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Incontrando Gio Evan

 

 

 

Gio Evan non so come l’ho conosciuto, forse vedendo passare un post su facebook. 

È un giocoliere, con le parole, e riesce a dare, delle cose, un punto di vista molto particolare, esprimendo concetti profondi con poesia e tangibilità. E trovando sempre il lato positivo, costruttivo, istruttivo.

Poi sono andata ad ascoltarmi le sue canzoni.

I suoi testi mi parlavano, esprimevano cose a me conosciute, sentivo una sensibilità affine. Sentivo come se alcune mie emozioni e sensazioni prendessero voce, e come se, dentro di me, si accendessero lampadine.

Mi ha colpito la sua fine attenzione, -delicatezza ed impetuosità-, la sua coscienza. Mi ha toccato a fondo il suo modo di parlare d’amore

 

Se c’è un posto bello, sei te

Ti ci devo portare

Se c’è un posto bello, sei te

Mi ci devi portare

 

(Klimt- Gio Evan)

 

Continuano a colpirmi, e anche a commuovermi all’ascolto, queste frasi:

 

“dormi da me cosi restiamo svegli” 

“tu sei un rischio ma io amo correre”

“non voglio amarti per caso, come se non avessi ferite”

 

Poi è arrivata “Arnica” al festival di San Remo, ed è stato amore al primo ascolto

 

“E sbaglio ancora a vivere e non imparo la lezione

Prendere in tempo il treno e poi sbagliare le persone

E sbaglio ancora a fidarmi, a regalare il cuore agli altri”…

 

Ho riconosciuto la mia eterna difficoltà ad imparare dagli errori e l’estenuante ripetizione degli stessi. Alte aspettative, immancabili illusioni, grandi delusioni.

 

“E voglio farmi scivolare il mondo addosso, E non scivolare sempre io”

 

Ho riconosciuto la mia eccessiva permeablità, la difficoltà a distinguere i confini e a mantenerli, il farmi toccare, troppo, da tutto.

 

“Mica so vivere io…Mi faccio male in un niente. Ma che palle еssere esilе”

(Glenn Miller)

 

E nonostante questo, e le ferite che genera, il non darsi mai per vinti..per fortuna! e provarci sempre, ancora, perchè è ciò che mantiene vivi. 

 

“Per poi dire cosa quanto ha fatto male

Eppure non riesco a rinunciare

Per poi dire cosa quanto ha fatto male

Eppure lo voglio rifare”

(Arnica)

 

 

In occasione della presentazione del suo ultimo libro,Vivere a squarciagola“, a Bologna, sono andata ad incontrarlo.

Già il titolo mi è arrivato dentro come una freccia su un bersaglio: chi non vorrebbe vivere a squarciagola, con tutta la passione, con tutta la forza e la profondità, “succhiare la vita fino al midollo”, per arrivare, per sentire e farsi sentire, per esprimere al massimo la propria potenza?

Ed è stato davvero un piacere ascoltarlo, una conferma di quello che avevo percepito dalle parole dei suoi scritti e delle sue canzoni: ogni concetto apre, fa chiarezza, mi sorprende, e mi stimola alla riflessione. Una grande intelligenza che spazia, un’energia istrionica e irruenta, un pò pazzoide; una coscienza fuori dal comune, che credo possa uscire soltanto da un lavoro profondo, e da chi dalle ferite è riuscito a trarre risorse.

Scappiamo (usciamo dalla cappa, dalla folla), partiamo (dividiamo, selezioniamo, le relazioni tossiche, i  pensieri, i cibi, tutto quello che non ci fa bene) e poi corriamo (iniziamo a muoverci). Per salvarci. In un mondo in cui siamo schiavi del voler dimostrare,- e questo ci viene richiesto-, tiriamo fuori questo mostro (de mostrare) e facciamocelo amico, per diventare migliori. (cit.)

 

 

Ho vissuto tanti anni (o non ho vissuto) anch’io, con la paura di disturbare e mi è piaciuto il concetto che bisogna avere il coraggio di disturbare, per capire che non esiste il disturbo tra persone gentili (cit). Che sono le uniche di cui ci dovrebbe importare.

 

Che belle quelle persone
che hanno occhio,
che chiedi loro una foto
e hanno il senso della fotografia,
hanno il senso dello spazio
ti fanno abbinare con la geometria del luogo
e sfruttano tutte le luci del sole
per dare al volto la luce che meriti
quelle persone che hanno occhio
così in gamba
che quando hai bisogno di una mano
si alzano in piedi
senza che tu chieda aiuto,
quelle persone che hanno lo sguardo allenato
a vedere le cose che non si vedono
che hanno fatto loro l’alfabeto del silenzio,
che belle quelle persone
che hanno occhio
che ti riempiono di punti di vista
quando chiedi loro un parere
che ti guardano senza distrarsi
e per ascoltarti non usano solo le orecchie
usano anche le mani
usano la pelle
ti ascoltano con le guance,
tutto il loro corpo a servizio della voce
che hai bisogno di uscire
che belle quelle persone
che si vestono
senza troppo impegno
perché hanno imparato
che il cuore sta bene con tutto.
[Gio Evan]

 

E voglio credere davvero che

 

“quando ti affidi alla vita, la vita si prende cura di te”

 

 

 

Ora non vedo l’ora di leggermi il libro, e di ricordare anche il mio viaggio in India, di tanti, tanti anni fa, dove le cose che mi accadevano sentivo che erano importanti ma non capivo: il senso non arrivava ancora alla coscienza e tutto si doveva ancora compiere.

 

 

E io… cercherò di continuare a viaggiarmi dentro come ho sempre fatto, e spero di farcela, a portami sempre con me..scegliendo la strada più lunga, che nasconde i paesaggi migliori!

 

 

 

“E ora voglio ballare per casa

Credere che il mondo mi guardi

E sentirmi libero

E ora voglio ballare per strada

Credere che nessuno mi guardi

E sentirmi libero”

(Glenn Miller – Gio Evan)

 

 

 

 

25 maggio 2022

 

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Viaggio nel passato o nel futuro, per ritrovare la pace, finchè il caffè è caldo

 

“Finchè il caffè è caldo”, “Basta un caffè per essere felici”, “Il primo caffè della giornata” sono davvero quel genere di libri che io considero un balsamo per l’anima. 

Dopo un inizio un po’ difficile, per via dei nomi giapponesi, complicati da memorizzare ed attribuire ai personaggi, i 3 libri sul caffè dello scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi li ho trovati coinvolgenti, avvincenti, irresistibili ...pervasa dalla bella sensazione di quando scopro un libro che mi prende, e non vedo l’ora di proseguire a leggere la storia.

Nonostante tutti e 3 i libri siano ambientati nello stesso posto, in una caffetteria di Tokio, -l’ultimo in una ad Hokodate-, e alcuni personaggi siano gli stessi con le loro storie riprese in ogni libro, ognuno dei 3 può essere letto indipendentemente dagli altri, ovvero non c’è una sequenza giusta dal primo scritto all’ultimo per leggerli. Ritrovare i protagonisti e le loro storie, a cui si aggiunge sempre un nuovo pezzettino, in mezzo ad altre, è davvero sorprendente.

Io li ho letti secondo l’ordine cronologico in cui sono stati scritti: attratta dalla trama e dal successo ottenuto dal primo uscito, ho cercato poi subito il secondo dopo aver concluso il primo, e ho atteso fremente l’uscita del terzo. Con il timore, ogni volta, che il successivo non fosse all’altezza, timore prontamente e felicemente smentito sin dalle prime righe.

 

Di cosa trattano i libri sul caffè di Kawaguchi

Finché il caffè è caldo, Basta un caffè per essere felici, Il primo caffè della giornata sono libri delicati, intriganti, profondi, che danno spunti e ampio spazio alla riflessione.

Raccontano di un paio di caffetterie in Giappone, dove si può tornare indietro nel tempo, ad un momento del passato, oppure del futuro, per incontrare qualcuno, per il solo tempo in cui il caffè servito resta caldo, che deve essere bevuto prima che si raffreddi, pena il diventare un fantasma.

 

 

Regole per ritornare nel passato (o andare nel futuro)

1     una volta tornati nel passato non si può comunque fare niente per cambiare il presente

2     le uniche persone che si possono incontrare nel passato sono quelle entrate nel caffè

3     per tornare nel passato bisogna sedersi su una certa sedia e non ci si può muovere per tutto il tempo

4      bisogna bere il caffè finchè è caldo e non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

 

 

 

Molti di coloro che arrivano alla caffetteria vogliono intraprendere questo viaggio nel passato o nel futuro, con l‘illusione che facendo o dicendo qualcosa di diverso si possa cambiare il proprio presente, ma vengono subito avvertiti che il presente non può mutare.

Da qui le rinunce di taluni, e la motivazione di altri a darsi una nuova possibilità: sono quelli che non si arrendono, che non smetteono di credere che si deve essere felici.

Quella che può essere la delusione di chi pensava di poter cambiare il presente, ma che conserva il desiderio forte di andare ad incontrare un caro defunto, o una persona nel futuro, viene compensata da una fatto straordinario, che si scopre soltanto dopo aver fatto l’esperienza: dire qualcosa che non si è detto, incontrare qualcuno mai conosciuto, porre una domanda che tormenta, dare o chiedere una spiegazione mancata, fare delle scuse, sistemare questioni rimaste in sospeso, confessare il pentimento per una scelta sbagliata, incontrare qualcuno un’ultima volta, o vedere quello che è diventato nel futuro, può pacificare, consolare, sciogliere rimorsi o rimpianti, attenuare emozioni, quali il senso di colpa, la rabbia, la frustrazione, la tristezza...

Il presente non può essere cambiato, ciò che è accaduto non può essere cancellato, ma l’incontro può portare una trasformazione. 

 

“.. certe cose cambiano anche se la realtà presente resta uguale..”

Il primo caffè della giornata

 

 

 

Nei libri, davanti a una tazza fumante di caffè e alla scelta di affrontare con coraggio un evento o una persona, qualcosa davvero cambia, e come spesso accade nella realtà, non quello che si immagina, di tangibile, ma qualcosa di più importante, dentro di sè, nel profondo, generando il vero cambiamento. Quello che davvero porta pace, nuovo desiderio di vivere, motivazione e spinta ad andare avanti e con uno spirito diverso. In definitiva, spesso quello che cambia è la percezione degli eventi, la visione da un punto di vista non considerato o sconosciuto.

Tutto questo mi ha ricordato un po’ quello che accade durante una seduta di psicoterapia di tipo gestaltico: si immagina davanti a sé qualcuno, o una parte di sè a cui si deve, o si vuole, dire qualcosa, e dopo aver dialogato con quella persona, o quella parte, e cambiando di posto, aver dato anche le risposte, capita di frequente che cambi l’atteggiamento, il rapporto, o il sentire, verso quella persona o quella parte di sè, nella realtà.

Mi ha ricordato anche una frase di R.  Bandler che dice

 

“Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice e un futuro degno di essere vissuto”. 

 

 

I personaggi che si incontrano durante la lettura, alcuni fissi che lavorano o frequentano la caffetteria, altri che si avvicendano nelle storie dei 3 libri, hanno vissuto esperienze dure, traumatiche, stanno soffrendo. Taluni sembrano addirittura senza piu speranza…

Eppure i 3 libri non sono tristi, sono densi di vita; sanno bene descrivere le ferite emotive e dell’anima e trasmettono la sensazione della sconfitta del senso di impotenza a favore della luce che si vede alla fine del tunnel.

Trasmettono la sensazione che quando si è pronti, ci si può concedere un’altra chance.

Che quando proprio si tocca il fondo qualcosa ancora può accadere per salvarci.

La sensazione di poter vedere quel disegno, che quando si è dentro una situazione, non si riesce a cogliere nella sua completezza.

La sensazione di poter accogliere verità che emergono, che non si riuscivano a vedere o ad accettare, di trovare un senso anche a ciò che ha provocato dolore e devastazione. O comunque, anche quando pare che un senso non ci sia, che è possibile dar vita a nuovi inizi, conquistando un po’ di pace.

Naturalmente tutto deve partire da sè, si deve scegliere di andare alla caffetteria e fare il viaggio.

 

“Dentro ciascuno di noi esiste la capacità di superare ogni genere di difficoltà. Ognuno possiede quell’energia. Ma a volte, quando questa  energia sfugge attraverso la valvola dell’ansia, il flusso si restringe. Più grande è l’ansia, più forza serve per aprire la valvola che libera l’energia. 

Questa forza è potenziata dalla speranza. Anzi si potrebbe dire che la speranza è il potere di credere nel futuro”

Il primo caffè della giornata

 

In conclusione, non è che basta un caffè per essere felici, ma sicuramente cercare di pacificarsi con qualcuno, con se stessi, o con parti di sé, o il fare una scelta, aiuta a vivere meglio e i 3 libri ce lo mostrano a loro modo: infondono la speranza di una rinascita, di poter conquistare nuove libertà e la capacità di scegliere, al presente, il meglio per noi.

Durante la lettura di ogni libro di Kawaguchi, più volte ho sognato di fare questo viaggio, di poter andare in Giappone a cercare quella magica caffetteria, poter viaggiare nel passato o nel futuro, e in quel paese a me sconosciuto, e di quietare la mia anima vagabonda….Con questi sogni, oltre a meditare sugli spunti ricevuti, mi sto allenando, andando a prendere ogni tanto il caffè al bar del Tiglio, nel mio paese: non posso viaggiare nel passato o nel futuro ma posso trascorrere un pò di tempo in compagnia di buone amiche, assaporando le cose piacevoli del mio presente.

 

 

 

“La verità vuole uscire a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di occultare la tristezza o la fragilità.”

Finchè il caffè è caldo

 

Aprile 2022

 

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Appunti per un naufragio e L’abisso

 

 

Lo scorso anno siamo andati in vacanza a Lampedusa.

Abbiamo letto un libro che era ambientato proprio dove eravamo.  “Appunti per un naufragio.”

 

 

Mentre leggevamo quel libro stavamo di fronte a quel mare, dove tutto era accaduto e dove tutto accadeva. Quasi sempre, davanti a noi, la nave quarantena ci ricordava che non leggevamo soltanto una storia.

 

 

Abbiamo letto ed ascoltato tante storie.

 

Storie di padri e di figli. Di relazioni recuperate o perdute. Di madri, di dispersi, di ricongiungimenti. Di salvataggi e di morti. Di accoglienza e di solidarietà. Di torture, di crudeltà e sofferenza.

 

Qualche sera fa siamo andati al Teatro Comunale di Giovanni in Persiceto (Bo), vicino a casa nostra.
Abbiamo visto lo spettacolo tratto da quel libro, raccontato da chi lo aveva scritto, Davide Enia.

 

Abbiamo ritrovato posti, persone, storie.

 

E la stessa emozione.

 

 

 

“In “Appunti per un naufragio” emerge la vera storia di persone accomunate dall’esperienza della fragilità della vita, che come una rivelazione spinge ognuno verso un nuovo approdo, verso l’ascolto e la scoperta dell’altro.”

 

La storia degli altri arriva all’anima e si interseca con la propria storia personale, toccando l’umanità, le paure, le fragilità e i desideri che tutti abbiamo in comune.

 

 

Come a Lampedusa, quando leggevo il libro, anche a teatro in certi momento ho pianto.
Ascoltando le voci di chi si trova davanti a persone che hanno affrontato il mare, che hanno subito torture, che non avevano più niente da perdere. Di chi si trova davanti a cadaveri, a chi non ce l’ha fatta, a chi se ne è andato cercando una vita. Di chi si trova a dover scegliere chi salvare, o a ricomporre corpi, o a fare un gesto di accoglienza, offrire una tazza di te, una coperta. Di chi si trova davanti alle proprie emozioni, alla paura, all’impotenza, alla compassione, di fronte a situazioni forti, tremende, disperate. Di fronte alla morte.

Come dicono le parole di Emily Dickinson, in una targa posta all’ingresso del cimitero di Lampedusa

 

 

Per uno sconosciuto, gli sconosciuti non piangono”.

 

 

Certi racconti dovrebbero sentirli o leggerli tutti.

 

Certi incontri sono davvero speciali.

 

E capitano così, quasi per caso.

 

 

Appunti per un naufragio- ed Sellerio

L’abisso – Davide Enia e Giulio Barocchieri

 

Ogni vita è sacra

 

gennaio 2022

 

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il racconto dettagliato della nostra vacanza a Lampedusa

 

 

tutti gli articoli su Lampedusa    https://www.unanimainviaggio.it/lampedusa/

 

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Dalì a Matera: stupore e bellezza, tra il tempo ballerino e la danza degli opposti

 

 

Veder comparire le opere di Dalí mentre si passeggia per i sassi di Matera è davvero suggestivo, ma ammirare più di 200 pezzi in un complesso rupestre, tra il chiaroscuro delle luci e una musica orientaleggiante che accompagna, è un incanto.

La prima scultura ce la siamo trovata davanti passeggiando per via del Corso, in Piazza San Francesco: la ballerina del Piano Surrealista. 

Ci ho girato attorno l’ho osservata da tutti i lati, uno più bello dell’altro, di giorno e di sera

 

 

Da dietro pare offrirsi con uno slancio verso l’alto con tale sinuosità e leggerezza che sembra prendere il volo

 

 

Dal fianco sembra  elevarsi e danzare con tutta la plasticità del suo corpo

 

 

Da davanti alza le braccia al cielo guardandolo, come in segno di ringraziamento

 

 

Le gambe da donna del pianoforte, con scarpe eleganti col tacco e l’abitino corto arricciato e ammiccante, e sul fondo la piazza e la chiesa di San Francesco, sono una vista incantevole.

Dell’Elefante Spaziale, che compare all’improvviso in un lato di piazza Vittorio Veneto, mi ha colpito il contrasto tra la leggerezza delle irreali lunghe e sottili zampe, che lo slanciano verso l’alto, al cospetto del pesante corpo grosso e massiccio.  L’elefante trasporta una preziosa piramide

 

 

Il Cavallo con l’orologio molle si trova sulla passeggiata di via Madonna della Virtù: da un lato il burrone, la gravina e la vista della Murgia Materana, dall’altro il complesso rupestre di Madonna della Virtù e San Nicola, dove risiede proprio l’intera mostra di Dalí

 

 

 

Il cavallo ha un bellissimo movimento, la criniera pare mossa dal vento. Sul davanti sembra lanciarsi deciso in una corsa, mentre da dietro sembra frenato, forse dall’orologio molle che è la sua sella.  Il tempo, come il movimento del cavallo, è fluido, ma nello stesso tempo pare sia un peso che trattiene

 

 

L’esposizione, all’interno del complesso rupestre dentro la roccia, si chiama “La persistenza degli opposti” perché volge attorno ad alcuni concetti di opposti che si contrappongono. 

 

 

Quattro temi sono oggetto dell’esposizione: il tempo; la contrapposizione tra l’involucro duro e l’interno tenero, la protezione e la vulnerabilità; la religione; la metamorfosi, ovvero la perdita della forma e la trasformazione.

Le opere si trovano in angoli suggestivi delle due chiese, e dentro e fuori dal complesso

 

 

Sono all’interno di nicchie, grotte, con pareti rupestri affrescate, sapientemente illuminate e risplendono nella loro bellezza.

 

 

La prima parte, per me stupenda, è una collezione di orologi molli

 

 

Per Dalì il tempo è fluido e relativo, legato alla soggettività e alle percezioni: da qui l’orologio molle a simboleggiare questo concetto

 

 

Meravigliose anche le altre sculture. In particolare mi ha colpito Alice nel paese delle meraviglie, l’eterna bambina che risponde alla confusione del mondo con la logica dell’infanzia

 

 

e anche Adamo ed Eva, nel momento in cui viene offerta la mela, in un gioco di riflessi di luce splendido

 

 

di nuovo un elefante spaziale, con le sue contraddizioni

 

 

e le tante sculture rappresentanti donne, ballerine, angeli, dove risalta la bellezza e la morbidezza delle forme

 

 

Talvolta è messo in evidenza anche il loro opposto, come nel caso delle bellissime Tersicore

 

 

una doppia immagine di donna, una con un corpo morbido e attraente, l’altra con un corpo dura e spigoloso, a dimostrare le due parti opposte che albergano in ognuno di noi, e che danzano a momenti alterni: da una parte la grazia e la fluidità, dall’altra la rigidità. E’ l’eterno contrasto tra interno ed esterno, involucro duro che vuole proteggere un interno molle, ovvero la vulnerabilità; il visibile e l’invisibile, ciò che si vede da fuori, che devia dalla verità custodita all’interno. Impossibile non identificarsi o ritrovare il mondo in cui viviamo in queste opere!

 

 

Alcune sculture sono posizionate anche nella parte superiore esterna, una specie di giardino che si trova in conclusione del percorso espositivo

 

 

L’ultima parte è costituita da opere più piccole e disegni dell’artista

 

 

Inutile dire che l’esposizione, che pare continui anche nel 2022, ed è già stata più volte prolungata, da sola vale il viaggio, ed è imperdibile per opere, location, e per tutta la bellezza che c’è attorno, nel corso di una visita alla bella Matera!

 

 

di seguito il link all’esposizione:

Home

 

 

 

dicembre 2021

foto di Patty

 

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Vuoti a perdere, come ancora non ho imparato a vivere (ma ognuno fa quel che può)

 

 

Un inizio un po’ fastidioso, nonsense, che non è chiaro dove voglia parare, ma che introduce il fastidio, l’ansia, il dolore che porta il senso del vuoto, il fallimento, la disillusione.

Il ritratto di un mondo che mi circonda e che ho dentro.

Diversi personaggi raccontano le loro sconfitte e il mondo che si trovano attorno, in cui, forse per la mia a volte nociva tendenza all’empatia, mi sono identificata, o forse perché gli argomenti emersi in qualche modo mi appartengono. Perfino tutte quelle bottiglie vuote, o semivuote, sparse sul palco, – i vuoti a perdere, appunto –  le ho sentito vicine.

“VUOTO A PERDERE”, dal ricordo della mia infanzia, era una scritta presente sulle bottiglie di vetro: erano quelle bottiglie che non dovevano essere restituite, potevano essere tenute, una volta svuotate del loro contenuto, e destinate o ad altri usi, se servivano, o ad essere buttate.

Ripenso a quante volte mi sono sentita svuotata e con una vita senza un senso. E anziché vedere la parte positiva, quella dello spazio che si viene a creare per accogliere nuovi contenuti, come professano i cultori della filosofia “think positive“, ho avvertito dolore, smarrimento, disperazione. Come se fossi, appunto, un vuoto a perdere, da buttare. Ho sentito talvolta la mancanza di un motivo per andare avanti, la sensazione di non aver piu’ nulla da offrire o di interessante da dare, che mi permettesse di essere apprezzata. Ho visto i mille difficili tentativi di trovarlo, quel motivo, di raccogliere l’energia per perseguire quei momenti di pienezza e felicità, che pensiamo dovrebbero spettarci, nella vita, che danno un senso ad alzarsi alla mattina, e che vanno oltre alla lista di canonici momenti di non trascurabile felicità, passaggi che bene o male caratterizzano la vita di noi tutti, che da uno dei personaggi sul palco sono stati catalogati in una ventina.

Navigando in quel vuoto, spesso ci si rende conto di sopravvivere, ovvero arrancare, andare avanti con quella fatica di vivere che non è vivere, e la sensazione struggente di stare sprecando il tempo della propria vita. La voglia che arrivi domani, aggrappandosi alla speranza che, come dice quella famosa canzone della Vanoni, “domani è un altro giorno, si vedrà“, per sfuggire all’angoscia di un oggi ostile e doloroso, che è l’unico che ci è dato per sicuro pero’, contro un domani che non ci offre comunque la sicurezza di tempi migliori.

 

 

Fuggire in qualsiasi cosa o luogo, per sconfiggere il tormento di precipitare in quel vuoto, per non interrogarsi e trovarsi davanti ai conti che non tornano, alla delusione o, peggio ancora, alla disillusione. Perche se siamo vuoti ci sentiamo perduti. Vuoti e perduti.

Riempirsi di cose da fare, da dire, da vedere, per non guardarselo in faccia quel vuoto; per non piombare nella noia, nel senso di non senso, in una condizione di ansietà.

Per non sentire il fallimento, per l’assenza di quella vita piena di successo, di serenità, di denaro, di persone attorno, di emozioni che spingono l’altalena, tenendo alto il livello di adrenalina, che ormai pare l’unico modo per renderla degna di essere vissuta, questa vita, e degna di essere mostrata a tutti.

Per non sentire il piattume della propria vita, la propria banalità, di non avere nulla di speciale o di attraente, e quindi di non valere, essere uno come tanti, anzi meno. Restare in trepidante attesa, come nel racconto del “Deserto dei tartari” di Buzzati, che qualcosa succeda e che dia la svolta, che si trasformi nel riscatto tanto atteso.

Per non sentire di non essere mai abbastanza, e che niente sia mai abbastanza per farci sentire pieni e soddisfatti. Essere come un pozzo senza fondo, dove si precipita senza sapere dove e quando si arriverà, nessun confine a proteggerci, totalmente impotenti.

 

 

Di tutto questo, e di altro, tratta “VUOTI A PERDERE“.

Dei motivi per cui qualcuno ha deciso di annegare nella bottiglia il suo malessere. Svuotare la bottiglia ed accorgersi che lui stesso è la bottiglia vuota.

Di questo desiderio di imparare a vivere, con gioia, con pienezza, con dignità e della difficoltà o dell’incapacità di farlo. Dell’osservare la propria vita con una coscienza, ed essere sofferenti perché non si intravede una via d’uscita. Dei conti che non tornano.. come le bottiglie vuote che galleggiano mentre quelle piene affondano.. galleggiare in quanto vuoti, o andare a fondo in quanto pieni, magari di cose inutili? lasciare andare questo contenitore che si è svuotato, questo vuoto a perdere, ormai privo di utilità, o intravedere una possibilità nel trovare un nuovo uso?

Si dice che quando si sente che non c’è più niente da perdere, si perdano anche le illusioni e che da lì si possa ricominciare a vivere..

Andrea Lupo, accompagnato dalla presenza e dalla musica di Guido Sodo, è bravissimo non solo a interpretare l’amarezza e il malessere del vivere, e a cantare, sorprendentemente, ma anche a scrivere testi attuali, intensi e toccanti, che inducono a interrogarsi, a riflettere, a contattare stati d’animo e una disperazione spesso conosciuti.  Fragili e sconsolati lo siamo stati tutti, in qualche momento della nostra vita, e talvolta, anche se vedere questo può non consolare, puo’ aiutare a farci sentire che non siamo i soli, e, forse, a farci provare meno vergogna ad accettare i nostri fallimenti.

Tornando a casa, dopo lo spettacolo, i miei vuoti a perdere, – il sacco del vetro da buttare-, mi aspettavano fuori dalla porta, dimenticati in un angolo. Così come le mie domande, sul senso di tante cose della vita in questi tempi, di questa età e del passato, i miei disagi del vivere con gli altri e con me stessa, le risposte che da sempre non arrivano, e la ricerca di quella scintilla divina, il pezzo di stella che brilla, che da un tempo indefinito sento dire che alberghi in tutti noi, ma che ancora, io, come una delle voci sul palco, non riesco a contattare.

So, ora, che, a differenza di quando ero bambina, quei vuoti non sono sempre a perdere: sono lì, in attesa di essere portarti alla campana del vetro, per essere riciclati.

Per una nuova vita, forse, chissà..

 

ottobre 2021

foto Teatro delle Temperie

Una produzione Teatro delle Temperie

Vuoti a perdere – confidenze alla bottiglia

 

 

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Era la nostra ultima sera a Siviglia.
La strada si presentava bagnata e lucida, in seguito ad una giornata piovosa.
Eravamo stati a cena a fianco alla cattedrale.
Avevamo appena lasciato la Giralda alle nostre spalle, quando, da un angolo della piazza, dove durante il giorno sono parcheggiati i calessi che portano i turisti in giro per la città, sentiamo arrivare una musica.

 

 

Ci avviciniamo.
Quattro ragazzi, con i loro strumenti a fiato, stanno suonando, rendendo l’atmosfera della notte, in quella incantevole città, ancora più magica.

 

In quell’esatto momento ho la percezione di quanto sia bello il mondo.

Di quanto sia bello viaggiare

Di quanto sia bella la vita.

 

Attaccano una nuova canzone, come se le mie sensazioni di quel momento fossero intercettate.

 

Sulle note di Bella Ciao sento una grande emozione salire:

sento di essere cittadina del mondo,

sento di essere cittadina italiana,

sento un senso di gratitudine.

Sento di essere libera.

 

E ringrazio di essere libera

 

25 aprile

 

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Soul, il nuovo cartone animato della Pixar: lo scopo della vita è assaporare ogni momento

 

 

 

Soul, il nuovo cartone animato della Pixar, si rivela per me, come avevo immaginato, una bellissima storia contenente messaggi importanti e confortanti per grandi e piccini.

La storia l’ho trovata particolarmente originale nei contenuti: non viene esaltato l’inseguimento di un grande sogno, il perseguimento di un desiderio la cui soddisfazione porterebbe alla felicità, o la realizzazione personale attraverso una performance o la fama, ma propone il concetto secondo il quale passiamo il nostro tempo a cercare uno scopo, quando lo scopo della vita stessa è vivere, imparando ad assaporare le piccole (o grandi) cose che abbiamo intorno.

 

 

In alcune recensioni avevo letto che il film fosse più adatto ai grandi che ai piccoli, o addirittura che non fosse una storia per bambini: ma quale recente cartone animato Disney o Pixar non è anche per adulti? e non trasmette grandi insegnamenti e spunti di riflessione proprio per gli adulti?

Sul fatto che non sia indicato per bambini, non mi trovo d’accordo: forse siamo troppo abituati a ragionare come adulti, i piccoli hanno molta più fantasia per immaginare mondi e storie che noi facciamo fatica a figurarci, e non è fondamentale che capiscano tutti i passaggi, ma che il messaggio comunque arrivi loro. Anzi, in un periodo in cui, già in tenera età vengono richieste tante prestazioni, trovo che sia molto rassicurante per loro il messaggio che non importa arrivare chissà dove, fare chissà cosa, essere i migliori, dei fenomeni, ma è ben più importante essere semplicemente quello che si è, godere delle cose che si fanno, e continuare a vivere il momento. Con la speranza che ciò non venga dimenticato con l’età adulta, perché quello è il segreto per sentirsi bene. I bambini hanno da insegnarci molto rispetto al tema di vivere nel presente assaporando le piccole cose: quella è la modalità di vita della loro età, per questo non credo che abbiano difficoltà a comprendere.

Per i più grandi, la riflessione è sul diventare consapevoli che la soddisfazione che placa l’inquietudine e che dura nel tempo, viene dal guardarsi intorno e carpire la bellezza. Nel fermare la rincorsa continua, verso un obiettivo, verso un luogo, verso il successo; la spinta a primeggiare, a mettersi in mostra, a guardare sempre fuori di sè, l’ambizione ad una vita perfetta.

 

 

Oltre a ciò, ci sono tanti altri argomenti toccati da Soul: le paure dell’anima di non trovare un senso; l’influenza dei giudizi, che si sono trasformati in vocine che boicottano; l’incapacità di riconoscere il proprio valore, che porta ad arrendersi; la paura di buttarsi, dell’insuccesso e dei fallimenti; la sensazione di non essere all’altezza o di non meritare di vivere; le occasioni e le sorprese che arrivano quanto meno te le aspetti. E uno straordinario concetto metaforico di “ jazzare”, ovvero, fare il proprio assolo, con tutta la passione e con tutto il cuore, per esprimere se stessi e, magari senza neanche accorgersene, arrivare al cuore dell’altro.

Sicuramente una seconda visione del cartone animato è consigliabile, perché permette di cogliere le varie sfumature della trama, ogni battuta, e il denso significato di tanti momenti.

Ma ecco brevemente di cosa tratta il film. Soul è un’insegnante di musica che non si accontenta del lavoro sicuro e a tempo indeterminato, perché ha un sogno che non è mai riuscito ad esaudire: quello di fare la musica. Non solo di insegnarla, ma di suonare il suo pianoforte, di essere parte di un gruppo con cui fare insieme musica, e con musicisti importanti, guadagnando anche lui fama e successo. Soul ha l’ indiscutibile talento dell’artista che, tramite la sua arte, sa arrivare all’anima delle persone.

 

 

La realizzazione del suo sogno sarebbe anche una rivalsa nei confronti del padre, ormai defunto, di cui sta seguendo le sue orme come musicista, visto che lui, il padre, non è mai riuscito ad avere successo. Soul ha a che fare con una madre piuttosto ingombrante, che come tante madri vorrebbe per il figlio un lavoro sicuro, soprattutto in considerazione della storia vissuta dal marito. Il timore del giudizio della madre e la certezza della sua disapprovazione, non ha mai permesso a Soul di parlarle veramente, col cuore in mano, di quello che è il suo desiderio profondo.

 

 

Il giorno in cui gli arriva la lettera per un impiego a tempo indeterminato come insegnante, riceve contemporaneamente il tanto desiderato invito ad un’audizione, per suonare ad un concerto jazz con il gruppo di una famosa musicista. Nell’audizione, Soul mostra tutto il suo talento e la sua passione e ottiene l’ingaggio, avvicinandosi quindi alla realizzazione del sogno della sua vita. Ma proprio quel giorno, in preda dall’entusiasmo, si distrae e muore precipitando in un tombino.

 

 

La sua anima, non ancora approdata nell’aldilà, ma in un “antemondo”, dove le anime vengono formate e dove vengono attribuite loro le qualità che avranno nella vita terrena, per una serie di circostanze, e per la caparbietà di realizzare quel che ha sempre desiderato, riesce a tornare sulla terra. Nel suo viaggio è accompagnato da un’altra anima, che non ha ancora un nome, ma è contraddistinta solo da un numero, 22.

22 finora ha rifiutato di incarnarsi in quanto si considera un’anima persa, poichè, nonostante i molteplici tentativi, non è mai riuscita a trovare la sua scintilla, una passione che l’accendesse, come quella che per Soul è la musica.

Le due anime si ritrovano sulla terre insieme, 22 nel corpo di Soul, e Soul nel corpo di un gattone multicolore. Da questa esperienza, entrambi impareranno cose importanti.

 

il tuo scopo non è la tua scintilla.

 

Che cosa significa?

Soul ha la passione per la musica e ha il suo sogno di suonare il jazz in un gruppo con bravi musicisti. La sua passione gli permette di far battere il cuore anche ai suoi studenti quando insegna, e di individuare chi ha lo stesso talento. Gli permette di vivere un momento esilarante mentre fa il suo concerto e il suo desiderio viene esaudito. Il sogno, una volta realizzato, porta sì una grande soddisfazione al momento, ma subito dopo tutto svanisce. Soul si ritrova davanti a se stesso, e a interrogarsi sul motivo di tanta fugacità. Il sogno che si realizza non è la panacea di tutto, diventarne consapevoli puo’ portare disappunto e delusione, quando si è creduto che lo fosse.

Ho scritto tempo fa alcune riflessioni sull’argomento, che qui riporto, e la visione del film mi ha portato anche a nuove consapevolezze

Sogno dunque vivo

 

Soul a quel punto si rende conto che fare la musica gli fa accendere la scintilla, ma lo scopo della vita è un’altra cosa.

Lo scopo sta semplicemente nel vivere con consapevolezza, ovvero accorgersi di vivere, assaporare e valorizzare le cose che fanno sentire vivi: le sensazioni di quando eravamo bambini, -quelle che ci restano nella carne, oltre che nella memoria, continuando ad emozionarci-, la bellezza che ci ha dato stupore – un cielo azzurro, il vento che agita i rami degli alberi, una giornata di sole-, i sapori buonissimi di cose che abbiamo assaggiato – il gusto della pizza, la dolcezza di una caramella-, le cose fatte con piacere, passione e dedizione, – suonare per sè e insegnare, per Soul -, i momenti con le persone che ci hanno amato o che abbiamo amato-,  il fresco dell’acqua del mare che arriva sui nostri piedi, il calore delle lacrime che ci scendono sul viso. E’ quando impariamo a guardare oltre quello che rincorriamo, e quel che vediamo in superficie; quando ascoltiamo profondamente le persone, bypassando l’idea che ci eravamo fatte di loro (come accade a Soul dal barbiere). E’ allora che possiamo raggiungere uno stato di appagamento e soddisfazione, che ci fa interrompere la nostra corsa, e il pensiero che soltanto quando saremo in un certo modo, o in un certo posto, o avremo certe cose, potremo essere felici.

 

 

Tuttavia è importante anche il percorso di arrivare a raggiungere il sogno, per rendersi conto che potrebbe non essere la soddisfazione profonda che ci si aspetta, come succede a Soul. E’ tramite quell’esperienza che si puo’ comprendere: se non viene vissuta, si potrebbe continuare tutta la vita a pensare che è stato il mancato raggiungimento del sogno a renderci  infelici o insoddisfatti. C’è il rischio di rincorrere un desiderio, e poi un altro ancora, e che si inneschi una spasmodica continua corsa all’appagamento di nuovi desideri, traendone soddisfazioni effimere. Senza riuscire a vedere quello che c’è attorno, perchè troppo impegnati ad inseguire qualcos’altro.

 

 

E’ sicuramente bello avere una passione travolgente e motivante, ma non è scontato che ognuno ne abbia una. Esiste chi, come 22, e anche la sottoscritta, ha provato tante cose, ma non è scattata la scintilla, o non è nato con talenti spiccanti. Per tanto tempo, come 22, ho sentito di non avere una passione trainante e andavo cercando il mio scopo nella vita. Questa mancanza mi dava un senso di non senso della mia vita stessa, e di sconforto. Finchè non ho compreso che tutte le cose che mi entusiasmavano erano passione, l’intensità in cui vivevo le esperienze della mia vita erano scintilla, quei momenti vissuti con consapevolezza erano il senso: ossia, quando riuscivo ad assaporare la vita, e a valorizzare quello che vedevo.

 

Un pesce giovane dice a un pesce anziano:  “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”.

Il pesce anziano risponde: “ L’oceano è quello in cui nuoti adesso.”

E il pesce giovane: ” Questo? Questa è acqua, io invece cerco l’oceano”

 

Quanto ci vuole per comprendere? In sintesi, Soul ci fa riflettere sul trascendere la convinzione di dover cercare altrove o lontano. Sul fatto che se non si ha successo non si è nessuno e la vita è sprecata. Sul superare l’idea che solo l’esaudimento dei propri desideri dia senso all’esistenza. Perché siamo più del nostro successo o dei nostri fallimenti, siamo più dell’essere riconosciuti, siamo più dei nostri sogni e desideri, siamo più di quello che mostriamo.

Siamo delle anime in viaggio, che hanno bisogno di comprendere che vivono già nell’oceano.

 

Come passerai il resto della vita?

Non lo, ma so che ne assaporero’ ogni istante.

 

 

 

gennaio 2021

 

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Giovinezza obbligatoria?

 

 

La paura di sprecare il tempo della vita e la vita stessa

(che mi ha accompagnato per molto tempo).

La paura di restare incastrati, magari senza accorgersene. O della capacità di vedere, ma non di saper fare delle scelte.

Il timore che il tempo passi, e di ritrovarsi a fare dei bilanci, con i conti che non tornano, e troppo tardi per cambiare qualcosa, o per trovare il coraggio di farlo. Di avere sprecato quel libero arbitrio, quella possibilità di scegliere, che non è un privilegio di tutti.

Quel momento in cui ti rendi conto che l’età avanza.

Che il tempo è sempre meno, e che il corpo, la mente non rispondono piu’ come una volta. Quando ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Quel momento in cui aumenta il divario tra quel che vedi e senti dentro e quello che appare da fuori. Vedi il viso riempirsi di rughe, senti  il corpo indolenzirsi, l’energia che viene a mancare, le cose che sfuggono o non si ricordano. Controlli piu’ volte se hai messo nella borsa il telefono, gli occhiali, le chiavi.. che ci hai infilato poco prima. Quando percepisci distante quello che gli altri vedono di te, rispetto a quello che senti tu. Guardare gli altri della tua età e non riconoscerti. Constatare, e doversi rassegnare all’idea, che i piu’ giovani ti considerano vecchio.

Mentre tu, magari, ti senti ancora l’anima di un bambino, la freschezza e l’entusiasmo di un ragazzino, gli alti e bassi di un adolescente. Quando hai la sensazione di non essere mai diventato grande e avere fatto le cose dei grandi.

Mentre si riduce la gamma delle tue possibilità: non puoi piu’ far conto sulla bellezza, sull’energia, sulla velocità, su un’immagine, su tutte quelle cose che contraddistinguono un corpo giovane e una giovane età. E devi cercare nuove e diverse risorse dentro di te, per compensare e non soccombere.. ed è una gran fatica!

E, forse, non vorresti renderti conto di tutto ciò, perché invecchiando diventi piu’ fragile, e in modo evidente. Magari dopo aver tentato tutta una vita di mascherarla o proteggerla, la tua fragilità.

Puoi anche far finta di niente, evitare questi pensieri, cercare di apparire ancora giovane, di nascondere, a te stesso o agli altri.

Per il protagonista dello spettacolo GIOVINEZZA OBBLIGATORIA, non è mai arrivato il momento per questi pensieri. Magari l’ha sempre sfuggito. Si trova catapultato all’improvviso di fronte all’evidenza di essere vecchio, e non per suo volere. Gli arriva lo scossone, e tutto accade cosi’ velocemente da restare incredulo di fronte al destino che gli si prospetta, che appare inevitabile e che non accetta: quello di dover scegliere la morte. In quel momento realizza qualcosa che probabilmente non ha mai voluto vedere o non si è fermato a pensare:

 

“ho sempre vissuto la vita come deve essere vissuta,

non mi sono mai chiesto come l’avrei voluta vivere.”.

 

 

E’ la triste ammissione di non aver fatto scelte consapevoli, di essersi fatto travolgere da meccanismi di omologazione, ed essere stato incastrato in una coazione al lavoro, subendo ritmi dettati, alla ricerca di prestigio e successo. In un contesto dove, anche la forza dei sentimenti o di una vita trascorsa insieme, è indebolita e sottomessa all’interesse della propria sopravvivenza alle ragioni del sistema. In una società in cui tutto è meccanico e programmato da qualcosa al di fuori di noi, dominata da valori materiali, dal culto dell’immagine, e dove appunto la giovinezza è un valore da perseguire, non uno stato temporaneo. Che fa nascere l’esigenza di mostrarsi sempre giovani, di restare giovani anche con artefatti, cadendo talvolta nel ridicolo.

Produci-consuma” è il leitmotiv dei protagonisti, a cui, in analogia a quello che è il momento storico che stiamo vivendo, -dove l’importanza delle persone è misurata in quanto consumatori,- mi viene da aggiungere:

“ fai vedere – mostra – metti in piazza”.

 

Ansia..ansia…ansia.. l’ansia della situazione ti sovrasta.. finchè  …qualcosa scatta, come a volte nella realtà. Istinto di sopravvivenza? Attaccamento alla vita, che emerge nei momenti più improbabili? Consapevolezza di avere il tempo limitato? Voglia di cercare di realizzare, nel poco tempo rimasto, qualcuno dei sogni o dei desideri che si sono custoditi o che non si sapeva avere? Desiderio di recuperare qualcosa?

Ecco, quando quel qualcosa scatta, c’è un senso di liberazione. Perchè l’uomo si rende conto che c’è una possibilità di scelta.

Seppure con i limiti evidenti, anche l’eta avanzata puo’ consentire di scegliere, se non altro, un atteggiamento da adottare, per affrontare la vita che rimane. Con dignità. Senza ulteriori sprechi, se ve ne sono stati. Senza lagna, nonostante il tanto che viene a mancare. E proprio la consapevolezza degli anni che passano, e il desiderio di non sprecare ancora del tempo, puo’ stimolare a scegliere di permettersi quello che non ci si è mai permessi, di fare quello che non si avrebbe o non si ha mai fatto, di dare risposte mai immaginate, di essere la persona che si vuole…di  mandare affanculo, di diventare rompi-coglioni, di smettere di far finta di niente.. Di acquisire nuove libertà: le libertà di chi ha piu’ poco da perdere.

E’ dura lasciare la giovinezza.. ma voglio sperare che la vecchiaia non sia solo un accumulo di anni che passano. e di rughe, ma anche di saggezza, di esperienze che hanno insegnato, e che possono insegnare a qualcuno. Che cio’ che è contenuto, ed è frutto di una vita vissuta, sia piu’ importante del contenitore esterno.

Voglio sperare che anche dietro una mascherina, obbligatoria e opportuna, dove le lacrime non sanno dove andare, vedere rappresentato su un palco quel che puo’ essere, sia utile per far fermare a riflettere profondamente, per accorciare i tempi e per contenere gli sprechi.

E voglio sperare, e mi auguro, che i luoghi di arte e cultura, come il nostro teatro, continuino ad essere frequentati e considerati importanti. Perché spettacoli come questo, non solo fanno trascorrere un pò di tempo di qualità e distraggono per un pò da se stessi, ma mettono in moto i pensieri, creano collegamenti, empatia, terapeutiche identificazioni in personaggi, situazioni ed emozioni, ampliano la coscienza, ci riportano a noi e ci fanno riconoscere come esseri umani.

Tutto cio’ che serve anche per invecchiare meglio.

 

Spunti di riflessioni dallo spettacolo Giovinezza obbligatoria del Teatro delle Temperie.

ottobre 2020

 

Lo spettacolo https://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/giovinezza

recensione del magazine About https://aboutbologna.it/giovinezza-obbligatoria-tre-compagnie-teatrali-produci-e-consuma/?fbclid=IwAR1CXFVTF2L_JsfAkyj5zbC_A5Btk9Mj7QYlVa6wt4mGPAcprZey9RD63eA

 

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A spasso dentro quadri e colori: la mostra di Monet e degli impressionisti a Bologna

 

 Dopo essere stata rinviata per il Covid, finalmente ha aperto a Bologna la mostra “Monet e gli impressionisti” quadri dati in prestito dal museo Marmottan-Monet di Parigi, organizzata con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del comune di Bologna.

 

L’esposizione, che doveva aprire a marzo, durerà fino al 14 febbraio 2021
Amante di Monet, i cui quadri avevamo visto anche al Museo D’Orsay di Parigi, sede della più importante collezione delle sue opere, siamo andati alla mostra il secondo giorno di apertura. e ci è piaciuta moltissimo.

 

E’ stato veramente come andare a spasso dentro ai quadri.

 

 

La mostra si tiene a palazzo Albergati, un bel edificio rinascimentale, con splendidi soffitti, spesso sede di interessanti esposizioni (avevamo già visto qui quella di Frida Kahlo e di Mirò), in via Saragozza, nei pressi del centro, a Bologna. E’ raggiungibile anche comodamente a piedi, essendo in zona ZTL, dopo aver lasciato l’auto in uno dei parcheggi limitrofi o del centro (da quello di Piazza Otto Agosto occore una lunga camminata sotto i portici del centro).

 

 

Per vederla con calma occorre poco più di un’ora.Biglietti con prenotazione consigliata (ma non modificabili o rimborsabili una volta acquistati on line), per evitare code, poiché l’ingresso è consentito a 5 persone ogni 20 minuti. All’interno, in ogni sala, è indicato quante persone possono entrare contemporaneamente, nel rispetto delle misure anti Covid.L’ausilio dell’audioguida permette di avere informazioni sui dipinti esposti, sugli autori e sulla corrente dell’espressionismo.

 

 

Il museo Marmottan di Parigi custodisce la piu’ grande collezione di dipinti di Monet del mondo, e oltre ai quadri del pittore, detiene anche opere di Manet, Renoir, Degas, Pissarro, tra i più conosciuti impressionisti, per un totale di 57 opere.
La caratteristica che contraddistingue gli impressionisti, rispetto ai predecessori, è che l’impressionista dipinge dal vero ciò che vede, usando prevalentemente colori chiari, svolge il suo lavoro soprattutto all’aperto, alla luce del giorno, portando con sè la sua attrezzatura. ed avendo un tempo limitato per le sue opere.

 

 

La parte iniziale della mostra è a pian terreno, e il primo quadro che ci appare è il bellissimo campo di tulipani in Olanda di Monet.
 

 

Segue l’ingresso ad una zona multimediale, dove si ha veramente la sensazione di entrare e camminare dentro i  quadri dell’artista.

 

 

Trovarsi davanti e dentro alle sue famose ed adorate ninfee, è spettacolare.

 

 

Si prosegue poi al piano superiore. I quadri degli altri impressionisti che piu’ mi hanno colpito, e suscitato emozioni, sono stati la nevicata di Pissarro, dove sembra di immergersi nel viale alberato innevato, e l’estate di San Martino di Sisley, dove i delicati colori del paesaggio toccano il cuore.

 

 

Poi arrivano i primi capolavori di Monet: il campo di iris a Giverny 

 

 

e i glicini

 

 

Mi metto in cammino finchè non troverò un paese e una casa che mi soddisfino

 

 

e il suo posto il pittore l’aveva trovato a Giverny, nella sua casa, dove, nel giardino, fiorivano le sue adorate ninfee.

 

 

Quelle ninfee che, con la gioia e il tormento di cui parla, dipingeva, nella ricerca accurata e ossessiva del colore giusto, per rendere quello che vedeva ed amava. Alcune delle quali possiamo vederle qui rappresentate.

 

 

 

Ma non solo ci ha deliziato con le ninfee del suo giardino: le sue rose sono altrettanto incantevoli.

 

 

Al termine della mostra, non puo’ mancare un giro nel negozio di gadget a tema, dove mi ha particolarmente colpito l’area per far conoscere l’arte ai bambini, con libri bellissimi.

 

 

Una bella mostra, che consiglio di non perdere a tutti gli appassionati, per farsi toccare l’anima dai colori di Monet e degli altri impressionisti.

 

 

#Monetimpressionisti

 

 

Non posso fare a meno di inserire qui anche qualche foto scattata all’uscita di Palazzo Albergati, durante il ritorno verso il luogo dove avevamo parcheggiato l’auto, della mia amata Bologna al tramonto, che è sempre uno spettacolo!

 

 

 

agosto 2020

 

foto di Patty
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La Casa di Carta: la serie delle meraviglie

 

 

Sentendo parlare da un pò di questi personaggi con nomi di città, Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Mosca, Helsinki, Oslo, Stoccolma, Lisbona, in un periodo in cui, in seguito al Coronavirus, si doveva stare a casa, e alla ricerca di qualcosa di eccitante che rompesse la monotonia dei giorni tutti uguali, decidiamo per l’abbonamento a Netflix.

E di convertirci anche noi, complice una tv piena di talk show e programmi sulla situazione covid-19, e poc’ altro interessante, alle serie tv, partendo proprio da La Casa de Papel, #lacasadicarta !!

E già qui è stato il primo errore! Perchè non credo ci sarà mai una serie piu’ avvincente, più coinvolgente, e più bella di quella, per me!!!!

 

 

Non è la storia in sè, che ha dell’assurdo, in taluni momenti, anche se è avvincente, a rapire, ma sono soprattutto i personaggi, che attirano e inglobano, in una sorta di compulsione incalzante il desiderio di vedere l’episodio successivo, e voler sapere cosa accadrà. Sono i personaggi, a cui tanto ci si affeziona, che sembrano diventare quasi parte della nostra cerchia di amici.

E mi sono chiesta, come mai, si arriva a stare dalla loro parte, a fare il tifo per i delinquenti, con chi compie degli illeciti, nella Casa di Carta.

Io credo che sia perchè questi personaggi hanno carattere.

Un carattere che li fa distinguere, che non fa di loro delle persone qualunque. Certo, sono persone con delle storie non facili alle spalle. E per questo anche, forse, proviamo interesse e compassione per loro (nel senso di “compassion”= patire con..).

Ma, soprattutto, invero, qualcuno, o più di uno di loro, rappresenta una parte di noi a cui non è consentito dar voce. Magari per pudore, per rispetto delle regole, educazione, per credo, per paura, per principio.. ma che lì, davanti ad uno schermo, possiamo permetterci di far vivere, attraverso la loro storia, con la stessa intensità. Forse, ognuno di noi avrebbe voluto, almeno una volta nella vita, aver agito quella parte. Una sorta di desiderio di identificazione con qualcosa che non ci possiamo/vogliamo permettere. Fare qualcosa di assurdo, di stravolgente, di coinvolgente. Sentire di aver fatto un’assurdità, fremere per il timore delle conseguenze, superare la paura di perdere tutto e compiacersi di non avere più niente da perdere. Avere il coraggio, la spavalderia, la prontezza, sentirsi forti, onnipotenti; vivere la passione, il piacere delle cose folli, prendersi quello che si crede ci spetti, varcare i limiti o restare in bilico, sempre con l’adrenalina a mille, un’eccitazione che ti fa sentire vivo. Tutto è pianificato, per i maniaci dell’organizzazione, con un piano b sempre messo in conto, e, allo stesso tempo, in un attimo, tutto è fuori controllo, e occorre l’idea creativa, geniale, rischiosa, per coloro che amano l’improvvisazione.

 

 

C’è la genialità del professore, la grande intuizione di Lisbona, l‘impulsività di Tokyo, il coraggio di Nairobi, il cinismo di Berlino, l’innocenza di Rio, lo spaesamento di Stoccolma, la generosità di Denver, l’essere protettivo di Mosca, la forza silenziosa di Helsinki, la codardia di Arturo (che lo avrei preso a schiaffi ogni volta che lo vedevo), l’antipatia della Sierra..e non solo. Di ogni personaggio si può amare il pregio e il difetto nello stesso modo, che a volte sono la stessa cosa, vista dalla prospettiva opposta. Ognuno di loro cade nelle proprie debolezze, – e per questo empatizziamo con loro, – ma crede alla follia nei propri sogni e propositi, dando la sensazione di rendere possibile l’impossibile e facendocelo credere, o almeno sognare. Sono capaci di dar voce all’istinto, e anche di far uscire tutta la passione che li anima. Tutto ciò li rende terribilmente umani.

 

 

Ci sono poi i gesti che li contraddistinguono, che ce li fanno riconoscere, e ci fanno sorridere: il colpetto sugli occhiali del professore, quando è agitato, la matita per tenere i capelli di Raquel, quando inizia a lavorare, lo sguardo vigliacco di Arturito, praticamente sempre, quello feroce di Tokyo, quando è toccata sul vivo..e non solo. Una grandissima abilità nel caratterizzarli.

E poi certi particolari, che fanno già parte della storia, e che già impazzano ovunque. Come l’uso delle maschere con la faccia di Dali’ per non farsi riconoscere, durante le rapine, e la canzone Bella Ciao, in una versione già famosa, come colonna sonora di certi particolari momenti..

Aggiungo, ricollegandomi, al discorso di arrivare a fare il tifo per dei criminali, – e sento che mi costa chiamarli così :) – , che forse hanno la facoltà di attivare dentro di noi una sorta di tolleranza, che facciamo sempre piu’ fatica a contattare, ai giorni nostri, e che, invece, è quanto più ci contraddistingue come esseri umani. La capacità di ascoltare una storia, e, in un certo senso, di comprenderne le conseguenze, di guardare oltre le apparenze e un pò più profondamente l’altro, di vedere le ferite, i traumi, le difficoltà, di scorgere le motivazioni per certi gesti, di certe ossessioni, di certi automatismi..Non che si debbano giustificare, ma almeno ascoltare, cercare di capire, prima di arrivare a facili deduzioni, giudizi, o condanne.

Infine,  assieme all’esplosione delle emozioni, c’è la vulnerabilità dell’amore, la forza dei sentimenti.

Ecco, questo credo che sia ciò che, più di tutto, ci fa amare questi personaggi..

Quelle cose, cioè, che ci accomunano tutti.

 

 

In attesa della prossima stagione..

 

 

agosto 2020

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.