Viaggi di testa
Viaggi di testa
Maschere e mascherine

Non mi sono mai piaciute le maschere, dunque le persone che si nascondono dietro una maschera per mostrarsi diverse da quello che sono, e fare il doppio gioco, consapevoli o inconsapevoli.
Ma posso comprendere la necessità di chi ha paura, e sente che una maschera puo’ venire in soccorso e proteggere, chi sente che non è bene per lui/lei esporsi troppo, chi non è pronto a un incontro, o a uno scontro, o solo a farsi vedere, a farsi guardare. Anche una maschera puo’ dire una verità.
Non mi piacciono i mascheroni in viso, il trucco pesante, che hanno lo scopo di nascondere anni o imperfezioni, e che spesso ottengono l’effetto contrario. Ma posso comprendere il desiderio di fuga da sé, il non piacersi, e il loro uso come rimedio, seppur, a mio avviso, poco efficace.
Mi piacciono le maschere di bellezza, non perché pensi che possano far tornare giovani, cancellare le rughe, o rendere piu’ belli, ma perchè concedono un momento di relax.
Non mi piacciono le maschere che si usano per fare da filtro alle espressioni del volto, quelle che servono per difendersi troppo, per non fare vedere, e generano una sensazione di finto. Ma comprendo che potrei non sapere tutte le valide ragioni per cui una persona le sta mettendo.
Mi piacciono le maschere che, per scelta e con consapevolezza (o anche solo per divertimento), si indossano per uscire da se stessi per un po’, per interpretare un altro personaggio, che sia diverso da sè. Quelle di carnevale, di Halloween, i cosplay. Quelle evidenti.
Mi piacerebbe vedere gli altri per quello che sono, senza filtri, e senza doverci rimanere male, quando viene mostrato quel che c’è dietro la maschera, o quando la stessa cade, col tempo che passa. Dunque, mi piacciono le persone senza maschera che sento che mi posso fidare, o chi getta la maschera, dando lezione di coraggio e umiltà.
E anch’io vorrei potermi mostrare a tutti senza maschere, nel bene e nel male, e, soprattutto, senza il timore di venire ferita o giudicata.

Non mi piacciono le mascherine, quelle che dobbiamo indossare per forza oggi, al tempo del Covid-19.
Non mi piacciono perché la faccia delle persone mi sembra mutilata, o perché, talvolta, sembriamo muti o degli uccelli col becco.
Non mi piacciono (o mi piacciono?) perchè rivelano la stupidità o l’incoscienza delle persone, quando è necessario metterle e non vengono messe, quando il naso viene lasciato fuori.
Non mi piacciono, quando il tempo in cui dobbiamo tenerle indossate è tanto, quando si inizia a sudarci dentro, a sentire la puzza delle proprie esalazioni, a respirare la stessa aria, quando si comincia a far fatica ad inspirare.
Non mi piacciono perchè non posso vedere il labiale, e non sento bene quello che l’altro dice, o non vedo per intero il sorriso sulla sua bocca, ma devo solo immaginarlo, guardando i suoi occhi.
Non mi piacciono perché non vedo del tutto le espressioni del volto, e devo stare piu’ attenta. e ascoltare con i tutti i miei sensi il corpo dell’altro, cosa a cui non siamo ancora abbastanza abituati.
Non mi piacciono, perchè bastavano le altre, di maschere, a non far vedere i veri volti delle persone.
E non mi piacciono, perchè vorrei poter abbracciare mio padre, mia madre, chi manifesta un dolore o una gioia, e non accontentarmi del loro sguardo da dietro una mascherina, in questa stagione.
Ma comprendo il rischio.
Comprendo che, come in tanti altri casi in cui si può sentire il bisogno di una maschera, c’è una necessità di proteggersi.
Oggi, c’è anche la necessità di proteggere l’altro, che significa proteggerci tutti.
E allora accetto anche quello che non mi piace, e cerco di vedere un po’ oltre a ciò che mi piace, o non mi piace.
Cerco di andare oltre la maschera, o la mascherina.
Cerco di fare quello che sarebbe bello fare sempre, durante un incontro: ascoltare e guardare meglio le persone negli occhi.

ottobre 2020
foto di Patty – (la prima all’aeroporto di Catania)
#maschere #mascherina #maschera
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A spasso dentro quadri e colori: la mostra di Monet e degli impressionisti a Bologna
Dopo essere stata rinviata per il Covid, finalmente ha aperto a Bologna la mostra “Monet e gli impressionisti” quadri dati in prestito dal museo Marmottan-Monet di Parigi, organizzata con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del comune di Bologna.
E’ stato veramente come andare a spasso dentro ai quadri.


Per vederla con calma occorre poco più di un’ora.Biglietti con prenotazione consigliata (ma non modificabili o rimborsabili una volta acquistati on line), per evitare code, poiché l’ingresso è consentito a 5 persone ogni 20 minuti. All’interno, in ogni sala, è indicato quante persone possono entrare contemporaneamente, nel rispetto delle misure anti Covid.L’ausilio dell’audioguida permette di avere informazioni sui dipinti esposti, sugli autori e sulla corrente dell’espressionismo.









“Mi metto in cammino finchè non troverò un paese e una casa che mi soddisfino“








La Casa di Carta: la serie delle meraviglie

Sentendo parlare da un pò di questi personaggi con nomi di città, Tokyo, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Mosca, Helsinki, Oslo, Stoccolma, Lisbona, in un periodo in cui, in seguito al Coronavirus, si doveva stare a casa, e alla ricerca di qualcosa di eccitante che rompesse la monotonia dei giorni tutti uguali, decidiamo per l’abbonamento a Netflix.
E di convertirci anche noi, complice una tv piena di talk show e programmi sulla situazione covid-19, e poc’ altro interessante, alle serie tv, partendo proprio da La Casa de Papel, #lacasadicarta !!
E già qui è stato il primo errore! Perchè non credo ci sarà mai una serie piu’ avvincente, più coinvolgente, e più bella di quella, per me!!!!

Non è la storia in sè, che ha dell’assurdo, in taluni momenti, anche se è avvincente, a rapire, ma sono soprattutto i personaggi, che attirano e inglobano, in una sorta di compulsione incalzante il desiderio di vedere l’episodio successivo, e voler sapere cosa accadrà. Sono i personaggi, a cui tanto ci si affeziona, che sembrano diventare quasi parte della nostra cerchia di amici.
E mi sono chiesta, come mai, si arriva a stare dalla loro parte, a fare il tifo per i delinquenti, con chi compie degli illeciti, nella Casa di Carta.
Io credo che sia perchè questi personaggi hanno carattere.
Un carattere che li fa distinguere, che non fa di loro delle persone qualunque. Certo, sono persone con delle storie non facili alle spalle. E per questo anche, forse, proviamo interesse e compassione per loro (nel senso di “compassion”= patire con..).
Ma, soprattutto, invero, qualcuno, o più di uno di loro, rappresenta una parte di noi a cui non è consentito dar voce. Magari per pudore, per rispetto delle regole, educazione, per credo, per paura, per principio.. ma che lì, davanti ad uno schermo, possiamo permetterci di far vivere, attraverso la loro storia, con la stessa intensità. Forse, ognuno di noi avrebbe voluto, almeno una volta nella vita, aver agito quella parte. Una sorta di desiderio di identificazione con qualcosa che non ci possiamo/vogliamo permettere. Fare qualcosa di assurdo, di stravolgente, di coinvolgente. Sentire di aver fatto un’assurdità, fremere per il timore delle conseguenze, superare la paura di perdere tutto e compiacersi di non avere più niente da perdere. Avere il coraggio, la spavalderia, la prontezza, sentirsi forti, onnipotenti; vivere la passione, il piacere delle cose folli, prendersi quello che si crede ci spetti, varcare i limiti o restare in bilico, sempre con l’adrenalina a mille, un’eccitazione che ti fa sentire vivo. Tutto è pianificato, per i maniaci dell’organizzazione, con un piano b sempre messo in conto, e, allo stesso tempo, in un attimo, tutto è fuori controllo, e occorre l’idea creativa, geniale, rischiosa, per coloro che amano l’improvvisazione.

C’è la genialità del professore, la grande intuizione di Lisbona, l‘impulsività di Tokyo, il coraggio di Nairobi, il cinismo di Berlino, l’innocenza di Rio, lo spaesamento di Stoccolma, la generosità di Denver, l’essere protettivo di Mosca, la forza silenziosa di Helsinki, la codardia di Arturo (che lo avrei preso a schiaffi ogni volta che lo vedevo), l’antipatia della Sierra..e non solo. Di ogni personaggio si può amare il pregio e il difetto nello stesso modo, che a volte sono la stessa cosa, vista dalla prospettiva opposta. Ognuno di loro cade nelle proprie debolezze, – e per questo empatizziamo con loro, – ma crede alla follia nei propri sogni e propositi, dando la sensazione di rendere possibile l’impossibile e facendocelo credere, o almeno sognare. Sono capaci di dar voce all’istinto, e anche di far uscire tutta la passione che li anima. Tutto ciò li rende terribilmente umani.

Ci sono poi i gesti che li contraddistinguono, che ce li fanno riconoscere, e ci fanno sorridere: il colpetto sugli occhiali del professore, quando è agitato, la matita per tenere i capelli di Raquel, quando inizia a lavorare, lo sguardo vigliacco di Arturito, praticamente sempre, quello feroce di Tokyo, quando è toccata sul vivo..e non solo. Una grandissima abilità nel caratterizzarli.
E poi certi particolari, che fanno già parte della storia, e che già impazzano ovunque. Come l’uso delle maschere con la faccia di Dali’ per non farsi riconoscere, durante le rapine, e la canzone Bella Ciao, in una versione già famosa, come colonna sonora di certi particolari momenti..
Aggiungo, ricollegandomi, al discorso di arrivare a fare il tifo per dei criminali, – e sento che mi costa chiamarli così :) – , che forse hanno la facoltà di attivare dentro di noi una sorta di tolleranza, che facciamo sempre piu’ fatica a contattare, ai giorni nostri, e che, invece, è quanto più ci contraddistingue come esseri umani. La capacità di ascoltare una storia, e, in un certo senso, di comprenderne le conseguenze, di guardare oltre le apparenze e un pò più profondamente l’altro, di vedere le ferite, i traumi, le difficoltà, di scorgere le motivazioni per certi gesti, di certe ossessioni, di certi automatismi..Non che si debbano giustificare, ma almeno ascoltare, cercare di capire, prima di arrivare a facili deduzioni, giudizi, o condanne.
Infine, assieme all’esplosione delle emozioni, c’è la vulnerabilità dell’amore, la forza dei sentimenti.
Ecco, questo credo che sia ciò che, più di tutto, ci fa amare questi personaggi..
Quelle cose, cioè, che ci accomunano tutti.

In attesa della prossima stagione..
agosto 2020
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L’isola dell’abbandono: abbandono e capacità di abbandonare

Chi è stato abbandonato, conosce quello che significa il dolore della perdita, di restare solo mentre l’altro se ne va, dello sprofondare nel vuoto. Il buio del fondo, il cadere in frantumi.
Forse è anche l’anima che richiama queste situazioni, nel tentativo di dare un’opportunità per risolverle, per dare una svolta.
A volte, chi ha subito un abbandono, teme così tanto il ripetersi dell’evento perchè ha una straordinaria capacita di abbandonarsi completamente lui stesso, alle cose, alle persone. Che significa fondersi, perdersi, darsi completamente, esserci fino in fondo, affidarsi, essere un tutt’uno, senza confini e protezioni, con qualcosa o qualcuno.
E nell’accezione piu’ evoluta, può significare saper godere dei momenti di solitudine e del piacere rigenerante del vuoto.
Per questo, mi chiedo, se la capacità di abbandonarsi prescinde dall’aver fatto l’esperienza dell’essere stati abbandonati, in qualche forma o in qualche momento della vita.
Ma per abbandonarsi occorre abbandonare qualcosa o qualcuno. Un’idea di sè. Una modalità conosciuta. Che significa dar luogo a un tradimento.
E tradire solamente non è sufficiente, occorre poi una scelta: consapevolmente scegliere il motivo che ci ha indotto ad abbandonarci, ad abbandonare, a tradire.

Quando leggi un libro. esci dalla tua storia ed entri in quella di qualcun’ altro, ed è anche per questo che è un momento rilassante.
Con questo libro, invece, io sono entrata anche nella mia storia.
Se sapessimo di cosa abbiamo bisogno non avremmo bisogno dell’amore.


Chiara Gamberale mi è sempre piaciuta molto, per il suo modo di entrare dentro le cose e i personaggi, per la sua intensità e profondità nel descrivere un sentire che mi è molto affine.
Segnalo anche dell’autrice “Quattro etti di amore, grazie” e “La zona cieca“, che mi hanno altrettanto rapito e stimolato.
Un libro veramente toccante. Tanti spunti di riflessione. Una cura.
luglio 2020
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Ho addosso i segni del tempo

Ho le rughe in faccia, la pancia che sembra un budino, la ricrescita da fare ogni 20 giorni.
Ho degli anni alle spalle, il cuore segnato dalle inevitabili delusioni della vita, sogni persi per strada, e altri realizzati.
Ho lasciato, per fortuna, lungo la via, chi avevo creduto diverso e che mi ha deluso, per colpa mia o sua, non importa, e ho imparato a cadere in pezzi e a raccoglierli, per prendere nuove forme.
Ho attraversato il dolore delle perdite, ma ho assaporato anche la riconquista dell’entusiasmo.
Ho imparato a cercare e a prendere quello che mi fa stare bene, talora con difficoltà, magari non sempre, pagando a volte un prezzo, ma va bene anche così, forse ne è aumentato il valore.
Ho realizzato che prendersi quello di cui si ha bisogno è una buona azione nei confronti di se stessi, ma anche che spesso ci vuole tempo per capire quello di cui non si ha bisogno, e scegliere di lasciarlo andare.
Ho compreso che spesso chi ti ferisce sta camminando su una tua vecchia ferita ancora aperta, cosi’ come io posso calpestare, senza sapere, il dolore antico di qualcuno. E che da qui nascono molte incomprensioni, ma che è inevitabile.
Ho imparato a essere più sfrontata, a non voler essere per forza simpatica a tutti, ma piuttosto essere fedele a me stessa. A considerare più importante quel che sono io e che mi interessa, piuttosto delle persone che non sono importanti per me.
Ho recepito che spesso non serve spiegare a chi non vuole o non puo’ capire; ci puoi provare, per non lasciare nulla di intentato o in sospeso, ma, anche se con rammarico, occorre accettare che le cose siano così.
Ho addosso i segni del tempo vissuto e di quello che ho imparato.
Si vede tutto.
A volte ritocco le foto per non vederli, dimenticando il valore della strada percorsa e delle conquiste. E che l’essenza non ha tempo: conserva l’innocenza e l’entusiasmo del bambino, e acquista la maturità dell’esperienza.

Luglio 2020
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Le partenze che non ti aspetti – viaggiare dopo il covid-19

Certe partenze non le aspetti con l’entusiasmo che vorresti.


E che puoi abbandonarti alla voglia di scoprire, senza preconcetti o pretese. All’entusiasmo che si riaccende, al desiderio di vedere.
Di vivere.
Un luogo.
La vita.
Di ripartire.
Che è sempre una bella cosa :)

La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo.
(Fernando Pessoa)
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Campi di girasoli: la bellezza in VALSAMOGGIA (BO)
Forse i girasoli sono di tale bellezza perchè inseguono sempre il sole?
Forse anche noi, se seguissimo sempre la luce, anzichè farci catturare dalle tenebre, potremmo emanare tanto splendore?

I girasoli hanno la grande abilità di percepire da dove viene la luce, e seguono il sole per crescere. Si girano verso di lui, per essere scaldati e in questo modo attirano gli insetti, che permettono nuova vita, attraverso l’impollinazione.

Anche noi uomini, come loro, abbiamo bisogno della luce per crescere. Tuttavia anche l’ombra ci è necessaria, per riposarci, per riprenderci, per comprendere le lezioni della vita, e diventare maturi. Come ai girasoli, che si muovono anche di notte, per tornare alla loro posizione iniziale, in modo da essere pronti, l’indomani, per stare di nuovo di fronte al sole.

Non siamo quindi così diversi, noi e i girasoli. Come loro, dobbiamo attraversare l’oscurità per ritrovarci davanti alla luce, e ritornare a splendere. Come loro, non ci possiamo fermare, dobbiamo seguire il corso della vita. Come loro, ci muoviamo velocemente finchè siamo piccoli e dobbiamo crescere. E una volta maturi, rallentiamo, fino a fermarci, e a piegarci.
A quel punto il fiore del girasole, giunto a maturazione, puo’ lasciare i suoi frutti, i semi, dopo aver attraversato i giorni di sole e l’oscurità della notte, e, attraverso questo ritmo, essere cresciuto.
L’auspicio, è, pure per noi, di poter lasciare i nostri frutti, su questa terra, segno che, sì, anche noi, siamo riusciti a giungere a maturazione.

Nella zona dove abito, la Valsamoggia, in Emilia Romagna, secondo il principio della rotazione delle colture, quest’anno dev’essere la volta dei girasoli. Ovunque mi giri vedo la meraviglia, un mare di fiori, un paesaggio degno di un dipinto, un’esplosione di vitalità. Nel campo, sulla strada di casa, li ho visti crescere, aprirsi, fino a diventare alti, tanto piu’ alti di me (che non ci vuole molto!).

E fieri, li ho visti mostrare il loro splendore, una comunità perfetta, tanti, tutti insieme, nessuno uguale ad un altro.

Ogni volta che vedo un campo di girasoli, mi dimentico della notte.
Di tutto quello che porta, nel bene e nel male.
Sento lo stupore, il caldo, mi tornano alla mente le stagioni che si susseguono, sento il fascino della vita, mi entusiasmo.
E mi ricordo di quanto possa essere perfetta la natura.
Di quanto la luce possa fare risplendere la bellezza.
Di quanto ogni singolo elemento possa generare una bellezza ancora piu’ grande, se insieme ad altri simili.
E mi rendo conto che sono contagiata. Contagiata da tanta bellezza.
E comprendo che è vero, che la bellezza è contagiosa. E che trasmette una prepotente voglia di vivere.






(questo post è scritto per condividere tutta questa bellezza)
giugno 2020 #valsamoggia
foto di Patty
Al mare in ROMAGNA, dopo la quarantena

La #romagna che adoro!!
Abbiamo temuto che non si potesse andare al mare abbiamo temuto di avere le paratie in spiaggia, di non poter respirare quest’aria carica di iodio, di non potere sentire il vento tra i capelli, di non poter fare il bagno, di non riuscire a mantenere le distanze..
E invece tutto è possibile, e come avevo immaginato, ancora più apprezzato..

Perché quando senti una mancanza, poi assapori ancor di più tutto ciò che ti è mancato, che hai avuto paura di perdere. O che hai dovuto perdere.
Per me è così ogni inverno, ogni anno. Ogni volta è come se andassi in quarantena, un letargo obbligato nell’attesa di nuovo del sole, delle giornate calde, di pochi vestiti addosso, di possibilità di stare fuori, nella natura, di respirare aria nuova o anche solo aria diversa dalla mia solita. Più fuori ma più in contatto con il “dentro”.

Così tanti giorni chiusi in casa, e con divieti, questa volta ad immaginare il peggio, che essere davanti al mare, di nuovo, mi è sembrato un miraggio.
E il mare come sempre acquieta l’anima, forse perché ti presenta davanti l’infinito, con le infinite possibilità che la mente neanche può immaginare.

E lì, seduta sulla battigia davanti al mare di #puntamarina #marinadiravenna, neanche tanto lontana da casa, ma davanti a un mare, fuori dai miei confini, con le giuste distanze, improvvisamente non vedo passare delle persone, dei corpi che camminano, ma delle anime, dei cuori, con la loro storia, con le loro sofferenze, con le loro gioie, le loro paure, la loro voglia di vivere, di sentire.

Che bello tornare a vivere dopo il lungo inverno!
Ecco, io so perché ho bisogno di questi momenti: per tenerli dentro e riattingere ad essi, quando non posso essere qui, davanti al mare.

informazioni su questi posti👇
L’altra ROMAGNA: relax al mare a PUNTA MARINA e MARINA DI RAVENNA
Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)

Quel periodo in cui il mondo si è fermato.
Quei giorni in cui ho sentito la mia famiglia più famiglia, e qualcuno, meno litigioso.
Quei giorni in cui non mi sentivo in colpa se non avevo voglia di far niente.
In cui non c’era da temere di perder tempo, non era necessario avere fretta.
Quel tempo per assecondare l’ozio.
Quel tempo senza la paura di sprecarlo, il tempo.
Uno strano periodo, fatto di appuntamenti alle 18, davanti alla tv, di preoccupazioni, di disperazione, di isolamento, di incognite, di attesa.
Quel tempo ancora una volta pieno di polemiche, e di cazzate che venivano sparate.
Di contraddizioni e di conflitti che emergevano e di troppi che parlavano, mentre solo il silenzio sarebbe stato degno.
Un brusio di contorno, che ha messo a dura prova la mia soglia di tolleranza.
Quei momenti fatti anche di solidarietà e cooperazione tra le persone, nei paesi, e nel mondo.
Di misure difficili da trovare, di una miriade di cose da valutare e da considerare. Sapendo che qualcosa sarebbe sfuggito e andato storto, e la certezza che non sarebbe mai andata bene a tutti, o per tutti.
E con quelli che, nonostante ciò che avveniva, non demordevano e ci provavano sempre, a creare disgregazione o confusione.
Un periodo in cui si faceva piu’ attenzione, perchè era necessario, e perchè ce n’era il tempo. E magari! si riuscisse a mantenere quell’attenzione in più, verso tutto, che ce ne sarebbe bisogno.
Quei giorni di viaggi rimandati e di sogni in quarantena.
Quei giorni in cui se eri a casa sano, sebbene distante dai tuoi cari, sani a loro volta, eri fortunato.
Quel tempo in cui si cercava di affrontarlo con un mare di parole in una videochiamata, per vedersi, che portava la gioia dell’essere vicini, anche se distanti. Un contatto solo virtuale, in mancanza d’altro.
Quei giorni di serie alla tv, di dirette su youtube, di libri, di didattica a distanza, di ginnastica davanti ad uno smartphone, di incontri sui social, per passarlo, il tempo, e conservare qualche briciolo di quotidianità.
Quel tempo di ricette insolite sperimentate in cucina, dell’inventarsi cose nuove, o rispolverarne di vecchie.
Di acquisti solo sul web, di cene consegnate a domicilio, di spese settimanali, che voleva dire tornare a casa con borse piene zeppe di cibarie, e pesanti, con qualcosa sempre che mancava, e tutto da disinfettare.

Quel mondo di strade senza auto, di cieli senza aerei, di parchi senza bambini. Di volti senza naso e bocca, solo occhi, dietro una mascherina.
In quel tempo, non era proprio tutto fermo, qualcuno doveva lavorare per garantire agli altri cure e sopravvivenza. Qualcuno a cui spettava gran riconoscimento, che rischiava, mentre agli altri veniva solo chiesto di rimanere a casa. E a volte, pareva che fosse quello il più grande sacrificio.
Un periodo che, io, forse avezza a un certo isolamento e ad annaspare in mezzo al vuoto, abituata al tempo un po’ destrutturato, e con uno spazio verde intorno, non ho mai percepito cosi’ ostile. Sentendomi talvolta anche in sintonia, con i ritmi rallentati.
“Hanno fretta solo quelli che scappano.”
Luis Sepulveda
E intanto, fuori, i fiori diventavano foglie, mostrando il loro verde sgargiante, o lasciavano spazi ad altri fiori, gli uccelli tornavano, e cantavano con i loro cinguettii distinti, la natura si mostrava rigogliosa e generosa, i cieli parevano piu’ azzurri, e la terra piu’ pulita..
”.. il mondo continua a girare”
diceva una vecchia canzone… il mondo continuava naturalmente il suo corso, nonostante quello che stava capitando.
E tutto ai nostri occhi era piu’ lento e ci appariva come sotto il microscopio.

Eppure, a parte tutto, l’angoscia, i limiti, le difficoltà, che questo tempo si è portato dietro, un po’ mi mancherà quel mondo rallentato e senza corse.
Quello stare dentro, quello stare a guardare, quello stare fermi, e anche quel dover evitare di fuggire.. che ha portato a vedere, talvolta, qualche cosa di mai visto prima. Che ha portato a far restare o a selezionare solo cio’ che di prezioso c’era, o che contava.. Come un colino, che filtra e trattiene, e lascia andare quello che non serve.
Quel rimanere nel qui ed ora, senza galoppare avanti.
Quel carpe diem, l’invito a cogliere ogni attimo, ogni istante della vita, e lì cercare un senso, o semplicemente viverlo.
Una lezione da imparare, poiché il futuro, come bene questo virus ci ha insegnato, contrariamente al mondo che continua a girare, non è cosa prevedibile.

“Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia”
Luis Sepulveda
(Disclaimer: questi pensieri sono frutto di riflessioni ed esperienze personali, non vogliono sminuire od offendere la sensibilità di chi si è trovato in situazioni di particolare disagio o ha vissuto condizioni di malattia, lutti o quant’altro)
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Coronavirus, fase 2: ce la faremo?

Sarà dura.
Sarà dura accettare ancora dei limiti, per chi finora i limiti li ha rispettati, e per chi fa fatica ad accettarli.
Per chi negli ultimi tempi ha già mollato, perché tanto non c’era nessuno in giro o che avrebbe visto; che il problema non è lui, ma che se tutti pensassero e facessero cosi’, là, fuori ci sarebbe una folla.
Sarà dura per chi non riesce a stare quieto, tenere fermo il corpo, perché significherebbe anche costringere il cervello a pensare. Per chi non è abituato a posticipare il piacere, per chi non è abituato a fare sforzi o sacrifici. Per chi non è abituato ad aspettare.
Sarà dura per chi non riesce a far vincere il senso di responsabilità sullo spirito di ribellione, e ha bisogno di combattere sempre contro qualcosa, o con un nemico fuori di sé. Per chi vede complotti, e si ferma solo perché teme le misure ritenute repressive.
Sarà dura perché si sentiranno ancora dichiarazioni, polemiche, lamentele, perché si faranno sbagli, perché si daranno colpe, perché ci sarà sempre un chiacchierio di sottofondo, e sempre qualcuno che penserà che avrebbe fatto meglio. E perché ci sarà chi agirà proprio con l’intento di creare disgregazione, destabilizzazione, confusione.
Sarà dura per tutti quelli che attendono il lavoro, che hanno una fondata paura di non farcela.
Io non so se ce la faremo.
Non credo molto al buon senso, quello a cui si fa appello in prima istanza: è un metro troppo soggettivo. O alla responsabilità individuale, che nonostante possa appartenere a un gran numero di persone, ne bastano poche, ora, per generare gravi danni, non a se stessi, ma a un’intera comunità.
Non so se ce la faremo, perché a volte siamo sembrati piu’ bambini o adolescenti che adulti, che non sanno aspettare, che non sanno trattenere il capriccio, che non sanno vedere una situazione da piu’ angolature, o da un punto di vista che non sia il proprio (ma magari da quello di qualcun altro che scrive sui social o parla alla tv, per accordarsi a ciò che piu’ fa comodo sentire o sostenere). Che non sanno ubbidire, ma devono entrare in conflitto con l’autorità.
Non so se ce la faremo, perché siamo molto indisciplinati, molto imprudenti, poco inclini a pensare alle conseguenze, troppo abituati ad avere bisogni e desideri da volere realizzare subito, troppo attratti dal voler fare i furbi, pensando di non essere visti.
Io credo che quello che arriverà sarà il momento piu’ difficile.
Abbiamo sentito, ancora prima di entrarci in questa fase, le polemiche, l’ insofferenza, la strumentalizzazione, di alcuni, proprio dell’insofferenza e della sofferenza, che non rafforzano di certo le condotte virtuose. L’angoscia, irrazionale, rischia di soffocare i comportamenti assennati.
E spero che ce la faremo, a comportarci in modo da non causare una ripartenza del contagio da Covid19. Che non adotteremo comportamenti a rischio, che sapremo fermarci prima di provocare l’irrecuperabile. Che sapremo usare l’intelligenza. Che sapremo mettere a frutto questo periodo in cui il mondo si è fermato, ha rallentato i ritmi, questo periodo che ci ha chiusi dentro.
E spero che in quel “dentro” si sia riusciti a scoprire qualcosa di nuovo, qualcosa di bello, qualcosa di buono. Per ripartire, proprio da quello.

03.05.2020
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