Viaggi di testa
Viaggi di testa
Gli adolescenti al tempo del coronavirus

Togliere ad un adolescente le possibilità di contatto con i suoi pari, proprio nel momento in cui la fisicità è al suo apice, è privarli di un elemento fondamentale.
Non solo il contatto inteso come toccarsi, abbracciarsi, baciarsi, scherzare corpo a corpo, mettersi le “mani addosso”, ma anche il contatto occhi negli occhi, per esprimere quello che, a volte, le parole non sanno dire. Perché a talvolta, a quell’età, non si riescono a formulare i pensieri, e le parole non vengono, ma il corpo intercetta, piu’ che ad ogni altra età, e comunica, trasmette messaggi, che spesso non passano ancora dalla coscienza. Il contatto inteso come l’ascolto del respiro dell’altro, del tono di voce, l’odore, lo sguardo e le espressioni, il sentire l’altro nella sua interezza, con tutti i sensi, con gli stimoli che arrivano direttamente al cervello emotivo.
Non è facile per nessuno, questa quarantena, tanto meno per i ragazzi.
Eppure, anche in questa situazione di distanziamento sociale per la pandemia del coronavirus, i ragazzi, cosi’ ricettivi, potrebbero avere modo di comprendere tante cose.
Magari riceveranno delle lezioni che li faranno crescere prima del tempo, e con una coscienza diversa e, in un periodo storico in cui vengono iper protetti e tenuti sotto le ali della famiglia, questo puo’ anche trasformarsi in un’opportunità per maturare e acquisire un senso di responsabilità.
Potranno imparare che nella vita può accadere l’imprevedibile, e che non c’è niente di sicuro. Ma che, anche da quello che inizialmente può apparire un disastro, si può scoprire qualcosa di inaspettato, di buono e positivo. E nonostante il loro bisogno di sicurezze, potranno imparare che la lotta per scorgere una via d’uscita è indispensabile e che una via d’uscita si può sempre trovare.
Potranno imparare che dagli eventi imprevisti e difficoltosi si può accedere alle proprie innumerevoli risorse, a volte ancora poco conosciute, e attivare la creatività e l’ingegno. Magari si annoieranno, occasione sempre più rara per loro di questi tempi, ma proprio questo può dare la spinta alla ricerca.

Potranno imparare che le cose si possono fare anche in modo diverso, e a cercare altri modi di comunicare, di stare insieme o sentirsi vicini, che non siano quelli fisici. Alcuni impareranno anche a prendere più coraggio per sconfiggere la solitudine o la timidezza.
Potranno imparare che, al contrario di quanto a volte pensino di essere loro, onnipotenti ed immortali, come uomini abbiamo dei limiti e non possiamo controllare e governare tutto.
Potranno imparare, dovendo restare confinati a casa, a crearsi dei confini, quelli che in questo momento storico, le famiglie fanno fatica a mettere e a far rispettare, sin dalla tenera età. E la famiglia, più che in ogni altro momento, dovrà fare da contenitore delle loro emozioni, accogliere malessere, fatica, frustrazione, musi lunghi e aggressività.
Potranno imparare il valore della libertà, il valore del “fuori”, ma anche del dentro, costretti come sono a restare dentro: dentro casa, dentro di loro, dentro la loro famiglia.
Potranno imparare un po’ di politica, un po’ di economia, un po’ di geografia, un po’ di scienza; e potranno imparare, forse, qualcosa riguardo la solidarietà, il bene comune, il senso di comunità. Forse cominceranno anche a farsi un’idea di qualcosa che va oltre la loro stanza, la loro classe, il loro gruppo di amici.
Potranno imparare che siamo tutti connessi, non con la tecnologia, ma con i nostri comportamenti, che possono provocare conseguenze sulla vita degli altri, e che abbiamo quindi tutti una responsabilità come esseri umani.
E chissà, se proprio da questa esperienza, imprevista, difficile, di sacrifici, dolorosa per qualcuno, riceveranno qualche stimolo per essere gli artefici della creazione di un mondo migliore.

(Disclaimer: queste riflessioni non sono rivolte a chi si trova in situazioni di particolare disagio o sta vivendo condizioni di malattia, lutti o quant’altro)
aprile 2020
foto by Patty
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Il coronavirus e il popolo dei viaggiatori
Viaggio dunque sono.

Viaggio dunque sono.. vivo.

Quel vivere nel passato, – nel ricordo del viaggio -, o nel futuro, – la prossima partenza.


Il momento di guardare alla fortuna che abbiamo avuto di viaggiare, di vedere tanta parte del mondo, di vivere certi momenti di svago, di vacanza, di conoscenza.
il viaggio più importante è quello di imparare a restare, guardarsi dentro, intorno e di fianco

Viaggio dunque sono.. grato.

Torneremo a vedere il mondo da un oblò
09.04.2020
Foto by Patty
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Dopo aver dato fondo alla parte positiva e ottimista che risiede in me, aver ceduto ai miei facili entusiasmi, aver pensato che il coronavirus, l’isolamento, il vuoto, la visione di Papa Francesco in una piazza vuota, le condizioni di chi sta peggio, di chi muore solo, ecc ecc, potessero essere un’opportunità per guardarsi dentro, fuori, e intorno, per sviluppare l’empatia, la compassione (“patire-con” ), l’accoglienza, nei confronti degli altri, o di praticare il silenzio, anche come forma di rispetto; aver pensato, in un certo qual modo, che fosse un’occasione per diventare persone migliori, piu’ consapevoli, piu’ umane, piu’ grate per i privilegi; persone che potevano mettere in discussione certi valori, atteggiamenti, stili di vita… mi sovviene la sensazione che poco cambierà, quando la pandemia e l’isolamento saranno finiti.
Tutti saremo stati verosimilmente toccati da quanto accaduto, ma temo che, quelli che già possiedono senso di empatia e coscienza, forse avranno accentuato queste qualità, e magari saranno diventati ancora piu’ sensibili e accoglienti, mentre gli altri, – in forza del fatto che siamo un popolo pieno di smemorati, che poco imparano dall’esperienza, di sovrastimolati, che non hanno il tempo di assimilare per l’esigenza di passare velocemente ad altro, di egocentrici, individualisti e opportunisti, e anche conservatori, e che riescono a fare emergere talvolta il peggio di sé anche in talune circostanze, -riprenderanno, con la solita arroganza, la loro corsa alla visibilità, alla gratificazione immediata, alla loro routine, come se tutto fosse stato solo l’incubo di un istante, da dimenticare velocemente.
Impareremo a conoscerlo anche meglio, questo mondo, perché, in certe situazioni, le persone si svelano. E spesso escono verità celate, si smontano aspettative, si rompono le lenti, attraverso le quali, vedevamo amplificate certe parti, o sfuocate e distanti altre. Anche e soprattutto quelle parti da noi considerate poco gradevoli, che ci sarà dato di vedere come realmente sono.
Gli arroganti resteranno arroganti, i leoni da tastiera resteranno tali, quelli che si lamentano e fanno polemica su ogni cosa continueranno a lamentarsi e a polemizzare, i furfanti a cercare di fregarti, i complottisti a diffondere le loro teorie, i cercatori di consensi proseguiranno col loro fare presuntuoso e seduttivo per raccogliere adepti, gli onnipotenti a pensare di essere così importanti da poter cambiare le cose con l’arroganza, gli inconsapevoli a guardare solo dalla loro parte e cercare conferme da chi sostiene le stesse cose che pensano loro.. Anzi, il timore è che anche queste categorie rafforzeranno ancora di piu’ tali caratteristiche, dopo lo scampato pericolo.
Mentre qualcuno, che avrà perso tanto, persone, lavoro, condizioni di privilegio, si troverà costretto a non dimenticare. Chi avrà lavorato duramente nel rischio, chi avrà visto morire tante persone, affiancato da un senso di impotenza, chi sarà sprofondato nel proprio inferno personale, mettendo in discussione tanto del suo mondo e del mondo. Per loro, veramente poco rispetto da parte dei suddetti, o uno sbiadito ricordo, perché loro resteranno sempre il famoso “ altro”, lontano da sé.
Cosi’, una cosa che poteva essere anche una lezione, una possibilità di crescita personale e di avanzamento per l’essere umano, sarà stata sprecata. Nessuna consapevolezza che nessuno si salva da solo, e nessuna voglia di partecipare a un salvataggio globale. Insufficiente gratitudine a chi ha dimostrato di saper sostenere, di saper combattere, di sacrificarsi, di cercare una cooperazione per vincere insieme, per redimersi insieme.
Io, per prima, mi metto tra gli individui che non imparano dalle lezioni, così come è sempre stato. E non smetterò di restarci male, per le occasioni sprecate, globalmente e personalmente, per quello che non cambia, fuori e dentro di me
“..mi chiedo dov’è, dov’è, dov’è
dov’è quel giorno che non sprecherai..”
La riapertura, dopo il coronavirus, forse mi troverà ancora piu’ chiusa in me stessa. Nonostante i miei slanci e il desiderio di aprirmi a qualcosa di buono, di puro, di pulito, di trasparente, di cosciente, di solidale, di comune.. che intercetto talvolta, e che poi mi sfugge, perchè probabilmente continuo a vedere o a cercare nei posti sbagliati.
E se in generale constatassi, come sto immaginando, che così poco è cambiato, che questa opportunità di fare un passaggio, fosse andata perduta, che ancora tanta parte dell’umanità fosse rimasta come prima, o peggiorata, penserei che è ora di smettere di illudersi e avere fiducia negli esseri umani.
Magari, allora, sarà una scelta volontaria l’isolamento, decidero’, finalmente, di emigrare, come ho spesso pensato, in un’isola deserta, dove solo la natura possa farmi da specchio e mostrarmi la vera potenza, la vera bellezza.
02.04.2020
foto di Patty
Tutte le fasi dei pensieri nel periodo del coronavirus
Pensieri ai tempi del coronavirus, parte seconda: in isolamento
Quei giorni in cui il mondo si è fermato (per la pandemia di Coronavirus)
Il grande vuoto
Le città vuote, le strade vuote, le piazze vuote.
Il vuoto nei negozi, gli scaffali vuoti.
Il vuoto delle giornate che passano (o che faticano a passare).
Le cose che mancano, le vite vuote.
Il vuoto dei programmi che sfumano.
Il dolore del vuoto.
Il vuoto delle persone lontane.
Il vuoto delle persone che se ne sono andate.
Il vuoto dentro. Il buco nero.
Precipitare nel vuoto.
La disperazione di cadere nel vuoto.
Il vuoto di quello che manca.
Il vuoto senza via di fuga.
Le parole che cadono nel vuoto.
Il vuoto del silenzio.
Il vuoto nel frigo.
Disarmati, di fronte al vuoto. Indifesi, vulnerabili, fragili.
Le teste vuote.
Il vuoto della mente (magari).
Il bicchiere mezzo vuoto.
L’altra faccia del vuoto. Il vuoto fertile.
“Pensavamo di restare sani in un mondo malato?”
(Papa Francesco)
Fotografia del tempo del coronavirus, a un mese dal distanziamento sociale


“Ho sempre avuto una paura folle del vuoto. Paura di precipitare. Paura di soccombere. Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.”
E’ quello che ho iniziato a scrivere per poi accorgermi che avevo scritto le stesse identiche cose in questo articolo, anni fa:
Facciamo qualsiasi cosa per sfuggirlo, questo vuoto, cerchiamo di riempirci di cose, per non sentirlo.
Super impegnati, iperattivi, alla ricerca continua di stimoli.
E’ anche per questo che il momento è cosi’ difficile per noi.
Il coronavirus ha tolto tutto ciò che riempiva le nostre giornate, i nostri pensieri (a volte i nostri cari, che è infinitamente piu’ grave). Ci ha messi davanti a un senso di vuoto, da cui è difficile ora sfuggire, davanti al senso, o al non senso, della nostra vita.
Ci ha messo davanti alle nostre domande senza risposta, al nostro tempo, a quello che resta, a quello che abbiamo e a quello che siamo. Nel vuoto possiamo incontrare il nostro senso di solitudine e la paura di essa, che è pur essa stessa un’illusione. Perchè, in fin dei conti, sappiamo che ognuno di noi è solo.
E’ una situazione che tende a rimuovere le nostre vie di fuga, i pretesti, le bugie.
Puo’ portarci davanti ai nostri demoni interiori, a doverci guardare in faccia, perchè nessuno dall’esterno può farci più da specchio nell’isolamento (anche se esistono ancora i social-e per fortuna in questo momento). O ci costringe a guardare in faccia situazioni spiacevoli o dolorose. E’ un momento in cui possono cadere veli ed emergere verità, belle o brutte che siano. Un momento che puo’ mostrare, a noi e al mondo, quello che siamo, quello che di vero o di non vero è presente nella nostra vita.
Ma potrebbe essere anche un momento in cui scopriamo che, quello che tanto temiamo, quello che c’è oltre quel vuoto, non è solo o così catastrofico.
Che in fondo a quel vuoto possono esserci le nostre risorse.
Che in fondo a quel vuoto puo’ esserci tutta la nostra voglia di vivere veramente, o di ricominciare a vivere.
Che in fondo a quel vuoto possiamo ritrovare la nostra umanità.
“Nessuno si salva da solo”
(Papa Francesco)

28.03.2020
foto dal web e pixabay
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Ma cosa ne sappiamo?
Per tutti andrà veramente tutto bene??
Chi può dirlo?
Lo so che si dice un pò per tirarsi su, ma mi sembrano quelle consolazioni inutili, che vengono date nelle situazioni difficili degli altri, per tenere a bada le proprie, ed altrui, ansie.
No, qui non è così, nessuno lo può dire se andrà tutto bene, nessuno può dare garanzie.
Questo coronavirus ci mette davanti inesorabilmente all’incognito, al senso di precarietà, e la precarietà, a me, ha sempre disorientato. Anche se, a dir la verità, siamo sempre davanti all’incognito. Non possiamo mai sapere cosa ci aspetta, ma ci illudiamo di saperlo, di poter prevedere. Ci attacchiamo al nostro bisogno di fare piani. All’illusione di avere un controllo sulle cose.
E anche i sogni, chi si azzarda più a sognare? Io tento di tenerli lontani, per scaramanzia, e per evitare delusioni. Ecco, questo coronavirus anche i sogni ci porta via, oltre alle illusioni.
La pandemia ci porta davanti alla realtà. Ci porta a farci vivere nel qui e ora. Quello a cui ambiscono raggiungere coloro che perseguono l’illuminazione. Quello che da sempre attestano i principi zen. Quello che da alcuni saggi è considerato il segreto della felicità. Non fuggire nel futuro, -in pianificazioni, attese di eventi, momenti migliori,- o nel passato,- ricordi, vecchi rimorsi o ferite. Vivere guardando quello che c’è ora. Carpe diem.
Quando cammini, cammina. Quando mangi, mangia. – PROVERBIO ZEN
Cosa che, indubbiamente, con il logorio e la velocità della vita moderna, abbiamo perso (e dico perso perchè questa è una caratteristica che apparteneva a tutti noi, da bambini).
Certo, ora ci tocca, brutalmente siamo costretti a vivere nel qui ed ora. Un qualcosa ci ha scombinato tutti i nostri bei programmi. E questo bell’esercizio ci tocca senza averlo scelto (come invece lo sceglie chi intraprende la via dell’illuminazione). Dobbiamo vivere nel qui ed ora, con pochi margini di fuga dalla nostra angoscia di non avere il controllo. Razionalmente possiamo capirlo, ma con una realtà e un momento che non ci siamo scelti, risulta un po’ difficile da accettare.
Questo coronavirus ci porta davanti al tempo disponibile, facendo venire meno le scuse del “non ho tempo”. Ci mette davanti all’essenzialità della nostra vita, senza obblighi di sorta, lavoro (per alcuni), bambini da portare a scuola, corsi, aperitivi, impegni vari, tutto ciò che “riempie” la nostra vita. Ci mette davanti alla nostra difficoltà nello spendere quel tempo libero che ci troviamo davanti, perchè, senza essere liberi di spenderlo come vogliamo, ci pare non abbia senso averlo libero.
Ci mette davanti alla nostra fragilità.

In questi giorni mi commuovo facilmente, sarà perchè, come molti, o tutti, mi sento più fragile. La fragilità umana, in questi frangenti che stiamo vivendo, vedo che si manifesta in diversi modi: c’è chi cerca di dirsi e di dire che andrà tutto bene; c’è chi fugge, fisicamente, perdendo di vista le sue responsabilità e il senso civico; c’è chi in preda alla rabbia (che aveva anche prima) non riesce a fare a meno di contrastare ogni cosa o cercare qualsiasi motivo per sollevare polemica, sparando a zero su tutto e tutti. C’è chi cerca di tenersi impegnato a più non posso, perchè non è abituato a stare fermo, ad aspettare. C’è chi cerca di tenersi informato e chi diffonde informazione o disinformazione. C’è chi cerca di restare in contatto con gli altri, di supportare e supportarsi, di creare un cordone di solidarietà, perchè la sensazione di essere vicini e uniti lo fa star bene, e più forte, di fronte a un grande male comune.
E’ un momento in cui l’altalena degli opposti ha la prevalenza sulle mezze misure, quindi, assieme alle peggio parti dell’umanità, egoismo, mancanza di responsabilità, reazioni esagerate, stupidità, ecc., vengono fuori anche le migliori, che si riassumono in una grande bellezza. La bellezza di un gesto, di una parola, di una visione, di un messaggio. Del cuore che esce, si mostra e inizia a cantare. Che cerca altri cuori con cui comunicare.
Io credo che, in questa bellezza almeno, possiamo dare un senso a ciò che sta accadendo. Un modo che si è inventato Dio, per chi crede, l’universo, o non so chi, per farcela vedere. Perchè la bellezza, intorno e dentro, ce l’abbiamo. Ma nella fretta di vivere (o di non vivere) e di pianificare, di essere sempre da qualche altra parte, anzichè nel qui ed ora, ce lo dimentichiamo.
E la bellezza, come il virus, è contagiosa.
Consoliamoci anche così, che in questa grave situazione, non so che altro si può fare.
#labellezzaècontagiosa

parte prima qui:
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immagini Pixabay e Patty
Pensieri al tempo del Coronavirus

In questo periodo non amo molto esternare pensieri e opinioni riguardo la situazione che si è venuta a creare con la diffusione del Coronavirus.
Preferisco condividere articoli che trovo interessanti e che spero possano essere utili, fare pensare o smuovere le coscienze.
Ho fatto pero’ un elenco delle cose sulle quali ho avuto conferme, o che ho scoperto, vivendo questo momento, e precisamente:
-che esiste la legge del contrapasso, ovvero “la corrispondenza della pena alla colpa, consistente nell’infliggere a chi offende la stessa lesione provocata all’offeso”
-che questa situazione ci costringe a rivedere quelle che credevamo essere le nostre priorità e a riconsiderare quali siano le cose importanti
-che valutando quali sono le cose importanti, anche attraverso rinunce, siamo costretti a fare delle scelte
-che è facile parlare quando le cose non ci toccano direttamente, ed è risultata evidente la scarsissima empatia presente nelle persone
-che gli esseri umani sono fragili, e molto spesso preferiscono negare, piuttosto che guardare la loro fragilità
-che l’angoscia porta a far annebbiare il cervello e quindi spesso fa smettere di ragionare
-che non siamo piu’ abituati a ragionare in termini di comunità, e talvolta pare che il senso di responsabilità sia in via di estinzione
-che questa situazione ci pone davanti alle nostre nevrosi e alle nostre scissioni
-che in tempi di angoscia la coerenza va a farsi friggere
-che assistiamo al crollo dei nostri palliativi e delle nostre scusanti
-che siamo disperati perché ci vengono tolte le nostre vie di fuga
-che essere senza vie di fuga ci costringe a restare costantemente di fronte a una realtà che magari non ci piace o non ci soddisfa
-che questa condizione ci mette davanti a dei limiti, e in una società quale è diventata la nostra, senza limiti, diventa difficile accettarli
-che dobbiamo fronteggiare la difficoltà di accettare le cose come stanno
-che dovremmo imparare ad essere grati per le cose belle che abbiamo avuto, e che abbiamo
-che siamo posti di fronte alla piu’ grande angoscia che l’uomo tenta di rimuovere da sempre: la caducità della vita e di tutte le cose
-che chi soffre di più per la circostanza di isolamento o limitazione della propria libertà è proprio chi è meno libero
-che a volte è bello potersi piacevolmente stupire della reazione degli altri
-che comunque ci sarà sempre chi non capirà una cippa lippa da quel che stiamo vivendo, (e io ho smesso di credere “negli esseri umani”-cit. Marco Mengoni.-, sono pochi quelli che “hanno il coraggio di essere umani”)
-che semplificare le cose complesse, di cui magari non si è neanche competenti, è uno sport molto diffuso
-che l’aver dato la possibilità a tutti di comunicare forse non è stata mossa così buona e giusta
-che, visto che la medicina non è una scienza (mio pensiero), ma ognuno ha la sua corrente di pensiero, viene presa dal pubblico la spiegazione che più fa comodo o piace, per sostenere le proprie idee
-che a chi ama viaggiare, come me, questa situazione, toglie anche i sogni

Ma ritengo necessario che debba predominare la tutela delle cose piu’ importanti.
E credo che dovremmo consolarci con il pensiero che, il sacrificio, di qualsiasi cosa che sia, darà più valore e più sapore a tutto quanto, quando si potrà tornare alla normalità.

Concludo con un messaggio che ho ricevuto oggi da un fornitore cinese (a proposito di contrappasso, empatia, ecc.):

03.03.2020
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Gli anni più belli?

Sono andata a vedere l’ultimo film di Muccino, “Gli anni piu’ belli”, e, per quelli della mia età, (la stessa o quasi dei protagonisti), credo sia inevitabile non ritornare indietro e fare un parallelo con la propria vita: i bilanci possono venire spontanei, e spontaneo chiedersi
E la mia vita?
Com’ero. io, nella mia gioventù?
Quali erano i miei sogni, le mie aspirazioni, quale era il mio modo di essere?
E cosa è stata invece la mia vita? Cio’ che si profilava fin da allora, o qualcosa di diverso?
Cosa è rimasto di quella persona che ero, cosa è rimasto di quegli anni?
Quali conclusioni posso trarre, adesso che la mia vita in gran parte si è compiuta?
Sono le domande di chi si guarda indietro, e si accorge che il tempo è, inesorabilmente, passato.
Talvolta si sfuggono, queste domande; non ci si vuole guardare alle spalle. Si teme di incontrare rimpianti, sogni svaniti, opportunità non colte, errori, fallimenti. Si teme di vedere la propria voglia di spaccare, o anche solo di cambiare il mondo, l’ingenuità, la verginità con cui si andava incontro alla vita, e confrontarle con quel che è stato. Si teme di guardare e di non ritrovarsi piu’.
A volte ci si trova sprofondati in quello che si era senza volerlo. per esempio, quando si hanno figli adolescenti, che riportano indietro nel tempo, ovvero a noi alla stessa età che loro stanno vivendo. Ai vissuti di quel periodo, alle emozioni, che ritornano prepotenti oggi, quasi a voler fare rivivere le tempeste, magari irrisolte, della gioventu’, che ancora giacciono dentro, pronte a farsi sentire forti, ora come allora.
Con le inevitabili, delusioni, disillusioni, frustrazioni, dolori, il bilancio puo’ avere anche segno positivo, e si puo’ essere comunque soddisfatti di come si è arrivati fino ai giorni nostri.
Tante riflessioni e domande, quindi, dopo il film, ma una mi sorge spontanea:
chi, dei protagonisti, alla fine, è piu’ felice?
A mio avviso non chi ha agito con il desiderio di rivincita, di riscatto sociale e famigliare, vendendo l’anima al diavolo, seppur mettendo a frutto le proprie capacità.
Non chi non ha mai avuto i piedi per terra, una sua direzione, perdendosi talvolta nella facilità dei suoi entusiasmi e dei suoi fallimenti. Conseguenze, tutte, della propria storia personale e famigliare.
Il piu’ felice è chi è riuscito a restare integro.
Senza cedere a tanti compromessi.
Chi è rimasto piu’ simile a se stesso, e a contatto con la sua essenza e la sua purezza.
Chi è riuscito ad andare oltre, rispetto a tante cose, nonostante i tempi bui, le ferite, la solitudine.
Chi ha conservato la fiducia nelle cose importanti e nei suoi ideali.
Chi ha atteso, forse inconsapevolmente, magari anche perchè altro non sapeva fare. E non si è arreso alle vicissitudini e alle intemperie. Che, anche se qualcosa è andato male, non tutto è andato male, o è irrecuperabile.
E, oltre a lui, chi ha errato (in tutti i sensi), ma il destino l’ha riportato sulla retta via, è riuscito a riconoscere per tempo quelle che sono le cose importanti, e ha potuto trovare la sua redenzione.
Ma anche chi, alla fine, è riuscito a conquistarsi la sua parte d’amore, ad essere amato e riconosciuto da chi è importante per lui: non sempre tutto è perduto, per tutti c’è la possibilità di un piccolo, o grande, riscatto.

E io, che ne è stato di quella me di allora?
Ho giocato tanti ruoli, sono cambiata e ri-cambiata. Non sapevo bene cosa volevo fare, e mi sono spesso lasciata condurre dalle circostanze, in assenza di grandi passioni trascinanti, che non fossero d’amore, od ambizioni, ma facendo comunque delle scelte.
Dopo aver sperimentato tante cose, essermi buttata, come mio solito, anima e corpo, essermi entusiasmata, aver accumulato delusioni e soddisfazioni, mi ritrovo ancora qui, oggi, senza grandi passioni trascinanti, ma pronta, come sempre, ad infiammarmi.
E spesso a farmi trainare dalla corrente, seguire un’energia; o a ragionare troppo, piuttosto che rischiare. Selezionando accuratamente e rigidamente, soprattutto in campo umano. Come negli anni della mia gioventù, d’altro canto.
E’ come se avessi dato spazio allo sperimentare, ma fossi comunque tornata alla base.
Con maggiore coscienza, e qualche risposta, e con meno insicurezze.
Con le tante cose ancora irrisolte, ma meglio gestite.
Con la mia ambizione a una vita normale, non a una vita spericolata. Degli affetti stabili e autentici, senza avere troppe pene. Quella vita normale che, per tanti anni, mi è parsa sfuggirmi.
Sempre con la paura di non vivere abbastanza e di sprecare il tempo, finito, che abbiamo, o la sua qualità.
Ora che ne ho meno di tempo, come allora vivo con la stessa avidità di emozioni ma una maggior capacità di proteggermi, e un timore cosciente di cio’ che so puo’ ancora farmi male.
Oggi, sì, ho la mia vita normale, me la sono conquistata (a fatica), ho raggiunto quello a cui ambivo. Mi chiedo soltanto, talvolta, come sarebbe stato se avessi potuto avere una passione forte, una forza trascinante, l’ ambizione di arrivare da qualche parte e la volontà di perseguire, che non mi sono appartenute.
Di quegli anni, sicuramente non i piu’ belli, anzi anni travagliati, incerti, tra voli pindarici e cadute a terra, resta che erano gli anni della gioventù, quelli in cui hai la vita davanti; quelli in cui “sei affamato di vita“; quelli in cui ancora tutto era da fare.
Restano i ricordi del tormento, della ricerca, ma anche dei momenti che hanno emozionato e divertito.
Restano le cicatrici che ricordano che si è vissuto.
Restano alcuni amici che hanno resistito al tempo e alle vicissitudini, o che si sono ritrovati; o quelli che si rincontrano ogni tanto e si vedono con piacere.
Resta, (come nei personaggi del film), se si ha la capacità o il coraggio di guardare, se si ha la volontà e la costanza di inseguire cio’ che si è imparato essere importante, la possibilità di recuperare il recuperabile.
La consapevolezza che, con la storia che ci si porta dietro, ognuno fa quel che può, e ciò potrebbe essere sufficiente per non aver rammarico.
Ognuno di noi desidererebbe qualcosa di diverso nella sua vita, ma questo fa parte dell’essere umani.
E se si possono fare dei bilanci senza soccombere o sentirsi vittime, credere ancora, ritrovarsi ancora, nonostante tutto e nonostante il tempo…allora… non è andata cosi’ male. Ci si puo’ ancora incontrare e brindare “alle cose che ci fanno stare bene”.
E soprattutto, si può andarsele a cercare.
febbraio 2020
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Quello che gli adolescenti ascoltano

Arriva il momento in cui non si riesce piu’ a sapere cosa pensano o cosa sentono i nostri figli adolescenti.
Sembrano avere una sorta di gelosia dei loro pensieri, dei loro sentimenti, delle loro emozioni. O forse è solo pudore. Non sanno ancora bene identificarle e decodificarle, le loro emozioni.
Sicuramente hanno l’esigenza di mettere un muro per non avere intromissioni, e poter completare in pace la loro metamorfosi. Per costruirsi, senza invadenza o condizionamenti, la loro identità.
Quando giunge quel momento, in cui si chiudono nella loro crisalide, la musica che ascoltano puo’ esserci d’aiuto per conoscerli meglio. Diventa cosi’ importante negli anni dell’adolescenza, quando si rifugiano e si isolano con le cuffiette in testa. E puo’ essere per noi una chiave, per capire un po’ di piu’ questi ormai sconosciuti, nati dalla nostra carne. Che vogliono recidere il loro cordone, che hanno la loro ambizione di autonomia, che cercano di trovare la strada del proprio essere, differenziandosi, da noi, dai genitori, dai grandi. Può darci indizi circa come si sentono, e in che cosa si identificano e si riconoscono. Quello che non ci dicono. Tramite le storie che le canzoni che ascoltano raccontano, quello che esternano i loro beniamini, le emozioni che trasmettono, il messaggio che ne esce, quello che sembrano cercare, quello che chiedono.
Possono avere il bisogno di uniformarsi e volere quello che tutti amano, quello che va di moda. Puo’ esserci la ricerca del tradizionale, dei classici, dei miti universalmente riconosciuti nel panorama musicale; o dei ribelli che spaccano, che creano rotture. Oppure possono cercare, seguendo un bisogno di originalità, la voglia di distinguersi, che hanno i loro gruppi o cantanti preferiti. O possono sentire la necessità di qualcosa che sballi e annulli i loro pensieri, a volte troppo pesanti confusi e incomprensibili a quell’età.
Il loro bisogno di provare emozioni, di viverle e di sentire, è preponderante rispetto al capire. Perchè in questo periodo, l’adolescenza, la pancia prevale sul cervello, che non ha ancora raggiunto le funzionalità dell’adulto e spesso non sa ancora come gestirle, le questioni di pancia.
E cosi’ si compie questa fase, e solo un domani, i ragazzi, non piu’ tali, forse potranno decodificare, dare un senso a quel che accadeva, durante la loro adolescenza, a quel sentire a volte incomprensibile e muto. E noi, i genitori, dobbiamo assistere a quel cambiamento, con presenza, ma con molta discrezione. Sapendo che è un passaggio obbligato.
Con i loro sogni o i loro vuoti, con le loro ferite, già subite o che si prospettano all’orizzonte, o la loro verginità e acerbità.
Con il futuro davanti, che si sta delineando e che, a ragione, vogliono prendere nelle loro mani, anche semplicemente iniziando con l’entusiasmo di un concerto, o inseguendo le note e le parole di una canzone.

febbraio 2019
Lassù, oltre le nuvole

Quanta distanza c’è tra me e i miei pensieri soliti, quando prendo un volo?
Quando stacco dalle mie abitudini, per atterrare lontano dalla consuetudine?
Quando posso lasciarle alle spalle, per vivere del momento, di quel che vedo, di quel che sento?
Quanto è il bisogno di lasciare andare tutto, per un po’?

Una corsa rumorosa, un vuoto e poi il mondo si fa man mano piu’ piccolo, dal finestrino.
E cosi’ il mio mondo, dietro.
Per un po’ sono lassù, oltre le nuvole, dove il cielo è sempre blu.
Ne dietro, ne avanti. Sospesa. Nel nulla. Nel qui e ora. In un limbo accogliente e rilassante.
La dolce attesa di un arrivo, sempre sorprendente. Un nuovo entusiasmo, di un nutriente ignoto. Una boccata di aria diversa, cio’ che ancora non ho visto o vissuto.
Mentre tutto è più lontano, per un pò. E io, sono in viaggio.
A volte, prendere il volo, è la cosa migliore, per riavvicinarsi a se stessi.

gennaio 2020
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Quello che non è
Quante volte si incontrano persone che, coscientemente o con incoscienza, vogliono farti credere che le cose siano diverse da quello che sono.
Che cercano di confondere, inviando messaggi contraddittori, con arroganza, pensando di prenderti per stupido o di dartela da bere.
Manipolatori della verità. Che la alterano, a loro uso e consumo, e comodo, per un tornaconto o soddisfazione personale. O magari per salvare se stessi. O non guardarsi la propria parte, arrivando a crederci, a quella realtà, frutto della loro rielaborazione e fantasia.
Quelli che abusano della fiducia, della voglia, o bisogno, di affetto, di relazione, di punti di riferimento.

Dall’altra parte, c’è chi, con ignoranza, incoscienza o superficialità, non si accorge e abbocca. Facendosi illudere da false promesse o dalla presentazione della realtà travisata. O magari soltanto tenta di salire sul carro dei, agli occhi suoi, vincenti. Spinto probabilmente dai suddetti bisogni, o da un bisogno di approvazione o considerazione senza fine. Forse c’è chi è anche cosciente della situazione, e non sta bene, ma chiude un occhio ed incassa, perchè il suo bisogno è piu’ forte.
Credo che in tanti, comunque, restino ancora male di fronte a quella ipocrisia, alla superficialità di chi non guarda e non ascolta anche le ragioni dell’altro, ma solo le sue, e vede solo se stesso; di chi dice o pensa: “ma che problema c’è”, e procede con noncuranza, pur di avere consenso e seguaci; di chi semplifica o sottovaluta, con agghiacciante insensibilità o con calcolata freddezza, per arrivare al suo scopo, qualunque esso sia.
Chi comprende e vede i giochi, consci e inconsci, talvolta magari resta male, è deluso e amareggiato, dal ripetersi e l’allargarsi di questi atteggiamenti, e decide che non ha più voglia di stare a spiegare, di chiedere, di credere, di tentare di far aprire gli occhi, di mostrare l’altra faccia della medaglia. Di cercare di far comprendere le dinamiche, e come le cose non siano sempre come appaiono. Tace e magari si ritrae, e in silenzio va in cerca d’altro, qualcosa di diverso.
Perchè sa che, da qualche parte, c’è, qualcosa di diverso.

dicembre 2019




