Viaggi di testa e viaggi nel mondo

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Catene e libertà

 

Sono i nemici che spesso ti tolgono le catene.

E sarà bello, un giorno,

quando tutta la rabbia e il rancore, la ribellione, saranno passati,

poter dire “Grazie“.

Grazie perchè attraverso di te, attraverso di voi,

sono diventato libero.

E questa è la mia piu’ grande riscossa.

 

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Fusterlandia a L’Havana

 

 

“La alegria de vivir”,  cita questa opera dell’artista cubano Josè Fuster, ed in effetti è quello che si prova entrando a Fusterlandia.

Arriviamo col taxi davanti all’entrata della casa-studio di Fuster, che ormai è diventata un museo a cielo aperto, ad entrata gratuita.

 

 

Rimaniamo subito stupefatti e abbagliati dall’arcobaleno di colori e forme e dalla bellezza di cio’ che vediamo. Costruzioni e opere decorate con pezzi di mosaico in ceramica colorati o pitturati dall’artista stesso, frasi significative, ma anche muri, case, cancelli, fontane cartelli stradali e perfino la fermata dell’autobus, resi delle opere d’arte essi stessi.

 

 

Fuster, infatti, dopo il suo arrivo, circa 30 anni fa nella cittadina di Jaimanitas, propose ai suoi vicini di poter estendere la sua arte nel villaggio. E tutt’oggi l’artista continua a lavorare nel suo studio, dove non è infrequente trovarlo all’opera, e ad abbellire la cittadina, trasmettendo proprio il senso dell’allegria e della bellezza che trascende e arriva al cuore.

 

 

L’arte di Josè Fuster è ispirata a Gaudi e a Picasso, infatti il luogo ricorda un po’ il Park Guell di Barcellona, mentre in molte opere si trovano i classici occhi e le forme dipinti da Picasso.

 

 

 

Fusterlandia si trova nella zona nord ovest dell’Havana sulla Quinta Avenida (Av 5), oltre il quartiere Playa, tra il Club Havana e la Marina Hemingway.

Un posto imperdibile per chi ama sentire dentro la vita che pullula.

“L’alegria de vivir”.

 

 

(luglio 2017)

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La cucina del Diavolo a Marafa-Kenya

 

Partiamo per arrivare a Marafa all’ora del tramonto, l’ora piu’ bella. Quando il sole illumina le rocce, colorandole di rosso.

Ci vogliono circa un paio d’ore da Timboni, dove alloggiamo, vicino a Watamu, per arrivare in questo luogo magico,  detto anche “La cucina del diavolo”, Hells kitchen.

Percorriamo una strada normale fino a un punto in cui una deviazione ci porta su una strada rossa. Lungo il percorso incontriamo donne che trasportano  contenitori dell’acqua, piccoli villaggi di poche case di fango, bestiame al pascolo, bambini.

 

 

Arriviamo a un punto in cui la strada guarda su una vallata profonda e il panorama sembra proprio quello del film “La mia Africa”.

Giungiamo a Marafa verso le 5 del pomeriggio. Una guida ci accompagna e comincia il nostro giro. Dopo pochi passi vediamo lo spettacolo: una magnifico piccolo canyon si apre davanti a noi.

 

 

Costituito di roccia arenaria, nel corso di millenni,  gli agenti atmosferici, pioggia, vento ecc.,  hanno eroso il terreno dando vita ad una depressione geologica con dirupi, pinnacoli, guglie, pareti verticali.

Scopriamo perché viene chiamato anche “la cucina del diavolo”: nelle ore piu’ calde, con il sole a picco, le rocce scaldate dal sole diventano ardenti e ci si potrebbe anche cuocere il pranzo, incandescenti come all’inferno.

Seguendo la nostra guida africana, scendiamo fino alla base della gola. Camminiamo lungo i sentieri scavati nelle rocce, entriamo nelle caverne che si sono formate, tocchiamo le pareti.

 

 

La nostra guida sfiora con le dita una parete e spalma la polvere sul suo braccio, un’altra volta e un’altra ancora per mostrarci tutti i colori della roccia.

 

 

Alzando gli occhi vediamo una forma di elefante, di fronte un albero con le radici fuori a metà del terreno, nel vuoto, e ancora, sul bordo dei bambini che giocano e schiamazzano.

 

 

Dal fondo risaliamo, il sole sta tramontando, la bellezza del posto lascia senza parole.

 

 

Raggiungiamo la cima dal lato opposto da cui siamo partiti e i bambini che vedevamo dal basso sono ad attenderci e ci circondano curiosi. Alcuni dei piu’ grandi ne portano sulla schiena altri piccolissimi e tutti camminano con noi, fino all’uscita della cucina del diavolo.

 

 

Osservo estasiata  il colore rosso delle rocce, mentre dall’altra parte il sole sta scendendo, nel silenzio del tramonto, con le voci dei bambini.

 

 

Riguardo quegli occhi neri e profondi che ci hanno accompagnato e che rimangono li’, senza poter immaginare com’è la loro vita, se hanno una famiglia da cui tornare stasera, un pasto lauto da mangiare, se hanno dei sogni o se avere dei sogni per loro è un lusso che non si possono permettere..

 

 

 

E’ l’ennesimo posto che lasciamo con l’Africa nel cuore..

(luglio 2012)

 

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Kenya

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Incontro con i Masai a Zanzibar

 

 

Ci sono popoli che quando li incontri, senti che hanno conservato un’identità molto forte.

Che quando li incontri, è come se incontrassi qualcosa di antico, di sacro, di essenziale che risuona nella tua anima, che ti appartiene.

Perchè tutti noi discendiamo da uomini che vivevano nelle tribu’, con le loro tradizioni e i loro rituali e credo che nelle cellule ci portiamo il ricordo di quel vissuto.

Cosi’ è stato quando ho incontrato i Masai a Zanzibar, in Africa.

 

 

 

Un senso di profondo rispetto, ammirazione per la loro fierezza ed integrità, e una grande voglia di conoscerli o anche solo di stare con loro.

Nonostante siano un popolo di guerrieri, avevo la sensazione della necessità di avvicinarli con estrema delicatezza.

I Masai, dagli altopiani al confine tra Kenya e Tanzania, dove vivono di allevamento del bestiame, a volte si spostano per la stagione turistica, nelle località di mare di Zanzibar o Kenya, per vendere oggetti di artigianato o per lavorare come custodi nei resort, lavoro per cui sono molto apprezzati per le loro tradizioni guerriere.

 

 

Il loro abito tradizionale a sfondo rosso, lo shuka, la loro lancia appoggiata sulla spalla, i sandali fatti di gomma di pneumatico, i gioielli di loro manifattura indossati, poco andavano d’accordo con i telefonini di ultima generazione che possedevano. Ma, oltre che per comunicare, i telefonini li usavano per conservare i ricordi di quello che avevano di piu’ prezioso a casa loro: ho visto lunghi video delle loro mucche al pascolo, della savana sterminata e con i suoni della loro natura.

 

 

Ho ascoltato le loro storie, la cicatrice del morso di un leone durante un rito di iniziazione alla vita adulta, i racconti della loro vita famigliare e quotidiana, il viaggio per arrivare sulla costa. Ho guardato i loro sorrisi, che mostrano i denti mancanti,tolti, come da tradizione, da bambini, e i loro occhi intensi. Ho guardato mio marito giocare a pallone sulla spiaggia, invitato alla loro partita, durante la bassa marea, unico momento in cui li ho visti con i pantaloncini e senza i loro abiti tradizionali, e lui, unico bianco in campo.

 

 

E poi ho ammirato la loro voglia di conoscere, la loro capacità di imparare la nostra lingua, il desiderio di parlare con te o anche solo di camminare insieme, anime che si incontrano e che condividono un momento. Ti sentivi chiamare durante una passeggiata sulla spiaggia -nessuno dimentica il tuo nome- ed era uno di loro che ti raggiungeva, ti prendeva la mano per il loro saluto tradizionale, e ti accompagnava per un po’. Con discrezione.

 

 

La sera, una volta alla settimana facevano l’altro lavoro, quello di mostrare le loro danze tipiche ai turisti nei resort. Salti altissimi, con quelle gambe lunghe e magre, caratteristiche della loro etnia, e canti tradizionali con suoni gutturali. che trasmettono potenza e coraggio e ti proiettano in un’altra dimensione.

 

 

Chi era venuto per vendere oggetti, aveva un “negozio” sulla spiaggia, che era poi una capanna, dove ti invitava educatamente ad entrare. Se entravi da uno, dovevi entrare in tutti i negozi, per non fare un torto a nessuno. Solo entrare, se non compravi non c’era nessun problema – hakuna matata – ma dovevi entrare.

 

 

Alla fine della vacanza, abbiamo comprato qualcosa da tutti. Ogni oggetto che abbiamo portato a casa non è solo un oggetto, ma ha un nome, è il ricordo di una persona, di un Masai: Lazzaro, Kilimangiaro, Morellato, Paolino, Pedro, Geremia e tanti altri.

 

 

Termino questo racconto con un estratto dal libro “La mia Africa” di Karen Blixen, e nel mio cuore spero di avere ancora la possibilità di incontrare di nuovo questo popolo straordinario.

«Un guerriero Maasai è un’incredibile visione. Questi giovani uomini hanno, nel grado più alto, quella particolare forma di intelligenza che chiamiamo “chic”; audaci e selvaggiamente fantastici come sembrano, essi sono ancora risolutamente autentici e fedeli alla loro natura e ad un ideale immanente. Il loro stile non è un comportamento assunto, né un’imitazione di una perfezione estranea; è cresciuto interiormente, ed è un’espressione della razza e della loro storia e le loro lance ed i loro abiti sono parte del loro essere, così come lo sono le corna per il cervo».

 

 

 

foto di Patty

luglio 2011

libro consigliato sui Masai: “I miei Masai” di Giulio Gallo

per bambini “Mosè Masai” di Alice Robol

 

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Snorkeling alle Maldive

 

 

 

Tra le cose fighe in giro per il mondo non ci puo’ non essere lo snorkeling alle Maldive.

E’ vero che i coralli sono forse piu’ belli in Mar Rosso. E’ vero che in Polinesia si possono fare diverse esperienze, come nuotare con gli squaletti, o nutrire le razze. Non ho esperienza della grande barriera australiana. Ma fare snorkeling alle Maldive significa vedere un paradiso sotto e sopra l’acqua!!!

 

 

A volte dal pontile si hanno già queste visioni

 

(foto scattate ad Embudu)

 

o anche dalla riva si possono vedere dei pesci colorati

 

    

 

Per andare a far snorkeling si indossa maschera, boccaglio, e pinne, per spostarsi piu’ velocemente o per fare meno fatica quando ci sono correnti avverse. Nelle isole solitamente ci sono anche i diving che le affittano, ma è piu’ conveniente, oltre che igenico, portarsene delle proprie. Una mezza muta o eventualmente una cintura gonfiabile, puo’ aiutare chi ha piu’ difficoltà in acqua o si vuole sentire piu’ sicuro per galleggiare meglio (consigliabile soprattutto per i bambini..io la metto sempre!!)..mentre per evitare le facili scottature è utile indossare una maglietta di lycra (in vendita da Decathlon), che si asciuga poi velocemente…

E poi si va, nelle mille sfumature di blu!

 

 

Noi abbiamo sempre scelto isole con il reef attorno e non troppo distante dalla riva, in modo che si potesse raggiungere facilmente nuotando.

Quando l’acqua comincia ad essere piu’ profonda, e non appena termina la parte sabbiosa, si cominciano a vedere i coralli..che purtroppo qui non sono più belli come una volta (io ho avuto la fortuna di vederlianche una trentina di anni fa), per effetto del Niño, un fenomeno climatico che provoca un forte riscaldamento delle acque, con la conseguenza della moria e sbiancamento dei coralli, a cui le Maldive sono state piu’ volte soggette negli ultimi decenni. Ma è tutto comunque spettacolare!

 

 

Ed ecco apparire i primi pesci!

Pesci pappagallo, pesci angelo, pesci sergente, pesci palla, cernie, barracuda, branchi di pesci…dei più variegati colori..E’ come nuotare in un acquario!

 

 

L’entusiasmo ti porta a seguirli, i pesci, fino ad arrivare al grande blu, dove la barriera diventa uno strapiombo e non si vede piu’ il fondo!

E’ li,’ nel grande blu, i pesci  che si vedono pesci sempre piu’ grossi, a volte si possono incontrare pesci napoleone o grandi cernie o anche degli squali o le bellissime aquile di mare.

Le prime volte, arrivare a questo punto, sulla barriera, mi spaventava, per la quantità sconfinata di acqua che mi trovavo davanti. Tuttora, comunque, voglio sempre restare vicino alla barriera, dove vedo un confine!

Sulle pareti e sul fondo, tanti pesci nuotano e cercano cibo.

 

 

Raramente, mimetizzati, si possono vedere anche dei polipi, che, se disturbati, si muovono cambiando forma e colori, un vero spettacolo. Oppure trigoni o  razze, che con la loro eleganza, nuotano come danzando. O, con grandissima fortuna, una tartaruga, che dal fondo risale a pelo d’acqua per respirare. E quanti pesci pagliaccio!! Si, quelli come Nemo, che entrano ed escono dai loro anemoni.

 

 

Insomma, una meraviglia, ore e ore passate in acqua senza accorgersene, e la voglia impellente di tornarci e ritornarci ancora.

E poi, alzando la testa dal mare, davanti appare lo spettacolo: spiaggia bianca, palme, un’oasi di bellezza che lascia senza respiro e che, per me, non ha eguali.

 

 

   (Fihalohi)

 

Insomma, l”immagine che piu’ si somiglia al paradiso da me immaginato!

 

(Biyadhoo)

 

foto di Patrizia Pazzaglia

 

 

 

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I nostri resort low cost alle Maldive

La giraffa ritrovata

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Canopy (zipline) nella Valle de Los Ingenios a Trinidad-Cuba

 

 

Quando Yahima, proprietaria della nostra casa particular di Trinidad, ci ha detto che poco distante c’era un canopy, nella Valle de Los Ingenios descrivendolo come un’esperienza esilarante per nostra figlia dodicenne, non avevo capito bene di che cosa si trattasse.

Intanto mia figlia aveva intuito e mi ha spiegato che il canopy, detta zipline tra i giovani in Italia, è la fune da cui ci si lancia da un punto per raggiungerne un altro, restando sospesi nel vuoto. Siamo titubanti, ma Giada no, è contentissima di poter fare questa esperienza elettrizzante!

 

 

Tra spavento e attrazione, al termine dell’escursione alla  Manaca Iznaga, l’hacienda dove in passato veniva coltivata e lavorata la canna da zucchero, ci dirigiamo poco distante, e arriviamo in un bellissimo tratto della Valle de los Ingenios.

 

 

Il prezzo, 10 cuc per l’esperienza è sicuramente molto attraente e.. mio marito non ci pensa proprio a fare il canopy, io sono terribilmente spaventata da un volo nel vuoto, ma penso a quando mai mi potrà capitare piu’ di poter vedere un’immensa vallata sorvolandola con una fune.

 

 

Quindi decido che devo vincere la paura di essere sospesa nel vuoto e devo andare. Sul canopy si puo’ salire da soli e fare il tragitto oppure assieme all’istruttore; o ancora, in due con l’istruttore. Decidiamo che io e Giada andremo insieme con l’istruttore, anche se lei, piu’ temeraria, avrebbe voluto andare completamente da sola.

Ci imbragano, mettiamo i caschetti, saliamo la scala che ci porta al punto di partenza. Ci appoggiamo alla fune, ci fanno vedere la posizione che dobbiamo tenere si aggrega l’istruttore…e si parte.. verso l’infinito e oltre!!!!

 

 

Vedere la vallata sotto di noi è uno spettacolo unico, la paura passa in un attimo e lascia il posto all’eccitazione per l’esperienza…è quasi come volare!!

 

 

Facciamo il primo tratto, scendiamo facciamo un altro tratto, riscendiamo nello stupore, a piedi ci addentriamo in una zona boscosa, raggiungiamo l’altra parte, sempre lanciandoci con la fune, questa volta da sole,  scendiamo e camminiamo in salita per 5 minuti..

 

 

Da li’, molto piu’ in alto si riparte per fare il tratto piu’ lungo, adrenalina a mille, meraviglia delle meraviglia, fino ad arrivare al nostro traguardo…

 

 

L’esperienza è stata qualcosa di indescrivibile, Giada è entusiasta, io pure.

E ancora una volta sono contenta che sia prevalsa, sulla paura, la voglia di sperimentare e di vivere la bellezza del mondo.

 

 

 

(luglio 2017)

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Casela Park a Mauritius

 

Il Casela Park a Mauritius è un meraviglioso parco dove gli animali vivono in un ambiente costituito da una natura rigogliosa e prorompente che offre loro un habitat ideale protetto e curato.

Tra i campi di canna da zucchero della costa ovest di Mauritius, non lontano dalla località Flic e Flac si estende dalla valle fino alla collina da dove si gode un panorama mozzafiato. Il parco inizialmente era nato come una riserva per gli uccelli, pertanto si è anche contornati da canti e suoni di tutti i generi.

 

 

All’arrivo la prima esperienza che facciamo è la visita alla zona delle tartarughe giganti delle Seychelles. Un’esperienza bellissima perchè si puo’ camminare tra di loro, accarezzarle e offrire loro una foglia da mangiare.

 

 

Tutt’intorno uccelli di tutti i generi.

Ci addentriamo nel parco e possiamo scegliere il nostro percorso, quali attività fare e quali animali vedere.

Facciamo un giro tra i cuccioli di cervi, anche qui la meraviglia per la nostra bambina, che puo’ anche toccare queste splendide creature.

 

 

Andiamo a vedere anche i grandi felini, leoni, tigri e ghepardi, condotti da un veicolo che ci porta alla loro area un po’ distante dalle altre, e questi naturalmente sono in una zona chiusa. Chi vuole, puo’ decidere anche di interagire o fare attività con loro. Noi decidiamo che preferiamo stare a guardare.

 

 

Ci sono anche animali strani, come canguri albini, che non avevamo mai visto, assieme ad altri bellissimi canguri e gli immancabili  animali della fattoria, che anche qui si possono avvicinare ed osservare da vicino. Pavoni di tutti i tipi e colori, che vanitosi aprono la loro ruota.

 

Ma l’esperienza più bella che abbiamo fatto è stato il mini safari.

Con un van aperto, proprio stile safari africano, ci addentriamo per diversi chilometri in una specie di savana.

 

Gradualmente, cominciamo a vedere i primi animali, le antilopi. Piu’ andiamo avanti e piu’ ne vediamo, fino ad arrivare a centinaia di antilopi che mangiano, giocano, riposano sul prato o sotto gli alberi.

 

Poi vediamo qualche facocero, ed addentrandoci ancora arrivano anche gli struzzi e le zebre.

 Una meraviglia, ovunque si guarda si vedono animali!

Il camioncino si ferma e gli animali si avvicinano curiosi, riusciamo anche a toccare le zebre! Che splendide creature che sono, le adoro!

 

 

Si avvicinano anche gli struzzi, enormi, piu’ di 2 metri, alcuni offrono loro qualcosa da mangiare, nostra figlia allunga la manina mah..tac, si prende un bel becco e soprattutto un grande spavento (tant’è che da allora ha sviluppato un’antipatia viscerale per gli struzzi!).

Il giro prosegue tra il nostro stupore, il camioncino si arrampica sulla collina, dall’alto il paesaggio con gli animali è qualcosa di spettacolare.

Da un lato. Perchè dall’altro, arrivati alla cima lo è ancor di piu’ perchè si vede il mare..e tutt’intorno un giardino spettacolare con alberi in fiore.

 

 

Sono emozionata, mi vengono le lacrime nel vedere tanta bellezza.. Il camioncino riscende, lungo il percorso incontriamo decine e decine di scimmie, e poi ancora antilopi e gazzelle, fino alla zona in cui gli animali diradano e usciamo dalla zona safari.

 

 

Un’esperienza meravigliosa e indimenticabile.

Per finire la giornata, facciamo una sosta in una bellissima area giochi dove nostra figlia puo’ divertirsi ancora un po’.

 

 

Un’esperienza meravigliosa e indimenticabile.

 

 

Luglio 2010 (da quando siamo andati  sono state aggiunte tante nuove attività che potete trovare sul loro sito)

Casela | World of Adventures

 

 

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Safari in Kenya

 

“Safari” in lingua swhaili significa viaggio.  

E non poteva mancare nel nostro viaggio in Kenya anche questo viaggio.

E’ stato molto comodo, oltre che piu’ economico, organizzare il safari sul posto. Noi l’abbiamo fatto tramite Gianni e Gloria, proprietari della struttura che avevamo scelto, il Mimi na wewe, dopo che, nelle varie mail di prenotazione dell’alloggio, ci avevano inviato il programma della loro agenzia di fiducia. Nei pacchetti di viaggio, solitamente il safari lo propongono subito all’arrivo, quando magari si è stanchi dopo parecchie ore di volo. Noi abbiamo potuto scegliere il momento migliore e abbiamo deciso di farlo a metà del nostro viaggio.

 

Partiamo alle 7 del mattino, da Timboni (Watamu) dove alloggiamo.

Il nostro pulmino, con alla guida Fede, che parla un’ottimo italiano, è comodo e con noi ci sono altre 4 persone.

 

Durante il tragitto, dopo aver attraversato vari villaggi, cominciamo a vedere il rosso della terra della savana, ed alcuni animali, piccole antilopi e scimmiette e già l’emozione sale.

Dopo circa 3 ore, siamo all’ingresso dello Tsavo Est.

Prima di entrare facciamo una sosta di mezz’ora sulle rive del fiume Galana, dove si trovano dei coccodrilli. Io riesco a fare anche una foto molto vicino a loro, ma vi assicuro che non sono per niente bellini!

 

 

Un giro in un negozio di souvenir e si riparte: entriamo nel parco. Fede apre il tettuccio e via..comincia l’avventura.

 

 

I primi animali che avvistiamo sono delle zebre, vicino ad enormi formicai di terra rossa.

 

 

La savana è diversa da come l’avevo immaginata, ci sono pochi alberi, è molto brulla, ma la sua terra rossa è un’incanto, una di quelle cose che non potro’ dimenticare.

 

 

Intravediamo subito un bufalo, e poco oltre degli struzzi..enormi! Ecco, quelli li immaginavo piu’ piccoli. E poi i primi elefanti. I primi di una lunga serie.

 

 

Arriva il momento delle giraffe, enormi anche loro, che mangiano tranquillamente dai rami piu’ alti degli alberi.

 

 

Ci alziamo in piedi e mettiamo la testa in alto fuori dal pulmino.  Gli occhiali sono d’obbligo, si respira tantissima polvere, ma la vista e la sensazione è impagabile. Mi viene da piangere di fronte a tanta bellezza.

Mentre percorriamo la strada, Fede per una attimo fa una deviazione, sicuro di dove ci sta portando: infatti all’ombra di un cespuglio giacciono 2 vecchi leoni.

 

 

Vediamo altre giraffe attraversarci la strada, guardarci curiose o brucare i rami e impariamo che qui ci sono 2 tipi di giraffe: le giraffe masai, presenti solo in Kenya e Tanzania, le piu’ alte della specie, con macchie piene marron scuro e dai contorni seghettati, e le giraffe reticolate, con grandi macchie marroni disposte a reticolo.

 

 

Avvistiamo qualche antilope e anche qui scopriamo che ce ne sono di diversi tipi: l’antilope d’acqua, molto simile ad un cervo, l’impala, piccola e snella, l’antilope del cacciatore, con le sue lunghe corna ricurve, il dik dik, la piu’ piccola, dal nome onomatopeico che richiama il verso che fanno. E la mia preferita, l’antilope giraffa, con orecchie tonde e sguardo curioso. E queste sono solo alcune.

 

 

Arriviamo al Lodge che ci ospiterà che è ora di pranzo.

Quello che ci aspetta è una meravigliosa struttura vicino a una pozza,  il Voi wildlife lodge, dove vengono ad abbeverarsi gli animali, e infatti vediamo subito alcuni elefanti che tranquilli si stanno allontanando dopo aver bevuto.

 

 

Un buon pranzo e una sosta per riposare è proprio quello che ci voleva, e abbiamo il tempo anche per farci un bel bagno nella piscina e far giocare la bambina nel playground della savana.

 

 

La nostra camera è meravigliosa, con 2 grandi letti con zanzariera e un terrazzo vista pozza.

 

 

Ci fermiamo a rilassarci sul terrazzino, guardando la pozza, ma ad un tratto qualcosa cattura il nostro sguardo, qualcosa che si muove in lontananza..e che si avvicina sempre piu’…

 

 

Un branco di bufali, centinaia e centinaia stanno correndo verso la pozza.  E’ uno spettacolo, sembra di essere in un film di cow boy..

 

 

Arrivano, si fermano a bere, c’è chi si bagna nella pozza, e poi..via che proseguono il loro cammino.

 

 

Questa visione resterà una delle piu’ belle esperienze del nostro safari.

Attorno alle 16 si riparte per il “game drive”, cioè il giro nella savana.

 

 

Gireremo fino al tramonto dentro al parco, vedendo questa volta molti piu’ animali in branco, famiglie di elefanti, che qui sono rossi perchè pieni di terra della savana altri leoni, gruppi di scimmie, altre antilopi e anche una leonessa con i cuccioli.

 

 

Torniamo alla nostra base che il sole ormai è tramontato con i suoi meravigliosi colori.

 

 

Impieghiamo un po’ di tempo prima di riuscire a toglierci  tutta la polvere rossa di dosso.

Prima di dormire, resto nel mio terrazzino a guardare nel cielo stellato…. e i grandi Re del passato..

L’indomani mi sveglio all’alba, voglio vedere nascere il sole nella savana.

 

 

Facciamo colazione presto, perchè alle 7 dobbiamo partire per l’ultimo game drive prima di lasciare il parco: il biglietto di ingresso dura 24 ore, quindi dobbiamo uscire alla stessa ora in cui siamo entrati il giorno prima.

Di nuovo grandi emozioni alla vista di tutti gli animali, alla luce del sole del mattino.

 

 

L’ultima cosa che vediamo è un grosso formicaio e lo scheletro di un’animale. Siamo nella savana, vige la legge del piu’ forte.

 

 

Lasciamo il parco prima dell’ora di pranzo.

E’ stata una sfaticata e Giada, nostra figlia, si addormenta sulle mie gambe.

Il viaggio di ritorno è anche piu’ lungo ma la soddisfazione è tanta.

Quello che abbiamo visto resterà per sempre nei nostri ricordi e nei nostri cuori.

La natura, gli animali, quelle cose che ti fanno apprezzare la bellezza del creato e che nutrono l’anima. 

L’Africa.

 

 

recensione su tripadvisor Voi wildlife lodge 

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Ingenuità e purezza

 

Ho agito sotto l’influenza della mia ingenuità.

Ingenuità, purezza, senso di giustizia.

Scarsa capacità di cedere ai compromessi, in loro nome.

Per questo anche, ho vissuto ferite e dolori,

fini e nuovi inizi.

Col tempo solo, ho capito,

che tutto questo mi ha reso

la mia libertà.

 

 

 

 

 

 

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Condividere

 

 

 

Viviamo in un’epoca in cui c’è cosi’ tanto bisogno di condividere che condividiamo qualsiasi cosa.

Come mai questo bisogno è cosi’ forte?

Il bisogno di condividere è un bisogno innato dell’essere umano. Un tempo, alcune popolazioni (come le tribù native americane) avevano l’abitudine o la ritualità, di fare cerchi di condivisione, in cui si raccontavano emozioni, esperienze, situazioni. Il cerchio accoglieva e dal cerchio si imparava.

Io ho il ricordo, di giornate, durante la mia infanzia, in cui, nella grande famiglia contadina da cui discendeva mia madre, ci si trovava, la domenica, tutti quanti, figli, fratelli, nonni, nipoti, a parlare, a lavorare insieme nei campi, a mangiare insieme. A raccontare e a raccontarsi. La grande famiglia era un contenitore che accoglieva e dava nutrimento.

Ai nostri giorni, purtroppo, è sempre piu’ difficile trovare spazi e momenti in cui stare e condividere. 

L’uso smodato dei social per condividere, è indice di quanto sia forte questo bisogno.

Ma anche di quanto l’uomo viva in una condizione di solitudine, di isolamento dagli altri esseri umani, e di difficoltà a creare relazioni. Tanto da dover ricorrere a una condivisione virtuale, che, a volte, sembra frutto di una coazione. E questo è anche indice di quanto, questo bisogno di reale condivisione, legittimo, trovi poca soddisfazione nel mondo reale.

Quando si parla di “isolamento“, non si tratta spesso di isolamento “fisico”, ma di una solitudine dell’anima. Magari abbiamo tante persone attorno, ma con poche di loro c’è una vera condivisione delle nostre emozioni e sensazioni. Con poche, ci si apre e ci si guarda negli occhi. O ci si lascia guardare negli occhi. 

Ecco che magari, allora, si cerca, con questo nuovo strumento che sembra facile per la sua fruibilità, il web appunto, di soddisfare certi bisogni.

Ma di frequente, condividere nel mondo virtuale porta a diventare schiavi del riconoscimento attraverso i famosi “like” (http://www.unanimainviaggio.it/il-bisogno-di-like/), arrivando a dare eccessivamente importanza a quanti se ne sono ottenuti, al contare chi l’ha messo o non l’ha messo,a guardare chi ha fatto fortuna sulla loro base. E’ così che il “like“, diventa unità di misura del numero di relazioni o di “amici” o la misura del proprio valore. Mentre dietro, talvolta, si palesa un grande bisogno di approvazione, o un ego ingigantito. Si crede di creare rapporti, che spesso pero’ sono basati su fondamenta inesistenti, ed è inquietante l’investimento emotivo che molti ne fanno e quanto poco ci si renda conto di questo: nessuna conoscenza reale delle persone con cui ci si sta relazionando, rapporti volatili e privi di consistenza, spesso destinati a non durare nel tempo  (fortunatamente non tutti).

 

 

Condividere è uguale a: dividere con..

Dividere con qualcuno gioie, dolori, responsabilità, pensieri.

I rapporti, in questa epoca anziché essere terreno di scambio di sentimenti profondi, sono di frequente solo uno scambio di informazioni. Guardare, parlare, ascoltare, in modo superficiale, per passare il tempo, senza trovare un vero lenimento al bisogno di relazione e di calore. 

O talvolta, sono basati su un grande bisogno o abitudine di riversare fuori quello che si ha dentro, con grande concentrazione su di sè, senza che ci sia una reale disponibilità di ascolto dell’altro. E quindi senza una vera volontà o predisposizione allo scambio.

Abbiamo bisogno, nel nostro cammino, che il mondo ci faccia da specchio e ci rimandi la nostra immagine, per riconoscerci e ritrovarci, ma spesso anziché la nostra immagine, il mondo ci rimanda un’immagine frutto di un ego e di un narcisismo esagerato.

Abbiamo bisogno dell’orecchio del mondo, ma che ce ne facciamo, se poi da quell’orecchio non entra nulla e tutto scivola via? Abbiamo parlato invano, abbiamo buttato perle ai porci, abbiamo solo svuotato il nostro contenitore. E il contenuto è andato disperso, senza fornirci una risposta di ritorno, da elaborare. Ci siamo alleggeriti, forse, ma quanto era meglio lasciare a macerare quello che bolliva in pentola, nella speranza di una rielaborazione fruttuosa?

Abbiamo bisogno di condividere per suscitare una reazione. Perchè se abbiamo una risposta, sappiamo che esistiamo. E abbiamo bisogno continuo della conferma di esistere. E questo è anche piu’ del respirare l’aria, odorare il profumo, ascoltare i rumori, vedere un bel paesaggio, sentire il fluire dell’energia nel corpo. Il bisogno della reazione dell’altro ad una nostra azione.

 

 

Abbiamo bisogno di fare delle cose insieme, vivere degli spazi in comune, perché questo consolida piu’ delle parole, e fa sentire vicini. Dividere non solo i momenti bui, ma anche il piacere. Ridere insieme, divertirsi, lavorare insieme. Per sentirci INSIEME.

Per sentirci meno soli e sentire quel calore, dentro, che dà soddisfazione e appagamento. Per sentirci compresi. Per sentirci nel giusto. Per avere sostegno nei momenti di difficoltà. Per sentirci accettati.

Sentire che stiamo andando in una stessa direzione. Che si provano le stesse cose. O anche diverse, ma che si riesce comunque a rispettarsi senza ferirsi.

Ma occorre che tutto cio’ sia reale ed autentico, non virtuale o momentaneo. O solo frutto di una convenienza.

Abbiamo bisogno di trovare dei nostri simili, di stabilire un’appartenenza. A un gruppo, a una categoria, a una squadra, a una persona. Di essere uniti con qualcuno, che qualcuno ci ascolti, ci veda. Questo i social lo favoriscono, ma poi dovrebbe esserci anche un riscontro nella realtà, una durevolezza nel tempo, la coscienza che non ci sia dietro solo un investimento eccessivo o unilaterale, ma della sostanza e un reale profondo interesse. O tutto diventa effimero e inflazionato. Usa e getta. Tipico di questo periodo. Che lascia poco o niente. 

C’è il bisogno che l’altro ci ascolti ma con attenzione, contenga le nostre emozioni, i nostri pensieri.

 

 

 

Abbiamo bisogno di condividere, perché non siamo nati per stare da soli.

La nostra anima fa il suo percorso in solitudine ma il nutrimento viene anche dalle relazioni con gli altri, dallo scambio profondo. Che puo’ iniziare anche quando, solo da uno sguardo, da un tocco, da un racconto, da una condivisione, appunto, qualcosa entra dentro e ci fa sentire vicini.

E questo ci fa sentire meno soli. Ma questo, è solo l’inizio.

 

 

dicembre 2018

 

 

foto Pixabay

 

 

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.