Viaggi di testa e viaggi nel mondo

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L’ultima opportunità (per sconfiggere la pandemia)

 

 

Io l’avevo intuito che non sarebbe andato tutto bene.

E non mi piaceva neanche leggere ovunque “Andrà tutto bene”.

Nessuno poteva saperlo come sarebbero andate le cose, nessuno poteva avere la sfera di cristallo (e se la avesse avuta non avrebbe visto qualcosa di confortante). Quelle parole erano solo un modo illusorio e consolatorio che nascondeva un certo negazionismo emotivo, su qualcosa che era fuori dal nostro controllo e dalle nostre certezze.

 

Pensieri ai tempi del coronavirus, parte seconda: in isolamento

 

E quando la disillusione della realtà prende il posto dell’illusione, si cade col culo per terra. Un margine di dubbio, di incertezza è sano, spesso ci fa agire in modo più attento e intelligente, rispetto ad una positività ad ogni costo, che nega la paura, o al confidare in soluzioni magiche. Ancòra alla realtà e impedisce, poi, di fare il botto, se qualcosa non va come ci si aspetta.

La realtà della pandemia, che porta a galla, tra le altre cose, il senso della nostra finitezza, dell’ingiustizia, la nostra impotenza, l’incertezza, e le misure di contenimento per contrastarla, quali la quarantena, il lockdown, l’isolamento, se protratte nel tempo diventano difficili da reggere emotivamente. I ricordi della socialità, dei viaggi, dei corpi che si toccano, l’inguaribile ottimismo, col trascorrere del tempo, fanno fatica a bastare.

L’incertezza prolungata di quando finirà il tempo delle restrizioni vitali, addirittura il dubbio di poter tornare alla vita di prima, in termini di libertà di movimento, trascorso un anno, ci dilania.

Quel movimento che è vita, e che, come diceva Einstein ci tiene in equilibrio:

 

“ la vita è come andare in bicicletta, per mantenere l’equilibrio devi muoverti”

 

Quel movimento che ora non ci è possibile, o all’esterno, è limitato: necessariamente dobbiamo cercare di portarlo e trovarlo al nostro interno, per non perdere l’equilibrio, per contrastare la stasi a cui siamo costretti fisicamente. Per ritrovare la vita dentro di noi, senza gli importanti stimoli che vengono dall’uscire fuori, dai contatti esterni. Movimento nella nostra mente, movimento interno, elaborazioni, che vadano in una direzione di speranza, di desiderio motivante. Ma non è detto che si riesca a prendere questa direzione, o a mantenerla, o che si abbiano gli strumenti per prenderla, le capacità, o la forza.

C’è il rischio di esplodere e portarlo fuori, questo lavorio interno; il bisogno di contatto, di condivisione e confronto rischia di far rincorrere idee e opinioni, inducendo a scatenarci in dibattiti e in conflitti, tirando schiaffi con le parole, o portando dentro troppa roba per noi nociva, difficilmente sostenibile in un momento così delicato: impossibilitati a sfogarci e a nutrirci con una bellezza a portata di vista, con una sana fisica socialità, con il calore di un incontro, di un abbraccio, di occhi che ci guardano dal vivo, ci avveleniamo o avveleniamo con giudizi, intolleranza, sarcasmo, arrivando a diventare biechi e meschini. La conflittualità alimenta l’odio reciproco, cospargendo delusione, indebolendo e togliendo la forza,  conducendoci nelle tenebre; le emozioni possono fragorosamente prendere il sopravvento, e manifestarsi in modo distruttivo.

Il tempo trascorso con noi stessi, dentro il nostro cervello, la nostra casa, può diventare troppo. A volte anche quello con i nostri cari. La scoperta di tratti o opinioni di persone anche vicine, lontani anni luce dai nostri, diventano prima sorpresa, poi sempre meno tollerabili. L’indecenza delle persone che hanno delle possibilità ma che si lamentano, non riconoscendo i propri privilegi e che le esibiscono, anziché tacere, ringraziare, attivare un po’ di empatia, di “compassion”, nei confronti di chi è meno fortunato, di chi è in situazione di difficoltà, che sta incontrando malattia o morte, genera rabbia.  L’impressione che il giardino del vicino sia sempre più verde, quando ci sentiamo in difficoltà, porta a deprimersi.

La naturale stanchezza, l’isolamento, la disperazione, l’esasperazione di certi momenti possono diventare accecanti, con la conseguenza di cercare colpevoli, senza comprendere che nessuno è in possesso di una bacchetta magica che risolva istantaneamente la situazione, e che tutti abbiamo delle responsabilità e delle vulnerabilità.

Giunti a questo punto l’unica possibilità che ci resta è confidare nell’intelligenza umana, nella scienza, anch’essa fatta da uomini e dalle loro capacità. Che se viene attaccata e viene discreditata, ci viene tolta anche l’ultima speranza di trovare la luce in fondo al tunnel, davanti al tutto che va alla deriva. Le conquiste ottenute con il lavoro sui vaccini, che hanno permesso la loro realizzazione in tempi mai visti prima, con una collaborazione mondiale degli esperti, non possono essere vanificate dai cattivi comportamenti, dalla sfiducia, dal diniego, dalla mancanza di responsabilità individuale. E’ già sufficiente la difficoltà di approvvigionamento e la mala organizzazione.

Accanto a tante persone che adottano comportamenti responsabili, che credono, e anche se non credono si affidano, non vedendo altre soluzioni davanti a un nemico che è solo il virus, ci sono i pochi che invece si contrappongono e ostacolano, fomentando ciò che ha il potere di compromettere i risultati e gli sforzi dei tanti. Quei pochi magari son quelli che nella vita non hanno mai imparato ad affidarsi a qualcosa o a qualcuno, coloro che hanno bisogno di vivere nella sfida, di prendersela con qualcuno, di attribuire colpe e responsabilità sempre all’esterno. Quelli che hanno anche paura, sì, come tutti, a cui è richiesto un momento di coraggio. Quelli che si aspettano che qualcuno venga a salvarli.

E’ vero, qualcuno, degli uomini soltanto, potranno salvarci. Ma non saranno in grado di farlo se non vengono sostenuti anche con comportamenti virtuosi, se non tendiamo anche noi la mano per salvarci, se non sovrapponiamo all’illusione dell’”andrà tutto bene”, la parte che spetta a noi fare, di fronte  alla situazione diventata insostenibile che ognuno sta affrontando.

E davvero io credo che non ci sia più tempo. Più ci opponiamo a ciò che è difficile e sgradito, più allunghiamo i tempi.  Più facciamo le cicale, fuori a cantare, noncuranti degli assembramenti, o di ciò che alimenta la diffusione di contagi, meno possibilità avremo per il futuro prossimo e non solo.

E’ vero, dobbiamo vivere nel “qui ed ora“, perchè ora non possiamo fare altrimenti, – immaginare il futuro ci è negato, – ma non è saggio, ora, vivere in modo irresponsabile, occorre la responsabilità degli adulti maturi che sanno posticipare il piacere, che sanno fare sacrifici per un obiettivo.

E tutto il rumore non fa che peggiorare la situazione. Siamo tutti sfiniti, esauriti, esausti, è innegabile, ma non ci meritiamo di darci un’ultima possibilità, anziché togliercela, per sconfiggere il virus e tornare a vivere?

Aiutiamoci e aiutiamo, con tutte le difficoltà, i dubbi, gli sforzi. Per uscirne e poter tornare a immaginare, pianificare, avere dei progetti, perché solo con la prospettiva di un futuro potremo avere la forza di andare avanti.

 

 

febbraio 2021

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Dozza, il borgo medievale del muro dipinto e della rocca sforzesca, sulle colline imolesi

 

 

Inserito tra i 100 borghi più belli d’Italia, Dozza imolese merita una visita, oltre che per la sua Rocca sforzesca, per passeggiare nelle vie dall’atmosfera medievale molto suggestiva, arricchite dai murales, oggetto della biennale di arte contemporanea denominata “il Muro dipinto”.

I 6 chilometri da percorrere per arrivare alla cittadina, tra Bologna e Imola, sull’Appennino tosco romagnolo, lasciata la via Emilia, sono caratterizzati dalla presenza di campi, vigneti e numerosi e bellissimi pini marittimi, che insieme al paesaggio collinare, mi hanno subito colpito favorevolmente. Considerando poi che aveva nevicato il giorno precedente e che il sole splendeva, ci siamo trovati davanti a un panorama veramente incantevole.

 

 

Sono convinta che anche i colori dorati dell’estate non siano da meno, nel rendere magnifico il paesaggio delle mie amate colline emiliano romagnole!

Arrivando a Dozza ci sono due grandi parcheggi, uno proprio poca prima della porta di ingresso principale del paese, e uno alla fine, che si raggiunge girandolo a lato, poichè il centro è ovviamente tutta zona pedonale. Noi non abbiamo trovato posto in nessuno dei due, ma imboccando una strada in salita a fianco del secondo, siamo riusciti a parcheggiare. A questo punto siamo entrati all’interno del borgo fortificato dall’ingresso sul retro, trovandoci subito davanti alla maestosa Rocca Sforzesca.

 

 

La Rocca, che risale al XIII secolo, ha subito diverse trasformazioni nel tempo: è stata fortezza medievale, ha acquisito l’odierno aspetto nel periodo rinascimentale di Caterina Sforza, è diventata sede di rappresentanza e residenza, nel periodo feudale, delle famiglie Campeggi e Malvezzi, fino al 1960, quando diventò proprietà del comune, che ne fece un museo.

Agli angoli ha 2 bastioni, su cui si puo’ anche salire ed avere una bella vista panoramica dall’alto; è perfettamente conservata e si può accedere ai suoi interni, dove si possono visitare le sale arredate, le cucine, le prigioni e i luoghi di tortura, il pozzo a rasoio, e anche il Museo della Rocca. E’oggetto di visita da parte di tantissime scuole dell’Emilia Romagna come testimonianza di castello medievale: ricordo che hanno portato anche me, quando frequentavo le scuole elementari, e mia figlia quando andava alla scuola materna!

 

 

L’accesso alla Rocca avviene attraverso un ponte su un fossato, un tempo pieno di acqua. Al suo interno ha sede anche l’ufficio di accoglienza turistica. Coloro che non hanno intenzione di visitarla (o la trovano chiusa, come in questi tempi di pandemia) possono comunque passare il fossato e accedere ai sotterranei che ospitano l’enoteca regionale, dove vengono venduti vini pregiati e si possono fare degustazioni.

https://www.fondazionedozza.it/entra-in-rocca/museo-della-rocca-di-dozza.html#

A lato del castello, una scala conduce a un camminamento che permette di girarvi attorno.

 

 

Dalla Piazza della Rocca ci si addentra all’interno di quello che è considerato un vero e proprio museo di arte contemporanea a cielo aperto, scegliendo di partire da una delle due uniche strade del paese, che corrono parallele. Via XX Settembre e via De Amicis sono pavimentate con ciottoli, ed hanno la caratteristica di avere una portici, negozi, ristoranti, la piazza principale e il comune, e l’altra soltanto abitazioni. All’estremità opposta alla Rocca, convergono in Piazza Carducci.

 

 

Ad ogni passo di entrambi i vicoli, ci aspetta la sorpresa di quello che si puo’ incontrare, poichè sin dal 1965, artisti importanti si ritrovano ogni due anni, per la biennale del Muro Dipinto, una manifestazione di quattro giornate, che si tiene nel mese di settembre negli anni dispari, per la realizzazione di opere sui muri degli edifici.

https://www.fondazionedozza.it/muro-dipinto.html

I dipinti, con etichetta dell’autore e dell’anno a cui risalgono, sono sulle facciate colorate delle case

 

 

attorno alle finestre

 

 

alle porte

 

 

sugli edifici delle piazze

 

Koncept “Dozza, Piazza Carducci

 

perfino sotto le volte, dove è stato dipinto questo cielo annuvolato

 

 

Il murales più famoso è quello della mia foto di copertina, L’Angelo di Dozza di Giuliana Bonazza, che anch’io trovo molto bello.

 

 

Una delle opere più particolare, secondo me, è Two Women Chatting di Kamil Tarqosz, che rappresenta due donne che chiacchierano, inserite nel contesto di  due finestre.

 

 

Mentre uno dei dipinti che più mi è piaciuto rappresenta la scena di una famiglia attorno a un tavolo illuminato per la cena, molto realistica, con anche annesso il gatto.

 

 

Ce ne sono anche di molto colorati

 

 

o monocolori

 

 

e anche uno a tema fumetto

 

 

In alcuni, i piu’ vecchi, sono riconoscibili i segni del tempo, e si notano i muri scrostati.

Anche la porta d’ingresso al borgo, la Porta del Rivellino, che in verità è la seconda porta, preceduta da un’altra fortificata, probabilmente a difesa della cittadina, ha un bel dipinto con le nuvole, attorno all’orologio. Si trova a fianco del Palazzo Comunale, e della sua piazza a terrazzo, e conduce in via XX Settembre.

 

 

Essendo il giorno di San Valentino abbiamo voluto anche noi la nostra foto romantica sotto i murales! Mascherati per via del Covid-19!

 

 

Le opere a Dozza sono oltre un centinaio, e come per tutte le cose di questi tempi, è stata anche creata un App gratuita, che si chiama “Guida al Muro Dipinto di Dozza”, per avere informazioni e trovare i murales. Ma per me, la cosa più bella resta percorrere in tondo i due vicoletti, partendo dalla Porta del Rivellino o dal Castello, guardarsi attorno e assaporare la sorpresa di quello che si presenta davanti.

Il borgo castellano di Dozza si trova a circa 35 km da Bologna, l’uscita dell’autostrada è quella di Castel San Pietro per chi viene dal capoluogo emiliano, quella di Imola per chi viene dalla Romagna. La visita puo’ durare da una mezz’ora a un paio d’ore, a seconda di quanto ci si ferma ad ammirare e fotografare.. Sicuramente vale la pena per una gita fuori porta, o per una sosta di chi si reca o torna dalla Romagna!

 

 

febbraio 2021

 

foto di Patty

 

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I tempi, nella mia vita

 

 

C’è stato un tempo in cui ho pensato che ce l’ho fatta perché ho sempre cercato, e non mi sono mai data per vinta.

E c’è stato un tempo in cui ho detto “ok”, ho fallito in molte cose e non ho capito tanto, ma la vita è anche questa.

E poi ancora c’è stato un tempo in cui mi sono chiesta: “Ce la posso fare oggi?”. Quando la fatica di andare avanti mi sovrastava e la voglia di arrendermi non era più una conquista, ma era intrisa anche di amarezza.

C’è un tempo in cui mi accorgo che non ho imparato molto dalle lezioni che ho avuto, e me ne dispiaccio. E che mi accorgo che non ho più davanti gli anni, e l’energia, per cercare ancora.

E c’è un tempo, invece, in cui ritrovo il mio entusiasmo di bambina, vorace, irrefrenabile, e sento quella gioia antica ancora forte. Con la consapevolezza dei mie anni.

Ci sarà, spero, un tempo in cui la fretta di reagire lascerà il posto alla saggezza di stare a guardare. Fare un respiro e lasciare accadere. Lasciare scorrere e andare oltre.

E chissà se ci sarà un tempo in cui smettero’ di rimanerci male. Per la caducità dei rapporti, per le maschere che cadono, per ciò che non è autentico e si svela. O un tempo in cui le aspettative finiranno.

Ci sarà un tempo, forse, in cui tutti gli oggetti che ho tenuto e le parole che ho scritto serviranno a ricordare chi sono stata, o a ricostruire i miei ricordi.

E chissà se la capacità di ricordare, in quel tempo, sarà andata perduta. Se ci sarà un tempo, presente, passato, riconosciuto, o se tutto sarà senza tempo e sarà poco importante.

Chissà se, così, finirà il tempo di fare bilanci, di trovare un senso, delle risposte, delle corrispondenze.

Se davvero non ci sarà più niente da perdere o da fare, e resterà solo da vivere, il poco tempo rimasto. Senza indugio, rammarico, o pensiero alcuno.

 

 

 

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Un’insolita Bologna da una finestrella

 

 

Lo sapete che a Bologna c’è una finestrella da cui si vede una Bologna insolita, che lascia a bocca aperta?

E’ la Finestrella di via Piella, che mostra una vista tale da far ricordare la bella Venezia.

 

Case colorate che affacciano su uno dei pochi canali, ancora visibili in città, il canale delle Moline.
Un quadro che ci riporta indietro nel tempo, a quando tutti i canali, derivanti dal fiume Reno e dal fiume Savena, che attraversavano la città per ben 27 km, scorrevano all’aperto, prima di essere coperti dall’asfalto delle strade o nascosti tra le case, tra il novecento e il dopoguerra.

 

 

I canali testimoniamo l’importanza delle comunicazioni attraverso le vie fluviali per la Bologna medievale. La loro acqua produceva energia, attraverso le chiuse, facendo funzionare ben 15 mulini, adibiti alla produzione del grano e alle manifatture. Ai margini dei canali, le lavandaie si ritrovavano per il duro lavoro di lavare i panni.
Di fronte alla finestrella, si trova un altro magnifico scorcio che mostra le case che affacciano sull’acqua.

 

 

Il canale, poi, scorre nascosto dalla strada, per rendersi visibile solo in alcuni tratti, tra cui quello di via delle Moline, dove una delle chiuse fa sentire ancora il rumore impetuoso e inaspettato dell’acqua, per le vie del centro, e  desta curiosità per chi è ignaro, prima di ritornare a celarsi di nuovo tra le case.

 

La finestrella di via Piella è stata aperta nel 1998, rimane nascosta nella piccola viuzza, a pochi metri da via Indipendenza, e dalla stazione dei treni e dei bus, in una traversa di via Augusto Righi.

 

 

Venendo da Piazza Maggiore, si puo’ raggiungere da via Marsala, ammirando anche i bei palazzi storici, rossi o gialli, caratteristici della città.

 

 

Non molto distante da via Piella, sulla via Augusto Righi, (vicino al numero 1 e all’altezza del numero 43 di via Indipendenza) è visibile un altro tratto del canale, protetto da una cancellata, aperta solo per particolari occasioni, che, tramite una discesa, conduce ad un altro luogo del passato che sfruttava le acque: il Guazzatoio. Questo spazio, sin dal 1219, era destinato all‘abbeveraggio di cavalli e bovini e al lavaggio del bestiame, prima di essere portato al mercato, nell’attigua Piazza VIII agosto, per esser presentato nella forma migliore per la vendita.

 

 

Proprio al Guazzatoio ho assistito, alcuni anni fa, ad uno spettacolo serale teatrale, che evocava il lavoro delle lavandaie del passato, e la location, illuminata a dovere, era veramente suggestiva.

 

 

Inutile dire che il fascino della finestrella mi cattura ogni volta che passo nei paraggi: non riesco a non cedere alla tentazione di andare a sbirciare per ammirare l’insolita vista, raffigurante una Bologna irriconoscibile, che assomiglia a Venezia, e che mi lascia con il solito stupore per la bellezza della mia città.

 

 

Bologna dalla finestrella di Via Piella

Attenzione: il canale puo’ essere in secca, accade quando c’è la piena nel fiume Reno o quando ci sono in corso lavori di manutenzione. Quindi se lo trovate cosi’, non rimanete delusi ma tornate a passare

 

foto di patty

 

febbraio 2021

 

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Soul, il nuovo cartone animato della Pixar: lo scopo della vita è assaporare ogni momento

 

 

 

Soul, il nuovo cartone animato della Pixar, si rivela per me, come avevo immaginato, una bellissima storia contenente messaggi importanti e confortanti per grandi e piccini.

La storia l’ho trovata particolarmente originale nei contenuti: non viene esaltato l’inseguimento di un grande sogno, il perseguimento di un desiderio la cui soddisfazione porterebbe alla felicità, o la realizzazione personale attraverso una performance o la fama, ma propone il concetto secondo il quale passiamo il nostro tempo a cercare uno scopo, quando lo scopo della vita stessa è vivere, imparando ad assaporare le piccole (o grandi) cose che abbiamo intorno.

 

 

In alcune recensioni avevo letto che il film fosse più adatto ai grandi che ai piccoli, o addirittura che non fosse una storia per bambini: ma quale recente cartone animato Disney o Pixar non è anche per adulti? e non trasmette grandi insegnamenti e spunti di riflessione proprio per gli adulti?

Sul fatto che non sia indicato per bambini, non mi trovo d’accordo: forse siamo troppo abituati a ragionare come adulti, i piccoli hanno molta più fantasia per immaginare mondi e storie che noi facciamo fatica a figurarci, e non è fondamentale che capiscano tutti i passaggi, ma che il messaggio comunque arrivi loro. Anzi, in un periodo in cui, già in tenera età vengono richieste tante prestazioni, trovo che sia molto rassicurante per loro il messaggio che non importa arrivare chissà dove, fare chissà cosa, essere i migliori, dei fenomeni, ma è ben più importante essere semplicemente quello che si è, godere delle cose che si fanno, e continuare a vivere il momento. Con la speranza che ciò non venga dimenticato con l’età adulta, perché quello è il segreto per sentirsi bene. I bambini hanno da insegnarci molto rispetto al tema di vivere nel presente assaporando le piccole cose: quella è la modalità di vita della loro età, per questo non credo che abbiano difficoltà a comprendere.

Per i più grandi, la riflessione è sul diventare consapevoli che la soddisfazione che placa l’inquietudine e che dura nel tempo, viene dal guardarsi intorno e carpire la bellezza. Nel fermare la rincorsa continua, verso un obiettivo, verso un luogo, verso il successo; la spinta a primeggiare, a mettersi in mostra, a guardare sempre fuori di sè, l’ambizione ad una vita perfetta.

 

 

Oltre a ciò, ci sono tanti altri argomenti toccati da Soul: le paure dell’anima di non trovare un senso; l’influenza dei giudizi, che si sono trasformati in vocine che boicottano; l’incapacità di riconoscere il proprio valore, che porta ad arrendersi; la paura di buttarsi, dell’insuccesso e dei fallimenti; la sensazione di non essere all’altezza o di non meritare di vivere; le occasioni e le sorprese che arrivano quanto meno te le aspetti. E uno straordinario concetto metaforico di “ jazzare”, ovvero, fare il proprio assolo, con tutta la passione e con tutto il cuore, per esprimere se stessi e, magari senza neanche accorgersene, arrivare al cuore dell’altro.

Sicuramente una seconda visione del cartone animato è consigliabile, perché permette di cogliere le varie sfumature della trama, ogni battuta, e il denso significato di tanti momenti.

Ma ecco brevemente di cosa tratta il film. Soul è un’insegnante di musica che non si accontenta del lavoro sicuro e a tempo indeterminato, perché ha un sogno che non è mai riuscito ad esaudire: quello di fare la musica. Non solo di insegnarla, ma di suonare il suo pianoforte, di essere parte di un gruppo con cui fare insieme musica, e con musicisti importanti, guadagnando anche lui fama e successo. Soul ha l’ indiscutibile talento dell’artista che, tramite la sua arte, sa arrivare all’anima delle persone.

 

 

La realizzazione del suo sogno sarebbe anche una rivalsa nei confronti del padre, ormai defunto, di cui sta seguendo le sue orme come musicista, visto che lui, il padre, non è mai riuscito ad avere successo. Soul ha a che fare con una madre piuttosto ingombrante, che come tante madri vorrebbe per il figlio un lavoro sicuro, soprattutto in considerazione della storia vissuta dal marito. Il timore del giudizio della madre e la certezza della sua disapprovazione, non ha mai permesso a Soul di parlarle veramente, col cuore in mano, di quello che è il suo desiderio profondo.

 

 

Il giorno in cui gli arriva la lettera per un impiego a tempo indeterminato come insegnante, riceve contemporaneamente il tanto desiderato invito ad un’audizione, per suonare ad un concerto jazz con il gruppo di una famosa musicista. Nell’audizione, Soul mostra tutto il suo talento e la sua passione e ottiene l’ingaggio, avvicinandosi quindi alla realizzazione del sogno della sua vita. Ma proprio quel giorno, in preda dall’entusiasmo, si distrae e muore precipitando in un tombino.

 

 

La sua anima, non ancora approdata nell’aldilà, ma in un “antemondo”, dove le anime vengono formate e dove vengono attribuite loro le qualità che avranno nella vita terrena, per una serie di circostanze, e per la caparbietà di realizzare quel che ha sempre desiderato, riesce a tornare sulla terra. Nel suo viaggio è accompagnato da un’altra anima, che non ha ancora un nome, ma è contraddistinta solo da un numero, 22.

22 finora ha rifiutato di incarnarsi in quanto si considera un’anima persa, poichè, nonostante i molteplici tentativi, non è mai riuscita a trovare la sua scintilla, una passione che l’accendesse, come quella che per Soul è la musica.

Le due anime si ritrovano sulla terre insieme, 22 nel corpo di Soul, e Soul nel corpo di un gattone multicolore. Da questa esperienza, entrambi impareranno cose importanti.

 

il tuo scopo non è la tua scintilla.

 

Che cosa significa?

Soul ha la passione per la musica e ha il suo sogno di suonare il jazz in un gruppo con bravi musicisti. La sua passione gli permette di far battere il cuore anche ai suoi studenti quando insegna, e di individuare chi ha lo stesso talento. Gli permette di vivere un momento esilarante mentre fa il suo concerto e il suo desiderio viene esaudito. Il sogno, una volta realizzato, porta sì una grande soddisfazione al momento, ma subito dopo tutto svanisce. Soul si ritrova davanti a se stesso, e a interrogarsi sul motivo di tanta fugacità. Il sogno che si realizza non è la panacea di tutto, diventarne consapevoli puo’ portare disappunto e delusione, quando si è creduto che lo fosse.

Ho scritto tempo fa alcune riflessioni sull’argomento, che qui riporto, e la visione del film mi ha portato anche a nuove consapevolezze

Sogno dunque vivo

 

Soul a quel punto si rende conto che fare la musica gli fa accendere la scintilla, ma lo scopo della vita è un’altra cosa.

Lo scopo sta semplicemente nel vivere con consapevolezza, ovvero accorgersi di vivere, assaporare e valorizzare le cose che fanno sentire vivi: le sensazioni di quando eravamo bambini, -quelle che ci restano nella carne, oltre che nella memoria, continuando ad emozionarci-, la bellezza che ci ha dato stupore – un cielo azzurro, il vento che agita i rami degli alberi, una giornata di sole-, i sapori buonissimi di cose che abbiamo assaggiato – il gusto della pizza, la dolcezza di una caramella-, le cose fatte con piacere, passione e dedizione, – suonare per sè e insegnare, per Soul -, i momenti con le persone che ci hanno amato o che abbiamo amato-,  il fresco dell’acqua del mare che arriva sui nostri piedi, il calore delle lacrime che ci scendono sul viso. E’ quando impariamo a guardare oltre quello che rincorriamo, e quel che vediamo in superficie; quando ascoltiamo profondamente le persone, bypassando l’idea che ci eravamo fatte di loro (come accade a Soul dal barbiere). E’ allora che possiamo raggiungere uno stato di appagamento e soddisfazione, che ci fa interrompere la nostra corsa, e il pensiero che soltanto quando saremo in un certo modo, o in un certo posto, o avremo certe cose, potremo essere felici.

 

 

Tuttavia è importante anche il percorso di arrivare a raggiungere il sogno, per rendersi conto che potrebbe non essere la soddisfazione profonda che ci si aspetta, come succede a Soul. E’ tramite quell’esperienza che si puo’ comprendere: se non viene vissuta, si potrebbe continuare tutta la vita a pensare che è stato il mancato raggiungimento del sogno a renderci  infelici o insoddisfatti. C’è il rischio di rincorrere un desiderio, e poi un altro ancora, e che si inneschi una spasmodica continua corsa all’appagamento di nuovi desideri, traendone soddisfazioni effimere. Senza riuscire a vedere quello che c’è attorno, perchè troppo impegnati ad inseguire qualcos’altro.

 

 

E’ sicuramente bello avere una passione travolgente e motivante, ma non è scontato che ognuno ne abbia una. Esiste chi, come 22, e anche la sottoscritta, ha provato tante cose, ma non è scattata la scintilla, o non è nato con talenti spiccanti. Per tanto tempo, come 22, ho sentito di non avere una passione trainante e andavo cercando il mio scopo nella vita. Questa mancanza mi dava un senso di non senso della mia vita stessa, e di sconforto. Finchè non ho compreso che tutte le cose che mi entusiasmavano erano passione, l’intensità in cui vivevo le esperienze della mia vita erano scintilla, quei momenti vissuti con consapevolezza erano il senso: ossia, quando riuscivo ad assaporare la vita, e a valorizzare quello che vedevo.

 

Un pesce giovane dice a un pesce anziano:  “Sto cercando quella cosa che tutti chiamano oceano”.

Il pesce anziano risponde: “ L’oceano è quello in cui nuoti adesso.”

E il pesce giovane: ” Questo? Questa è acqua, io invece cerco l’oceano”

 

Quanto ci vuole per comprendere? In sintesi, Soul ci fa riflettere sul trascendere la convinzione di dover cercare altrove o lontano. Sul fatto che se non si ha successo non si è nessuno e la vita è sprecata. Sul superare l’idea che solo l’esaudimento dei propri desideri dia senso all’esistenza. Perché siamo più del nostro successo o dei nostri fallimenti, siamo più dell’essere riconosciuti, siamo più dei nostri sogni e desideri, siamo più di quello che mostriamo.

Siamo delle anime in viaggio, che hanno bisogno di comprendere che vivono già nell’oceano.

 

Come passerai il resto della vita?

Non lo, ma so che ne assaporero’ ogni istante.

 

 

 

gennaio 2021

 

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Navigando

 

 

Navigo in questo mare, con la voglia di infinito, di varcare i miei confini, quelli che con duro lavoro ho cercato di costruirmi e consolidare.

Tappando i buchi di quel colabrodo che ero, che facevano entrare ed uscire indiscriminatamente di tutto, toccando le parti vive e scoperte, indifese.

 

Navigo con la voglia di sconfinare, andare verso l’ignoto lasciando il conosciuto, il quotidiano, la routine.

 

Navigo con quel delicato equilibrio di parti ricucite, di pezzi separati poi ricomposti. Con un contenitore che ho esplorato e dove ho trovato le mie verità e scacciato molte illusioni e menzogne, attraverso un lungo percorso per ritrovarmi intera.

 

Un contenitore tutt’altro che infrangibile, fragile. Tanto da non poter ancora accogliere il riflesso di uno specchio che rimanda scissione, visioni parziali della realtà, o che difetta di verità. Perturbazioni, nel mio navigare, che non mi posso permettere di affrontare, dal momento che la mia barca non è ancora solida a sufficienza.

 

Sebbene sia grande il mio desiderio, e bisogno, di condivisione e di confronto, di fratellanza e di comunione, so che devo cercare percorsi e discorsi per navigare in acque tranquille. Devo restare lievemente sull’acqua, senza andare in profondità se non percepisco di essere in acque sicure. Per non rischiare che, da qualche spiraglio, da qualche buco rimasto, entri nella mia barca ciò che non deve, provocando spaccature o squarci, e mi trascini di nuovo nella tempesta.

 

(foto di copertina scattata a Zanzibar)

 

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Quello che non ho imparato

 

 

In tanti anni di vita e di esperienze, non ho ancora imparato che le cose passano: i momenti difficili vissuti, quelli gioiosi o dolorosi, i problemi, le relazioni, le persone, le situazioni.

E che, nonostante tutto, si puo’ sopravvivere, passare ad altro, girare pagina. Che se non passano, i momenti duri, almeno si alternano. Come in quel detto, che mi piace tanto

 

“buon tempo e mal tempo,

non dura tutto il tempo”.

 

 

Non ho ancora imparato che solo poche circostanze sono questione di vita o di morte, o prive di soluzione.

Non ho ancora imparato che voltarsi a guardare da un’altra parte, puo’ essere il rimedio per cambiare uno stato d’animo negativo. Che spostandosi, si possono vedere le cose da una diversa angolazione.

Non ho ancora imparato a non farmi sopraffare dall’ansia davanti a un problema o a un conflitto, a qualcosa che non va secondo i piani. E non ho ancora imparato ad attendere, ad aver pazienza.

Non ho ancora imparto ad avere fiducia nelle mie risorse, o almeno, ad avere fiducia in quello che deve essere, ed accoglierlo.

Non ho ancora imparato fino in fondo, a vedere le delusioni come l’opportunità che venga svelata la verità, che vengano demolite malsane aspettative. Che siano un’occasione per svegliarmi.

Non ho ancora imparato a non dar credito alle parole o ai gesti delle persone di cui poco mi importa. E che mi deve importare poco delle persone che vedono poco, o solo sè stesse, e delle persone ottuse.

Non ho ancora imparato a non rimanerci male di fronte a un tradimento, quando mi mancano di rispetto o di lealtà, di delicatezza, o quando mi prendono per scema o non mi considerano.

Non ho ancora imparato a non prendermela e farmi scivolare addosso le cose poco importanti, gli sberleffi delle persone insulse, a proteggermi davvero da chi o da quello che intuisco puo’ farmi del male. Non ho imparato a prendere le cose con un’opportuna leggerezza.

Non ho imparato a mascherare il disappunto, che mi si legge in faccia, e non ho imparato a tollerare chi si, e mi, racconta balle.

Non mi illudo di imparare cio’ che finora non ho imparato, sapendo anche che ritornerà a ripetersi se non imparo, e sarò costretta a riviverlo. Ho imparato a vederlo, a decifrarlo, a riconoscerlo, se non prima, mentre accade o appena dopo .. ma se non entra nella carne, non è possibile far la cosa giusta, e che faccia meno male, pur sapendo.

Mi auguro che almeno la consapevolezza di quel che non ho imparato a qualcosa possa servire, magari anche solo a non credere di vivere alla mercè di quel che accade o ad attribuire colpe o sfortune. A poter accogliere i miei limiti e le mie ragioni, a comprendere che non tutto è possibile, talvolta neanche imparare nel tempo che abbiamo disponibile. E che, comunque, si può fare del proprio meglio, e accettare quel che non si può cambiare.

 

Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare; 

il coraggio di cambiare le cose che posso cambiare;

e la saggezza di riconoscerne la differenza.

 

 

dicembre 2020

 

 

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Il Santuario della Madonna di San Luca a Bologna

 

 

Come blogger di origini bolognesi, non posso esimermi dallo scrivere un post sul Santuario della Madonna di San Luca.

Quando di ritorno da fuori Bologna, vedo il colle con il profilo della Basilica di San Luca in vetta, allora so che sono arrivata a casa: è come se ricevessi il bentornato, e questa cosa, credo comune a tutti i bolognesi, mi è sempre piaciuta.

 

 

Il colle che ospita il santuario si chiama Colle della Guardia, e sorge a del 280 metri dal livello mare, e ci si accede in città, dall’Arco del Meloncello, a porta Saragozza, che segna l’inizio della salita e dei portici per raggiungerlo.

 

 

Il porticato, molto suggestivo, è il piu’ lungo del mondo, 3 chilometri, 666 archi, sembra un serpente che sale sul colle, e proprio questa immagine voleva essere rappresentativa del demonio sconfitto sotto piedi della Madonna.

 

 

E’ stato costruito nel XVIII secolo per proteggere dalle intemperie chi andava in pellegrinaggio. Proprio a quel periodo risale anche la costruzione dell’attuale basilica in stile barocco, di un bel colore rossastro, al posto del precedente santuario del XII secolo, nato per contenere una icona bizantina della Madonna col bambino, che la leggenda narra che sia opera di San Luca, e portata a Bologna da un pellegrino.

 

 

L’immagine su legno viene conservata in una teca per essere protetta dagli agenti atmosferici e dal passare del tempo. Il porticato è intervallato da quindici piccole cappelle con dipinti.

 

 

Per raggiungere la cima bisogna percorrere 489 scalini, o andare comodamente in auto, percorrendo una serie di tornanti, tra cui il più ripido è la curva delle orfanelle, dove ho il ricordo di una volta, neopatentata, bloccata nel bel mezzo della curva stessa, senza riuscire più a salire, con a bordo sulla mia Panda alcune mie amiche impaurite :).

 

 

In alternativa si può arrivare con il bus numero 58, o con il trenino Bologna Express che parte dal centro di Bologna.

C’è un ulteriore percorso, per raggiungere il santuario per gli amanti del trekking, piuttosto impegnativo, in quanto ripido: il sentiero dei Bregoli, che inizia a Casalecchio di Reno, al parco Talon e sale per i boschi.

Il cammino verso San Luca è spesso meta dei bolognesi sportivi che vogliono tenersi in allenamento o di chi vuole fare un bella passeggiata, godendosi un bel panorama della città e delle colline circostanti.

 

 

Oppure di chi vuole fare un voto:

se succede questo o quest’altro vado a San Luca a piedi

è il diffuso detto bolognese, per chiedere una qualche grazia o per ringraziare di una cosa importante avvenuta.

 

A un certo punto del cammino, contraddistinto con il cartello “BOLOGNA”, si vede bene tutto lo stadio Dallara, che è poco lontano.

 

 

Garantisco che la salita tira alquanto, come si dice da queste parti,  e quando io giungo al punto in cui si legge che si è arrivati, tiro un sospiro di sollievo.

 

 

Ancora non si vede il santuario, bisogna attendere di svoltare l’angolo

 

 

E allora, se è una bella giornata, la visione è veramente celestiale, con le montagne sullo sfondo, magari innevate, se è inverno

 

 

e i giochi di vista che si vedono tra i vari archi nel porticato.

 

 

L’interno della chiesa, a pianta circolare, ha un’unica navata e una grandissima cupola, e conserva dipinti di importanti pittori del seicento e settecento, tra cui Guido Reni. Dietro all’altare maggiore, è custodita l’icona della Beata Vergine di San Luca.

 

 

La Basilica è un’importante luogo di culto per i bolognesi: i sacerdoti sono a disposizione per la confessione e per accogliere chiunque chieda conforto e sostegno.

Dalla Basilica si può accedere. attraverso antiche scale a chiocciola, fino al sottotetto del Santuario, per ammirare dal terrazzo dalla cupola piu’ alta d’Europa, 42 metri, i Colli Bolognesi, il centro di Bologna e le zone circostanti, anche attraverso binocoli panoramici. Per questa iniziativa si puo’ fare riferimento all’Associazione Succede Solo a Bologna

 

 

La cosa che ho sempre trovato singolare è che il quadro della Madonna viene portato giù dal santuario in processione ogni anno, in date particolari, in funzione del periodo in cui cade Pasqua, per essere condotto fino alla Cattedrale di San Pietro nel centro di Bologna, dove rimane una settimana, per poi fare ritorno a casa. Durante quel periodo, piove sempre, mentre quando la Madonna risale e torna casa, il tempo torna bello. A me questa cosa pare incredibile, e mi fa anche ridere, ma tante volte ho sentito un bolognese dire:

Piove? per forza, c’è giu’ la Madonna!

Questa insolita credenza pare sia nata da una preghiera fatta alla Vergine, in un momento in cui, nel 1433, grossi nubifragi si abbatterono sulla città, e rischiavano di rovinare i raccolti: la Madonna esaudi’ le richieste, facendo smettere di piovere; in seguito nel 1630, le venne richiesto di fare piovere, per lavare le strade e ridurre il contagio di un’epidemia di peste, che si stava diffondendo su Bologna, e di nuovo la Beata Vergine di San Luca ascoltò le richieste dei bolognesi facendo piovere. E questo nesso tra la Madonna e la pioggia è sempre rimasto!

 

 

Sulla piazzetta di fronte alla Basilica solitamente c’è un mercatino di souvenir e leccornie. Poco oltre si trova il bar ristorante da Vito, anche questo un’icona per Bologna, un locale veramente molto carino e dove si mangia bene, e d’estate, al fresco.

 

 

Quando si ridiscende, come si dice, tutti i santi aiutano, e il cammino sembra molto più breve.

 

 

Se poi si parcheggia, per fare la camminata a piedi, nei pressi della Certosa, si puo’ passare a vedere questo bellissimo monumento, e magari fermarsi anche ad onorare la tomba di Lucio Dalla, che si trova proprio accanto a quella di Giosue Carducci.

 

 

Per un motivo o per l’altro, andare a San Luca è sempre una soddisfazione! Quest’anno, in periodo di Covid19, sono andata al posto del giro pre – natalizio che solitamente faccio in centro assieme alle mie amiche, per evitare gli assembramenti, ma direi che è stata una piacevole e valida alternativa, che in tempi così, non fa neanche male un pellegrinaggio e magari fare anche un fioretto, una promessa: se quest’altr’anno, di questi tempi la pandemia sarà superata, torneremo a San Luca a piedi a ringraziare!🙏

 

 

il sito della Basilica di San Luca:

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dicembre 2020

 

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Natale e adolescenti: l’albero dell’Avvento

 

 

I figli crescono, diventano adolescenti, e il calendario dell’avvento perde un po’ della sua attrattiva, nonostante oggi se ne trovino di particolari e di tutti i tipi. Per poter regalare ancora un po’ di emozione e sorpresa a mia figlia adolescente, mi sono inventata l’albero dell’avvento.

Sin da quando era una bambina molto piccola, abbiamo adottato la tradizione di prendere a nostra figlia, ogni anno, ad inizio dicembre, il calendario dell’avvento di cioccolato, così che, ogni mattina, attendesse con trepidante eccitazione, di aprire una casellina, con la curiosità di sapere quale forma vi avrebbe trovato, e di mangiarsi golosamente il suo cioccolatino. Il tutto in attesa del giorno di Natale, quando avrebbe trovato un dono ancor più grande, talvolta molto desiderato, o una sorpresa che la lasciasse stupita, con tutta l’emozione delle feste in famiglia.

 

 

Ho sempre pensato che il calendario dell’avvento fosse un’ottima occasione di proficui apprendimenti per diversi motivi:

  • per creare un piccolo rito che desse spinta e motivo per alzarsi la mattina
  • per iniziare bene la giornata, con entusiasmo e con dolcezza
  • per imparare ad attendere le cose belle e importanti, giorno dopo giorno
  • per imparare che l’attesa puo’ anche essere dolce
  • per incentivare la curiosità dell’incognito, per quello che avrebbe trovato

Crescendo e passando dall’infanzia all’adolescenza, il calendario dell’avvento ha perso un po’ della sua attrattiva: qualche giorno la casellina non veniva aperta per dimenticanza e l’eccitazione e la curiosità avevano perso forza.

Un po’ nostalgica di quei momenti, volevo fare qualcosa per prolungare il momento dell’infanzia, che se ne stava andando, conscia che ormai sarebbero state le ultime volte che avrei potuto vedere in mia figlia sedicenne, quasi adulta, quello sguardo di bambina stupita ed eccitata, quegli occhioni grandi sgranati, quel corpo che si agitava, manifestando la sua gioia, di fronte a una piccola sorpresa a lei riservata.

E poi quest’anno ci aveva messo a dura prova, con la pandemia e tutte le restrizioni, lunghe permanenza a casa, noiose lezioni on line, giorni senza novità, e credo ce ne fosse bisogno, di qualche momento di stupore e gioia, di un po’ di brio, di qualcosa per ravvivare queste settimane.

Per questo ho pensato di fare l’albero dell’avvento.

In verità era una trovata che mi ero inventata qualche anno prima, e che avevo visto aveva avuto un gran successo. Con impegno ho cercato piccoli doni, preparato pacchettini numerati, contenenti sempre qualcosa di diverso, cioccolatini, caramelle, dolcetti, cose per la scuola, per il trucco, o per i capelli, da far cercare ogni giorno sull’albero, e da scartare, partendo dal giorno in cui abbiamo fatto l’albero di Natale, l’8 dicembre. E quindi, in un momento inaspettato, proprio dopo che lei aveva terminato di mettere tutte le altre decorazioni sull’albero, ho appeso quei piccoli doni, ognuno contraddistinto con il numero del giorno, fino al 25.  Una sorpresa che ha riscosso molto entusiasmo!

 

 

E ogni mattina è’ bellissimo sentirle raccontare cosa ha trovato dentro al pacchettino, vedere ancora ora la stessa eccitazione di quando era bambina, lo stesso sguardo acceso elettrizzato, lo stesso piacere dell’attesa, lo stesso desiderio di sapere quale sarà la nuova sorpresa, per i giorni a venire.

Ci  godiamo insieme quel che ci regala l’albero dell’avvento: a me il sorriso e l‘emozione di mia figlia, e la delizia di fare qualcosa per qualcuno che amo, a lei la possibilità di sapere che qualcosa di buono l’attende, il piacere di ricevere, e la sensazione di sentirsi amata.

Perchè ci si sente amati se ci si sente pensati, e se si sa, di essere pensati.

 

 

natale 2020

#natale #calendarioavvento

 

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Spiaggia Pineta del Gelsomineto, Tonnara di Vendicari e borgo di Marzamemi

 

 

Il nostro giro per la Val di Noto prosegue per spiagge, borghi e antiche tonnare. La Sicilia orientale è un territorio ricco e vario che appaga veramente tutti i sensi e i gusti.

 

Spiaggia della Marchesa

Da Noto, volevamo prenderci anche almeno una mezza giornata di mare. Avevo letto ottime recensioni della spiaggia di Calamosche, ma con un tratto piuttosto lungo da fare a piedi per raggiungerla, di quella di Eloro, e mi avevano consigliato, per la nostra esigenza di non fare troppa strada a piedi (per non avere brontolii da parte dell’adolescente), il lido di Noto, con spiaggia bella ampia.. oppure la spiaggia della Pineta Gelsomineto, detta anche della Marchesa, con il mare piu’ bello della zona e ampie zone di ombra. La nostra scelta è ricaduta su quest’ultima.

 

 

E’ una baia con mare cristallino, circondata da una Pineta di pini marittimi, chiamata del Gelsomineto perché crescono anche dei gelsomini. Alle estremità della baia c’è una scogliera di roccia calcarea. In quanto proprietà privata dei Marchesi di Cassibile, motivo della denominazione di spiaggia della Marchesa, l’accesso con l’auto è a pagamento, e piuttosto caro, ma solo se si vuole arrivare fino ai bordi della spiaggia; in alternativa, giungendo presto, si puo’ trovare parcheggio all’inizio della strada, in una via non asfaltata e fare una camminata, neanche troppo lunga, come abbiamo fatto noi.

Qui ci siamo messi sotto l’ombra di alcuni alberi a goderci gli ultimi momenti sulla spiaggia della stagione, a rilassarci e a guardare il mare con le sue belle sfumature.

 

 

Per pranzo ci siamo spostati sul lungomare della vicina Avola, dove per caso abbiamo trovato un piccolo ristorante, Il Marinaio bistrot, in stile marittimo, e leggendo le buone recensioni su Tripadvisor ci siamo fermati.. Pranzo ottimo, primi di pesce e grigliata buonissimi, con una bella vista sul mare. Dopo pranzo abbiamo avuto modo di fare un veloce giro per il centro di Avola.

 

 

Vendicari e la Tonnara

Tappa successiva che avevo previsto: la Tonnara di Vendicari, nell’omonima Oasi.

La riserva di Vendicari è una oasi naturale faunistica ancora incontaminata tra Noto e Marzamemi, dove ci sono anche bellissime spiagge, rocce a strapiombo, insieme a zone con itinerari da percorrere a piedi, e pantani, ideali per gli uccelli che vi fanno anche sosta durante le migrazioni verso l’Africa. Sono presenti anche vari capanni di osservazione degli uccelli e reperti archeologici di età ellenistica, bizantina e medievale.

 

 

Ci sono 5 ingressi per entrare nella riserva

  • Vendicari (tonnara)
  • Eloro
  • Marianelli
  • Calamosche
  • Cittadella

Sul sito potete trovare tutte le informazioni

http://www.riserva-vendicari.it/riserva-vendicari/

 

 

Studiando il territorio, mi aveva incuriosito molto la Tonnara, forse anche perchè mi era piaciuta molto quella a San Vito lo Capo, pertanto abbiamo scelto di entrare dal varco di Vendicari. Ed in effetti sono rimasta soddisfatta: i resti della Tonnara, le parti di un edificio di cento metri dove veniva eseguita la lavorazione del tonno, i pilastri che ne sorreggevano il tetto, la ciminiera, il tutto davanti al mare, e la luce del pomeriggio che la illuminavano, mi hanno dato la sensazione di essere in un tempio.

 

 

Questo posto mi è piaciuto moltissimo!

 

 

Dalla Tonnara parte poi un sentiero, in mezzo ad una vegetazione di canne e fichi d’india, che affianca la costa rocciosa del mare, molto suggestiva. Insomma tutto il contesto ha fatto si che una bella sensazione pervadesse tutta me stessa e mi desse un senso di tranquillità e di piena vita.

 

 

Al termine della visita, dopo un momento di relax in mezzo a questa natura, siamo ripartiti in direzione Marzamemi, per visitare al tramonto lo splendido borgo colorato, di cui avevo visto tante belle foto.

 

Marzamemi

Anche Marzamemi ha superato le mie aspettative. Forse perchè avevo visto solo le foto del ristorante con sedie e tavoli colorati, che credevo fosse sul mare, e pensavo che ci fosse solo quello. Invece Marzamemi è un paese bello grande, con un centro e diversi angoli deliziosi tra chiese e case di pescatori, -oltre all’angolino pluri fotografato,- con tanto di zona di passeggio e negozi, fuori dal centro storico, e una bella marina. Un posto che, anche se preso d’assalto dal turismo, non ha perso la sua identità e attrattiva.

 

 

Insomma gli scorci incantevoli a Marzamemi sono tanti, e io la considererei un’ ottima meta per fare base per il tour della Sicilia orientale e per una vacanza di mare.

Siamo arrivati prima del tramonto, come da tutti consigliato, e abbiamo lasciato l’auto in un parcheggio a pagamento segnalato prima della zona pedonale. Ci siamo diretti verso il centro, e già prima di entrare, abbiamo avuto davanti il paesaggio della baia con le barche, nel porto della Balata e di fronte, la vecchia tonnara di Marzameni.

 

 

Un pescatore aveva decorato la sua barca con dei fiori, un’immagine molto poetica!

 

 

Di fronte a lui, subito un delizioso angolino

 

 

Proseguendo la strada, cosparsa di negozi di cibo e prodotti tipici, costeggiando la tonnara, si entra, attraverso una porta nel centro storico, ed è lì che ci si trova davanti al ristorante con le sedie bianche e blu, l’ Antico Borgo dei Pescatori di Marzamemi.

 

 

In realtà la cosa bella è tutto il contesto della piazza, le case dei pescatori in pietra, le due chiese di San Francesco da Paola, una antica e una piu’ recente, il palazzo del principe di Villadorada.

 

 

La sensazione, girando per questo centro storico piccolo e contenuto, è quella di essere in un salotto.

 

 

A volte troppo pieno di gente che cerca di scattare delle fotografie, ma comunque incantevole. E girando per le stradine, si possono trovare angoli indimenticabili.

 

 

A Marzamemi ci siamo gustati una bella spremuta di melograno fresca, un po’ cara, ma buonissima, e 3 buone granite siciliane, in un locale proprio davanti all’antico borgo.

 

 

Abbiamo poi passeggiato per i vicoli e siamo andati nella parte esterna, alla marina, a goderci il tramonto.

 

 

Incantevoli locali facevano venire la voglia di fermarsi per 1000 aperitivi sul mare! Invece noi, prima di lasciare il centro del paese, ci siamo fermati in una piccola rosticceria a prendere arancini per cena. Il giro sul lungomare, con i suoi negozi tipici costruiti nelle vecchie case con interni di mattoni, mi ha fatto desiderare di non venire piu’ via da questo luogo magico!!

 

 

Ci aspettava, l’indomani, l’ultima tappa del nostro tour, Siracusa: non ve la perdete perchè merita davvero!!

 

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settembre 2020

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.