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Organizzare un viaggio “fai da me”
Si… proprio “fai da me”, perchè se voglio viaggiare in famiglia devo organizzare tutto io!!
Devo metterci l‘iniziativa, devo metterci l‘impegno, devo metterci l’entusiasmo. L’unico viaggio che ha organizzato mio marito è stato il nostro primo, dopo 4 mesi che stavamo assieme, a Mauritius. E’ andato in agenzia, mi ha consultato, ha confermato e ha pagato. Che dite, mi ha ingannato? Perchè dopo, mai piu’ nulla! Lui, dice che non lo fa perchè qualsiasi cosa scelga lui, io avrei da ridire: perchè quel posto, hai speso troppo, la location non è il massimo, hai letto le recensioni, hai guardato se c’era altro di meglio??. E forse ha ragione:)!!
Perchè io sono una rompico….ni, perchè voglio trovare quello che io ritengo il meglio in tutti i sensi, decidere e cambiare idea, confrontare, voglio pensarci… mentre lui tende a prendere la prima cosa che gli piace (e se avesse fatto cosi’ anche con me????).
In realtà, io sono cosi’ per tutto.. eh lo so, sono una rompic..ni, anche per me stessa.
Bene, tornando al viaggio fai da me, abbiamo raggiunto un equilibrio: io organizzo e perdo tutto il tempo che voglio a leggere forum, recensioni, blog, vedere foto, tanto che, dopo un po’, sono cosi’ satura che mi sembra di esserci già stata in un posto, e a lui va bene quel che scelgo io e di solito non si lamenta. Tranne quella volta dell’hotel economico a Bangkok, che mi è costato 82 euro per 2 giorni in 3, che era solo un punto di appoggio, comodo per le nostre tappe, e che a me non sembrava cosi male, che ancora lui mi rinfaccia, come il peggiore hotel mai visto!
Il fatto che non si lamenti, è già un grande vantaggio. Perchè, se non partecipasse e avesse anche da ridire sulle mie scelte, ecco..anche no. E comunque, in definitiva, decidere poco democraticamente, sui viaggi, quello che voglio io…mi piace:) !!!
Di solito, sia lui, che la figlia, ormai adolescente e rompic..ni pure lei, sono contenti delle mie scelte per le vacanze, ma c’è sempre un momento nella vacanza, tensioni accumulate, divergenze, palle che girano, fattori ormonali, in cui penso:
ma chi me lo fa fare???
Arrivo a dire (o a pensare) che non organizzerò mai più qualcosa, che vadano in agenzia, che la prossima volta stiamo a casa.. ma poi…stiamo a casa?!? no!!! la grande adrenalina e il grande entusiasmo che mi danno i viaggi, e il piacere di organizzare, mi portano a rimuovere quei momenti e mi vedono, al ritorno, a mettermi a cercare nuove mete e voli e hotel sul pc.
Perchè poi in fondo siamo là, in vacanza..Solo che anch’io vorrei mollare un po’ il controllo, la fatica della pianificazione.. sento il peso di quella che sa come è organizzato il viaggio e che deve sostenere lo sforzo di tenere dietro a tutto anche li’..e quindi arriva lo schizzo isterico, accentuato anche dall’età dell’intolleranza, e il pensiero che sovviene:
“basta! la prossima volta vado da sola”
… Poi.. no… da sola no. Non è uguale. Io voglio andare con loro, condividere con loro, entusiasmarmi con loro…e forse per questo in vacanza non esiste rancorosità, una meta o un’esperienza inaspettatamente bella, o anche aspettatamente, cancella tutto..e si riparte.
Devo dire che, comunque, io cerco di pensare sempre a loro, quando pianifico: a quello che a loro piace, a quello che preferiscono, a come indorare qualcosa che farebbero fatica ad accettare o che pensano non li entusiasmi, per far sì che, alla fine, anche loro apprezzino e siano contenti!! sia una meta, che un luogo, un hotel o un’attività….. perchè li conosco, i miei polli, e talvolta hanno anche poca fantasia, non sanno immaginare che cosa gli puo’ piacere..
A volte non mi seguono con i ritmi, io vorrei vedere tutto e loro, posa piano che non sono altro, quando sono stanchi (!!) vorrebbero fermarsi (e io non sono una dai ritmi cosi’ serrati, ma loro ancora meno) mentre io vorrei riuscire a vedere tutto a fare tutto!! A volte cerco coinvolgerli in faticosi tour (troppo da camminare, troppo lontano, troppo caldo, ecc., ecc.) o in improbabili attività, nel far foto strane (col salto per esempio) o selfie..e per questo devo tenere a freno il mio scalpitare e avere un po’ di pietà!
Insomma, anche una vacanza “fai da me” implica il cercare e stabilire certi equilibri, cedere a dei piccoli compromessi, per proteggere quello che più ci sta a cuore: il viaggio e lo stare insieme.
Ma ditemi, anche voi arrivate a quel momento in cui pensate: ” ma chi me lo fa fare??”
maggio 2019
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e consigli di viaggio
50 anni e più
50 anni e più e non sentirli ..ma vederli tutti, davanti allo specchio. E guardarlo sempre meno, quello specchio: a questa età, è lecito non voler vedere.
50 anni e più… comoda più che figa, sostanza più che forma. Di tante cose non te ne importa più. “Chi se ne frega di quello che gli altri pensano”… ma non del tutto, qualche parte ancora non si arrende.
50 e più.. consapevole, più che frivola. Con quei momenti in cui cerchi di vivere di più, perché sai che il tempo è sempre meno. E quel tempo, vuoi viverlo con coscienza e dignità.
50 anni e più… e tagli più che ricucire. Tagli le cose che meno contano, tagli le persone che ti fanno male, o che non ti interessano. E le ferite che ancora dolgono, cerchi di proteggerle, e di averne cura.
50 anni e più .. schizzata anziché tranquilla. Con gli ormoni che non aiutano di certo, ma sempre col miraggio della pace e della saggezza, che forse resteranno un’utopia.
50 anni e più.. e la pazienza che si è esaurita. Difficile adeguarti, difficile sopportare, difficili i compromessi. E sempre meno disponibile a mostrarti per quello che non sei.
50 anni e più.. e le parole, solo quelle che servono, misurate. Pochi sprechi, che l’energia è sempre meno e va dosata bene.
50 anni e più… e non hai imparato ancora tante cose. Realizzi che forse mai le imparerai, cerchi di accettarlo ed usare qualche strategia.
50 anni e più.. e il mondo che va avanti, sempre piu’ veloce. Che a volte è difficile stargli dietro, i passi per rincorrerlo son più lenti, e non è facile non restare indietro.
50 anni e piu’… e sempre in viaggio. Non solo per mondo, ma alla ricerca..che non si è mai arrivati. Col tentativo di capire qualcosa ancora, col gusto di assaporare meglio ciò che è bello, e di sostenere ciò che è giusto.
50 anni e più.. e ancora l’entusiasmo e la curiosità. Che preghi non se ne vadano mai, quelli. E i desideri, e la voglia di sfacciataggine e di noncuranza… e di volersi un po’ di bene, che non è mai tardi. Soprattutto, a 50 anni e più.
14 maggio 2019, a 50 anni e più
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Questo miope mondo
Le persone stanno diventando sempre piu’ miopi.
Quando sei colpito da miopia, vedi cio’ che è vicino, ma fatichi a vedere cio’ che è lontano, vedi sfocato, o non vedi proprio.
E’ una patologia che colpisce la vista ma è sempre piu’ diffusa anche come dinamica tra le persone.
Si vede e, ancor peggio, si riesce a sentire, soltanto quello che ci tocca da vicino e appena si sposta l’ottica, non si è piu’ in grado di vedere, di comprendere. La visione di una stessa cosa cambia se accade a qualcuno che non siamo noi, o fuori dalla nostra cerchia.
Quello che va bene, ed è accettabile, fatto da noi, non va bene, e diventa inaccettabile, se agito da altri.
In definitiva, tendiamo a condannare l’altro per comportamenti che appartengono anche a noi, incapaci di riconoscerli e senza accorgercene. Come se la coscienza si oscurasse, più ci si allontana dal nostro perimetro.
Insomma, usiamo 2 pesi e 2 misure per valutare: noi e le persone a noi vicine, che difendiamo, e le persone meno vicine, che magari biasimiamo o infamiamo per le stesse cose.
I nostri occhi sono sempre piu’ concentrati su noi stessi, con la preoccupazione di nutrire il nostro ego, metterci in mostra, salvaguardare l’ immagine, le apparenze e il nostro tornaconto personale. O li spostiamo sugli altri, quando ci fa comodo, per una bella proiezione. Non riusciamo a guardare a fondo dentro di noi, ad essere obiettivi, a metterci in discussione, a riconoscere con consapevolezza il nostro agire. Restiamo spesso ciechi, sordi e insensibili di fronte alle altrui esigenze, richieste, situazioni, o semplicemente al loro essere persone come noi.
Totale assenza di empatia e predominante incoerenza, egoismo, egocentrismo.
Egocentrismo dilagante, ahimè!, trasmesso anche alle nuove generazioni.
Mi guardo intorno e vedo, piu’ di un tempo, tanti ragazzi giovani con gli occhiali.. E’ la cultura del guardare solo a sè, al proprio orticello, che porta sul piano fisico, come sul piano della realtà, a diventare miopi. Tutto è a portata di mano, tutto è subito, non viene sviluppata e incoraggiata una visione lungimirante. La patologia aumenta tra i giovani (ereditarietà a parte, ma che fa parte comunque dell’evoluzione della cultura), che dovrebbero poter guardare lontano, ma che fanno sempre piu’ fatica, a guardare oltre, a guardarsi intorno a guardarsi dentro, e a vedere l’altro.
Questo miope mondo ci priva dell’umanità.
Ci rende vittime di un’arroganza che ci fa perdere il fuoco sulle persone. Espone noi e i nostri posteri, a un fuoco che non alimenta incontro e condivisione, ma che acceca e infiamma gli animi. Lasciando spesso una bella dose di tristezza e di sconforto.
maggio 2019
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La mia faccia racconta
“L’importante è non avere le grinze al cervello. Quelle in faccia prima o poi t’aspettano al varco.”
La mia faccia, quella che vedo allo specchio ogni mattina.
La mia faccia, quella che ci metto quando sostengo un’opinione.
La mia faccia, che mi distingue.
La mia faccia, che ha le impronte della mia vita.
La mia faccia esprime quel che sento, più’ di quel che riescono le mie parole.
La mia faccia racconta le mie vicissitudini. Se ho riso troppo, se ho pianto troppo, se ho trattenuto troppo.
Ogni ruga è un ricordo, un vissuto, un’emozione.
E’ la faccia di una vita.
Quante volte non mi sono piaciuta, guardandomi in faccia.
Quante volte ho sperato che non parlasse, questa faccia. Oppure che facesse comprendere quel che le parole non riuscivano ad esprimere. Quante volte è riuscita a nascondere.
La mia faccia è questa, non posso cambiarla.
Puo’ piacere oppure no.
Tante volte me lo sono chiesta.
Tante volte ho sperato che piacesse.
Troppe volte mi sono svenduta perché piacesse.
Tante volte non ho avuto gli sguardi che cercavo.
Tante volte avrei voluto che fosse di gomma.
Quante volte non mi guardo allo specchio, per non vedere i segni del tempo.
O per non ricordare quel che non mi è piaciuto.
Quante volte mi guardo, e vorrei tornare indietro nel tempo.
Quante volte non mi guardo, per paura di non riconoscermi.
E vorrei avere quella saggezza, che non ho, per dire anch’io:
“Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una.
C’ho messo una vita a farmele!” (Anna Magnani)
Faccia da culo, faccia da stronza, faccia dolce, faccia rabbiosa, faccia amorevole, faccia triste, faccia impaurita, faccia curiosa, faccia entusiasta, faccia felice.
Questa è la mia faccia, quella che presento al mondo, quello che si vede di me. E io sono la mia faccia.
Ma non sono solo quello.
L’importante, per me, è che sia una faccia vera.
Che sia una maschera, soltanto quando è strettamente necessario.
“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.” (Luigi Pirandello)
aprile 2019
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Adolescenti: gli entusiasmi giovanili
E’ bello l’entusiamo giovanile con cui attendi gli appuntamenti della tua vita.
Il contare i giorni agli eventi, che diventano dei paletti per te, e che alimentano il desiderio di viverli.
I tuoi “non vedo l’ora”, che è la voglia di vivere un’esperienza, di emozionarsi, di aggiungere un vissuto alla tua breve esistenza. I vissuti che formeranno i tuoi ricordi e che alimenteranno il tuo desiderio di ripetere le cose che danno piacere e soddisfazione.
E’ bello il tuo cercare giovanile e vitale il piacere, quello che ti da gioia, che ti fa battere il cuore e che illumina il tuo sorriso. Ed è bello e utile anche il tempo dell’attesa. Il tuo imparare ad immaginare i momenti che vivrai. Imparare la pazienza. Perché ti assicuro, che una volta arrivati, quei momenti, te li potrai godere ancora di piu’.
E’ bello vederli nascere, i tuoi desideri, e ammirare l’impegno che ci metti, per realizzarli. Ed è bello il tuo guardare al futuro con cosi’ tanta smania. Con una fiducia vergine e possente. Con il tuo incedere deciso. E con l’ apertura verso il mondo, che hai davanti.
marzo 2019
foto di Patty
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Lo sgretolarsi delle certezze – L’incendio di Notre Dame de Paris
Quando anche ciò che si credeva incrollabile, eterno, viene a crollare, crolla anche qualcosa dentro di noi.
Forse le nostre certezze. O quelle che credevamo tali.
Forse ci mette davanti alla caducità di tutte le cose. Al fatto che anche i riferimenti piu’ importanti non sono indistruttibili, che, da un momento all’altro, il paesaggio, che siamo abituati a vedere puo’ cambiare.
In un tempo in cui tutto passa cosi’ velocemente, le poche cose solide che abbiamo attorno desidereremmo che restassero. E credere che durino per sempre.
Forse, vedere sgretolarsi cio’ che l’uomo, sfruttando il massimo del suo potenziale creativo, la sua forza e la intelligenza, la sua fede e la sua tenacia, è riuscito a costruire e far entrare nella vita degli altri, toccando il loro cuore con la bellezza e la magia dell’innalzarsi verso il cielo, ci riporta a un senso di impotenza che tanto cerchiamo di sfuggire durante la nostra vita.
Siamo davanti al fatto che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto e non sarà mai piu’ come prima, per quanto, altro, piu’ bello, piu’ grande, piu’ nuovo, possa venire.
Un fatto che però, nella tristezza di ognuno di noi, ci accomuna con molti esseri umani che provano la stessa cosa. E per un attimo ci sentiamo piu’ vicini.
Eppure, come sempre, ce la faremo. A fatica, con rassegnazione e con un dolore nel cuore, o accettando la sfida del cambiamento e della ricostruzione.
Magari con un pensiero in piu’ a come, in un attimo, una realtà puo’ cambiare. A quanto, dare sfogo a cattiveria, intolleranza, nutrimento ad ego ed arroganza, poco porti di fronte all’evidenza che, anche le cose che si credevano piu’ solide, possano sgretolarsi di fronte ai nostri occhi.
Parigi e Notre Dame hanno segnato diverse tappe importanti della mia vita.
La prima volta che ho visto la cattedrale, avevo 14 anni, ero in gita con la scuola. L’immensità e la bellezza negli occhi, mentre il prof. ci spiegava l’arte e la storia, davanti alle vetrate colorate, alla guglia e alla facciata della chiesa.
L’ho rivista altre 2 volte, con la spensieratezza e l’entusiasmo dei primi viaggi con gli amici.
Sono tornata con il fidanzato sbagliato, in un giro pieno di disavventure (compresa la perdita del volo di ritorno), in cui tutto pareva essere premonizione dell’imminente fine tragica della storia.
Mi sono fermata come tappa del viaggio di nozze per arrivare in Polinesia, a visitarla con l’uomo che era appena diventato mio marito, felice e raggiante. Quella città che amo e dove sempre farei ritorno.
Ci ho riportato mia figlia, qualche anno dopo, e quella è stata l’ultima volta che ho visto Notre Dame. Con la bellezza della fioritura di aprile, vista dal battello sulla Senna.
Nel parco giochi circostante la chiesa. Girandole attorno per mostrare a Giada la casa del Gobbo.
Ammirandola dal tavolino di un bar a pranzo, proprio al suo cospetto. E la sera, quando l’atmosfera delle luci la rendono magica.
Protagonista di ricordi che porto nel cuore.
Forse ci sentiamo tutti piu’ fragili oggi, dopo l’incendio che l’ha colpita, Notre Dame. Magari per un attimo, o magari forse per più di un attimo.
E’ una fragilità importante, e magari! ci costringesse a fermarci dalle corse quotidiane per non so dove.
E magari! ci inducesse a guardare con occhi diversi quello che abbiamo attorno, come se fosse l’ultima volta, prima che non sia più lo stesso.
E magari! dopo il timore di perdere tutto, rinascesse la speranza che non tutto è perduto.
Aprile 2019
foto di Patty
La forza del vuoto
Ho sempre avuto una paura folle del vuoto.
Paura di precipitare. Paura di soccombere.
Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.
Paura di perdermi, nel vuoto, come quando un bambino si sveglia di notte al buio, e non trova i muri come riferimento, per appoggiarsi e trovare la via per andare ad accendere la luce. Restando il balia di un nulla, che disorienta e destabilizza.
Ho scoperto, invece, col tempo e la maturità, l’utilità del vuoto.
Un vuoto che puoi riempire.
Un vuoto che puo’ accogliere.
Un vuoto fertile.
Un vuoto da lasciare vuoto per un po’, senza la fretta compulsiva di riempire.
Un vuoto che fa largo. Un vuoto per l’ascolto.
Dal vuoto nasce la ricerca, dopo il momento del panico, dello smarrimento, della disperazione.
Dal vuoto nasce la forza creativa, la capacità di sopravvivere.
Dal vuoto le risorse emergono.
Nel vuoto si crea lo spazio. E il nuovo puo’ arrivare solo se c’è posto, se c’è uno spazio libero.
Il vuoto ti concede il riposo.
Il vuoto ti permette di muoverti, di avere possibilità di azione, ti apre le possibilità che l’essere saturo non ti dà.
Se il bicchiere è pieno non resta che la goccia che fa traboccare. Se il bicchiere è vuoto puo’ essere riempito. Magari di vino buono.
aprile 2019
foto by patty
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Il ragionevole dubbio
Il fatto di essere insicura, mi ha spesso arrecato disagio.
Di fronte ad una affermazione, magari contraria a quello che io sapevo o pensavo, il primo pensiero che ho sempre avuto è che gli altri potessero avere ragione e fossi io ad essere in errore, ad essermi sbagliata.
Questo mi ha portato a mettermi continuamente in discussione, a riflettere, cercare di ragionare, a riconsiderare quello che pensavo. A fare entrare quello che dicevano gli altri, a zittirmi e pensare, a prendere tempo per documentarmi. Ad apparire titubante, incerta, spesso senza un’opinione precisa, perché magari non ribattevo con forza, non mi esprimevo, non pontificavo o non sostenevo con decisione le mie idee.
Proprio in questo tempo, invaso dalle fake news e dalla tendenza a voler sempre dire la propria, ho notato quanto spesso le persone parlino senza avere le informazioni complete, senza tenere conto del rovescio della medaglia o senza considerare anche le altrui ragioni. Con quanta arroganza ci si arroghi una verità, si guardi solo un aspetto di una questione -quello più comodo o della maggioranza-, si faccia a gara per avere ragione, come se si dovesse vincere qualcosa.
Si cerca di primeggiare. urlando più forte, argomentando di più, fintanto che non è più importante l’argomento di cui si sta dibattendo, ma spuntarla, avere l’ultima parola. Diventa cioè una lotta di potere. Un modo per affermare se stessi (magari in mancanza d’altro), per non doversi mettere in discussione.
Se discutessimo per capire, invece che per avere ragione, sarebbe tutto più semplice.
(Anonimo)
E spesso la tendenza è anche quella di circondarsi di persone che danno ragione, per poter avere la conferma che sì, si è nel giusto. Si è delle brave, buone, belle persone. Con un carattere, una personalità. E con il consenso degli altri.
Perchè mettersi in discussione significa anche apparire fragili.
Ma è proprio cosi’: apparire. Perchè, al contrario, è sintomo di intelligenza e maturità.
Anche se mi disturba un po’, il fatto di pensare sempre, per prima cosa, che forse sto sbagliando io, col tempo ho riconsiderato essere una qualità, il mettere in dubbio se stessi e le proprie credenze. Ascoltare altre campane, pensando che potrebbero essere loro nel giusto. Lasciare perdere quando si hanno diverse vedute, se lo scambio non risulta proficuo, e non parlare quando risulterebbe sterile o quando non si hanno tutti gli elementi.
In un’epoca in cui tutto è veloce – pensieri, parole, giudizi -, il dubbio, – fermarsi un po’ di piu’ a riflettere -, mi sembra cosa oltremodo ragionevole.
Chi vuole avere ragione cerca sempre di avere l’ultima parola. Chi ha davvero ragione ha smesso di parlare da un pezzo.
Quindi, concediamocela un po’ di insicurezza!
Concediamoci il beneficio del dubbio.
Concediamoci un ragionevole dubbio. Su quello che ricordiamo, sulle nostre opinioni, sui giudizi, sulle convinzioni.
Perché non è cosi’ raro, e neanche disdicevole, sbagliare. Neanche cambiare idea o prendersi tempo, per farsi un’opinione.
Se è eccessivo il dubbio non fa bene, perchè ansiogeno e paralizzante. Ma se è misurato, ci concede di allontanare la nostra arroganza e di farci il bel dono di un po’ di umiltà.
Preoccupati di essere felice. Non di avere ragione.
(Buddha)
Se puoi scegliere tra avere ragione ed essere gentile, scegli la seconda.
(R. J. Palacio, Wonder)
aprile 2019
foto by patty e pixbay
El Cotillo, l’anima di Fuerteventura
Andiamo ormai da anni a Fuerteventura e sono sempre piu’ convinta che la vera anima dell’isola sia il paesino di El Cotillo.
Situato nella parte Nord ovest dell’isola, non distante da Corralejo (20 minuti in auto e servito anche dai bus), El Cotillo, ha conservato ancora il fascino del piccolo villaggio di pescatori.
La strada che dall’aeroporto porta al paese, attraversa vallate e mostra le bellissime vecchie montagne di origine vulcanica che formano l’isola.
Giunti al paese, addentrandosi verso il centro, vicoletti e casette bianche, con porte e finestre azzurre, si stagliano nel “casco” storico.
Insieme a piccoli angoli pittoreschi.
Nel porto vecchio si vedono ancora i pescatori pulire il pesce, al rientro dalle battute di pesca, che viene poi servito nei ristoranti adiacenti.
Pochi o comunque discreti esercizi commerciali, nonostante negli ultimi anni il turismo e quindi negozi, ristoranti e strutture, siano molto aumentati di numero.
Il rumore forte delle onde dell’oceano, che si infrangono sulle rocce della costa, si sente in ogni parte del paesino.
Coste a picco sul mare, con spiagge selvagge (Playa Piedra, Los Mallorquines, Playa de Esquinzo) quasi sempre lambite dal vento, adatte a tutti i tipi di sport che lo richiedono, come kite surf, wind surf, surf . Da un lato.
Lagune protette che permettono di godere di un mare calmo e balneabile (freddo a parte), dall’altro.
Spiagge bianchissime con acqua cristallina caraibica, e bellissimi cambi di paesaggio in funzione dalle maree (Cotillo Lagos, la Concha, Caleta del Marrajo). Che contrastano con la roccia nera.
Scoitattolini di mare si vedono spesso lungo la strada.
Distese brulle e deserte, all’interno, nei dintorni, e canyon dai colori sgargianti, poco conosciuti dal turismo (come il Barranco de Los Encantados), da raggiungere con fuori strada, passeggiate a piedi o in bicicletta.
E dolci dune di sabbie (caleta del Marrajo).
Il faro, alla punta estrema (faro El Toston, Punta Ballena), con il suo Museo della Pesca.
Il Castillo de El Toston, a fianco al porto vecchio, da dove godere di un panorama straordinario sull’oceano e assaporare la sua potenza.
Vogliamo poi parlare del pesce fresco, delle tapas, della paella, accompagnati dal mojo canario per iniziare e dal chupito (o ron miel) per finire, che si possono mangiare negli storici ristoranti? o in quelli recenti, in stupendi locali, spesso gestiti da nostri connazionali, che hanno deciso di cambiar vita e trasferirsi a Fuerte?
Il vento, sì il vento non manca. Non è sempre presente e non è sempre forte, ma quando soffia intensamente i corralitos, costruzioni circolari in pietra lavica, disseminati sulle spiagge, offrono un ottimo riparo e protezione.
Il problema puo’ essere quando ci si alza, che sul corpo svestito sembra che arrivino degli aghi. Ma questo vento, per chi lo ama, porta via anche tutti i pensieri, infondendo una sensazione di grande libertà.
Veniamo a Fuerte da diversi anni ma ormai il nostro posto preferito per alloggiare è El Cotillo. Sulla spiaggia di Cotillo Lagos.
Dove al mattino, scendendo in spiaggia, si puo’ passeggiare e godere del contrasto tra il bianco della sabbia e il nero delle rocce vulcaniche.
Dove il tramonto da il meglio di sè, prima che il sole si tuffi in mare, illuminando la spiaggia e le rocce nere.
Dove il verde del mare, sulla spiaggia candida, abbaglia e illumina conciliando l’ammirazione per una bellezza che toglie il fiato.
marzo 2019
foto by patty
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Adolescenti: quando ti portano in viaggio nel tempo
I 14 anni di mia figlia, il primo anno alle scuole superiori, mi hanno inevitabilmente portato indietro nel tempo.
Ai miei 14 anni, al mio primo anno alle superiori.
A quando uscivo la mattina e facevo quel tratto di strada, a piedi, per raggiungere la scuola.
Ai pomeriggi a studiare nella mia camera.
All’aula della mia classe, con la porta a vetri, che vedevi cosa succedeva nel corridoio.
Al panino col prosciutto cotto, comprato nella bottega vicino alla scuola, e ai bocconi mangiati, da sotto il banco, durante le lezioni.
Alle mie compagne di banco, e a quando restavamo a pranzo in classe, perchè al pomeriggio c’era la lezione di ginnastica.
Ai professori, quelli che mi hanno trasmesso la passione, e quelli che…no.
A quella bellissima gita, che abbiamo fatto, fino a Parigi.. Il mio primo vero viaggio. 7 giorni lontano da casa, dalla famiglia.
Il torpedone e Pinone, l’autista.
L’ostello a Saint Germain. Le ricerche dentro al Museo dell’uomo e al Centro Pompidou.
I pranzi al sacco, panini con affettati, stivati nel pullman, in qualche giardino trovato sulla strada.
L’arte imparata dentro alle chiese, ai palazzi, al Louvre. La meraviglia di fronte alla Saint Chapelle. Le bellezze di Versailles.
Il viaggio di ritorno a cantare “Parigi addio..ritornerò” (che se qualcuno è dei miei tempi la conosce :)
E’ stata un’esperienza increbile, di cui sono grata. Il primo, per me, di una serie di viaggi, che in seguito hanno riempito la mia vita.
Forse la mia passione per i viaggi, per il mondo, è nata proprio allora.
Dopo tanti anni, molti ricordi riaffiorano.
Adoro quella ragazzina, un po’ contro corrente, ma con gli occhi vivaci, che ho ritrovato e che assomiglia a mia figlia.
Adoro vedere i suoi occhi aperti e con poche aspettative, per il poco conosciuto.
Quegli occhi pieni di voglia di vedere, di conoscere e di sperimentare. Di andare incontro alla vita.
marzo 2019
foto di Patty
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