Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

Dentro e fuori

 

 

 

Accanto alle mie riflessioni piu’ profonde, che mi portano nell’intimo, nelle viscere e a sviscerare, ci sono i momenti in cui, con leggerezza, guardo l’esterno.

E vedo la bellezza. La bellezza del mondo, appunto.

Si apre allora un circolo virtuale, dalla vita esterna porto la vita all’interno, dalla bellezza che vedo fuori, riscopro la bellezza che c’è anche dentro.

E questa altalena è quella di cui ho bisogno. Perchè, se non posso evitare di elucubrare, di riflettere, di elaborare, di perlustrare i miei spazi interiori, di entrare anche nel buio di un tunnel, devo avere almeno anche la possibilità di vedere e assaporare la bellezza, per restare in equilibrio.

 

 

 

Entrare ed uscire. Senza cristallizzarsi. Andare tanto in fondo, fino a toccarlo, per poi rimbalzare fuori, e riportare dentro. Non farsi catturare ne dal baratro, ne dalla superficie.

Questo è il senso.

Questo lega i viaggi mentali e i viaggi nel mondo. Un’onda che è vitale, e che permette, da una parte o dall’altra che si guardi o che si legga, di andare a fondo e riemergere, portando i doni preziosi che ci sono, da ambo le parti, per integrare.

 

 

 

 

(foto di Patrizia Pazzaglia)

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Sul perchè del “chi sono”

 

 

 

Quando si scrive “chi sono”, si vuole dire chi siamo agli altri.

Ma scrivendolo, si riflette anche su chi siamo per noi stessi.

E la definizione, sembra (almeno a me), sempre riduttiva. Emerge ogni volta qualcosa di nuovo, da voler dire, per definirsi.

Del resto è vero che il “chi siamo” è in divenire. Che il chi sono di ieri puo’ non essere quello di oggi.

Quindi è riduttivo definirsi. O quanto meno è un processo in corso che dura nel tempo e cambia.

Ora sono una persona che scrive e che da forma a pensieri ed emozioni e anche ai suoi ricordi. E con questo processo genera delle memorie. Una persona che utilizza un contenitore, quale la scrittura, per riversare da dentro a fuori. E già questo è utile, per me. Perchè, oltre a conservare, porto alla luce ed elaboro.

Se poi a qualcuno potrà tornare utile la mia esperienza, allora avro’ fatto anch’io la mia parte nel mondo.

(e con questa riflessione si possono già capire quali siano i miei viaggi mentali :) !)

 

 

Chi sono

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Libertà è partecipazione

 

 

 

Ci hanno ingannato, schifato, demotivato.

Ci hanno riempito di chiacchiere vuote, e sedotto con false promesse.

Ci hanno portato a diventare amorfi, disinteressati alla cosa pubblica, egoisti.

Ci hanno fatto scappare, smettere di credere in quello che con sangue e sudore ci eravamo conquistati.

Tutto questo non ci rende liberi.

Non ci rende delle persone migliori  e non contribuisce a creare un mondo migliore da lasciare ai nostri figli.

Non dobbiamo dargliela vinta e rassegnarci.

 

Libertà è partecipazione.

 

 

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo appena nato

Che ha di fronte solamente la natura

E cammina dentro un bosco

Con la gioia di inseguire un’avventura.

Sempre libero e vitale

Fa l’amore come fosse un animale

Incosciente come un uomo

Compiaciuto della propria libertà.

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche il volo di un moscone

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come un uomo che ha bisogno

Di spaziare con la propria fantasia

E che trova questo spazio

Solamente nella sua democrazia.

Che ha il diritto di votare

E che passa la sua vita a delegare

E nel farsi comandare

Ha trovato la sua nuova libertà.

 

Non è neanche avere un’opinione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

  

Vorrei essere libero, libero come un uomo.

Come l’uomo più evoluto

Che si innalza con la propria intelligenza

E che sfida la natura

Con la forza incontrastata della scienza

Con addosso l’entusiasmo

Di spaziare senza limiti nel cosmo

E convinto che la forza del pensiero

Sia la sola libertà.

 

La libertà non è star sopra un albero

Non è neanche un gesto o un’invenzione

La libertà non è uno spazio libero

Libertà è partecipazione.

 

Giorgio Gaber

 

01.04.18

(foto di Patrizia Pazzaglia- murales della scuola primaria Gabriella Degli Esposti di Calcara -Valsamoggia – BO)

 

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L’effetto pelle e l’effetto alone

 


 

Tante volte quando incontriamo qualcuno ci diciamo:

 

      “quella persona a pelle non mi piace”,

       “quella mi è antipatica a pelle”.

 

 

 

Percepiamo i segnali corporei che la persona lancia, ancor prima di poterci fare un’idea con quello che ci racconta a parole.

E poiché la mente mente, mentre il corpo non mente, è importante ascoltare questi segnali, che passano da corpo a corpo, impercettibilmente, sotto la coscienza, piuttosto che fidarsi solo del linguaggio verbale. Per farci un’idea della persona e decidere se vogliamo averci a che fare o meno. E, se proprio dobbiamo, per prendere le misure.

A volte capita invece che ascoltiamo le parole, rimuovendo la sensazione di pelle. E se magari la persona è un buon venditore di se stesso, solo nel tempo possiamo realizzare, se quanto dice corrisponde a quel che è o è qualcosa di diverso. E’ solo una questione di tempo sì, ma accorgersene prima, ascoltando le proprie sensazioni, serve sicuramente a farci risparmiare tempo.

Ma puo’ essere importante anche mantenersi aperti, perché, talvolta, quello che percepiamo al primo impatto come poco piacevole in una persona, puo’ essere un meccanismo di difesa. E nel momento in cui si rilassa un po’ e abbassa le difese, possono uscire delle parti o delle qualità che potrebbero sorprenderci e che non avremmo immaginato subito. Come se, sotto ad una corazza evidente, si nascondesse un pancia tenera e fragile.  E allora è bello andare oltre l’effetto pelle, quando la sensazione è stata di sgradevolezza di primo acchito, e lasciarsi impressionare da quello che viene dopo. Sorprendersi a cambiare l’idea che ci si era fatti inizialmente..Perchè, è anche vero, che l’apparenza puo’ ingannare, e che, a volte, certi segnali vogliono mascherare una vulnerabilità, o qualcosa che si vuole proteggere, e mostrare solo quando si ritiene sia il momento, o a chi si decide di farlo.

 

 

Oppure, quello che vediamo al primo impatto, puo’ risultarci sgradito perché rispecchia qualcosa di noi che non ci piace. Qualcosa che tentiamo di tenere nascosto. E che invece si palesa davanti e non lo accettiamo. Vorremmo  ributtarlo nella nostra ombra, perché torni nascosto.  Lo rifiutiamo in noi e quindi non ci piace negli altri. Qui è molto difficile riuscire ad accogliere e andare oltre. Occorre un grande lavoro di coscienza su di sè, e sulle proiezioni.

Talvolta puo’ accadere, invece, di avere la sensazione che una persona non ci convinca. Questo succede quando percepiamo dei messaggi non coerenti. Magari, a parole, la persona dice una cosa, ma il suo linguaggio corporeo ne esprime un’ altra. E questo i nostri sensi lo percepiscono e noi ci sentiamo confusi.

 

 

Ma c’è anche un altro effetto che ci puo’ ingannare. L’effetto alone.

Ovvero quando vediamo, in una persona, una qualità che ci piace e questa offusca tutto il resto, facendoci valutare in modo errato. La qualità viene estesa a tutta la persona, portando a non vedere e considerare altri lati, magari oscuri. A me, per esempio, questo accade spesso, inducendomi a vedere solo le parti buone e a non far caso ad altri segnali, e portandomi a sbagliare la valutazione. Mentre, invece, riesco a valutare molto bene una persona da quello che scrive, anche se non la conosco, perchè non deviata o sedotta da certi aspetti, verbali o corporei, che intervengono evidentemente nel contatto diretto.

 

Ma tutto questo cosa ci dovrebbe insegnare?

Di ascoltare le proprie sensazioni, ma darsi anche un po’ di tempo prima di arrivare a delle conclusioni.

E ricordare sempre quel proverbio indiano che dice:

 

“Prima di giudicare una persona ricordati di camminare per tre lune nei suoi mocassini”

 

 

 

 

(foto Pixabay e Patrizia Pazzaglia)

 

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Gli effetti di una madre invadente nella vita di un figlio

 

 

Una madre invadente è una madre ingombrante, che non lascia spazio.

Spazio per crescere.

Spazio per esprimersi.

Spazio per la costruzione di un’identità.

E’ una madre che ti insinua il dubbio, che ti rende insicuro e bisognoso.

Che fa leva sul senso di colpa, per acchiapparti.

E’ una madre manipolativa. Una madre che non sa amare incondizionatamente, ma solo alle sue condizioni.

Una madre invadente non ti crea sani confini, perché lei stessa non è in grado di rispettarli, i confini.

I figli di una madre invadente potrebbero subire i seguenti effetti  (che ho semplificato a mio modo, affinchè siano molto chiari):

Effetto colabrodo: la persona è piena di buchi (virtuali), che lasciano passare troppo. Parole, opinioni, provocazioni, giudizi, che, in assenza di un filtro sufficiente, passano senza discriminazione. Manca il contenimento, la persona è troppo permeabile, quindi tutto la tocca. Facilmente la si puo’ ferire. Puo’ essere in preda a forti dubbi, che la immobilizzano o la tormentano. Pensa di sbagliare o di essere sbagliata.

Effetto dipendenza, cocco/a di mamma: la persona non è in grado di essere autonoma, di prendere decisioni, di fare scelte. Resta attaccata a cose e persone, come alla sottana della mamma. Poiché è stata controllata, tende a cercare essa stessa di avere il controllo sugli altri e su di sé.

Effetto camaleonte: la persona non ha potuto costruirsi una identità definita, e tende a trasformarsi in base alle circostanze, come un camaleonte che assume il colore dello spazio su cui si posa; si mescola agli altri, facendo fatica a discriminare tra sè e altro da sè. Non essendo riuscita a crearsi sani confini, in seguito all’invasione dei suoi spazi, non ha potuto imparare a proteggersi. Si identifica eccessivamente in qualcuno o qualcosa, e tende a vivere la vita degli altri.

Effetto “ripeto quel che ho subito”: la persona diventa invadente, o, al contrario, per non invadere tende a farsi piccola o ad annullare i suoi bisogni. Non sa intervenire al momento giusto, e quindi, dall’esterno, si ha la percezione che sia fuori luogo o fuori tempo. In particolare, in mancanza di un lavoro su di sé alle spalle, ripropone l’invadenza sui figli, essendo la modalità vissuta piu’ forte di lei; tende ad avere eccessivo controllo, e non li aiuta a costruirsi una buona autostima.

Effetto senso di colpa: poiché la madre ha avuto ed ha cosi’ tanto spazio, qualsiasi contrasto puo’ dar luogo al senso di colpa, ed essere destabilizzante, immobilizzante o vissuto con conflittualità. Una scelta non approvata puo’ essere vissuta come un tradimento, che genera, appunto, il sentirsi in colpa.

 

Una madre ingombrante te la porti dentro, e lascia poco spazio per te.

E così come madre, puoi restare dentro ai tuoi figli.

L’ingombro dipende anche da te, madre o padre che stai leggendo.

 

 

 

(foto pixabay)

 

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La paura e la fortuna di essere diversi

 

 

(dal film “Wonder”).

C’è un tempo in cui essere diversi dagli altri fa paura.

 

E questo sentirsi diversi ci rende vulnerabili.

Invece di dar valore alla nostra unicità, questa ci spaventa.

Perchè essere unici,  puo’ far sentire soli. Perché non siamo come gli altri.

Ci possiamo sentire piu’ brutti. Meno bravi. Meno buoni. Meno intelligenti. Meno capaci. Meno attraenti. Meno degni. Meno.

Diverso diventa sinonimo di peggiore.

E forse c’è anche un’ulteriore timore: la paura di far paura.

E anche gli altri ci possono far paura. Proprio perché li riteniamo diversi da noi.

E poi c’è la paura piu’ grande, quella di sentirsi rifiutati.

 

 

E magari invece vorremmo essere come gli altri, per evitare tutto questo.

Assomigliare a qualcun altro.

C’è un tempo, quindi, che tentiamo di omologarci agli altri.

A chi ci sembra meglio di noi. Che sembra abbia una vita migliore.

Ma non sappiamo, realmente, gli altri che vita hanno, come stanno, se sono felici. O se è solo apparenza, quella che si vede o che mostrano.

Essere diversi puo’ far soffrire.

Fintanto che non ne scopriamo il valore.

Fintanto che non scopriamo che è proprio quella diversità che ci rende unici e inimitabili.

 

Il privilegio di essere diversi.

 

Che può venire valorizzato da chi  guarda oltre all’apparenza.

Perchè spesso le persone sembrano proprio tutte uguali e vogliono sembrarlo.

E nascondono quello che hanno di più bello. La propria ricchezza, la propria bellezza.

Ma è giusto anche proteggere la propria diversità, se necessario. Non gettare le perle ai porci. Condividerla solo con gli affini, i puri di spirito. Quelli che riescono ad apprezzarla, la diversità, e a non ferirci. Perché quella è il nostro vero tesoro. Evidente o nascosto.

E coloro che hanno il coraggio e la voglia di andare oltre le apparenze o di sfidare quella realtà che omologa, possono trovare dei tesori. Dei compagni di viaggio e di anima.

 

 

“Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, tu scegli di essere gentile“

 

Ho visto un meraviglioso film che mi ha fatto fare queste riflessioni. Si chiama “Wonder”. Che significa “meraviglia” “prodigio”.

E’ un film che parla di un bambino “diverso” perché, a causa di una malattia rara ha un viso deforme, e ha vissuto la sua infanzia in casa. Ha portato un casco per tanti anni, quando usciva, per non vedere lo sguardo degli altri, per proteggersi dalla ferita che gli procurava.

Ma viene per lui il momento di andare alle scuole medie, il momento di uscire nel mondo. Con la sua “diversità”, e tutto ciò che questa gli porta: gli sguardi indiscreti, il sentirsi rifiutato, la tristezza.

Un bambino che dice che se potesse scegliere di avere un super potere, vorrebbe essere invisibile.

Ma questo bambino è “nato per emergere” non per stare nascosto.

Perché, proprio quello che ha vissuto, non la sua faccia, lo ha reso una persona diversa dagli altri. E coloro che riusciranno ad andare oltre il suo viso deforme, a relazionarsi con la sua anima, ne usciranno anche loro diversi. Migliori.

Un bambino che nonostante abbia imparato a proteggersi (grazie a degli amorevoli genitori) è in grado di riconoscere e mostrare i suoi sentimenti.

Nel film emergono per la loro unicità anche gli altri personaggi, vicini al bambino. Per mostrare come le cose possano essere diverse da quel che appaiono, conoscendo i vissuti delle persone.

E allora dovremmo veramente domandarci piu’ spesso, quello che suggerisce l’insegnante del bambino:

 

Che cos’è che aspiro a diventare?

 

E’ un film che parla di quanti vorrebbero essere diversi da sé per ottenere amore e considerazione. E di come, proprio mostrandosi ed esprimendosi per come sono, lo possono ottenere, non cercando di essere qualcos’altro. Per quello che sono. Per il coraggio di smascherare malintesi e verità.

E’ un film che parla di ferite, di dolore, di bullismo, di gentilezza, di amicizia, dell’importanza di guardare oltre le apparenze, e di considerare empaticamente le esperienze vissute delle persone. Dell’importanza di conoscere bene prima di giudicare. Che magari, dopo, il giudizio cambia.

Per mia figlia, tredicenne, il film parla del coraggio di affrontare le proprie paure.

E  la frase finale straordinaria del bambino è:

 

Se vuoi veramente vedere come siano fatte le persone, devi semplicemente guardarle

 

E a volte dovremmo proprio scegliere di guardare le persone. E di essere con loro gentili.

 

 

(foto Pixabay)

#wonder #diverso #diversità

 

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Il senso di comunione perduto

 

 

(dallo spettacolo teatrale “Casa del Popolo”).

Dov’è finita la comunità? Dov’è finito il popolo?

C’è una Casa del Popolo nel mio paese. E tutte le volte che ci passavo davanti mi prendeva un po’ di incomprensibile nostalgia.

Considero una fortuna avere quello spazio, perché è ancora un luogo importante per la comunità. Si tengono attività culturali, sportive, si fanno le feste dell’unità, ci sono ambulatori. Distribuiscono anche i sacchi del “rusco” , il giovedi’ mattina (per chi non è di Bologna, il rusco è l’immondizia).

Ha sede anche il nostro Teatro li’, nella Casa del Popolo. Che sta a ricordarci la funzione che ha avuto, e ci ha fatto anche uno spettacolo sul tema, “Casa del Popolo” appunto.

E allora, dopo che l’ho visto, lo spettacolo, forse ho capito un po’ di piu’,  quel senso di nostalgia.

Una volta c’erano le Case del Popolo, che erano un punto d’incontro, luogo di aggregazione, dove si poteva discutere dei temi che interessavano tutti, dei problemi del popolo. E passare del tempo in compagnia. Condividere i propri sogni e ideali. Un luogo dove ci si poteva sentire insieme. Meno soli. E tutto era piu’ semplice.

Ma oggi, oltre alle Case del Popolo, abbandonate o riconvertite in chissà cosa, mi chiedo: dov’è finito il popolo, nell’epoca dell’individualismo?

Il popolo è stato sostituito con l’ “io”.

Un “io” sempre piu’ al centro del mondo, in un egocentrismo dilagante.

Un’ “io sempre piu’ rivolto alle apparenze piu’ che alla sostanza, sempre piu’ arrabbiato e insoddisfatto.

Un “io” sempre più solo.

Che è incapace di stare in una comunità, di giungere ad accordi, di guardare al bene comune anziché al proprio tornaconto personale.

I bisogni del popolo sono diventati solo parole, ridicole, abusate, di frequente, per fare campagna elettorale, da una parte. Dimenticati dall’individuo, dall’altra.

Un’”io” che, d’altro canto, mostra il suo bisogno forte di condividere, altrimenti non avrebbero cosi’ successo, oggi, i così detti “social”. Una condivisione virale e virtuale, che non appaga pero’, fino in fondo, il bisogno di relazione. Un luogo dove trovarsi, molto diverso dalle Case del Popolo.

E allora io, che ho vissuto solo di riflesso il periodo delle Case del Popolo, ma che dentro ho il seme della sensazione di questa casa comune; che ho il ricordo nostalgico della grande famiglia contadina allargata, dove ho vissuto nella mia infanzia – in cui tutti collaboravano in caso di necessità, dove c’era sempre qualcuno che poteva accudire i bambini, dove questi ultimi si potevano incontrare e stare insieme anche se non erano fratelli, dove la domenica ci si riuniva, donne da una parte, uomini dall’altra, e bambini da un’altra ancora, e si parlava di cose di donne, di cose di uomini e di cose di bambini..Io che mi porto dentro questo ricordo, mi chiedo con preoccupazione e malinconia:

 

Cosa resterà ai nostri figli di quel senso di comunità, che non siamo stati in grado di portare avanti e di trasmettere e che è cosi’ importante?

 

Se è vero che non potranno avere la mia nostalgia perché non hanno vissuto quei tempi, è vero anche che non gli stiamo dando gli strumenti per soddisfare un bisogno che è insito dentro ognuno di noi come essere umano: il bisogno di comunione – di stare insieme, di mutuo soccorso, di solidarietà e di appartenenza.

La possibilità e il desiderio di costruire insieme spazi comuni, dove condividere.

Faranno fatica a capire cosa significa vivere in comunità, operare per il bene comune. Difficilmente potranno capire i bisogni del popolo (sarà già tanto se capiranno i propri, di bisogni). Tra uno smartphone e una playstation e il tutto che si evolve sempre troppo velocemente.

E mentre mi auguro che comunque siano sempre in compagnia, quando guarderanno o cercheranno di andare verso nuovi orizzonti, mi rimane la nostalgia e mi manca quello spirito, che faceva credere nella possibilità di un mondo insieme e migliore.

 

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/casa-del-popolo

 

(foto di Teatro delle Temperie)

 

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Elogio alla fuga

 

 

 

Chi non ha mai desiderato di fuggire, scappare, per allontanarsi da una situazione difficile, uscire dall’impasse, lasciarsi alle spalle momenti dolorosi o spiacevoli, il proprio mondo, le cose che gli stanno attorno, almeno per pochi istanti?

Tanti i giudizi di chi dice che fuggire non serve.

Che i problemi restano.

Che la realtà non cambia.

 

E invece puo’ servire.

A volte la fuga è la cosa piu’ sana che si possa fare.

Soprattutto quando non se ne esce, da una situazione.

Quando l’alternativa è l’immobilismo, la paralisi.

Quando non si riesce a trovare una soluzione o non c’è una soluzione. Almeno per il momento.

E qualche attimo di respiro puo’ pacare l’animo.

 

 

A volte si fugge inconsapevolmente.

D’istinto.

Per difendersi.

Anche gli animali, quando hanno paura o si trovano di fronte a un ostacolo attaccano o fuggono.

 

Se la fuga diventa una modalità, per non affrontare i problemi o una realtà sgradevole, puo’ non giovare, e diventare solo un modo per rimandare il momento di stare dentro al problema, che difficilmente si risolve da solo. E allora è bene, forse, domandarsi perché si continua a fuggire e da cosa. Domandarsi perché farebbe troppo male fermarsi e se non valga la pena farlo ed andare un po’ a fondo. Che a fuggire sempre, non si va molto avanti.

Ma quando la fuga è utile per distaccarsi, riprendere le forze e ricontattare qualcosa di piacevole, o anche salvaguardare la propria incolumità emotiva, allora non solo è sana ma puo’ essere necessaria.

Lo ha scritto anche Laborit nel suo saggio, “Elogio alla fuga”:

 

“Quando non può lottare contro il vento e il mare per seguire la sua rotta, il veliero ha due possibilità: l’andatura di cappa che lo fa andare alla deriva, e la fuga davanti alla tempesta con il mare in poppa e un minimo di tela.

La fuga è spesso, quando si è lontani dalla costa, il solo modo di salvare barca ed equipaggio.

E in più permette di scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme.”

 

Uscire dalla propria gabbia, quando questa ci impedisce di espanderci, di trovare soluzioni creative.

Ampliare i propri orizzonti.

Vedere nuovi ambienti e panorami.

Fare un viaggio.

Leggere un libro o vedere un film, entrando nella storia di qualcun altro.

Distrarci, facendo qualcosa che ci piace fare, ci ricarichi e ci dia nutrimento.

Andare verso il piacere.

Non risolve, ma fornisce nuova energia per continuare.

Fuggiamo in qualcosa in cui ci si possa rifugiare.

In un mondo magico.

In un gruppo.

Nella fede.

Nella natura. Nella cultura. Nella bellezza.

Fare un salto che ci porti fuori dai nostri pensieri. Fuori da noi, dalla nostra mente.

Sbloccando l’angoscia, se è presente.

Perchè a volte è proprio quello che ci vuole. Per sopravvivere alla quotidianità o alle sfide della vita.

 

E allora, io faccio un “elogio della fuga non per indietreggiare, ma per avanzare”, per “scoprire rive sconosciute che spuntano all’orizzonte delle acque tornate calme.”.

 

 

 

 

(foto Pixabay e Patrizia Pazzaglia)

 

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Dopo Babbo Natale

 

 

 

Per i bambini il Natale è la magia di vedere concretizzarsi i propri desideri, quelli con cui si puo’ far volare la fantasia. Che è cosi’ importante.

Sperimentare l’entusiasmo, la gioia del ricevere un dono anelato.

Vivere in un mondo desiderato, in cui credere.

Chiedere e poter ottenere.

Sentirsi amati perché pensati, perché qualcuno ha cercato di esaudirli  quei desideri e quelle richieste, e con questo ha voluto dimostrare il suo amore. Demandando a qualcun altro la realizzazione del desiderio.

Che sia Babbo Natale, o la Befana.

Dimostrando con questo un amore incondizionato.

Perché di quello si tratta, quando doniamo qualcosa e non vogliamo attribuircene i meriti.

Perché il dono piu’ bello è lo sguardo entusiasta e felice dei bambini quando ricevono quei doni. Il dare, il portare la felicità a chi amiamo, come dovrebbe sempre essere.

Donargli il sogno del mondo che vogliono o il mondo che sognano.

 

 

 

Verrà quel giorno che scopriranno che Babbo Natale o la Befana non esistono.

Forse non capiranno subito il perché gli è stato fatto credere che erano loro che portavano i doni. Forse resteranno delusi. Forse non capiranno il grande gesto d’amore.

Ma avranno comunque sperimentato quel mondo di magia, dove i desideri possono diventare realtà. Dove qualcuno esaudisce i loro desideri.

Avranno sognato, desiderato, si saranno entusiasmati. E cosi’ potranno continuare a desiderare, con fede nella realizzazione. E cercare di comportarsi in modo da vederli realizzati, i loro desideri. Che sappiamo quanto è grande la potenza del desiderio.

Resterà in loro quel seme di speranza dell’esistenza di quel mondo ideale e sognato. Quel mondo dove hanno imparato la capacità di desiderare. E magari lotteranno per farlo diventare reale.

Quel mondo dove hanno potuto testare, a volte anche senza comprendere, che l’amore è il tempo dedicato a pensare a loro, a preparare la sorpresa, a cercare di vederli felici, a donare loro la magia.

E forse un giorno comprenderanno anche che non è importante che siano stati buoni o bravi, qualcuno li avrà amati incondizionatamente e avrà desiderato vedere il loro sorriso felice.

E capiranno cos’è l’amore.

 

Esiste un tempo in cui cio’ a cui credevamo non esiste piu’ ma non è un momento triste. Scopriamo che i doni non ci arrivano perchè siamo stati buoni, ma da chi ci ama in ogni momento, in ogni situazione, incondizionatamente e per sempre.

 

 

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Nessuno escluso: abbiamo sbagliato qualcosa

 

 

ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

spunti dallo spettacolo “NESSUNO ESCLUSO”  di Andrea Lupo, Teatro delle Temperie

Premessa: questa recensione è influenzata dal periodo emotivo che sto vivendo, di disagio, disillusione, amarezza e tristezza (la stessa di cui parlano i personaggi dello spettacolo), per il momento storico, politico, sociale, relazionale che stiamo vivendo. L’avanzare dell’individualismo, dell’egoismo e dell’egocentrismo a discapito della compassione (nel senso di “patire con”), della solidarietà, dell’amore, di cui l’essere umano è stato dotato e che lo diversifica dagli altri esseri viventi.

Tempo fa sono andata a vedere lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO, di Andrea Lupo, al Teatro delle Temperie di Calcara (Bo).

Sono uscita, al termine, che mi mancava il respiro, tanto era il groppo che mi era venuto alla gola.

La storia è ambientata in un futuro (troppo presente) dove gli esseri umani, alienati, lavorano per raggiungere qualcosa che sembra sempre piu’ irraggiungibile.

Si adoperano per avanzare ad uno status sociale piu’ elevato, con il miraggio di condizioni di vita migliori. Anelando a false promesse di felicità, considerazione, visibilità, e uniti agli altri solo da una tristezza, una frustrazione e una solitudine comuni.

Compiacenti a un sistema che omologa desideri e obiettivi.

Che insegna a non guardare in faccia a nessuno. Che riduce sentimenti ed emozioni alla brama di realizzazione di desideri materiali, a mettere il proprio sé al centro del mondo. Che fa dimenticare la propria umanità e che fa assopire il bisogno e il desiderio del contatto profondo con gli altri.

 

 

Esseri umani inconsapevoli di essere inseriti in un ingranaggio e già in un circolo vizioso per cui nulla sembra essere mai abbastanza, ne cio’ che si fa, ne cio’ che si ottiene, ne cio’ che si è.

Sempre connessi a un mondo che non è quello della loro anima.

Incapaci di accettare l’altro per quello che è, perché non sono in grado di accettare e accogliere neanche se stessi.

Per raggiungere i propri desideri e un livello maggiore, obbediscono alle regole, anche ingiuste o contrarie all’etica, sottomettendosi, svendendosi e accettando qualsiasi cosa.

“Lavoro –guadagno” è il loro mantra.

Ognuno vorrebbe essere diverso per distinguersi. E nello stesso tempo, ognuno nutre disprezzo e denigra il diverso di status inferiore, che arranca per migliorare le proprie condizioni. Nonostante, magari, abbia le stesse sue origini o si sia trovato esso stesso in una medesima condizione nel corso della sua vita, o subisca lo stesso trattamento.

La diversità diventa motivo di distanza e arroganza, anziché favorire lo scambio e l’arricchimento, o stimolare conoscenza o solidarietà. Semplicemente perché è lo specchio di una realtà temuta e rifiutata.

E’ una guerra fra poveri, che aliena e che rafforza il sistema, contribuendo a mantenere le cose come sono, l’asservimento e l’infelicità.

Un sistema a cui quasi nessuno pero’ riesce a ribellarsi. Anzi, la risposta a: “lo stato ti è grato” è: “e io sono grato allo stato”.

In questa realtà non si puo’ dar spazio al sentire perché ostacolerebbe la corsa. Non ci si puo’ fermare tanto a riflettere per non cadere nella disperazione.

“L’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco”.

Dilaga l’illusione che, se si riesce ad avere un potere sugli altri, attraverso un controllo sui piu’ fragili, attraverso la seduzione e la manipolazione, possa aumentare il proprio prestigio.

Ma alla fine della giornata, resta la solitudine. La stessa di chi, per non affrontarla, dedica tutte le proprie energie al lavoro. La stessa che fa si che non esista piu’ un concetto di comunione, condivisione, in contrapposizione all’individualismo.

Lo spettacolo NESSUNO ESCLUSO è la fotografia di quello che è diventato il mondo nell’epoca moderna.

La creazione di nuovi bisogni, il consumismo, l’illusione di arrivare alla felicità col raggiungimento del benessere, l’esaltazione dell’ego a discapito della comunità e dell’accoglienza.

Il far leva sul bisogno di approvazione e riconoscimento e sull’ambizione ad uno status sociale sempre piu’ elevato.

Con il fine di una maggior disgregazione e la possibilità di maggiore manipolazione delle coscienze e delle masse. Che consente di avere un maggiore potere su di esse, da parte del sistema.

Ma è anche la fotografia delle realtà quotidiane piu’ piccole che si vivono.

L’essere diverso, il provenire da un altro paese, il pensare o agire diversamente dalla massa, il non omologarsi ai canoni proposti, portano spesso all’esclusione, ad etichette negative, alla denigrazione.

Qualcosa che, invece di essere considerata una ricchezza, è fatta vivere come una mancanza, un difetto, una colpa, soprattutto ai soggetti piu’ deboli.

Viviamo in tempo in cui si è continuamente connessi, anche se non si sa esattamente a che cosa. Sicuramente non a se stessi e al proprio cuore o alle persone reali. Dove la cosa importante è sempre ottenere qualcosa di più: “il piu’ nuovo, il piu’ grande, il piu’ veloce, il piu’ costoso, il piu’ brillante, il piu’ geniale…” ….“piu’ like” , “piu’ followers”..per essere, o ancor peggio, per sembrare, piu’ “figo”.

O anche solo per essere integrato. Per non essere tagliato fuori, escluso.

Chi non si è ancora assuefatto a questo modus vivendi e ha il coraggio di non adeguarsi, chi ancora non ha venduto l’anima e non si arrende e nutre ancora una speranza, chi si accorge che cosi’ non è vivere e crede che sia possibile una vita diversa, spezzare le catene ed uscire dall’ingranaggio, o almeno provarci, è spesso attaccato e lasciato solo.

 

 

Direi che ABBIAMO SBAGLIATO QUALCOSA.

Un’ora di ansia, nell’attesa di un finale che dia una SPERANZA.

E mentre tutto sembra volgere ineluttabilmente al pensiero che non c’è una speranza, che gli individui sono destinati a sentirsi sempre piu’ soli, disperati , impotenti, timorosi, incapaci di unirsi e di avere fiducia in se e negli altri, privati del senso di unione, comunione, indotti ad accettare la propria morte emotiva, la speranza arriva.

Arriva dal discorso di un uomo. Un discorso capace di infondere ancora fiducia.

Il discorso di qualcuno che crede ancora nella forza dell’uomo, che incita a combattere ogni giorno, che ha una carica tale che dà forza.

Un discorso vecchio di anni, ma che fa sentire che non è ancora tutto perduto.

Qualcuno che dice che l’avidità di questo tempo è un male passeggero, e che la libertà non puo’ essere soppressa. Di non cedere a chi ci dice come vivere, cosa fare, cosa dire, come essere, come pensare. Che gli uomini hanno l’amore dell’umanità nel cuore.

Un discorso galvanizzante che arriva dritto, a mio avviso, a chi ancora puo’ e vuole fare una scelta, a chi è ancora speranzoso e ricettivo, a chi puo’ scegliere ancora la pillola rossa del risveglio della coscienza e puo’ essere capace di percorrere la strada meno facile. A chi ha il coraggio di guardare la realtà in faccia e di non raccontarsela e trova la forza per non arrendersi.

E come un virus iniettato nel sistema, attirando dei simili potrebbe diventare contagioso, e, forte di insegnamenti antichi e di un’umanità instillata in tutti gli esseri umani, potrebbe riesumare i sani valori, ascoltare il proprio cuore, il proprio sentire, credere nei talenti personali, nel valore di ogni singolo individuo e ritrovare la possibilità di un contatto profondo e una relazione autentica con gli altri.

Un discorso che ci dice che si puo’ ancora combattere per un mondo migliore. Che si puo’ essere quel virus che contamina il sistema.

E la speranza mi viene anche dall’idea che, se qualcuno riprende questo discorso, se qualcuno porta in scena questa realtà, questo qualcuno sta tentando di indurre a riflettere, di sensibilizzare, di scuotere le coscienze.

Che se c’è qualcuno che comprende e si emoziona davanti a questo spettacolo, allora non siamo soli.

Allora si può veramente credere che ci sia una via di uscita per cambiare, che ci possano essere persone che non si accontentano di vivere cosi’, persone sveglie e pronte per tentare di combattere per un mondo migliore.

Che forse c’è speranza, per chi non si vuole omologare.

Per chi si vuole opporre.

Per chi non vuole dimenticarsi di se per compiacere gli altri.

Per chi crede ancora in una giustizia, nell’importanza di ascoltare e restare fedele a se stesso, nel dono del libero arbitrio e della possibilità di scegliere.

Per chi crede che noi per primi possiamo accogliere noi stessi, le nostre parti piu’ scomode. E anche gli altri, che ce le mostrano da fuori.

Per chi crede ancora nel rispetto. Nella dignità di tutti gli esseri umani, NESSUNO ESCLUSO.

“Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini! …. Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura. Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti! Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore!” (DISCORSO ALL’UMANITA’ dal film “Il grande dittatore” (1940) Charlie Chaplin).

Uno spettacolo toccante. Emotivamente impegnativo. Attori straordinari. Complimenti al Lupo e a tutto il Teatro delle Temperie per questa produzione e un sentito ringraziamento.

 

 

 

 

Teatro delle Temperie

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https://youtu.be/ZGs3CEB0_DY


www.teatrodelletemperie.com

(foto di Teatro delle Temperie)

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

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Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.