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opere: arte, cultura, esperienze e bellezza, nutrimento dellanima

A spasso dentro quadri e colori: la mostra di Monet e degli impressionisti a Bologna

 

 Dopo essere stata rinviata per il Covid, finalmente ha aperto a Bologna la mostra “Monet e gli impressionisti” quadri dati in prestito dal museo Marmottan-Monet di Parigi, organizzata con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del comune di Bologna.

 

L’esposizione, che doveva aprire a marzo, durerà fino al 14 febbraio 2021
Amante di Monet, i cui quadri avevamo visto anche al Museo D’Orsay di Parigi, sede della più importante collezione delle sue opere, siamo andati alla mostra il secondo giorno di apertura. e ci è piaciuta moltissimo.

 

E’ stato veramente come andare a spasso dentro ai quadri.

 

 

La mostra si tiene a palazzo Albergati, un bel edificio rinascimentale, con splendidi soffitti, spesso sede di interessanti esposizioni (avevamo già visto qui quella di Frida Kahlo e di Mirò), in via Saragozza, nei pressi del centro, a Bologna. E’ raggiungibile anche comodamente a piedi, essendo in zona ZTL, dopo aver lasciato l’auto in uno dei parcheggi limitrofi o del centro (da quello di Piazza Otto Agosto occore una lunga camminata sotto i portici del centro).

 

 

Per vederla con calma occorre poco più di un’ora.Biglietti con prenotazione consigliata (ma non modificabili o rimborsabili una volta acquistati on line), per evitare code, poiché l’ingresso è consentito a 5 persone ogni 20 minuti. All’interno, in ogni sala, è indicato quante persone possono entrare contemporaneamente, nel rispetto delle misure anti Covid.L’ausilio dell’audioguida permette di avere informazioni sui dipinti esposti, sugli autori e sulla corrente dell’espressionismo.

 

 

Il museo Marmottan di Parigi custodisce la piu’ grande collezione di dipinti di Monet del mondo, e oltre ai quadri del pittore, detiene anche opere di Manet, Renoir, Degas, Pissarro, tra i più conosciuti impressionisti, per un totale di 57 opere.
La caratteristica che contraddistingue gli impressionisti, rispetto ai predecessori, è che l’impressionista dipinge dal vero ciò che vede, usando prevalentemente colori chiari, svolge il suo lavoro soprattutto all’aperto, alla luce del giorno, portando con sè la sua attrezzatura. ed avendo un tempo limitato per le sue opere.

 

 

La parte iniziale della mostra è a pian terreno, e il primo quadro che ci appare è il bellissimo campo di tulipani in Olanda di Monet.
 

 

Segue l’ingresso ad una zona multimediale, dove si ha veramente la sensazione di entrare e camminare dentro i  quadri dell’artista.

 

 

Trovarsi davanti e dentro alle sue famose ed adorate ninfee, è spettacolare.

 

 

Si prosegue poi al piano superiore. I quadri degli altri impressionisti che piu’ mi hanno colpito, e suscitato emozioni, sono stati la nevicata di Pissarro, dove sembra di immergersi nel viale alberato innevato, e l’estate di San Martino di Sisley, dove i delicati colori del paesaggio toccano il cuore.

 

 

Poi arrivano i primi capolavori di Monet: il campo di iris a Giverny 

 

 

e i glicini

 

 

Mi metto in cammino finchè non troverò un paese e una casa che mi soddisfino

 

 

e il suo posto il pittore l’aveva trovato a Giverny, nella sua casa, dove, nel giardino, fiorivano le sue adorate ninfee.

 

 

Quelle ninfee che, con la gioia e il tormento di cui parla, dipingeva, nella ricerca accurata e ossessiva del colore giusto, per rendere quello che vedeva ed amava. Alcune delle quali possiamo vederle qui rappresentate.

 

 

 

Ma non solo ci ha deliziato con le ninfee del suo giardino: le sue rose sono altrettanto incantevoli.

 

 

Al termine della mostra, non puo’ mancare un giro nel negozio di gadget a tema, dove mi ha particolarmente colpito l’area per far conoscere l’arte ai bambini, con libri bellissimi.

 

 

Una bella mostra, che consiglio di non perdere a tutti gli appassionati, per farsi toccare l’anima dai colori di Monet e degli altri impressionisti.

 

 

#Monetimpressionisti

 

 

Non posso fare a meno di inserire qui anche qualche foto scattata all’uscita di Palazzo Albergati, durante il ritorno verso il luogo dove avevamo parcheggiato l’auto, della mia amata Bologna al tramonto, che è sempre uno spettacolo!

 

 

 

agosto 2020

 

foto di Patty

 

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La Casa di Carta: la serie delle meraviglie

 

 

Sentendo parlare da un pò di questi personaggi con nomi di città, Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Mosca, Helsinki, Oslo, Stoccolma, Lisbona, in un periodo in cui, in seguito al Coronavirus, si doveva stare a casa, e alla ricerca di qualcosa di eccitante che rompesse la monotonia dei giorni tutti uguali, decidiamo per l’abbonamento a Netflix.

E di convertirci anche noi, complice una tv piena di talk show e programmi sulla situazione covid-19, e poc’ altro interessante, alle serie tv, partendo proprio da La Casa de Papel, #lacasadicarta !!

E già qui è stato il primo errore! Perchè non credo ci sarà mai una serie piu’ avvincente, più coinvolgente, e più bella di quella, per me!!!!

 

 

 

 

 

Non è la storia in sè, che ha dell’assurdo, in taluni momenti, anche se è avvincente, a rapire, ma sono soprattutto i personaggi, che attirano e inglobano, in una sorta di compulsione incalzante il desiderio di vedere l’episodio successivo, e voler sapere cosa accadrà. Sono i personaggi, a cui tanto ci si affeziona, che sembrano diventare quasi parte della nostra cerchia di amici.

E mi sono chiesta, come mai, si arriva a stare dalla loro parte, a fare il tifo per i delinquenti, con chi compie degli illeciti, nella Casa di Carta.

Io credo che sia perchè questi personaggi hanno carattere.

Un carattere che li fa distinguere, che non fa di loro delle persone qualunque. Certo, sono persone con delle storie non facili alle spalle. E per questo anche, forse, proviamo interesse e compassione per loro (nel senso di “compassion”= patire con..).

Ma, soprattutto, invero, qualcuno, o più di uno di loro, rappresenta una parte di noi a cui non è consentito dar voce. Magari per pudore, per rispetto delle regole, educazione, per credo, per paura, per principio.. ma che lì, davanti ad uno schermo, possiamo permetterci di far vivere, attraverso la loro storia, con la stessa intensità. Forse, ognuno di noi avrebbe voluto, almeno una volta nella vita, aver agito quella parte. Una sorta di desiderio di identificazione con qualcosa che non ci possiamo/vogliamo permettere. Fare qualcosa di assurdo, di stravolgente, di coinvolgente. Sentire di aver fatto un’assurdità, fremere per il timore delle conseguenze, superare la paura di perdere tutto e compiacersi di non avere più niente da perdere. Avere il coraggio, la spavalderia, la prontezza, sentirsi forti, onnipotenti; vivere la passione, il piacere delle cose folli, prendersi quello che si crede ci spetti, varcare i limiti o restare in bilico, sempre con l’adrenalina a mille, un’eccitazione che ti fa sentire vivo. Tutto è pianificato, per i maniaci dell’organizzazione, con un piano b sempre messo in conto, e, allo stesso tempo, in un attimo, tutto è fuori controllo, e occorre l’idea creativa, geniale, rischiosa, per coloro che amano l’improvvisazione.

 

 

C’è la genialità del professore, la grande intuizione di Lisbona, l‘impulsività di Tokyo, il coraggio di Nairobi, il cinismo di Berlino, l’innocenza di Rio, lo spaesamento di Stoccolma, la generosità di Denver, l’essere protettivo di Mosca, la forza silenziosa di Helsinki, la codardia di Arturo (che lo avrei preso a schiaffi ogni volta che lo vedevo), l’antipatia della Sierra..e non solo. Di ogni personaggio si può amare il pregio e il difetto nello stesso modo, che a volte sono la stessa cosa, vista dalla prospettiva opposta. Ognuno di loro cade nelle proprie debolezze, – e per questo empatizziamo con loro, – ma crede alla follia nei propri sogni e propositi, dando la sensazione di rendere possibile l’impossibile e facendocelo credere, o almeno sognare. Sono capaci di dar voce all’istinto, e anche di far uscire tutta la passione che li anima. Tutto ciò li rende terribilmente umani.

 

 

Ci sono poi i gesti che li contraddistinguono, che ce li fanno riconoscere, e ci fanno sorridere: il colpetto sugli occhiali del professore, quando è agitato, la matita per tenere i capelli di Raquel, quando inizia a lavorare, lo sguardo vigliacco di Arturito, praticamente sempre, quello feroce di Tokyo, quando è toccata sul vivo..e non solo. Una grandissima abilità nel caratterizzarli.

E poi certi particolari, che fanno già parte della storia, e che già impazzano ovunque. Come l’uso delle maschere con la faccia di Dali’ per non farsi riconoscere, durante le rapine, e la canzone Bella Ciao, in una versione già famosa, come colonna sonora di certi particolari momenti..

Aggiungo, ricollegandomi, al discorso di arrivare a fare il tifo per dei criminali, – e sento che mi costa chiamarli così :) – , che forse hanno la facoltà di attivare dentro di noi una sorta di tolleranza, che facciamo sempre piu’ fatica a contattare, ai giorni nostri, e che, invece, è quanto più ci contraddistingue come esseri umani. La capacità di ascoltare una storia, e, in un certo senso, di comprenderne le conseguenze, di guardare oltre le apparenze e un pò più profondamente l’altro, di vedere le ferite, i traumi, le difficoltà, di scorgere le motivazioni per certi gesti, di certe ossessioni, di certi automatismi..Non che si debbano giustificare, ma almeno ascoltare, cercare di capire, prima di arrivare a facili deduzioni, giudizi, o condanne.

Infine,  assieme all’esplosione delle emozioni, c’è la vulnerabilità dell’amore, la forza dei sentimenti.

Ecco, questo credo che sia ciò che, più di tutto, ci fa amare questi personaggi..

Quelle cose, cioè, che ci accomunano tutti.

 

 

In attesa della prossima stagione..

 

 

agosto 2020

 

 

 

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L’isola dell’abbandono: abbandono e capacità di abbandonare

 

 

Chi è stato abbandonato, conosce quello che significa il dolore della perdita, di restare solo mentre l’altro se ne va, dello sprofondare nel vuoto. Il buio del fondo, il cadere in frantumi.

 

Chi ha subito un abbandono, molto spesso, per la paura di perdere chi ama, che l’abbandono si ripeta, rischia che “quella paura si trasformi in una pericolosa profezia che si auto avvera” e che generi “una reciproca dipendenza tra chi è terrorizzato dall’abbandono e chi è incline all’ambiguità, alla fuga” (cit. L’isola dell’abbandono).
Che generi l‘attrazione fatale per persone che concedono attimi di “inebriante felicità“, al costo, spesso, di un nuovo abbandono.
Persone destinate a deludere, incapaci di stare in una relazione, che  riportano dentro alla ferita, in un gioco crudele e perverso.
Un gioco che nasconde spesso, a chi viene abbandonato, la stessa incapacità a stare in una relazione.

 

Molto piu’ doloroso sarebbe trovare una persona che non fugge, e accorgersi che la paura, e di conseguenza la voglia di fuggire, è anche di chi temeva di essere abbandonato dall’altro, perchè in quel caso, un eventuale abbandono, potrebbe veramente essere fatale.
Accorgersi della propria “dipendenza dal vuoto.
Della maledetta paura di non essere degno di essere amato, della paura di non essere amabile.

 

E allora, meglio ricercare una situazione dolorosa ma conosciuta, dalla quale comunque si sa che si puo’ sopravvivere, come si è sopravvissuti in passato.
Forse è anche l’anima che richiama queste situazioni, nel tentativo di dare un’opportunità per risolverle, per dare una svolta.

A volte, chi ha subito un abbandono, teme così tanto il ripetersi dell’evento perchè ha una straordinaria capacita di abbandonarsi completamente lui stesso, alle cose, alle persone. Che significa fondersi, perdersi, darsi completamente, esserci fino in fondo, affidarsi, essere un tutt’uno, senza confini e protezioni, con qualcosa o qualcuno.
E nell’accezione piu’ evoluta, può significare saper godere dei momenti di solitudine e del piacere rigenerante del vuoto.
Per questo, mi chiedo, se la capacità di abbandonarsi prescinde dall’aver fatto l’esperienza dell’essere stati abbandonati, in qualche forma o in qualche momento della vita.

 

Perché poi, dopo essersi abbandonati, o essere stati abbandonati, si puo’ cogliere la grande opportunità di riuscire a ritrovarsi. Rimettere insieme tutti i pezzi, ricostruire una nuova identità. Sentirsi perduti o persi, per ritrovarsi ancor più vicini a sé stessi.

 

Ma per abbandonarsi occorre abbandonare qualcosa o qualcuno. Un’idea di sè. Una modalità conosciuta. Che significa dar luogo a un tradimento.
E tradire solamente non è sufficiente, occorre poi una scelta: consapevolmente scegliere il motivo che ci ha indotto ad abbandonarci, ad abbandonare, a tradire.

 

 

Quando leggi un libro. esci dalla tua storia ed entri in quella di qualcun’ altro, ed è anche per questo che è un momento rilassante.

 

Spesso qualcosa del libro tocca qualche tua corda, e allora è una buona occasione per riflettere. Spesso tocca un’emozione, ed è una buona occasione per viverla o riviverla.

Con questo libro, invece, io sono entrata anche nella mia storia.

Situazioni diverse ma molte similitudini, sensazioni ed emozioni vissute, conosciute.

 

Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno non avremmo bisogno dell’amore.

 

Cosa significa?

 

Che l’amore ci fa sentire ciò di cui abbiamo bisogno, con cui spesso non siamo in contatto?

 

Che proprio per la nostra necessità di sapere quello di cui abbiamo bisogno, per soddisfarlo, e non andare a tentoni in giro per il mondo, abbiamo bisogno dell’amore?

 

Avere bisogno dell’amore è naturale, ma il troppo bisogno non è sano. Stare con una persona, o in una relazione, per il solo bisogno, non è indice di amore, di quell’amore che non dovrebbe essere condizionato da qualcuno o qualcosa.

 

Tuttavia è la mancata soddisfazione di un bisogno che spesso è all’origine di una coazione e di una ricerca compulsiva di qualcosa o qualcuno che vada a riempire quel vuoto, generato dal bisogno, che chiede di essere appagato.

 

Bisogni inappagati e traumi vanno a braccetto, creando quelle che sono le storie fallimentari o malsane della nostra vita. A volte si ripetono, inconsciamente si cercano, nel tentativo di risolvere qualcosa, di comprendere e non aver più bisogno di vivere certe esperienze. Per lasciarsi alle spalle certe modalità e andare verso quello per cui siamo nati: vivere una vita appagante e felice.

 

 

Arianna, protagonista del libro, vive con la paura dell’abbandono, probabilmente da quando i suoi genitori hanno divorziato e il padre se n’è andato.
Da allora teme sempre che qualcosa, una tragedia, si abbatta su di lei, vive nell’attesa di una telefonata che annunci l’irreparabile.
Si mette in una relazione d’amore malsana, dove il timore di perdere la persona amata le fa accettare l’inaccettabile, dove il bisogno e la paura fanno da padroni.

 

Ma un’improvviso nuovo abbandono e inganno, sull’isola di Naxos, dove era andata a trascorrere le vacanze con il compagno,  la buttano sul fondo. Tuttavia generano anche il crearsi di nuove situazioni, nuove conoscenze e sensazioni, e la possibilità di vivere relazioni con diverse modalità, di abbandonarsi, e di cominciare a curare le sue ferite.

 

Quando diventa madre, e tornano a galla le vecchie paure, insieme alla sensazione di poter essere finalmente un tutt’uno con un altro essere umano, si trova davanti ad una scelta: se fidarsi ed abbandonarsi, con l’opportunità di vivere una relazione matura con il compagno, oppure vivere col figlio in una diade, dove inevitabilmente, un giorno, le sue aspettative verranno di nuovo disattese, e al varco ci sarà di nuovo l’inevitabile senso di abbandono e solitudine.
Perchè il senso di esistere non puo’ dipendere da un figlio, da un compagno, da un’altra persona.

 

 

Chiara Gamberale mi è sempre piaciuta molto, per il suo modo di entrare dentro le cose e i personaggi, per la sua intensità e profondità nel descrivere un sentire che mi è molto affine.

Segnalo anche dell’autrice “Quattro etti di amore, grazie” e “La zona cieca“, che mi hanno altrettanto rapito e stimolato.

Un libro veramente toccante. Tanti spunti di riflessione. Una cura.

 

 

 

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Gli anni più belli?

 

 

Sono andata a vedere l’ultimo film di Muccino, “Gli anni piu’ belli”, e, per quelli della mia età, (la stessa o quasi dei protagonisti), credo sia inevitabile non ritornare indietro e fare un parallelo con la propria vita.

I bilanci possono venire spontanei, spontaneo chiedersi:

 

E la mia vita?

Com’ero io nella mia gioventù?

Quali erano i miei sogni, le mie aspirazioni, quale era il mio modo di essere?

E cosa è stata invece la mia vita? Cio’ che si profilava fin da allora, o qualcosa di diverso?

Cosa è rimasto di quella persona che ero, cosa è rimasto di quegli anni?

Quali conclusioni posso trarre, adesso, che la mia vita in gran parte si è compiuta?

 

Le domande di chi si guarda indietro e si accorge che il tempo, inesorabilmente, è passato.

Talvolta si sfuggono,  queste domande, non ci si vuole guardare alle spalle. Si teme di incontrare rimpianti, sogni svaniti, opportunità non colte, errori, fallimenti.  Di vedere la propria voglia di spaccare o anche solo di cambiare il mondo, l’ingenuità, la verginità con cui si andava incontro alla vita e confrontarle con quel che è stato. Di guardare e non ritrovarsi piu’.

A volte ci si trova sprofondati in quello che eravamo senza volerlo, per esempio, quando si hanno figli adolescenti, che riportano indietro nel tempo, noi alla stessa età che loro stanno vivendo. Ai vissuti di quel periodo, alle emozioni, che ritornano prepotenti, quasi a voler fare rivivere le tempeste, magari irrisolte, della nostra gioventu’, che ancora giacciono dentro, pronte a farsi sentire forti, ora come allora.

Oppure, pur con le inevitabili, delusioni, disillusioni, frustrazioni, dolori, il bilancio puo’ avere segno positivo, si puo’ essere comunque soddisfatti di come si è arrivati fino ai giorni nostri.

Tante riflessioni e domande, quindi, dopo il film, ma una davanti a tutte: chi, dei protagonisti, alla fine, è piu’ felice?

Non chi ha agito con il desiderio di rivincita, di riscatto sociale e famigliare, vendendo l’anima al diavolo, seppur mettendo a frutto le proprie capacità. Non chi non ha mai avuto i piedi per terra, una sua direzione, perdendosi talvolta nella facilità dei suoi entusiasmi e dei suoi fallimenti.  Conseguenze, tutte, della propria storia personale e famigliare.

Il piu’ felice è chi è riuscito a restare integro. Senza cedere a tanti compromessi. Chi è rimasto piu’ simile a se stesso e a contatto con la sua essenza e la sua purezza. Chi è riuscito ad andare oltre rispetto a tante cose, nonostante i tempi bui, le ferite, la solitudine. Chi ha conservato la fiducia nelle cose importanti e nei suoi ideali.  Chi ha aspettato, forse inconsapevolmente, magari anche perchè altro non sapeva fare, e non si è arreso alle vicissitudini e alle intemperie. Che anche se qualcosa è andato male, non tutto è andato male, o è irrecuperabile. E, oltre a lui, chi ha errato (in tutti i sensi), ma il destino l’ha riportato sulla retta via, a riconoscere quelle che sono le cose importanti e ha potuto trovare la sua redenzione.

Ma anche chi, alla fine, è amato, perchè per tutti c’è un piccolo, o grande, riscatto.

 

 

 

E io, che ne è stato di quella me di allora?

Ho giocato tanti ruoli, sono cambiata e ri-cambiata. Non sapevo bene cosa volevo fare, e mi sono spesso lasciata condurre dalle circostanze, in assenza di grandi passioni trascinanti, che non fossero d’amore, od ambizioni, ma facendo delle scelte, comunque. Dopo aver sperimentato tante cose, essermi buttata, come mio solito, anima e corpo, essermi entusiasmata, aver accumulato delusioni e soddisfazioni, sono ancora qui, oggi, senza grandi passioni trascinanti, ma pronta, come sempre, ad infiammarmi. E spesso a farmi trainare dalla corrente, seguire un’energia, o a ragionare troppo piuttosto che rischiare. Selezionando accuratamente e rigidamente, soprattutto in campo umano.

Come negli anni della mia gioventù, d’altro canto.

Come se avessi dato spazio allo sperimentare, ma fossi comunque tornata alla base. Con maggiore coscienza e qualche risposta, e con meno insicurezze. Con le tante cose ancora irrisolte, ma meglio gestite. Con la mia ambizione a una vita normale, non a una vita spericolata. Degli affetti stabili e autentici, non avere troppe pene. Quella vita normale che, per tanti anni, mi è parsa sfuggirmi. Sempre con la paura di non vivere abbastanza e di sprecare il tempo, finito, che abbiamo, o la sua qualità. E ora, che ne ho meno di tempo, come allora, vivo con la stessa avidità di emozioni, una maggior capacità di proteggermi, ma un timore cosciente di cio’ che so puo’ farmi male.

E oggi, sì, ho la mia vita normale, me la sono conquistata (a fatica), ho raggiunto quello a cui ambivo. Mi chiedo solo talvolta come sarebbe stato avere una passione forte, una forza trascinante, l’ ambizione di arrivare da qualche parte e la volontà di perseguire che non mi sono appartenute.

Di quegli anni, sicuramente non i piu’ belli, anzi anni travagliati, incerti, tra voli pindarici e cadute a terra, resta che erano gli anni della gioventù, quelli in cui hai la vita davanti, “sei affamato di vita”, quando ancora tutto era da fare. Restano i ricordi del tormento, della ricerca, ma anche dei momenti che hanno emozionato e divertito. Le cicatrici che ricordano che si è vissuto. Restano alcuni amici che hanno resistito al tempo e alle vicissitudini, o che si sono ritrovati, o quelli che si rincontrano ogni tanto e si vedono con piacere.

Resta, (come nei personaggi del film), se si ha la capacità o il coraggio di guardare, se si ha la volontà e la costanza di inseguire cio’ che si è imparato essere importante, la possibilità di recuperare il recuperabile. La consapevolezza che, con la storia che ci si porta dietro, ognuno fa quel che può, e ciò potrebbe essere sufficiente per non aver rammarico. Ognuno di noi desidererebbe qualcosa di diverso nella sua vita, ma questo fa parte dell’essere umani.

E se si possono fare dei bilanci senza soccombere o sentirsi vittime, credere ancora, ritrovarsi ancora, nonostante tutto e nonostante il tempo…allora… non è andata cosi’ male.  Ci si puo’ ancora incontrare e brindare “alle cose che ci fanno stare bene”.

E soprattutto, andarsele a cercare.

 

 

febbraio 2020

 

 

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Non so dove i gabbiani abbiano il nido…

 

 

“Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro
in perpetuo volo.

La vita la sfioro
com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. 

E come forse anch’essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.”

 

Vincenzo Cardarelli 1932

 

 

Una poesia che ho sempre amato. Che ho conosciuto molti anni fa, quando frequentavo la scuola e che, periodicamente, mi ritorna in mente.

Forse perchè mi riconosco nei gabbiani.

In perpetuo volo e in cerca della quiete, ma balenando spesso in un mare in burrasca.

Con il timore di una vita troppo in superficie, e l’attrazione per le profondità.

 

Ma, anche in quei gabbiani che, volando nel cielo, possono vedere i colori del mare e delle terre, Quando si calma il moto ondoso.

Godere del vento. Che li investe e li avvolge, durante il loro volo

Quei gabbiani che, dopo aver tanto vagato, tornano verso il nido.

Perchè loro, lo sanno, un nido, dove tornare, ce l’hanno.

 

 

gennaio 2020

 

 

 

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Wynwood walls a Miami

  

 

A pochi minuti dal centro di Miami, si trova il Wynwood walls, esattamente al 2520 NW 2nd AveMiami, FL 33127-4306, dove sono esposte opere meravigliose di street art, murales, graffiti, e altre opere particolari, all’interno di quello che è diventato il piu’ grande street art museum del mondo, che fa parte del Wynwood art district, nell’omonimo quartiere.

 

 

Il quartiere, che è stato riqualificato alla fine degli anni 2000, era un’area industriale in decadenza e non raccomandabile, abitato principalmente da portoricani. Ora è un magnifico museo a cielo aperto e gratuito. Perfino i parchimetri sono decorati.

 

 

Arrivando nel quartiere, tutt’intorno, sui muri, vi possono scorgere murales, anche enormi, che ti catturano: vale la pena passeggiare e lasciarsi entusiasmare da tanta bellezza.

 

 

Il Wynwood walls è uno spazio dove ci sono, oltre a graffiti e murales, gallerie d’arte con riproduzioni bellissime di famosi artisti che le hanno dipinte in diverse parti del mondo, e altre opere di estrema originalità.

 

 

Appena arrivati eravamo estasiati da tutti quei colori!

 

 

Io sono rimasta incantata dalla creatività che avevo davanti agli occhi!

 

 

Ovviamente le foto qui si sono sprecate :)

 

 

Nelle gallerie la creatività dà il suo massimo

 

 

 

Alcune riproduzioni sono state un colpo al cuore, come quella di Gandhi e Madre Teresa, o di Nelson Mandela.

 

 

Alcune sono un colpo allo stomaco.

 

 

Alcune sono divertenti

 

 

Mi sono piaciute in particolar modo quelle di Eduard Kobra, artista brasiliano,che dipinge con colori sgargianti e grafiche geometriche e caleidoscopiche, dando l’illusione del 3d, ispirandosi anche a personaggi della politica, della cultura, della musica e aggiungendo la sua interpretazione personale.

 

 

I suoi murales si trovano in parecchie città del mondo, anche a Roma ha disegnato il volto di Malala Yousafzai, studentessa pakistana, all’esterno del MAAM, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Roma di via Prenestina (al 913), e perfino sulle Alpi Apuane, dove ha disegnato un David di Michelangelo in mezzo al bianco di una cava di marmo.

Le sue opere trasmettono veramente potenti emozioni, alcune mi hanno fatto venire i brividi.  Qui il suo profilo instagramm https://www.instagram.com/kobrastreetart/?hl=it

 

 

Cosa c’è di piu’ bello per una ragazza che fa l‘Istituto d’arte che vedere un museo del genere?

 

 

Lascio parlare alcune immagini, difficile poter esprimere a parole ciò che le opere trasmettono.

La foto sotto rappresenta come mi sentivo al termine della visita.

 

 

Gratitude.

 

 

luglio 2019

 

gli altri articoli sulla Florida

Florida, USA

 

 

 

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Woyzeck: la disperazione di un’anima fragile

 

 

Disperazione.

Smarrimento.

Il dolore del tradimento.

La sensazione di essere chiusi in una gabbia senza possibilità di uscirne.

La sensazione di impotenza e la brama di ribellarsi.

Il non riuscire più a starci dentro, tanto da arrivare a fare un’azione inconsulta, folle, irreversibile, che distrugge tutto.

Questo quello che mi è arrivato da Woyzeck e dal suo mondo.

Una  struttura di metallo, girata e rigirata, che trasmette il senso di essere rinchiusi in una gabbia, da cui pare impossibile uscirne. E anche quando si esce, la sensazione di restare comunque rinchiusi nella gabbia degli sguardi degli altri, di un mondo giudicante, influente, il contrario di accogliente. Che non lascia vie di fuga, vie di uscita. Soprattutto a chi è fragile, puro, innocente e facilmente influenzabile. Anzi, il mostrare la propria fragilità dà la possibilità, agli altri, di approfittarne, per infierire e ferire. Un mondo che induce a mettere la propria dignità sotto i piedi, in nome di bisogni pressanti, materiali ed emotivi. Dove il rispetto dei sentimenti, delle persone, che spazio occupa?

Una gabbia che viene poi introiettata, diventa la schiavitù di un personaggio che si interpreta nella vita, una prigione interiore, che aliena e da cui difficilmente si riesce ad uscire.

E allora, cosa resta da fare, per ribellarsi da queste prigioni, per sfuggire al senso di impotenza? Fare qualcosa, qualsiasi cosa. Un gesto che apparentemente sembra essere una liberazione, ma che invece imprigiona ancor di più, per le sue conseguenze, gettando l’anima ancora più profondamente nell’abisso, e nell’impossibilità di trovare una via d’uscita. Infatti, l’unica cosa che, nel delirio della rabbia e della disperazione, Woyzeck riesce a fare è uccidere la sua compagna, vittima anch’essa di un sistema e di se stessa, la madre di suo figlio. Lasciando cosi’ un orfano, condannato, come nel racconto della scena:

 

c’era una volta un povero  bimbo che non aveva ne padre ne madre, erano tutti morti, non aveva piu’ nessuno al mondo…e se ne ando’ vagando giorno e notte

 

..e  dopo essere stato sulla luna e aver visto che era marcia, e sul sole e aver visto che era un fiore appassito, e sulle stelle e aver visto che erano mosche stecchite, era tornato su una terra desolante, dove non gli restava che piangere in solitudine..

Una solitudine profonda, che, quindi, è destinata a trasmettersi di padre in figlio.

Un gesto di follia ingiustificabile, ma empaticamente comprensibile..chi se la sentirebbe di condannarlo?

 

Ansia, sì, e peso allo stomaco, che mi hanno accompagnato durante tutto lo spettacolo, e che ho portato anche a casa. Un’interpretazione che non ti permette di mollare un attimo. Vedere rappresentata la disperazione dell’essere umano e sentirsela arrivare addosso attraverso un personaggio, è tornare in contatto con quella disperazione che, inevitabilmente, durante il corso della propria vita, molti di noi, credo, abbiano provato.

Un occasione quindi, Woyzeck, per riscoprirsi compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dei personaggi, magari non solo di quelli dello spettacolo. Compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dell’animo umano. E ancor piu’ importante, nei confronti della propria fragilità.

 

“…la nostra interpretazione nasce quindi dalla volontà di capire e mettere in scena  come vede il mondo Woyzeck, come lo percepisce, cosa sente..”. Missione compiuta alla grande ragazzi, e, come sempre, bravissimi tutti.

 

 

 

dallo spettacolo:

WOYZECK – A GUARDARCI DENTRO GIRA LA TESTA di Georg Büchenr 

adattamento e regia Andrea Lupo e Giovanni Dispenza  con Andrea Lupo, Giovanni Dispenza, Camilla Ferrari, Michela Lo Preiato, scene Matteo Soltanto, disegno luci Pietro Sperduti, musiche originali Angelo Adamo, aiuto regia Marco De Rossi, elementi scenografici Giuseppe Pistorio, traduzione Alessia Raimondi, ricerche Giuditta Fornari

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/woyzeck-a-guardarci-dentro

 

foto di Roberto Cerè

 

 

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marzo 2019

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L’Oscar 2019 al film “Green book”: la capacità di costruire un’amicizia

 

 

 

 

Il film è l’emozionante  racconto di una storia vera, ambientata nell’America degli anni 60, dominata dalle discriminazioni razziali.

Il Green book era un libricino che conteneva l’elenco degli alberghi e dei ristoranti, nei quali le persone di pelle nera venivano accettate, che segue i 2 protagonisti, in un viaggio di 8 settimane, per una turnè musicale, dall’Iowa al Mississippi.

E’ la storia di come nasce un amicizia fra 2 uomini, apparentemente diversi, ma con un’anima grande e pulita.

Uno ha la pelle nera, l’altro è un bianco. Uno è un colto, fine, ricco, talentuoso musicista, l’altro è un uomo semplice, e anche violento, cresciuto nel Brox, che tira a campare, con impieghi al limite del legale (e anche no), per mantenere la famiglia, che adora. Uno è gentile, educato e solo, l’altro è rozzo, ignorante ed amato. Entrambi sono figli di emigranti.

Che si conoscono, e come gli opposti, si attraggono per le loro diversità.

Che sanno superare i pregiudizi iniziali, in nome di un bisogno reciproco; poi imparano a riconoscere il valore l’uno dell’altro, mescolando le loro vite.

Che imparano ad apprezzare i reciproci pregi, piu’ che farsi allontanare dai difetti o dalle ferite.

Che sono accomunati dalla capacità di mantenere fede agli impegni e a lavorare per un obiettivo.

Capaci di far notare le falle, l’uno all’altro, senza mancarsi di rispetto.

Che imparano ad agire uno per il bene dell’altro,  dopo essersi conosciuti e scoperti. Con la grande e rara capacità di restare aperti al diverso ed esserne arricchiti.

Con la capacità di contagiarsi a vicenda e diventare delle persone migliori.

Un film che pone l’accento sui valori dell’amicizia, dell’amore, della famiglia, dell’impegno, del talento e del lavoro al suo servizio. E sopra ogni cosa, sulla dignità e il rispetto di se stessi. E sulla grande possibilità di creare quelle relazioni che durano una vita.

Perchè quel che conta non è quanto si è diversi, ma quanto si riesce (e si vuole) essere vicini a una persona.

Un film che tocca l’anima, e il mio suggerimento è di vederlo e lasciarsela toccare.

 

 

Green book

Oscar per il miglior film del 2018 

regia di Peter Farrelly

con Viggo Mortensen

Oscar per il miglior attore non protagonista a Mahershala Ali

sceneggiatura scritta dall’attore Nick Vallelonga (figlio di Tony, morto nel 2013) protagonista della storia 

 

 

25 febbraio 2019

(foto Pixabay)

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La potenza di una voce: Bohemian Rapsody e Freddie Mercury

 

 

Bohemian Rapsody, un film che mi ha toccato l’anima, come da sempre il suo protagonista, Freddie Mercury, cantante del gruppo dei Queen.

Sono andata a vedere per la seconda volta il film, nel giro di un mese, e sulle note di Somebody to love,  al suo inizio, nel momento in cui Freddie entra  nello stadio di Wembley  per il Live Aid, nel 1985, avevo già i lacrimoni.

 

A Wembley faremo un buco nel cielo. (Freddie Mercury)

 

 

La storia di un mito, un personaggio dal talento inespugnabile e della sua band. Dalla capacità di credere in se stesso e nelle sua potenza e di lavorare duramente per arrivare ai risultati che si sono visti.

La capacità di cambiare e portare cambiamenti, senza ingessarsi in uno stile o far rimanere intrappolato il gruppo in un genere, nelle sue canzoni, nelle sue abitudini. La capacità di trasgredire e quindi rinnovarsi; di trasgredire a cio’ che veniva proposto dalla sua famiglia o accettato dalla società.

La storia di un uomo che, nonostante il suo talento, è continuamente in cerca della sua identità, volendo restare nella verità. Cercando, sperimentando e venendo in contatto col suo vuoto interiore. Che tocca il fondo, passando anche per pericolosi eccessi.

Un uomo che sa benissimo quello fa sentire uniti gli uomini, che sa rispondere a un bisogno fondamentale: il senso di appartenenza

 

Sarà un disco rock and roll, con la grandezza dell’opera, il pathos della tragedia greca, l’arguzia di Shakespeare, la gioia debordante del teatro musicale. Sarà un’esperienza musicale! Non sarà solo un altro disco. Qualcosa per tutti, qualcosa in cui la gente troverà un senso di appartenenza. Mescoleremo generi, valicheremo confini.” Freddie Mercury

 

Ecco, la capacità di valicare i confini.

Un uomo che dà l’anima, che si dà senza risparmiarsi, e che per questo sa trasmettere, con il suo canto, con le parole, con i movimenti del suo corpo, un’energia senza uguali. Che ha saputo convogliare nella musica e nelle sue canzoni, vere e proprie opere d’arte, la sua potenza, la sua creatività, palpabile nella sua voce e nella sua presenza sul palco. La storia di un ragazzo, con un apparente difetto fisico (4 incisivi in piu’), trasformato in un’opportunità, la maggiore estensione vocale.

 

 

La storia di una famiglia, non quella d’origine, quella fatta dalle persone che si scelgono per similitudine e affinità, con cui si condividono le passioni. E tutti i dissapori e i conflitti, che la vita porta nello stare insieme.

Quegli occhi vivaci e quel corpo pieno di vita, non possono non contagiare, come non possono restare indifferenti i suoi interrogativi di fronte alla vita, che risuonano nell’anima, come quelli in una delle mie canzoni, preferite, “In my defence” :

 

“Tutti gli errori commessi, devono essere affrontati. Non è facile sapere da dove iniziare, mentre il mondo che amiamo sta cadendo a pezzi..

Non ascoltiamo abbastanza e non affrontiamo la verità..

Io sono solo un cantante, come posso far diventare giusto cio’ che è sbagliato??”

 

 

 

Mi è dispiaciuto che il film non sia stato fedele alla storia, in alcuni punti, ma che siano stati inseriti dei falsi. Freddie non ha mai lasciato il gruppo, ma di comune accordo i componenti hanno deciso di prendersi una pausa, ed ognuno ha inciso pezzi per conto proprio, quindi nessun tradimento da parte sua; non ha comunicato la sua malattia prima del Live Aid, alla band, ma piu’ avanti; non conobbe i membri del gruppo il giorno che il cantante precedente lasciò la band, perchè il cantante stesso era un suo compagno di corso a scuola. E alcuni altri. Non sarebbe cambiato nulla se i tutti i fatti avessero rispecchiato la realtà, il film non sarebbe stato meno coinvolgente, perché Freddie resta sempre un grande.

 

John Reid: Allora voi siete i Queen. E tu devi essere Freddie Mercury. Avete talento! Tutti e quattro. Su, ditemi: cos’hanno i Queen di diverso da tutte le altre aspiranti rock star che incontro?

Freddie Mercury: Glielo dico io cosa abbiamo. Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro.

Brian May: Siamo una famiglia.

Roger Taylor: Ma ognuno di noi è diverso.

 

Non possiamo neanche tralasciare la straordinaria interpretazione di “Barcellona“,  con Montserrat Caballe, non presente nel film, ma che voglio ricordare.

 

 

Al termine del film, la sensazione che se ne sia andato un amico, il dispiacere per la perdita di un grande cantante e di una grande persona. Che in fin dei conti, nonostante l’opposizione al padre, quello che ha compiuto è stato proprio quello che il padre stesso si proponeva di insegnargli: buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Raggiunti magari attraverso un strada diversa, col suo essere scatenato e ribelle.

 

Speravo che Farrokh diventasse un bravo ragazzo Parsi. Era troppo scatenato e ribelle. Ma a cosa è servito? Buoni pensieri, buone parole, buone azioni. Fallirai se fingerai di essere qualcuno che non sei! (Bomi Bulsara)

 

Scrivo queste riflessioni con la speranza che il film possa vincere l’oscar, il prossimo 24 febbraio. In onore appunto, del grande Freddie Mercury e dei musicisti di un gruppo che ha scritto la storia della musica.

 

“Non voglio cambiare il mondo, lascio che le canzoni che scrivo esprimano le mie sensazioni e i miei sentimenti. Per me, la felicità è la cosa più importante e se sono felice il mio lavoro lo dimostra. Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere.”  Freddie Mercury

 

Non so se lui avrebbe risposto: “Io”, alla  domanda della sua canzone

“Who wants to live forever?”

Ma, di sicuro, lui, sì, è riuscito a vivere per sempre, attraverso le sue canzoni, e a conquistarsi una parte di eternità.

 

 

Con gratitudine per tutte le emozioni che la sua voce e le sue canzoni mi hanno dato e continuano a darmi ad ogni ascolto.

 

Gennaio 2019

 

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Abbi cura di me

 

Abbi cura di me… di Simone Cristicchi al Festival di Sanremo 2019.

 

Ho capito perchè questa canzone mi emoziona tanto.

 

Bisogna amare molto, per fare questa richiesta.

 

Bisogna fidarsi tanto, di qualcuno, per chiedergli di prendersi cura di noi.

 

Bisogna essere diventati molto umili, e affidarsi, per chiedere: “abbi cura di me.”

 

Vuol dire porgere il proprio cuore all’altro, sapendo che non lo ferirà, ma essere pronti a correre il rischio.

 

Significa aver visto la bellezza che c’è attorno e il senso che c’è in tutto.

 

E comprendere che non ci resta altro che arrenderci.  Alla bellezza, all’amore, a far entrare.

 

Mollare le nostre armature e far entrare.

 

Farsi toccare l’anima, il cuore.

 

Permettersi di amare. E di farsi amare.

 

“Stringimi forte e non lasciarmi andare”. Ti chiedo di esserci e di prenderti cura di me. Che sono qui. Con te.

 

“Basta mettersi a fianco anzichè stare al centro“…..  per poter volare insieme.

 

“Ti immagini se cominciassimo a volare.

Tra le montagne e il mare

dimmi, tu, dove vorresti andare?”

 

 

 

febbraio 2019

 

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Chi sono

Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.

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