiamo e lo strumento attraverso cui percepiamo. Per questo è cosi’ importante il contatto. Un abbraccio ci contiene: ci fa sentire rassicurati, ci fa sentire di esistere, ci permette di sentire noi stessi. Ma anche uno sguardo è un contenitore: ci raccoglie e ci rimanda il nostro riflesso.

In seguito la nostra identità come persone, si costruisce all’interno di un contenitore che si chiama famiglia, per i piu’ fortunati; per altri il contenitore puo’ essere una struttura,  l’ambiente in cui vivono.

Quando si cresce, ci si consolida nel contenitore scuola.

Poi diventano importanti altri contenitori: i gruppi, reali o virtuali, le comunità, l’ambito delle relazioni, la relazione con un partner.

Dapprima per capire chi “siamo” e cosa siamo, poi per la ricerca di simili e affini. Prima per sentire di esistere, di essere una persona, poi cercare di non sentirsi soli. Non sentirsi soli, cercando qualcuno con cui condividere quello che si è scoperto di noi e quello che si è appreso dalle nostre esperienze.

E da cui imparare.

In cui rispecchiarsi.

I nostri confini, il nostro contenitore, ci rimandano l’immagine di noi stessi.

Solo se abbiamo avuto una buona esperienza di “contenimento”, possiamo aver costruito solidi confini che ci permettano di non essere in balia. In balia di altri, in balia delle nostre emozioni e delle nostre azioni.

Solo se abbiamo dei buoni confini possiamo non mischiarci con l’altro, non confonderci con l’altro, non identificarci con l’altro, non essere invasi dall’altro, non essere manipolabili dall’altro.

Solo se abbiamo buoni confini, le nostre emozioni possono  essere non debordanti e non annientarci,  ma farci sentire vivi.

Solo se abbiamo buoni confini, possiamo essere padroni delle nostre azioni, nel rispetto di noi e degli altri.

Ecco perché è importante sapere dove finisco io e dove inizia l’altro.

Ecco perché è importante che mi abbiano dato regole e limiti e che io li abbia interiorizzati, in modo da non doverli poi cercare al di fuori, andando a sbattere da qualche parte.

Ecco perché è  importante, comunque, avere sempre qualcuno e qualcosa che mi faccia da contenitore, dove poter riversare quello che ho dentro e sentire che esisto.

Che mi permetta di stare di fronte a me stesso.

Si inizia da vicino, dalla nostra pelle, per arrivare all’altro, agli altri.

E man mano che ci consolidiamo il nostro contenitore e il nostro confine puo’ essere sempre piu’ vasto.

Fino ad essere il mondo, che ci rimbalza la sua immagine sconfinata.

 

 

(foto Pixabay e Patrizia Pazzaglia)

 

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Il bisogno di “like”

 

 

 

 

Il bisogno di piacere (o di like)

Perché abbiamo cosi’ tanto bisogno di approvazione? Perchè abbiamo bisogno di visibilità, di piacere, di ricevere dei “mi piace”?

Forse la risposta è che non ci hanno fatto sentire di essere “abbastanza” quando eravamo bambini.

Che non ci hanno trasmesso il senso del nostro valore intrinseco, indipendentemente da quello che facevamo.

Forse ci hanno rimproverato troppo o criticato molto, o hanno voluto che fossimo secondo i desideri di altri, piu’ che secondo le nostre inclinazioni e personalità.

Il risultato è che, in tanti, sempre piu’, abbiamo bisogno di un pubblico.

Un pubblico che ci veda e ci confermi. Che ci dia il senso di esistere e di valere.

Voler piacere, aver bisogno di essere visti e approvati non è un male, ed è esigenza comune a tutti.

Tutti abbiamo bisogno di sentirci dire che siamo bravi, che valiamo qualcosa.

Ma questo bisogno non è sano se governa la nostra vita.

E’ vero che il senso dell’esistenza possiamo sentirlo con la presenza dell’altro, ma sarebbe importante avere la capacità di discriminare chi è l’altro. Non un qualcuno qualsiasi, ma un qualcuno per noi importante.

Invece pare che siano diventati di maggiore importanza i numeri: quanti followers, quanti amici, quanti “mi piace”. Non importa da chi.

Una critica puo’ stroncare anche se viene da un perfetto estraneo.

Si cercano fuori quelle conferme che non siamo in grado di trovare dentro di noi.

Alcuni riescono a trovare, attraverso un consenso massivo, la propria strada, e questo avviene se c’è anche della sostanza. L’importante è che, alla fine, i conti tornino. Perché poi, se la coscienza è sveglia, prima o poi i conti si devono fare.

Tanti si svendono per un attimo di visibilità, perdendo l’anima.

Tanti altri riescono a ricevere solo la conferma della nullità che credono di essere, dimenticando che ognuno ha dei talenti e una scintilla divina.

Dimenticando che siamo anime in viaggio, per imparare delle lezioni  ed elevarci.

E allora,

“barcollo ma non mollo”,

“la ricerca è la salvezza “

“la fiducia che quello di cui abbiamo bisogno ci sta cercando e col nostro aiuto, prima o poi, ci troverà”,

possono essere i mantra.

I mantra di chi, se non fagocitato e travolto, è attratto da questo meccanismo che diventa compulsivo, indotto dalla nostra epoca, ma non vuole cederci.

L’importante è sempre chiedersi se valga la pena vendere la propria anima.

O se invece, in pace o con frustrazione, sia piu’ importante accudire la propria scintilla e nutrire la propria integrità.

 

 

[foto Pixabay]

 

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Il giorno di dolore che uno ha

 

 

Quasi tutti  abbiamo dentro un dolore.

Un dolore antico, che talvolta si risveglia e ci riporta nel nostro buco nero.

Lo ritroviamo in un episodio, in una persona, in una relazione, in un discorso..

E quando riemerge, fa male, come allora.

Reagiamo all’evento di oggi con il dolore di ieri, come se la ferita fosse ancora lì, aperta, carne viva sanguinante, colpo allo stomaco che toglie il fiato.

Ognuno di noi si protegge come puo’, da quel dolore.

Non biasimo chi, a modo suo, lo rifugge appena lo sente affiorare e scappa o evita.

O chi ripiomba per un attimo nel baratro, venendone sovrastato.

Comprendo chi ha imparato a conviverci e chi è capace di accettarlo, guardandolo come compagno costante quotidiano.

Apprezzo chi ha avuto il coraggio di entrare nella ferita, a guardare in faccia cio’ che è stata la fonte di quel dolore. E chi è stato capace di trascenderlo, e trasformarlo in un insegnamento o anche in un dono prezioso.

Quando oggi vedo il momento esatto del colpo inferto a qualcuno e la ferita aprirsi, vorrei asciugare le lacrime, curare il cuore ferito, aprire le braccia e lenire, se possibile, quel dolore.

Perché fa meno male quando, nel patimento, hai qualcuno vicino.

Che accoglie il tuo essere, che comprende la tua sofferenza, uno sguardo amorevole, una mano tesa.

Affinchè domani, il suo ricordo, il momento in cui qualcosa lo risveglia, contenga la rassicurazione di quella mano, di quel sorriso, di quel calore e dia la forza di proseguire.

Con la certezza che non sei solo, in quel dolore.

Che ancora una volta ce la farai.

Che puoi sopravvivere e cercare comunque il tuo giorno felice.

 

 

 

[foto pixabay e Patrizia Pazzaglia]

 

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Muri e confini

 

 

 

Si alzano muri quando non si riescono a mettere sani confini.

Confini che proteggano.

Si alzano muri quando, dopo che ci si è aperti, ci si accorge che troppo facilmente si potrebbe venire feriti.

Si alzano muri quando si sente avvicinarsi un’esperienza, simile a quelle che ci hanno lasciato cicatrici.

Si alzano muri, che blocchino l’ingresso, quando si sente che lasciare entrare puo’ far male.

Si alzano muri perché si hanno parti scoperte, che, toccate, farebbero esplodere emozioni primitive e forse incontenibili.

Si alzano muri con l‘incoscienza.

Si alzano muri per sopravvivere.

Senza comprendere che non solo si blocca, ma si resta bloccati.

 

 

 

Si mettono confini quando si è in grado di dire di no.

Si mettono confini quando si capisce che ci si deve proteggere.

Si mettono confini per delimitare fin dove acconsentiamo che si arrivi.

Si mettono confini per non essere invasi.

Si mettono confini per non confondersi.

Si mettono confini per conservare un’identità.

 

 

 

E allora, per poterci aprire, si dovrebbero abbattere i muri e creare confini.

E’ un duro, lungo e non semplice lavoro.

Per abbattere i muri abbiamo bisogno di qualcuno di cui sentiamo che ci possiamo fidare.

Che non tradisca le nostre non sane aspettative.

Che resti, nonostante il nostro bisogno e i nostri momenti bui.

Che avendo sensibilità affine, non ci ferisca.

Che riesca a darci lo stimolo per abbattere i nostri muri.

Che sappia attendere ed entrare con delicatezza.

Che, anche con la sua paura, venga incontro alla nostra paura.

Che ci sia, e ci accolga, con il suo affetto o il suo amore.

Qualcuno che ci rispetti.

Qualcuno che ci contenga.

E magari, che ci faccia da confine, nell’attesa di crearcelo noi, un confine.

 

 

 

 

 

 

[foto Pixabay e Patrizia Pazzaglia]

 

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Giornate di vento

 

 

 

Adoro il vento.

Non lo puoi vedere, ma vedi il suo effetto.

Non ha un suono, ma puoi udire quanto agita la natura e ti parla all’orecchio.

Non ha un odore, ma sparge i profumi riportando luoghi, momenti, ricordi.

Non lo puoi toccare ma lo senti, ti accarezza il viso, i capelli, il corpo, e a volte ti trascina.

A volte anche i pensieri trascina, non solo te, li disperde e li porta lontano.

Ecco perché mi piace.

Mi libera la mente e mi lascia libera. Perché occupata a sentire i suoi effetti, con tutti i sensi,

mi dimentico del futile resto.

 

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.