Viaggi di testa e viaggi nel mondo

Viaggi di testa

Viaggi di testa

Questo miope mondo

 

 

Le persone stanno diventando sempre piu’ miopi.

Quando sei colpito da miopia, vedi cio’ che è vicino, ma fatichi a vedere cio’ che è lontano, vedi sfocato, o non vedi proprio.

E’ una patologia che colpisce la vista ma è sempre piu’ diffusa anche come dinamica tra le persone.

Si vede e, ancor peggio, si riesce a sentire, soltanto quello che ci tocca da vicino e appena si sposta l’ottica, non si è piu’ in grado di vedere, di comprendere. La visione di una stessa cosa cambia se accade a qualcuno che non siamo noi, o fuori dalla nostra cerchia.

Quello che va bene, ed è accettabile, fatto da noi, non va bene, e diventa inaccettabile, se agito da altri.

In definitiva, tendiamo a condannare l’altro per comportamenti che appartengono anche a noi, incapaci di riconoscerli e senza accorgercene. Come se la coscienza si oscurasse, più ci si allontana dal nostro perimetro.

Insomma, usiamo 2 pesi e 2 misure per valutare: noi e le persone a noi vicine, che difendiamo, e le persone meno vicine, che magari biasimiamo o infamiamo per le stesse cose.

I nostri occhi sono sempre piu’ concentrati su noi stessi, con la preoccupazione di nutrire il nostro ego, metterci in mostra, salvaguardare l’ immagine, le apparenze e il nostro tornaconto personale. O li spostiamo sugli altri, quando ci fa comodo, per una bella proiezione. Non riusciamo a guardare a fondo dentro di noi, ad essere obiettivi, a metterci in discussione, a riconoscere con consapevolezza il nostro agire. Restiamo spesso ciechi, sordi  e insensibili di fronte alle altrui esigenze, richieste, situazioni, o semplicemente al loro essere persone come noi.

Totale assenza di empatia e predominante incoerenza, egoismo, egocentrismo.

Egocentrismo dilagante, ahimè!, trasmesso anche alle nuove generazioni.

Mi guardo intorno e vedo, piu’ di un tempo, tanti ragazzi giovani con gli occhiali.. E’ la cultura del guardare solo a sè, al proprio orticello, che porta sul piano fisico, come sul piano della realtà, a diventare miopi. Tutto è a portata di mano, tutto è subito, non viene sviluppata e incoraggiata una visione lungimirante. La patologia aumenta tra i giovani (ereditarietà a parte, ma che fa parte comunque dell’evoluzione della cultura), che dovrebbero poter guardare lontano, ma che fanno sempre piu’ fatica, a guardare oltre, a guardarsi intorno a guardarsi dentro, e a vedere l’altro.

 

Questo miope mondo ci priva dell’umanità.

Ci rende vittime di un’arroganza che ci fa perdere il fuoco sulle persone. Espone noi e i nostri posteri, a un fuoco che non alimenta incontro e condivisione, ma che acceca e infiamma gli animi. Lasciando spesso una bella dose di tristezza e di sconforto.

 

 

 

 

 

maggio 2019

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La mia faccia racconta

 

 

“L’importante è non avere le grinze al cervello. Quelle in faccia prima o poi t’aspettano al varco.”

 

 

La mia faccia, quella che vedo allo specchio ogni mattina.

La mia faccia, quella che ci metto quando sostengo un’opinione.

La mia faccia, che mi distingue.

La mia faccia, che ha le impronte della mia vita.

La mia faccia esprime quel che sento, più’ di quel che riescono le mie parole.

La mia faccia racconta le mie vicissitudini. Se ho riso troppo, se ho pianto troppo, se ho trattenuto troppo.

Ogni ruga è un ricordo, un vissuto, un’emozione.

E’ la faccia di una vita.

Quante volte non mi sono piaciuta, guardandomi in faccia.

Quante volte ho sperato che non parlasse, questa faccia. Oppure che facesse comprendere quel che le parole non riuscivano ad esprimere. Quante volte è riuscita a nascondere.

La mia faccia è questa, non posso cambiarla.

Puo’ piacere oppure no.

Tante volte me lo sono chiesta.

Tante volte ho sperato che piacesse.

Troppe volte mi sono svenduta perché piacesse.

Tante volte non ho avuto gli sguardi che cercavo.

Tante volte avrei voluto che fosse di gomma.

 

 

 

Quante volte non mi guardo allo specchio, per non vedere i segni del tempo.

O per non ricordare quel che non mi è piaciuto.

Quante volte mi guardo, e vorrei tornare indietro nel tempo.

Quante volte non mi guardo, per paura di non riconoscermi.

 

E vorrei avere quella saggezza, che non ho, per dire anch’io:

 

“Lasciami tutte le rughe, non me ne togliere nemmeno una.

C’ho messo una vita a farmele!” (Anna Magnani)

 

Faccia da culo, faccia da stronza, faccia dolce, faccia rabbiosa, faccia amorevole, faccia triste, faccia impaurita, faccia curiosa, faccia entusiasta, faccia felice.

Questa è la mia faccia, quella che presento al mondo, quello che si vede di me. E io sono la mia faccia.

Ma non sono solo quello.

L’importante, per me, è che sia una faccia vera.

Che sia una maschera, soltanto quando è strettamente necessario.

 

“Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti.” (Luigi Pirandello)

 

 

 

 

 

 

aprile 2019

 

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Adolescenti: gli entusiasmi giovanili

 

 

E’ bello l’entusiamo giovanile con cui attendi gli appuntamenti della tua vita.

Il contare i giorni agli eventi, che diventano dei paletti per te, e che alimentano il desiderio di viverli.

I tuoi “non vedo l’ora”, che è la voglia di vivere un’esperienza, di emozionarsi, di aggiungere un vissuto alla tua breve esistenza. I vissuti che formeranno i tuoi ricordi e che alimenteranno il tuo desiderio di ripetere le cose che danno piacere e soddisfazione.

E’ bello il tuo cercare giovanile e vitale il piacere, quello che ti da gioia, che ti fa battere il cuore e che illumina il tuo sorriso. Ed è bello e utile anche il tempo dell’attesa. Il tuo imparare ad immaginare i momenti che vivrai. Imparare la pazienza. Perché ti assicuro, che una volta arrivati, quei momenti, te li potrai godere ancora di piu’.

E’ bello vederli nascere, i tuoi desideri, e ammirare l’impegno che ci metti, per realizzarli. Ed è bello il tuo guardare al futuro con cosi’ tanta smania. Con una fiducia vergine e possente. Con il tuo incedere deciso. E con l’ apertura verso il mondo, che hai davanti.

 

 

 

 

 

marzo 2019

 

foto di Patty

 

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Lo sgretolarsi delle certezze – L’incendio di Notre Dame de Paris

 

 

 

Quando anche ciò che si credeva incrollabile, eterno, viene a crollare, crolla anche qualcosa dentro di noi.

Forse le nostre certezze. O quelle che credevamo tali.

Forse ci mette davanti alla caducità di tutte le cose. Al fatto che anche i riferimenti piu’ importanti non sono indistruttibili, che, da un momento all’altro, il paesaggio, che siamo abituati a vedere puo’ cambiare.

In un tempo in cui tutto passa cosi’ velocemente, le poche cose solide che abbiamo attorno desidereremmo che restassero. E credere che durino per sempre.

 

 

Forse, vedere sgretolarsi cio’ che l’uomo, sfruttando il massimo del suo potenziale creativo, la sua forza e la intelligenza, la sua fede e la sua tenacia, è riuscito a costruire e far entrare nella vita degli altri, toccando il loro cuore con la bellezza e la magia dell’innalzarsi verso il cielo, ci riporta a un senso di impotenza che tanto cerchiamo di sfuggire durante la nostra vita.

Siamo davanti al fatto che qualcosa è andato irrimediabilmente perduto e non sarà mai piu’ come prima, per quanto, altro, piu’ bello, piu’ grande, piu’ nuovo, possa venire.

Un fatto che però, nella tristezza di ognuno di noi, ci accomuna con molti esseri umani che provano la stessa cosa. E per un attimo ci sentiamo piu’ vicini.

 

 

Eppure, come sempre, ce la faremo. A fatica, con rassegnazione e con un dolore nel cuore, o accettando la sfida del cambiamento e della ricostruzione.

Magari con un pensiero in piu’ a come, in un attimo, una realtà puo’ cambiare. A quanto, dare sfogo a cattiveria, intolleranza, nutrimento ad ego ed arroganza, poco porti di fronte all’evidenza che, anche le cose che si credevano piu’ solide, possano sgretolarsi di fronte ai nostri occhi.

 

 

Parigi e Notre Dame hanno segnato diverse tappe importanti della mia vita.

La prima volta che ho visto la cattedrale, avevo 14 anni, ero in gita con la scuola. L’immensità e la bellezza negli occhi, mentre il prof. ci spiegava l’arte e la storia, davanti alle vetrate colorate, alla guglia e alla facciata della chiesa.

 

 

L’ho rivista altre 2 volte, con la spensieratezza e l’entusiasmo dei primi viaggi con gli amici.

Sono tornata con il fidanzato sbagliato, in un giro pieno di disavventure (compresa la perdita del volo di ritorno), in cui tutto pareva essere premonizione dell’imminente fine tragica della storia.

Mi sono fermata come tappa del viaggio di nozze per arrivare in Polinesia, a visitarla con l’uomo che era appena diventato mio marito, felice e raggiante. Quella città che amo e dove sempre farei ritorno.

Ci ho riportato mia figlia, qualche anno dopo, e quella è stata l’ultima volta che ho visto Notre Dame. Con la bellezza della fioritura di aprile, vista dal battello sulla Senna.

 

 

Nel parco giochi circostante la chiesa. Girandole attorno per mostrare a Giada la casa del Gobbo.

 

 

Ammirandola dal tavolino di un bar a pranzo, proprio al suo cospetto. E la sera, quando l’atmosfera delle luci la rendono magica.

 

 

Protagonista di ricordi che porto nel cuore.

 

 

Forse ci sentiamo tutti piu’ fragili oggi, dopo l’incendio che l’ha colpita, Notre Dame. Magari per un attimo, o magari forse per più di un attimo.

E’ una fragilità importante, e magari! ci costringesse a fermarci dalle corse quotidiane per non so dove.

E magari! ci inducesse a guardare con occhi diversi quello che abbiamo attorno, come se fosse l’ultima volta, prima che non sia più lo stesso.

E magari! dopo il timore di perdere tutto, rinascesse la speranza che non tutto è perduto.

 

 

 

                                         

 

 

 

Aprile 2019

 

 

foto di Patty

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La forza del vuoto

 

 

Ho sempre avuto una paura folle del vuoto.

Paura di precipitare. Paura di soccombere.

Paura di restare lì, sospesa, senza appigli attorno.

Paura di perdermi, nel vuoto, come quando un bambino si sveglia di notte al buio, e non trova i muri come riferimento, per appoggiarsi e trovare la via per andare ad accendere la luce. Restando il balia di un nulla, che disorienta e destabilizza.

Ho scoperto, invece, col tempo e la maturità, l’utilità del vuoto.

Un vuoto che puoi riempire.

Un vuoto che puo’ accogliere.

Un vuoto fertile.

Un vuoto da lasciare vuoto per un po’, senza la fretta compulsiva di riempire.

Un vuoto che fa largo. Un vuoto per l’ascolto.

Dal vuoto nasce la ricerca, dopo il momento del panico, dello smarrimento, della disperazione.

Dal vuoto nasce la forza creativa, la capacità di sopravvivere.

Dal vuoto le risorse emergono.

Nel vuoto si crea lo spazio. E il nuovo puo’ arrivare solo se c’è posto, se c’è uno spazio libero.

Il vuoto ti concede il riposo.

Il vuoto ti permette di muoverti, di avere possibilità di azione, ti apre le possibilità che l’essere saturo non ti dà.

Se il bicchiere è pieno non resta che la goccia che fa traboccare. Se il bicchiere è vuoto puo’ essere riempito. Magari di vino buono.

 

 

 

aprile 2019

foto by patty

 

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Il ragionevole dubbio

 

 

 

Il fatto di essere insicura, mi ha spesso arrecato disagio.

Di fronte ad una affermazione, magari contraria a quello che io sapevo o pensavo, il primo pensiero che ho sempre avuto è che gli altri potessero avere ragione e fossi io ad essere in errore, ad essermi sbagliata.

Questo mi ha portato a mettermi continuamente in discussione, a riflettere, cercare di ragionare, a riconsiderare quello che pensavo. A fare entrare quello che dicevano gli altri, a zittirmi e pensare, a prendere tempo per documentarmi. Ad apparire titubante, incerta, spesso senza un’opinione precisa, perché magari non ribattevo con forza, non mi esprimevo, non pontificavo o non sostenevo con decisione le mie idee.

Proprio in questo tempo, invaso dalle fake news e dalla tendenza a voler sempre dire la propria, ho notato quanto spesso le persone parlino senza avere le informazioni complete, senza tenere conto del rovescio della medaglia o senza considerare anche le altrui ragioni. Con quanta arroganza ci si arroghi una verità, si guardi solo un aspetto di una questione -quello più comodo o della maggioranza-, si faccia a gara per avere ragione, come se si dovesse vincere qualcosa.

 

 

Si cerca di primeggiare. urlando più forte, argomentando di più, fintanto che non è più importante l’argomento di cui si sta dibattendo, ma spuntarla, avere l’ultima parola. Diventa cioè una lotta di potere. Un modo per affermare se stessi (magari in mancanza d’altro), per non doversi mettere in discussione.

 

Se discutessimo per capire, invece che per avere ragione, sarebbe tutto più semplice.
(Anonimo)

 

E spesso la tendenza è anche quella di circondarsi di persone che danno ragione, per poter avere la conferma che sì, si è nel giusto. Si è delle brave, buone, belle persone. Con un carattere, una personalità. E con il consenso degli altri.

Perchè mettersi in discussione significa anche apparire fragili.

Ma è proprio cosi’: apparire. Perchè, al contrario, è sintomo di intelligenza e maturità.

 

Anche se mi disturba un po’, il fatto di pensare sempre, per prima cosa, che forse sto sbagliando io, col tempo ho riconsiderato essere una qualità, il mettere in dubbio se stessi e le proprie credenze. Ascoltare altre campane, pensando che potrebbero essere loro nel giusto. Lasciare perdere quando si hanno diverse vedute,  se lo scambio non risulta proficuo, e non parlare quando risulterebbe sterile o quando non si hanno tutti gli elementi.

In un’epoca in cui tutto è veloce – pensieri, parole, giudizi -, il dubbio, – fermarsi un po’ di piu’ a riflettere -, mi sembra cosa oltremodo ragionevole.

 

Chi vuole avere ragione cerca sempre di avere l’ultima parola. Chi ha davvero ragione ha smesso di parlare da un pezzo.

 

Quindi, concediamocela un po’ di insicurezza!

Concediamoci il beneficio del dubbio.

Concediamoci un ragionevole dubbio. Su quello che ricordiamo, sulle nostre opinioni, sui giudizi, sulle convinzioni.

Perché non è cosi’ raro, e neanche disdicevole, sbagliare. Neanche cambiare idea o prendersi tempo, per farsi un’opinione.

Se è eccessivo il dubbio non fa bene, perchè ansiogeno e paralizzante. Ma se è misurato, ci concede di allontanare la nostra arroganza e di farci il bel dono di un po’ di umiltà.

 

Preoccupati di essere felice. Non di avere ragione.
(Buddha)

 

Se puoi scegliere tra avere ragione ed essere gentile, scegli la seconda.
(R. J. Palacio, Wonder)

 

 

 

 

 

aprile 2019

 

foto by patty e pixbay

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Adolescenti: quando ti portano in viaggio nel tempo

 

 

I 14 anni di mia figlia, il primo anno alle scuole superiori, mi hanno inevitabilmente portato indietro nel tempo.

Ai miei 14 anni, al mio primo anno alle superiori.

A quando uscivo la mattina e facevo quel tratto di strada, a piedi, per raggiungere la scuola.

Ai pomeriggi a studiare nella mia camera.

All’aula della mia classe, con la porta a vetri, che vedevi cosa succedeva nel corridoio.

Al panino col prosciutto cotto, comprato nella bottega vicino alla scuola, e ai bocconi mangiati, da sotto il banco, durante le lezioni.

Alle mie compagne di banco, e a quando restavamo a pranzo in classe, perchè al pomeriggio c’era la lezione di ginnastica.

Ai professori, quelli che mi hanno trasmesso la passione, e quelli che…no.

A quella bellissima gita, che abbiamo fatto, fino a Parigi.. Il mio primo vero viaggio. 7 giorni lontano da casa, dalla famiglia.

Il torpedone e Pinone, l’autista.

L’ostello a Saint Germain. Le ricerche dentro al Museo dell’uomo e al Centro Pompidou.

I pranzi al sacco, panini con affettati, stivati nel pullman, in qualche giardino trovato sulla strada.

L’arte imparata dentro alle chiese, ai palazzi, al Louvre. La meraviglia di fronte alla Saint Chapelle. Le bellezze di Versailles.

Il viaggio di ritorno a cantare “Parigi addio..ritornerò” (che se qualcuno è dei miei tempi la conosce :)

 

 

E’ stata un’esperienza increbile, di cui sono grata. Il primo, per me, di una serie di viaggi, che in seguito hanno riempito la mia vita.

Forse la mia passione per i viaggi, per il mondo, è nata proprio allora.

 

Dopo tanti anni, molti ricordi riaffiorano.

Adoro quella ragazzina, un po’ contro corrente, ma con gli occhi vivaci, che ho ritrovato e che assomiglia a mia figlia.

Adoro vedere i suoi occhi aperti e con poche aspettative, per il poco conosciuto.

Quegli occhi pieni di voglia di vedere, di conoscere e di sperimentare. Di andare incontro alla vita.

 

 

 

 

marzo 2019

foto di Patty

 

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Adolescenti: il primo concerto

 

 

 

Quando si hanno figli adolescenti, può capitare che tu li debba portare al loro primo concerto.

Regalo richiesto a Natale, da riscuotere l’8 marzo, il giorno del tuo anniversario di matrimonio. 

Così invece di uscire per una cena romantica, ti trovi col marito, in mezzo all’entusiasmo di un paio di ragazzine, e di altri centinaia di fan, per tante ore, in piedi, ad aspettare Marlena, sotto un tendone, tutti appiccicati.  Col pensiero che no, non hai piu’ l’età.

Fintanto che arrivano loro, animali da palco, i Maneskin. 

E allora ti fai contagiare e ti entusiasmi anche tu, di fronte al talento, tanta vitalità e tanto ben di Dio :)

 

 

Col pensiero che ti è andata bene, perché il tuo primo concerto è stato quello di Pupo, prima ancora di “Gelato al cioccolato”, in una specie di balera, il Samantha di Casalecchio di Reno (Bo).

E comprendi, alla fine, che è lei, tua figlia, che ti ha portano ad un concerto, al suo primo concerto.

Vedi la sua gioia, la sua gratitudine, e capisci che è stato un gran bel regalo.

Per te, soprattutto.

 

 

 

 

marzo 2019

 

(foto by Patty)

 

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Woyzeck: la disperazione di un’anima fragile

 

 

Disperazione.

Smarrimento.

Il dolore del tradimento.

La sensazione di essere chiusi in una gabbia senza possibilità di uscirne.

La sensazione di impotenza e la brama di ribellarsi.

Il non riuscire più a starci dentro, tanto da arrivare a fare un’azione inconsulta, folle, irreversibile, che distrugge tutto.

Questo quello che mi è arrivato da Woyzeck e dal suo mondo.

Una  struttura di metallo, girata e rigirata, che trasmette il senso di essere rinchiusi in una gabbia, da cui pare impossibile uscirne. E anche quando si esce, la sensazione di restare comunque rinchiusi nella gabbia degli sguardi degli altri, di un mondo giudicante, influente, il contrario di accogliente. Che non lascia vie di fuga, vie di uscita. Soprattutto a chi è fragile, puro, innocente e facilmente influenzabile. Anzi, il mostrare la propria fragilità dà la possibilità, agli altri, di approfittarne, per infierire e ferire. Un mondo che induce a mettere la propria dignità sotto i piedi, in nome di bisogni pressanti, materiali ed emotivi. Dove il rispetto dei sentimenti, delle persone, che spazio occupa?

Una gabbia che viene poi introiettata, diventa la schiavitù di un personaggio che si interpreta nella vita, una prigione interiore, che aliena e da cui difficilmente si riesce ad uscire.

E allora, cosa resta da fare, per ribellarsi da queste prigioni, per sfuggire al senso di impotenza? Fare qualcosa, qualsiasi cosa. Un gesto che apparentemente sembra essere una liberazione, ma che invece imprigiona ancor di più, per le sue conseguenze, gettando l’anima ancora più profondamente nell’abisso, e nell’impossibilità di trovare una via d’uscita. Infatti, l’unica cosa che, nel delirio della rabbia e della disperazione, Woyzeck riesce a fare è uccidere la sua compagna, vittima anch’essa di un sistema e di se stessa, la madre di suo figlio. Lasciando cosi’ un orfano, condannato, come nel racconto della scena:

 

c’era una volta un povero  bimbo che non aveva ne padre ne madre, erano tutti morti, non aveva piu’ nessuno al mondo…e se ne ando’ vagando giorno e notte…

 

..e  dopo essere stato sulla luna e aver visto che era marcia, e sul sole e aver visto che era un fiore appassito, e sulle stelle e aver visto che erano mosche stecchite, era tornato su una terra desolante, dove non gli restava che piangere in solitudine..

Una solitudine profonda, che, quindi, è destinata a trasmettersi di padre in figlio.

Un gesto di follia ingiustificabile, ma empaticamente comprensibile..chi se la sentirebbe di condannarlo?

 

Ansia, sì, e peso allo stomaco, che mi hanno accompagnato durante tutto lo spettacolo, e che ho portato anche a casa. Un’interpretazione che non ti permette di mollare un attimo. Vedere rappresentata la disperazione dell’essere umano e sentirsela arrivare addosso attraverso un personaggio, è tornare in contatto con quella disperazione che, inevitabilmente, durante il corso della propria vita, molti di noi, credo, abbiano provato.

Un occasione quindi, Woyzeck, per riscoprirsi compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dei personaggi, magari non solo di quelli dello spettacolo. Compassionevoli e accoglienti nei confronti della fragilità dell’animo umano. E ancor piu’ importante, nei confronti della propria fragilità.

 

“…la nostra interpretazione nasce quindi dalla volontà di capire e mettere in scena  come vede il mondo Woyzeck, come lo percepisce, cosa sente..”. Missione compiuta alla grande ragazzi, e, come sempre, bravissimi tutti.

 

 

 

dallo spettacolo:

WOYZECK – A GUARDARCI DENTRO GIRA LA TESTA di Georg Büchenr 

adattamento e regia Andrea Lupo e Giovanni Dispenza  con Andrea Lupo, Giovanni Dispenza, Camilla Ferrari, Michela Lo Preiato, scene Matteo Soltanto, disegno luci Pietro Sperduti, musiche originali Angelo Adamo, aiuto regia Marco De Rossi, elementi scenografici Giuseppe Pistorio, traduzione Alessia Raimondi, ricerche Giuditta Fornari

http://www.teatrodelletemperie.com/it-it/teatro-calcara-spettacoli/spettacolo/woyzeck-a-guardarci-dentro

 

foto di Roberto Cerè

 

 

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marzo 2019

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L’Oscar 2019 al film “Green book”: la capacità di costruire un’amicizia

 

 

 

 

Il film è l’emozionante  racconto di una storia vera, ambientata nell’America degli anni 60, dominata dalle discriminazioni razziali.

Il Green book era un libricino che conteneva l’elenco degli alberghi e dei ristoranti, nei quali le persone di pelle nera potevano essere accettate. Questo libro accompagna i 2 protagonisti in un viaggio di 8 settimane, per una turnè musicale, dall’Iowa al Mississippi.

E’ la storia di come nasce un’amicizia fra 2 uomini, apparentemente diversi, ma con un’anima grande e pulita.

Uno di questi uomini ha la pelle nera, l’altro è un bianco. Uno è un colto, fine, ricco, talentuoso musicista, l’altro è un uomo semplice, e anche violento, cresciuto nel Bronx, che tira a campare con impieghi al limite del legale (e anche no), per mantenere la famiglia, che adora. Uno è gentile, educato e solo, l’altro è rozzo, ignorante ed amato. Entrambi sono figli di emigranti.

Che si conoscono, e che come gli opposti, si attraggono per le loro diversità.

Che sanno superare i pregiudizi iniziali, in nome di un bisogno reciproco, poi imparano a riconoscere il valore l’uno dell’altro, mescolando le loro vite.

Che imparano ad apprezzare i reciproci pregi, piu’ che farsi allontanare dai difetti o dalle ferite.

Che sono accomunati dalla capacità di mantenere fede agli impegni, e a lavorare per un obiettivo.

Capaci di far notare le falle, l’uno all’altro, senza mancarsi di rispetto.

Che imparano ad agire uno per il bene dell’altro,  dopo essersi conosciuti e scoperti.

Con la grande e rara capacità di restare aperti al diverso, ed esserne arricchiti.

Con la capacità di contagiarsi a vicenda e diventare delle persone migliori.

Un film che pone l’accento sui valori dell’amicizia, dell’amore, della famiglia, dell’impegno, del talento, e del lavoro al suo servizio.

E sopra ogni cosa, sulla dignità e il rispetto di se stessi. Sulla grande possibilità di creare quelle relazioni che durano una vita.

Perchè quel che conta, non è quanto si è diversi, ma quanto si riesce (e si vuole) essere vicini a una persona.

Un film che tocca l’anima, e il mio suggerimento è di vederlo e lasciarsela toccare.

 

 

Green book

Oscar per il miglior film del 2018 

regia di Peter Farrelly

con Viggo Mortensen

Oscar per il miglior attore non protagonista a Mahershala Ali

sceneggiatura scritta dall’attore Nick Vallelonga (figlio di Tony, morto nel 2013) protagonista della storia 

 

 

25 febbraio 2019

(foto Pixabay)

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

Sono versatile, camaleontica e un po’ nevrotica. 

Una come tante.  Nessuna grande passione, ma so appassionarmi.

Prendo tutto molto sul serio e in tutto quello che faccio, se mi interessa, ci metto impegno e dedizione.

Scarsamente tecnologica, diversamente social.

Mi piace condividere, mi piace ascoltare, esprimermi, se è il caso, e stupirmi.

Mi piace vivere intensamente e andare in profondità delle cose che mi interessano e lasciare andare ciò che non mi serve (anche se con difficoltà).

Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.