Viaggi di testa e viaggi nel mondo

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Le inimmaginabili possibilità che offre la vita

 

 

Quante volte ho sentito dire

 

“C’è n’è sempre una”

(inteso di disgrazia, di cose infauste)


“Non si può mai stare tranquilli”

 

Come un mantra che diventa leitmotiv della nostra esistenza..

Di conseguenza io ho vissuto con questo timore: che accadesse qualcosa di brutto, che i miei piani venissero sconvolti, che la realizzazione di un mio desiderio venisse compromesso, da qualche catastrofe o impedìmento..

Fino al limite della paura che prende il sopravvento, e rende l’attesa piena di ansia. O, addirittura, che porta alla paralisi, alla rinuncia, anche al perseguimento di sogni e obiettivi.

Come vivere con una falce alle spalle, in attesa che venga sferrato il colpo.

Quasi un atto scaramantico obbligato, il pensare al peggio. Per scongiurarlo. O il non voler immaginare la realizzazione di un progetto, per essere preparati, per non restare troppo delusi, nel caso il peggio si venisse davvero a manifestare. -Che la delusione, quella no, non sarebbe scongiurata, ci sarebbe comunque, anche avendo pensato al peggio.-

Quasi come pagare un pegno, per poter poi godersi qualcosa di bello. Un paradosso: anticipare il peggio per sentire di potersi permettere il meglio, e riuscirselo a godere.

Per poi scoprire, magari, che il colpo non arriva, e di aver vissuto momenti ansiogeni per nulla. Che hanno solo rovinato il presente, l’attesa, che hanno fatto rinunciare a vivere. Per un mantra inculcato: “ce n’è sempre una!”

 

Eppure no, udite udite: non voglio vivere così!

 

 

“Ce n’è sempre una”: ma anche di cose belle, quelle che danno carica, nutrimento, energia. Quelle che fanno avere fiducia. ed entrare in contatto con l’energia vitale, e la propria anima autentica. E se ce n’è qualcuna brutta, ce ne sono anche tante belle!


“Non si può mai stare tranquilli”: si mette in moto l’energia, si colgono degli stimoli, talvolta è anche eccitante o necessario, spezzare la routine. E poi, si può stare tranquilli, anche nonostante guai e dolori, guardando a quel che di buono c’è.

Non siamo nati per il dolore, o meglio, non per perseguirlo.

Non ci sarebbero altrimenti la luce, il sole, il mare, la natura

 

 

E io non voglio aver timore di dire che sto bene. Di vivere il momento, qui ed ora, con gioia e spensieratezza, quando posso farlo.

 

 

Non voglio avere il timore di fare autoavverare la profezia funesta. Di godere dell’entusiasmo per i progetti.

Voglio permettermi, concedermi, di credere che ci siano in serbo altre possibilità per me. Guardare avanti con fiducia.

Voglio pensare alle infinite, inimmaginabili, opportunità che la vita può offrirmi. Anche a fronte di qualsiasi cosa, prevedibile o non prevedibile, che possa accadere.

 

 

Possano le tue scelte

riflettere le tue speranze,

non le tue paure

N. Mandela

 

 

Aprile 2024

(in foto: Petra  e Peloponneso)

 

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La gioia che ci spetta

 

 

 

Ci sono dei momenti in cui abbiamo proprio voglia di piangerci addosso.

È una cosa inconsapevole, ma è come voler entrare in uno spazio conosciuto, che, anche se ci fa star male, ci conforta.

Sappiamo come muoverci, quali saranno le reazioni del nostro pubblico, perché abbiamo messo in scena la stituazione tante volte.

Entriamo in un personaggio di cui conosciamo le battute, recitiamo una parte che abbiamo provato tante volte, che conosciamo a memoria, e che si ripete, e che ci riporta sempre nel solito conosciuto copione.

Eppure, sentiamo come di averne bisogno.

La sua ripetizione ci da una certa sicurezza.

Non importa se riviviamo una sofferenza.

Anzi.. il crogiolarsi nel nostro dolore forse ci dà la sensazione di essere vivi.

Siamo incapaci, o forse ignavi, di tentare strade diverse, dirci cose diverse.

È anche così che ci attiriamo le stesse esperienze. Che diventiamo come uno di quei cricetini che girano sulla ruota, ed usano le loro energie per farla andare. Si arrabattano anche se non si spostano di un millimetro, restano sempre nello stesso posto. E poi, scarichi ed esausti, riposano, per essere poi pronti per ricominciare. Non andando mai da nessuna parte.

Magari ciò non ci rende felici, ma siamo diventati dipendenti da questo modo di scaricarci e di mantenere un’omeostasi. Giungendo poi alle solite conclusioni, ovvero: sono sempre fermo qui.

Come si esce da essere come quei cricetini, non lo so: forse con un calcio nel culo da parte di qualcuno, o di qualcosa, un evento che ci capita o che ci siamo attirati.

Sarebbe sicuramente utile un atto di volontà: lasciare la ruota, e fare qualche passo fuori dalla gabbia.. incerto, con timore o addirittura terrore, perché non siamo più nella nostra comfort zone, ma nell’ignoto. Un ignoto che però potrebbe darci la speranza di qualcosa di diverso dalla solita ripetizione, farci sperimentare cosa c’è d’altro, cosa c’è di nuovo.. A piccoli passi e un passo dopo l’altro. Che correre, subito, forse non ne saremmo capaci, o potrebbe portarci a sbattere.. occorre prudenza.

Prudenza, coraggio e volontà.

Vincere la voglia di guardarsi indietro, la nostalgia di quel conosciuto che, se per noi è disfunzionale, se non ci conduce verso il nostro cammino, ma ripercorre quello imparato e impartito da qualcun’altro, non ci porta verso la gioia, ad esprimere la nostra anima autentica: quella che ci fa sentire in contatto con noi, e con qualcosa di più grande, e ci fa sentire bene.

Trovare la forza per guardare ferite, traumi, difese, e risposte apprese, per comprenderle, lavorarci, e depotenziarle.

Per perseguire quella gioia a cui abbiamo diritto

 

 

Non siamo nati per il sacrificio, per il dolore: quelli ci sono comunque nella vita. Non devono essere l’obiettivo verso cui tendere, ma il mezzo per comprendere come godere delle cose belle che il mondo ci offre.

Che ci sono. Che possiamo vedere, toccare, respirare.. se guardiamo avanti e ci guardiamo attorno.

E, soprattutto, se guardiamo dentro.

Dalla parte della luce.

 

 

aprile 2024

 

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aprile 2024

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Sarebbe bello essere come un albero

 

 

Sarebbe bello essere come un albero.

Con le radici ben piantate a terra e la chioma sempre rivolta al cielo.

Saldo di fronte alle intemperie. Sicuro dell’avvicendarsi delle stagioni. Fermo e presente, sempre al suo posto. Imperturbabile rispetto ai cambiamenti del tempo.

 

 

Invece capita di trovarsi di fronte alla propria fragilità.

E alla realtà, che è caduca, complessa e imprevedibile.

Incapaci di stare.

Pronti a scappare sotto una difesa, che non protegge ma diventa un muro. Quando stare nella realtà diventa doloroso, perché cadono le aspettative, e si deve rinunciare alle illusioni. E a volte anche i sogni si frantumano.

Si rischia di cadere nel precipizio del vuoto

 

 

E in quel momento, nel vuoto, nel pozzo nero, sarebbe importante guardare in alto.

Alla chioma dell’albero, al cielo azzurro..

E se non si riesce a vedere, pensarlo. Immaginarlo. Che c’è, là fuori, e ci aspetta. Presente, come l’albero.

È dal profondo delle radici, dal buio della terra, che si può germogliare.

Si può emergere, e andare verso la luce, aspirare al cielo.

Aspirare a diventare albero.

 

 

Aprile 2024

 

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25 Aprile Festa della Liberazione a Monte Sole, MARZABOTTO (BO)

 

 

Pur essendo nata a Bologna, e vivendo nella provincia, non ero mai stata a Monte Sole.

Oltre ad essere un bel parco naturalistico, in mezzo agli splendidi colli bolognesi, Monte Sole è tristemente noto per l’eccidio di Marzabotto (e dintorni) del 1944, ad opera dei nazisti: 7 giorni di barbarie, con l’uccisione di 770 civili. Un massacro per contrastare il movimento partigiano locale che si era costituito, la Stella Rossa, e disincentivare con il terrore ogni forma di resistenza

 

 

Al Parco storico di Monte Sole, è stato istituito un Memoriale, un vero e proprio luogo di testimonianza, -e per non dimenticare,- ed è un luogo simbolo di commemorazione, ogni anno, del 25 aprile

 

 

Oggi c’era molta gente a Monte Sole.

Come noi, a fare fila per prendere una navetta, o a percorrere oltre 5 km di salita.

Ad ascoltare parole su cui riflettere, a riconoscere valori comuni, a confermare da che parte stare

 

 

Ad assistere a coinvolgenti spettacoli-testimonianza, come quello di Andrea Pennacchi (piu conosciuto come il Poiana), o di Aldo Cazzullo e Moni Ovadia.

A farsi toccare da quei luoghi, dai volti, in mostra, nelle foto dei partigiani, a leggere la storia.

A voler sapere, voler condividere, voler educare (molte famiglie anche con bambini piccoli presenti).

Tante persone su quei bei prati, davanti a delle splendide colline, stesi su una coperta, o che ballavano al ritmo dei tamburi, oppure che seguivano gruppi che suonavano o cantavano

 

 

In mezzo a tanta morte che è stata, un senso di celebrazione della vita.

 

Un popolo di persone diverse, nel senso, non tutti uguali, come si vedono spesso di questi tempi, e in un tripudio di colore. Presenti e accomunate in questa ricorrenza importante: il giorno della liberazione.

A commemorare libertà e vita.

 

 

Un popolo di persone che esiste, e che resiste, mi viene da dire.

In un luogo che, insieme alla tristezza che emana, immerge in una bellezza più grande e più forte di tutto il resto, tra un Bella Ciao e un altro.

 

 

25 aprile 2024

 

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Riflessi e ponti di COMACCHIO e giro in motonave sul Delta del Po (FE)

 

 

In una calda ed assolata giornata di aprile, propongo una gita a Comacchio, in provincia di Ferrara, per visitare la cittadina con lagune e canali, considerata una piccola Venezia, sull’onda del giro fatto qualche settimana prima al Parco del Delta del Po, percorrendo l’argine degli Angeli

 

 

In verità più che una piccola Venezia, Comacchio a me è sembrata piu simile a Burano, con tanti ponti, un pò meno colorata, e soprattutto con quei bellissimi riflessi sull’acqua..

Me la aspettavo più piccola, come dimensioni: col suo dedalo di canali, si estende in un’area piuttosto vasta, e ha alcune piazze anche molto ampie.

Comacchio è il punto dove il fiume Po incontra le acque dell’Adriatico, formando le famose valli, dando vita al paesaggio lagunare della Biosfera del Delta, patrimonio Unesco. Qui siamo ancora in Emilia, in provincia di Ferrara, al confine con Ravenna, ma il parco del Delta arriva anche in territorio veneto.

Il borgo marinaro ha origini etrusche come la più famosa Spina, diventò florido nel Medioevo grazie alla pesca, alle coltivazioni nelle valli, e alla produzione del sale, per il quale si contendeva il primato di qualità con Cervia, e fu spesso ambito grazie alla sua posizione di snodo per i trasporti via acqua e i suoi commerci, e in rivalità con la vicina città marinara di Venezia. L’attuale aspetto di Comacchio si deve allo stato pontificio. risale alla metà del 1500, quando venne fatta una ristrutturazione urbanistica, grazie alla quale possiamo oggi ammirare gli splendidi ponti ed edifici.

 

Arrivo a Comacchio e giro per la città

 

 

Siamo arrivati in Piazza Dante dove c’è il parcheggio Duomo. e altre possibilità di sosta per l’auto, molto vicini al centro, che è in gran parte pedonale. Imboccando via Alessandro Zapata, con pochi passi siamo giunti al duomo, la Cattedrale di San Cassiano, in Piazza XX Settembre, una chiesa davvero maestosa e affiancata da una torre campanaria, su una strada acciotolata, che prosegue fino a piazzetta Ugo Bassi

 

 

Qui un interessante edificio ha catturato la nostra attenzione per il suo bel porticato, che ospita un bar: abbiamo scoperto che è la Loggia del grano, un antico granaio del 1621

 

 

..  abbiamo scoperto, perché stavamo andando davvero a zonzo, facendoci portare da quello che ci piaceva!!  Ci siamo fermati a prendere un caffè in questo affascinante luogo storico, che ha a fianco la Torre dell’Orologio: è da questo punto che partono i canali della cittadina, e abbiamo visto i primi ponti bassi in mattone con arcate sotto cui riflettono le case sull’acqua, scalinate per attraversare i canali, e angoli molto suggestivi

 

 

Siamo andati alla nostra destra costeggiando il canale, il lato opposto è pieno di localini deliziosi, alcuni sono barche-ristoranti, molto romantiche, arrivando al Ponte degli Sbrirri, un ponte che fa da incrocio con vista in 4 direzioni

 

 

Salendo dalla scalinata si vede il famoso Trepponti da una parte

 

 

e il bel palazzo del Museo del Delta, nell’edificio settecentesco dell’Ospedale degli Infermi, in un’altra

 

 

È il punto che più mi è piaciuto, secondo me anche più bello dell’originale Trepponti, che comunque si vede da un lato: davvero molto pittoresco!

 

 

Abbiamo proseguito avanti per via Agatopisto, costeggiando il Palazzo Bellini, dove, nel canale, è ormeggiato un battello storico, e attraversato poi giunti al Ponte di San Pietro

 

 

Dall’altra sponda, poco oltre si trova. il  Ponte Tre Sisti

 

 

qui abbiamo imboccato via Bonafede, una strada davvero tranquilla, fino ad arrivare al retro del palazzo del Museo, e ritornando, da vicolo dell’Ospedale, al Ponte degli Sbirri, questa volta dirigendoci verso Ponte Trepponti, lungo il canale chiamato delle Pescherie

 

 

Ponte Trepponti si trova nella congiunzione di ben 5 canali, è una costruzione con 5 grandi scalinate sui canali, 2 torri di guardia in cima ad esso, e 6 pilastrini, che lo rendono davvero originale ed unico: salendo sul ponte ci si trova in uno ampio spiazzo con una vista spettacolare

 

 

Il ponte risale al 1638. ed era all’epoca una porta fortificata  per chi proveniva in città lungo il canale navigabile.

Da Trepponti abbiamo preso. sulla destra. via Muratori, una strada ricca di ristoranti ai bordi del canale, dove mangiare le specialità del luogo, l’anguilla, le vongole, i tortelli di zucca, ecc..

 

 

Ci siamo fermati in un delizioso posticino sul canale, visto che ormai era ora di pranzo e, la giornata caldissima, seppur fosse aprile, invitava a pranzare all’aperto

 

 

Dopo pranzo, abbiamo proseguito facendo un giro ad anello e costeggiando i canali, per tornare a sbucare in via Cavour, davanti alla Torre dell’Orologio

 

 

In questa parte del giro, i riflessi delle case sull’acqua sembravano un quadro fatto di acquerelli, una meraviglia

 

 

Da Comacchio ci siamo spostati verso Porto Garibaldi, a 6 chilometri di distanza, nella zona dei famosi lidi ferraresi, tra cui Spina, luogo di importanti ritrovamento etruschi.

 

Giro in motonave

Una cosa carina da fare nel Parco del Delta del Po è visitarlo navigando il fiume.

In partenza dalla vicina Porto Garibaldi si trovano delle crociere giornaliere con pranzo a bordo e delle minicrociere di un paio d’ore, durante la bella stagione, e anche la sera, d’estate.

Ci siamo diretti quindi verso la località balneare, con destinazione il punto di partenza della motonave Dalì, sul canale, che avevo in precedenza contattato, per l’escursione del pomeriggio, in partenza alle 15.15

 

 

È stato molto complicato trovare da parcheggiare a Porto Garibaldi, le temperature erano decisamente estive ed avevano attratto molta gente per una gita domenicale.

Il giro in motonave è stato molto piacevole, ci si addentra nel Delta del Po risalendo il canale navigabile Magnavacca, per arrivare a valle Fattibello

 

 

Si naviga lungo un bacino d’acqua salmastra ed isolotti, vedendo i vecchi trabocchi di pesca

 

 

Si può osservare la fauna che abita il territorio, gabbiani, beccacce di mare, volpoche, cormorani, germani reali, aironi, fenicotteri, per citare i più conosciuti uccelli, e paesaggi unici nel suo genere. I gabbiani in questo periodo stavano nidificando sugli isolotti di terra, e colonie di fenicotteri rosa si vedevano in lontananza (ma questa volta avevo il binocolo), mentre tantissime beccacce di mare, bianche e nere, col becco rosso, si spostavano sulla laguna

 

 

Abbiamo visto anche Comacchio, in lontananza, dal mare

 

 

La bellezza di questo giro sta anche nella navigazione lenta, che fa assaporare l’aria, il sole, l’acqua, la bellezza, il silenzio..

 

 

Al ritorno dalla minicrociera, della durata di 2 ore, non potevamo poi mancare di fare una passeggiata fino al mare e di fare in giro sulla grande spiaggia di Porto Garibaldi, non ancora attrezzata ma già in preparazione.

 

Di seguito elenco cosa ho imparato in questa bella giornata trascorsa alle Valli di Comacchio.

 

Che navigare lenti sul Delta del Po è bellissimo

 

Che Comacchio non me la aspettavo così grande e con così tanti ponti

 

Che a Porto Garibaldi trovare un parcheggio nelle belle giornate è un’impresa

 

Che le beccacce di mare sono bellissime

 

Che il vento e l’acqua sono sempre balsamo per l’anima

 

Che aprile quando fa caldo è un anticipo dell’estate

 

..e che questa zona mi piace, e voglio andare a vedere anche l’altra parte del Delta del Po, quella che si trova in Veneto!

 

A presto!

 

aprile 2024

 

 

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La ricerca e la contemplazione della bellezza fa bene all’anima, purifica, rimette in contatto con le parti autentiche di sè. Ed è utile per combattere contro i messaggi tossici che ci arrivano dalla vita di tutti i giorni, o da un passato che ci ha forgiato e ferito, che a volte può imprigionare ed opprimere.

E’ per questo che, quando non è possibile fare diversamente, cerco di andare a trovare la bellezza nei dintorni.

Per fare un breve giro domenicale in moto, a quasi fine marzo, veniamo a scoprire che tra Modena e Reggio Emilia sono installate alcune Big Bench, le famose panchine giganti, che fanno sentire un nano anche chi, a differenza mia, non lo è😄

 

 

La mia prima panchina gigante l’avevo vista poco tempo prima, a gennaio, a Cisano, sul lago di Garda, ed era stato davvero entusiasmante🤩.

Il Progetto Big Bench Community Project è un’iniziativa nata ad opera dell’artista Chris Bangle in Piemonte, senza scopo di lucro, ed è volta a valorizzare e sostenere il territorio. Per questo le panchine vengono installate in luoghi paesaggisticamente degni di nota.

Decidiamo dunque di partire, per andare a vedere dove sono state installate.

Il marito pianifica un giro ad anello, quindi partiamo dalla strada più bella, quella che, dopo Vignola, in provincia di Modena, prosegue verso Serramazzoni.

 

La big bench nr. 108 di Prignano sulla Secchia (MO)

La strada per andare a Prignano, così si chiama la località della prima panchina che vogliamo vedere, è bellissima, con una limpida giornata di sole: dopo aver passato la zona dei ciliegi in fiore, caratteristici della zona, sale per curve sulle dolci colline, e offre un panorama stupendo sulle verdi vallate, mentre, in lontananza, la cima innevata del monte Abetone, e delle altre montagne dell’Appennino, ci accompagnano per tutto il percorso

Poi si stringe, passa per luoghi a dir poco remoti, che ci fan credere di aver sbagliato strada: ma il navigatore pare sicuro, quindi, anche se titubanti, decidiamo di seguirlo.

Prignano sulla Secchia è a 37 km da Modena. Ma siamo ben lontani dal paese, che è nella valle del fiume Secchia, e, come molte località montane, si estende per parecchi chilometri, tra campagna e boschi.
Arriviamo in via del Monte, sulla collina, in un posto dove ci sono belle ville, edifici rurali, e stalle.. ma nessuna segnalazione della panchina.

Il mio pensiero è: hanno installato una big bench in c..o ai monti!😳 :)

Dal basso, però, individuiamo in alto, proprio sulla cima, la sagoma della big bench

 

 

Lasciamo la moto al lembo della strada, e prendiamo la via che sale, fino a 700 metri, sul monte Predazzo

 

 

Anziché seguire il sentiero, tagliamo per il bellissimo prato: abbiamo attorno solo il verde dell’erba e il blu del cielo

Ma che fatica! La pendenza è davvero notevole!

 

 

Con il fiato corto, arriviamo alla vetta: una gigante panchina azzurra ci appare, con un panorama mozzafiato, a 360 gradi🤩

 

 

Sarà pure in c..lo ai monti, ma è davvero uno spettacolo sorprendente!

 

 

Li’, dalla big bench di Prignano, da una parte si vede la vallata dove scorre il fiume Secchia, e la Pianura Padana modenese, e dall’altra l’Appennino, coi suoi monti

 

 

La panchina è stata installata nel 2020, sicuramente arrivarci è un’impresa, non è di strada, ma bisogna proprio decidere di andare lì, ma ne vale davvero la pena!

Leggiamo che, per chi ama il trekking, si può fare un giro ad anello, lungo 5 km, che parte dal centro del paese, e include, al km 3, l’arrivo alla panchina

 

 

La big bench nr. 106 di Castellarano (RE)

A una mezz’ora di strada dalla panchina gigante di Prignano, scendendo dai monti, tra strade curve e strette, arriviamo sulla fondovalle.  Qui, già in provincia di Reggio Emilia, ma poco distante da Sassuolo, giungiamo, nel percorso ad anello per tornare a casa, a Castellarano.
In verità ci sarebbe stata una ulteriore sosta che si poteva fare per vedere un’altra panchina, la nr. 107 di Baisio, ma ormai è pomeriggio inoltrato, e non riusciamo a farle entrambe.

Anche a Castellarano cominciamo a salire dal paese: non siamo così in campagna come a Prignano, ma la salita ci porta comunque piuttosto in alto, sul Monte Malee, che guarda anch’esso la valle del Secchia

 

 

Lasciamo la moto per prendere a piedi un ripido sterrato, mentre altre moto da cross scendono “a manetta”, e arriviamo, in una decina di minuti, alla cima del monte, dove ci aspetta una panchina color rosso granato, con vista pazzesca a 360 gradi

 

 

Il panorama è su tutto il corso del fiume, fino alla città di Modena, sui calanchi caratteristici della zona, e sulle alture adiacenti

 

 

E’ ormai l’ora del tramonto, e il sole sta scendendo, illuminando la panchina e il paesaggio. È un momento bellissimo, in cui la luce cambia velocemente

 

 

A differenza della big bench di Cisano, queste 2  sono molto curate e ben mantenute, e vengono addobbate per i diversi eventi: noi le abbiamo viste con il vestito pasquale, ma alcune foto sul web le mostrano con i cuori per San Valentino

 

 

Ripensando a queste 2 panchine, di Prignano e di Castellarano, ai punti fantastici dove sono ubicate, mi viene da ringraziare chi ha pensato di richiedere queste installazioni, e anche chi ha creduto nel progetto: la curiosità che smuovono per sé stesse, conduce a luoghi di straordinaria bellezza, che altrimenti resterebbero sconosciuti, e che danno la sensazione, a pensarci bene, di essere in “capo” al mondo, nonostante i percorsi quasi impervi per arrivarci!

 

 

marzo 2024

 

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L’ARGINE DEGLI ANGELI (RA-FE), la ciclopedonale sospesa sul Delta del Po

 

 

 

L’Argine degli Angeli è un percorso ciclopedonale che si trova nel Parco del Delta de Po, che corre sull’acqua per oltre 5 km, nella parte sud delle Valli di Comacchio.

Il percorso è stato inaugurato nel 2022, e visto dall’alto è davvero pazzesco: sembra sospeso sulla laguna, e in certi punti, percorrendolo, non se ne vede la fine.

La prima volta che ho visto un video di questo posto, ho pensato: lì ci voglio andare!

 

 

Quindi, in una domenica di primavera, partiamo, caricando le nostre biciclette, verso questa luogo unico, distante da casa nostra, in provincia di Bologna, poco più di un’ora. Le biciclette si possono anche noleggiare al Museo Natura di Sant’Alberto, poco prima del traghetto.

 

 

Dove si trova la ciclopedonale Argine degli Angeli e come raggiungerla

L’Argine degli Angeli si trova in territorio tra le province di Ravenna e Ferrara, nella parte meridionale delle Valli di Comacchio.

Si può imboccare:

da Sant’Alberto di Ravenna, seguendo le indicazioni del traghetto sul fiume Reno,  imbarcandosi sullo stesso, che, in pochi secondi, porta dalla sponda opposta. Da lì, parte una ciclabile, che, dopo 9 km, arriva al cancello di accesso dell’Argine degli Angeli.

da Lido di Spina, nell’area dei lidi ferraresi, arrivando in viale degli Etruschi, dove si imbocca la ciclabile, che, dopo qualche centinaia di metri, attraversa la via Romea tramite un sottopasso, e dopo 7 km, arriva al cancello di accesso.

In entrambi gli ingressi suindicati ci sono aree adibite a parcheggio. Non c’è invece possibilità di parcheggiare nei pressi dei 2 cancelli.

Noi siamo partiti da Sant’Alberto di Ravenna, prendendo il traghetto a fune 

 

 

All’arrivo sull’altra sponda, dopo poche pedalate, si può imboccare la strada sterrata che costeggia da una parte il fiume Reno, con un argine fatto di prato e canne palustri,  popolato da tantissime nutrie enormi, e dall’altro le Valli di Comacchio, gli specchi d’acqua lagunare, dove, in certi punti, si possono vedere colonie di fenicotteri rosa, aironi, gabbiani, ed altre specie di uccelli, essendo anche la  zona di passaggio per le migrazioni dall’Africa verso l’Europa

 

 

Arrivati in un punto che si chiama Volta Scirocco, si trova il cancello di accesso all’Argine degli Angeli, ed inzia la passerella sospesa: soltanto dopo parecchi metri ci si rende conto che la terraferma non si vede più né da un lato né dall’altro, a malapena si passa con due bici sulla stretta striscia di terra, e solo in pochi punti ci sono degli slarghi dove ci si riesce a fermare

 

 

La sensazione è di pedalare (o camminare) in mezzo al mare.

Il sentiero, non asfaltato, è largo un paio di metri e lungo circa 5.4 chilometri, e dopo poco che si è imboccato si vede solo mare, a destra e a sinistra, e si sente solo il rumore delle onde sui flangiflutti, costituiti da tronchi, che arginano la strada, e i versi degli uccelli che popolano il territorio

 

 

Gli ultimi metri della ciclopedonale, dopo aver percorso un quindicina di chilometri circa, sono davvero faticosi, per chi non è molto allenato, o non ha una bici con pedalata assistita: noi, affamati, visto che era ormai ora di pranzo, non vedevamo l’ora di arrivare da qualche parte per mangiare qualcosa.

Ma appena usciti dal cancello, che segna il termine (o l’inizio dall’altra parte) della ciclopedonale, ci si rende conto di non essere ancora arrivati alla meta, o comunque dove si può trovare un ristoro (c’è un edificio dopo il ponte che segnala il Parco del Delta ma era tutto chiuso)

 

 

Oltre il cancello, è stato costruito un ponte in corten,che attraversa la laguna: siamo alla stazione di pesca Bellocchio

 

 

Con poche pedalate si arriva al sottopasso della Romea, ma per trovare una zona abitata e con qualche locale, occorre raggiungere la cittadina balneare di Lido di Spina, pedalando ancora per altri 6 km!

Il punto però è molto bello e merita una sosta

 

 

Arrivati finalmente alla meta, nei dei lidi ferraresi, esausti, abbiamo fortunatamente trovato uno stabilimento balneare sul mare aperto,- che non era cosi scontato-, e abbiamo mangiato del buon pesce

 

 

Ci siamo riposati, e ripreso le energie, e siamo andati sulla spiaggia a vedere il mare.. prima di ripartire per fare di nuovo i nostri 21 km, per tornare alla base!

 

 

I colori del tramonto ci hanno accompagnato per gran parte del percorso di ritorno, con i riflessi della luce che cambiavano sull’acqua, strada facendo

 

 

Abbiamo ammirato meravigliosi panorami, mentre gruppi di fenicotteri si radunavano, forse per affrontare la notte assieme

 

 

Informazioni utili:

La ciclopedonale è aperta dal 20 marzo al 20 settembre dalle 7.30 alle 20,00 e dal 21 settembre al 19 marzo dalle 8.00 alle 17.00.
Anche il traghetto a fune di Sant’Alberto,che porta sulla sponda opposta, dove imboccare la ciclopedonale, ha orari specifici, da controllare sul suo sito.

Il tempo di percorrenza in bicicletta, che abbiamo impiegato, facendo la ciclopedonale con calma, fermandici ad ammirare il paesaggio e a fotografare, è stato di circa 1 ora, mentre a piedi occorre circa un’ora e 30 (nella bella stagione ovviamente tutta sotto il sole).

Occorre considerare che lungo la via non si trova nessun punto di ristoro, per cui è opportuno portarsi acqua, e, se si vuole, qualcosa da mangiare: partendo da Sant’Alberto si trovano locali soltanto dopo più di 20 km, a Lido di Spina, e viceversa.

Per appassionati ciclistisi è possibile anche continuare il percorso oltre Lido di Spina, fino a Lido degli Estensi, Porto Garibaldi,  arrivando a Comacchio, e facendo poi un giro ad anello, per ritornare al punto di partenza: in questo caso i chilometri sono una sessantina, ma garantisco che bisogna essere ben allenati, o avere una bici adatta, perché già il giro che abbiamo fatto ha distrutto noi, poco allenati.

Noi siamo andati in primavera e non abbiamo quindi sofferto caldo, ne abbiamo trovato zanzare: non saprei dire la situazione in altre stagioni. Solo in un certo tratto del percorso ci si trova, per qualche metro, letteralmente invasi da sciami di moscerini giganteschi, che arrivano in faccia: meglio avere degli occhiali per proteggersi, e tenere la bocca chiusa, o fasciarsi con una bandana

 

 

Una cosa utile, che non ho pensato di portare, e non ho trovato consigliato in nessun sito, ma che avrei voluto avere, è un binocolo, per vedere bene gli uccelli.

L’Argine degli Angeli è un posto davvero singolare, che non ha tradito le mie aspettative e merita sicuramente la fatica fatta!!

 

 

marzo 2024

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Credi in quello che vedi ma non credere che sia tutto lì

 

 

Nel mio blog, come in quello degli altri, sui social, ma anche sui media, e persino con le persone davanti, credi in tutto quello che vedi e che leggi, ma non immaginare altro, e non credere che sia tutto lì.

La vita non è solo quel momento che vedi, spesso il migliore, quello che è, o che appare, bello e felice. Perché essa, la vita, non è mai sempre facile e luminosa, come potrebbe sembrare. E da questo nessuno è escluso.

Quello che leggi, o si percepisce, è solo una parte, e, a volte, si vuole avere rispetto della propria privacy, e della propria anima. E i momenti più duri si può avere piacere di condividerli con pochi intimi, o tenerli per sé. O, a volte, addirittura, quando se ne parla, anche il dolore mostra una visione parziale.

Pertanto, prendi spunto, prendi nota, prendi quello che ti serve, da quello che vedi e che leggi, e fatti contagiare, se ne hai bisogno.

Ma non dimenticare che dietro alla luce esiste l’ombra, e viceversa. E che noi facciamo parte di un inscindibile tutto: siamo gioie e dolori, entusiasmi e difficoltà, vitalità e cupezza. E fatica che non appare.

E che la vita delle persone non è solo il momento che vedi, o che ti viene mostrato, e non è sempre e tutta così.

La verità, per intero, spesso è nascosta in quello che non si dice, in quello che non traspare, in quello che non si immagina, e di cui è importante avere rispetto.

Se anche c’è una principale responsabilità di chi scrive, comunica e mostra

 

” Sii sempre gentile: ogni persona che incontri sta combattendo una dura battaglia di cui non sai nulla”

(frase attribuita a vari autori)

 

E, ancora, ricorda il famoso proverbio indiano:

 

“Prima di giudicare una persona cammina per 3 lune nei suoi mocassini” 

 

E se non ti viene permesso di indossare i mocassini altrui, per ragioni che non sai, sii magnanimo, astieniti dal pontificare e dal presumere.

E pensa che ognuno ha le proprie ragioni.

Proprio come tu hai le tue.

 

marzo 2024

 

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Giro in motoslitta sulle DOLOMITI, a MISURINA, e nevicata in CADORE

 

 

Un giro in motoslitta è qualcosa di estremamente adrenalico😁🤩. Siamo riusciti a farlo nelle nostre Dolomiti, in Cadore, sulla neve fresca, appena caduta, senza andare nei paesi nordici, ed è stato bellissimo!!

 

La bellezza della montagna d’inverno

Chi mi conosce sa quanto io ami il mare, le grandi spiagge e il caldo. E quanta fatica io faccia a far trascorrere il lungo e freddo inverno.

Eppure la grande bellezza della neve, della montagna, il freddo pungente dell’inverno, in tutta quella meraviglia, ha montato in me un entusiasmo pazzesco e forse stimolato anche lo stupore per ciò che è inconsueto, e l’eccitazione per le cose nuove, che fanno sempre bene

 

 

È stata l’occasione di una trasferta di lavoro in Cadore, in provincia di Belluno, nei giorni vicini al compleanno di mio marito, che mi hanno ispirato ad organizzare qualcosa in montagna d’inverno.

Durante il nostro soggiorno ci hanno sorpreso nevicate eccezionali, che hanno donato la vista di paesaggi candidi e incantati

 

Pieve di Cadore

Pieve di Cadore è un paese in provincia di Belluno, da cui dista 40 chilometri, non ancora in alta montagna perchè sorge a 878 metri di altezza, nostra prima tappa.

E’ la porta d’ingresso delle Dolomiti bellunesi, con i monti del gruppo Antelao e il lago artificiale di centro Cadore sul fondo della vallata, che tocca anche le località di Domegge, Lozzo e Calalzo, da cui parte la “lunga via delle Dolomiti”, la ciclabile che arriva a Cortina.

La cittadina ha dato i natali al famoso pittore Tiziano Vecellio, la cui casa natale si incontra sulla via per arrivare alla grande piazza del centro storico a lui dedicata, Piazza Tiziano, che ospita la sua statua al centro

 

 

Di fronte, si trova La magnifica comunità di Cadore, un palazzo quattrocentesco con una torre merlata centrale.

Poco distante, la chiesa di Santa Maria Nascente ospita alcuni dipinti importanti, tra cui la Madonna con bambino insieme ai Santi, attribuito a Tiziano

 

 

Proprio a Pieve si trova anche il museo dell’occhiale, essendo la zona proprio il distretto dell’occhialeria.

Come si può vedere dalle foto, nei giorni che eravamo a Pieve è venuta davvero tanta neve!

 

 

Una bella nevicata a Pieve di Cadore

Siamo capitati a Pieve in una giornata in cui era prevista un pò di neve, solo, che invece, di neve ne è caduta proprio tanta!! Oltre ai disagi per l’evento, inaspettato anche dai locali, si è venuta a creare, nel giro di poco tempo, un’atmosfera davvero affascinante: la neve è caduta per un giorno e una notte intera, con fiocchi enormi, imbiancando tutto il paesaggio!

Passeggiare per il paese mentre nevicava, dopo così tanto che non la vedevo, è stato emozionante!

 

 

Il parco Roccolo in centro a Pieve ospita un terrazzo con vista su tutta la vallata e sul lago.. ma ovviamente non si riusciva a vedere nulla, se non il sentiero di ingresso al parco, con i grandi alberi innevati e un paesaggio che sembrava di essere in un paese nordico!!

 

 

Ma è stato davvero rilassante anche guardare nevicare dalle grandi finestre a vetri del nostro hotel, facendo una sauna o godendosi un caldo idromassaggio!

 

 

Pieve di Cadore: l’alloggio

L’alloggio che avevo scelto a Pieve di Cadore è stato il moderno Giallo Dolomiti Wellness, una struttura particolare, in fondo al paese, con vista sul lago e sui paesi circostanti

 

 

Il piccolo hotel è di design e si sviluppa in orizzontale, è prevalentemente costruito in legno, e caratterizzato da stanze bellissime, tutte con vista e balcone, sauna e vasca idromassaggio, e un bel ristorante con una vetrata panoramica su un terrazzo, che lascia immaginare la bellezza di goderselo in estate. Davvero un posto rilassante da godere a pieno!

 

 

Si trova su una strada senza uscita, in posizione rialzata dominante: dopo la nevicata ha acquistato anche maggiore fascino!

Poiché abbiamo prenotato all’ultimo minuto, non c’era disponibilità di una stanza per 2 giorni: abbiamo quindi alloggiato in 2 camere diverse.
La prima stanza rimasta era una junior suite, davvero stupenda, ampi spazi, con arredamento in legno, con grandi vetrate panoramiche, un lungo balcone, e con la particolarità di avere una jacuzzi al centro della camera, e una sauna, anch’essa con vista

 

 

La seconda camera, più piccola ma con soffitto a spiovente che ricordava un pò una baita, era dotata di vasca idromassaggio più piccola, ma comunque comoda, e di una sauna, da cui si vedevano i monti

 

 

L’hotel ha anche un bel ristorante con delle belle vetrate, dove abbiamo gustato dei tipici piatti della cucina “montanara”, come i canederli, la polenta, il formaggio fuso, ecc.

 

 

Davvero un posto dove godere del relax e rifarsi gli occhi con la vista

 

 

Auronzo di Cadore e il suo lago color smeraldo

A 20 minuti da Pieve di Cadore si trova la cittadina di Auronzo, che ha un lago artificiale delimitato da una diga, bellissimo, dal colore verde smeraldo

 

 

Il paese è piuttosto esteso in lunghezza, e il lago si può attraversare tramite alcuni ponti, che consentono di passeggiare anche dalla sponda opposta e ai piedi del bosco.

Siamo andati 2 volte ad Auronzo, prima e dopo la grande nevicata. La prima volta ci aveva già conquistato

 

 

Nella seconda occasione, i riflessi delle montagne innevate e degli alberi sull’acqua hanno reso il paesaggio incantevole, facendolo sembrare un quadro dipinto

 

 

Ad Auronzo ci siamo fermati a pranzo in un ristorante davvero carino, molto tipico, dove abbiamo mangiato divinamente, ai piedi delle piste da sci e a fianco al fiume: il Ribotta Art Bar.

Senza dubbio un luogo che mi è rimasto nel cuore, vorrei ritornarci e alloggiare in uno degli hotel proprio sul lago!

 

 

Il lago di Misurina innevato

A 24 km da Auronzo, salendo fino a 1756 metri sul livello del mare, si trova Misurina, “La perla delle Dolomiti”, famosa per il suo lago sotto le Tre Cime di Lavaredo.

 

 

La strada per arrivarci è comoda e bellissima, con tornanti ripidi solo nella parte finale, e contornata da fitti alberi, che innevati rendono il percorso molto suggestivo

 

 

La prima cosa che si vede arrivando è un iconico enorme edificio giallo con le finestre verdi, che domina il lago: assieme al Gran hotel Misurina e alla locanda Quinz contraddistinguono il paesaggio 

 

 

L’edificio si chiama Istituto Pio XII: costruito nel 1896, è stato residenza di reali, comando militare, poi è divenuto proprietà della Diocesi, diventando centro di cura per l’asma infantile in alta quota, in seguito al particolare microclima che si trova, utile per i problemi respiratori. Purtroppo, a fine 2022, il centro, che aveva 100 posti letto, ha dovuto chiudere per inattività e costi non più sostenibili di gestione. E’ davvero un peccato che un posto così bello, ben tenuto, e in posizione incantevole, a fianco alla pista da sci Col de Varda, non sia sfruttato in qualche modo

 

 

Passato il vivace edificio c’è il lago, che abbiamo potuto solo immaginare, in quanto completamente coperto dalla neve.. o quasi

 

 

La candida distesa però aveva creato un paesaggio surreale incantevole!!

 

 

Dopo aver fatto il check in al nostro alloggio, abbiamo trascorso il resto del tempo ad immergerci nell’immensa bellezza che avevamo intorno

 

 

a camminare in mezzo alla neve e fare il giro attorno al lago, tra alberi innevati e paesaggi immacolati, che pareva essere nel regno dei ghiacci del film di Frozen, a guardare cadere la neve dalla nostra finestra, al caldo, con vista sul lago.

 

 

a passeggiare nel buio della notte illuminata dai lampioni e dal bianco, con la neve che si fiondava fresca sui nostri visi entusiasti e pieni di  meraviglia

 

 

Alloggio a Misurina

 

 

Appena ho visto on line la locanda al lago Quinz me ne sono innamorata subito, e ho desiderato ardentemente alloggiare là

 

 

Dopo aver prima prenotato, poi disdetto, per il timore di non riuscire a giungere in loco per la neve, all’arrivo la nostra camera era ancora disponibile:  è stata una sorpresa trovare un posto in posizione incantevole, riservato e proprio ai bordi del lago

 

 

 La camera era ancora più bella e affascinante di quanto si poteva vedere nelle foto

 

 

Dotata di letto a baldacchino, finestra vista lago, tavolo tondo in angolo, apparecchiato per la colazione, scrittoio, e tavolini al posto dei comodini, un bagno grande e rubinetterie di ottone

 

 

Un arredamento, che con un atmosfera vintage, richiama il 900, nelle tonalità del verde, con armadi e cassettoni dipinti, e un gran bel tepore: tutto ciò contribuiva a creare un piacevole senso di intimità e romanticismo

 

 

Sotto le camere la locanda ha un tipico ristorante pizzeria di montagna, dove abbiamo pranzato e cenato molto bene

 

 

Giro in motoslitta alle 3 cime di Lavaredo, fino al rifugio Auronzo

Poco oltre il lago di Misurina inizia la strada, lunga 2 km, che porta al lago Antorno, e da lì prosegue fino al rifugio Auronzo, che si trova a un’ora di camminata dalle Tre cime di Lavaredo.

La strada è a pedaggio (costa circa 30 euro ad auto)  ed è aperta da fine maggio a fine ottobre.  In inverno si può arrivare solo al lago Antorno, poi la strada è chiusa, e il rifugio si può raggiungere solo a piedi o in motoslitta

 

 

Siamo arrivati al parcheggio del lago Antorno in tarda mattinata, e fortunatamente siamo riusciti a parcheggiare l’auto sulla strada, non distante dallo Chalet Lago Antorno: i posti per la sosta sono davvero pochi, il consiglio è di arrivare abbastanza presto.

Del lago, neanche l’ombra😬: la neve l’aveva completamente coperto, tanto che non sono neanche riuscita a capire dove fosse!

 

 

A fianco allo Chalet c’è il capanno di Tre cime Service, dove fare i biglietti per il giro in motoslitta, e la fila di persone che attendono il mezzo

 

 

Poiché il servizio non è prenotabile, abbiamo dovuto attendere un’oretta, passata piacevolmente sulla neve, dopo aver acquistato i biglietti

 

 

Quando è arrivato il nostro turno, siamo saliti su 2 motoslitte diverse: questi mezzi possono portare 1 persona sulla moto dietro al conducente, 2 persone nel primo abitacolo e una nel secondo… e poi…. via, verso il top!!

 

 

Il giro è stato spettacolare, ed è durato molto di più di quello che mi aspettavo: 20 minuti, per circa 6 chilometri, per arrivare a 2300 metri di altezza, percorrendo una  distesa di neve, su per la montagna

 

 

Abbiamo fatto lunghi tratti in mezzo ad un bosco di abeti e larici, con tratti di sole e nebbia offuscante, per arrivare al Rifugio Auronzo.

L’aria fredda e i fiocchi di neve, sulla motoslitta, arrivavamo al mio viso, ed ero pervasa da una sensazione di grande entusiasmo e vitalità, mentre passavamo coloro che, con le ciaspole o a piedi, stavano salendo

 

 

All’arrivo alla meta abbiamo trovato il rifugio Auronzo chiuso per la troppa neve

 

 

Si affondava fino a metà gamba, e come il lago Antorno, anche delle Tre cime di Lavaredo, che sovrastavano proprio il rifugio (e si raggiungono da lì in un’ora di passeggiata) non se n’è vista l’ombra: attorno tutto era bianco e nebbioso, e la neve cadeva, a tratti molto forte

 

 

Trascorso un pò di tempo a guardarci intorno e camminare in mezzo alla neve, abbiamo deciso di attendere la motoslitta per la discesa: volendo si può scendere anche con lo slittino, ma le condizioni di freddo e la neve fresca rendeva ciò piuttosto arduo. E io non mi sarei voluta perdere un altro giro in motoslitta!

 

 

Stavolta siamo riusciti a salire insieme, io e il marito, e anche scendere è stato molto adrenalinico: lungo la discesa le condizioni meteo miglioravano, ed eravamo proprio circondati da un’autentica bellezza

 

 

Io avrei voluto che questo giro non finisse mai, perché mi stavo divertendo molto, e ovviamente mi sono riproposta di tornare in questi posti con la bella stagione, per vedere da vicino finalmente le Tre Cime, un paesaggio ancora diverso, e sicuramente sorprendente!!🤩

 

La sera e l’indomani con una grande nevicata sul lago di Misurina

 

 

La sera abbiamo cenato, come a pranzo, alla Locanda Quinz dove alloggiavamo, perchè la neve cadeva intensamente

 

 

Ma non ci siamo privati di una camminata in notturna, lungo la parte del lago oltre la locanda, illuminato, sotto la neve: uno spettacolo unico!

L’indomani, dopo aver nevicato tutta notte, si era ammucchiata ancora più neve

 

 

Abbiamo impiegato un pò di tempo per liberare l’auto, ma tutto è stato estremamente piacevole: le strade erano perfettamente pulite e i pochi raggi di sole che uscivano abbellivano il panorama

 

 

Abbiamo fatto di nuovo un mezzo giro del lago, con la neve ancora più alta del giorno prima

 

 

Per pranzo siamo andati in un locale caratteristico, caldo e tutto arredato in legno, dove ci eravamo fermati poco prima per un caffè, e ci era piaciuto molto: il ristorante bar Alla Baita,

 

 

 

Di fronte al ristorante si trova anche il loro camping, le piste da sci e un altro servizio di motoslitta. E in quel momento, distese infinite di neve, meravigliose

 

 

Sicuramente un bel posto, dove abbiamo mangiato divinamente, e dove concludere il nostro giro e brindare

 

 

Che dire di questo giro in Cadore? Siamo partiti dispiaciuti di trovare cattivo tempo e neve. e siamo tornati considerandoci fortunati che abbia nevicato tanto, e di aver potuto godere della bellezza infinita delle nostre Dolomiti d’inverno

 

 

febbraio 2024

 

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La diga del VAJONT (BL): una terribile catastrofe

 

 

Andando per una trasferta verso il bellunese ci siamo fermati alla diga del Vajont.

La strada per arrivare al Vajont, tra i comuni di Erto e Casso, già in provincia di Pordenone, è molto bella, con tunnel scavati nella roccia

 

 

Ha una parete che costeggia la strada molto suggestiva

 

 

Il Vajont, un disastro annunciato

Forse non tutti sanno, o ricordano, la tragedia che avvenne nel 1963, un terribile disastro naturale ad opera dell’uomo, che costò molte vite.

Un disastro annunciato ma non evitato, perché c’erano dietro dei grossi interessi economici: la diga era stata progettata per essere l’opera di ingegnerizzazione più grande d’Europa, per la produzione di energia idroelettrica.

La costruzione avvenne non considerando il carattere franoso e sismico del territorio, sfruttando una grande gola scavata da un affluente del Piave, chiamato Vajont, tra 2 montagne, il monte Toc e il monte Salta. Il bacino avrebbe dovuto raccogliere le acque che provenivano da altre centrali idroelettriche e bacini artificiali presenti a monte, nella zona del Cadore. La diga fu inaugurata nel 1959, aveva un’altezza di 261,60 metri e una lunghezza di 190 metri, e doveva raccogliere 170 milioni di metri cubi di acqua.

Il  9 ottobre del 1963, alle 22.39, un pezzo di montagna si staccò dal monte Toc, cadendo dentro il bacino, e provocò uno tsunami di acqua, 50 milioni di metri cubi, che con una forza inaudita, saltò la diga, (che tuttavia aveva resse) e si incanalo’ nella gola del Vajont, precipitando nella valle, e travolgendo il paese di Longarone, a 6 chilometri di distanza.

Case, persone, ed ogni cosa, furono spazzate via completamente dall’irruenza dell’acqua. A quell’ora tarda della sera, la maggior parte degli abitanti di Longarone era a dormire, o a vedere la televisione al bar del paese; altri borghi sulla sponda del lago e limitrofi, furono investiti e cancellati dalla forza dell’onda, in provincia di Belluno e in provincia di Pordenone: i morti del disastro del Vajont furono 1910, di cui parecchi mai trovati 

 

 

Io ricordo di essere passata dalla diga del Vajont con i miei genitori, forse una decina di anni dopo la tragedia. Ricordo molto bene l’immagine della montagna dentro al bacino, che mi fece una grossa impressione, e lo stesso ascoltare la terribile storia dell’avvenimento.

Ora, sulla montagna crollata è cresciuta di nuovo la vegetazione, e fa meno impressione, ma lo scenario e il memoriale per le vittime sono comunque un colpo allo stomaco: è possibile vederlo dal lato della strada, e percorrere un camminamento che si avvicina alla diga, costeggiando una recinzione, dove sono apposte delle bandierine con i nomi e l’età di tutti i bambini morti per la tragedia, e di quelli che avrebbero dovuto nascere.

Ogni anno, a fine settembre ha luogo una manifestazione chiamata “I percorsi della memoria”, una camminata dove, su diversi sentieri, si possono ripercorrere luoghi solitamente inaccessibili, ponti, vie, e strade interrotte, e attraversare la frana

 

 

Molto toccante è lo spettacolo teatrale di Marco Paolini del 1993, che ogni tanto viene riproposto in TV, e che si trova anche su qualche piattaforma a pagamento, e il film, che ho avuto occasione di vedere di recente, “Vajont – La diga del disonore” del 2001.

Disonore in quanto dalle perizie, tra l’altro richieste a lavori quasi ultimati, erano emersi i rischi geologici, la documentazione delle frane e dei movimenti avvenuti nel tempo.  Ma questi, gli avvisi e gli eventi franosi che avevano preceduto la catastrofe, furono ignorati, come gli avvertimenti degli abitanti della zona, che dicevano che il monte Toc “era marcio”, per i rumori che spesso udivano e i movimenti che avvertivano. Il rifiuto a prendere in considerazione la gravità del problema, per i forti interessi in gioco, (tra cui un’imminente acquisizione della struttura da parte di Enel), in pieno boom economico, non fermarono il comportamento negligente di chi, con pochi scrupoli, rese la tragedia inevitabile.

Ancora oggi, la diga del Vajont resta una delle più grandi dighe del mondo. Il processo ai responsabili si è concluso con 2 sole condanne, a 3 e 5 anni, e solo 1 dei 2 condannati ha scontato poco più di 1 anno in carcere. Inaudito!

 

 

Per chi si trova a passare nei dintorni di Belluno, del Cadore o a Longarone, consiglio caldamente di fare la breve deviazione verso la diga del Vajont. Per toccare con mano quanto l’uomo possa operare nel bene, con l’ingegno e con la tecnica, e nel male quando si fa pochi scrupoli nei confronti dell’ambiente e degli altri esseri umani.

 

https://www.focus.it/cultura/storia/strage-del-Vajont-tutti-numeri-e-colpevoli-catastrofe-annunciata

https://www.attimidistoria.it/luogo/la-diga-del-vajont

 

febbraio 2024

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.