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Il Labirinto della Masone (PR): perdersi tra le canne di bambù

 

 

A volte è bello girare senza mappa, senza riferimenti, andare davvero dove mi porta il cuore, l’intuito, qualcosa che mi piace o mi attira.

Sapendo che mi smarrirò, ma senza che mi importi perdere tempo.

Perdermi, vagare, ripassare dove sono già stata. Lasciarmi disorientare, senza preoccuparmi. Ripercorrere le stesse strade, senza per ciò innervosirmi, ma esserne divertita.

Sapendo che prima o poi, la strada giusta per l’uscita la troverò.

 

 

Una bella metafora da vivere, un allenamento all’ottimismo, e, magari, un modo per imparare qualcosa, al Labirinto della Masone, in località Fontanellato di Parma

 

 

Il Labirinto della Masone è il labirinto più grande del mondo e la sua particolarità è di essere composto interamente di piante di bambù.

 

 

 

Cosi ci si trova ad inoltrarsi per un percorso insolito, stretto, e a volte poco luminoso, prevalemente composto di alti fusti di diverse specie di bambù, che a volte si piegano formando come una capanna sopra di te.

 

 

Una galleria vegetale, sotto cui è bello camminare e ossigenarsi, vedendo in fondo una via d’uscita, ma non la fine della strada

 

 

E il mio pensiero va ai panda, quei bellissimi animali, e a quanto potrebbero essere felici lì, loro che si nutrono quasi esclusivamente di queste canne

 

 

Le canne di bambù sono verdi, gialle, strette, larghe, alcune piegate in modo strano

 

 

e osservarle è una bellezza

 

 

La strada da trovare è quella verso il centro (come nella vita si cerca la strada  per arrivare al centro di se stessi), dove in una piazza quadrata di duemila metri quadri, si trova una piramide

 

 

 

Al suo interno c’è una piccola cappella, che da proprio la sensazione di essere giunti al centro, al cuore di questo luogo, come ad un tesoro

 

 

Il labirinto nasce dal sogno di un uomo, Franco Maria Ricci, da sempre affascinato dai labirinti, e dalla bellezza, che ha sempre cercato durante tutta la sua vita.

 

La bellezza è inevitabile

 

 

Questo il suo motto. Che mi ha colpito, presupponendo il fatto che non sia possibile non incontrarla, poichè il mondo ne è cosparso, di bellezza: spetta a noi la scelta, se farcene contagiare oppure no.

 

Francesco Maria Ricci

 

 

Finiti gli studi come geologo, Francesco Maria Ricci lavora nel settore dell’estrazione del petrolio, ma scopre poco dopo che non è quello che avrebbe voluto fare. Diventa allora grafico ed editore, dando anche lustro a un carattere di scrittura nuovo, il Bodoni, che usa poi in tutte le sue pregiate pubblicazioni. Diviene grande viaggiatore, e da vita a FMR, una rivista d’arte che diventa la più diffusa nel mondo. Mette insieme una pregiata collezione d’arte, 500 opere del periodo dal 500 al 900, che si può apprezzare nel Museo del Labirinto, con pezzi davvero belli e interessanti, sculture, busti dipinti, disegni, ecc,

 

 

Il suo obiettivo è di cercare il bello anche nelle opere minori, quelle non conosciute, scartate, che con quest’occhio vanno guardate. Alcune sono davvero bellissime

 

 

Tra queste non mancano opere importanti, come un autoritratto di Ligabue, e 2 quadri stupendi raffiguranti teste di tigri, dello stesso pittore.

 

 

Le sue pubblicazioni sono raccolte in una bella biblioteca, e i libri dell’editore sono consultabili: salta all’occhio l’esortazione, contraria a quelle della maggior parte dei musei, a consultarli

 

 

Imperdibile l’interessante documentario sulla vita di Franco Maria Ricci, per conoscerlo ed apprezzarlo, riprodotto in una sala occupata dalla sua bella biblioteca personale

 

 

Deciso a realizzare il suo sogno di costruire un labirinto in terra natale, in mezzo ai campi della sua infanzia, con l’intento di farne anche un luogo di cultura e di esposizione della sua collezione d’arte, scopre che il bambù trova un terreno favorevole in quella terra bagnata dal Po, e che è una pianta molto adatta per il suo scopo, visto che cresce velocemente e non perde le foglie. Fa arrivare quindi dalla Cina 50000 piante, che ora sono diventate 300000, disposte in circa 7 ettari di terreno (alcune hanno raggiunto anche i 15 metri di altezza). E’ così che nel 2015 realizza il suo sogno, inaugurando il Labirinto della Masone.

 

 

Il labirinto ha la forma di una stella a 8 punte, come una cittadella medievale; come un borgo medievale protetto dalle mura, questo è protetto dalla vegetazione, e ha una piazza nel suo centro: diventa un vero e proprio “un borgo della cultura”

 

 

Ho trovato il Labirinto della Masone un luogo incantevole da visitare. Sia per la bellezza da vedere, che per le sensazioni da sperimentare, tra cui la possibilità di entrare nell’ignoto, ma in sicurezza, in un luogo misterioso, ma senza timore alcuno

 

 

Dove ci si può lasciare andare, perchè forse ha proprio ragione colui che ha scritto sulla porta della toilette delle signore:

 

 

Prima di entrare nel museo, o al labirinto -anche qua si presenta subito una scelta su dove andare per primo- è esposta una meravigliosa Jaguar nera, che fu di Franco Maria Ricci, che ha catturato subito l’attenzione del marito

 

 

All’ingresso, c’è una torretta, dove si può salire e vedere il panorama dall’alto, ma per la vista della stella non è ancora un’altezza sufficiente

 

 

Il labirinto prende il nome dalla via dove si trova, nella campagna parmense; al suo interno ha anche un bel ristorante e un bistrot, con prodotti del territorio, e a prezzi accettabili. Sono presenti inoltre 2 suite per chi volesse fermarsi in un luogo insolito a dormire.

Home Labirinto

 

Quando si ha la possibilità di camminare nel sogno di un uomo, si può comprendere quanto grande sia la potenza dei sogni, e dove questi possano portare. Anche a lasciare impronte, piccole o grandi che siano, che sopravvivono oltre la morte.

Che danno un senso alla vita, ed arricchisono quella degli altri.

 

Non esiste un sogno perpetuo.
Ogni sogno cede il posto a un sogno nuovo, e non bisogna trattenere alcuno.

Hermann Hesse – Demian

 

 

maggio 2023

 

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Reciprocità

 

 

Col tempo ho assunto la consapevolezza che per far funzionare i rapporti occorre reciprocità.

Non funziona se uno soltanto da e l’altro soltanto prende.

Non funziona se uno si prodiga e l’altro se ne frega.

Non funziona se a uno importa e all’altro no.

Non funziona se uno corre dietro all’altro che sfugge.

Cercare chi non cerca mai. Accogliere chi non accoglie.

Non funziona se uno pensa di essere unico per l’altro invece è uno fra i tanti.

Non funzionano le cose a senso unico.

Non credo nell’amore incondizionato, neanche tra genitori e figli. Amiamo e ci aspettiamo di essere amati.

È difficile non aspettarsi qualcosa in cambio, quando si tiene a un rapporto e forse anche quando si tiene a sé stessi. Quando ci si sente importanti, e si sente di avere un valore. Si tratta di amor proprio, di non svalutarsi. Di pensare di essere degni di amore e di ricevere.L’amore fine a se stesso credo non appartenga agli umani. Forse agli umani illuminati, o ai devoti caritatevoli.

Rispetto reciproco, interesse reciproco, sentimento reciproco, accoglienza reciproca, comprensione reciproca: senza reciprocità le cose sono destinate a finire, salvo i rapporti malsani, o quelli dove un soggetto è carente di amore per sé stesso.

Occorre reciprocità di sensibilità per trovarsi bene insieme, affinché l’uno non si senta ferito dalle diverse intenzioni o modalità dell’altro.La reciprocità dei sentimenti è indispensabile in una relazione affinché non sia sbilanciata.I conti devono tornare, per non contrarre debiti che possono creare legami tossici, per non alimentare illusioni o aspettarsi qualcosa in cambio che non arriva e lascia nell’attesa, o provoca delusioni.Senza reciprocità le cose possono morire. Dev’esserci scambio. Nella reciprocità c’è complicità, c’è l‘intenzione, c’è la volontà, ovvero c’è quello che ci fa sentire importanti per l’altro.

Se il principio di fare all’altro quello che vorremmo venga fatto a noi è un buon metodo per innescare uno scambio positivo, il rispecchiamento vale anche al contrario, e comportarsi nello stesso modo in cui l’altro si comporta con noi a volte può servire a far capire, quando non bastano le parole, le spiegazioni. A volte.Può non venire naturale, a chi è abituato a cercare di capire, a dare chance, a porgere l’altra guancia, a chi è troppo empatico, o a chi è troppo nel bisogno.

Il rapporto, così, nel bene o nel male può evolversi, mutare, quando si decide che non deve essere più sbilanciato.

Oppure giungere a conclusione. E allora ci si può mettere alla ricerca di quella reciprocità necessaria. Per stare bene.

 

 

aprile 2023

 

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Andando verso il sole … dell’Avvenire.

 

 

Sono andata a vedere l’ultimo film di Nanni Moretti incuriosita dal commento di un’amica, che mi ha detto che le era piaciuto moltissimo, mentre al marito per niente.

Il sol dell’Avvenire, è un film d’amore, un film di politica, un film sulle proprie rigidità e convinzioni, un film sul cambiamento, e anche un film sovversivo, come cita una scena.

Giovanni, il protagonista, è un regista che vive fedele ai suoi principi e alle sue convinzioni in modo assoluto. Se questo da una parte lo rende libero da alcune derive e pieghe che hanno preso le cose al giorno d’oggi, conferendogli integrità, dall’altro lo imprigiona. La rigidità che ne consegue, fino a sfiorare l’ossessione, gli determina un distacco dalla realtà e dagli altri: vive in un mondo suo, dove non vede altro e l’altro, e lo conduce in un precipizio di disillusione e solitudine, che può avere come epilogo soltanto la morte.

Persegue ideali di libertà, si oppone alle cose del mondo esterno che non gli piacciono, ma è incapace di opporsi a se stesso, alle sue roccaforti, che lo rinchiudono nella sua gabbia .. e neanche se ne accorge! Prende da anni antidepressivi per contrastare il suo disagio.

Una serie di batoste che non si aspetta, dalla moglie, dalla figlia, dalla politica, dal lavoro, sui vari piani in cui si svolge il film, distruggono le sue sicurezze. Ma sono quelle stesse batoste che lo salvano: e finalmente si arrende, non nel senso di rassegnazione, che era quella precedente, ma nel senso di resa.

Proprio chi decide di cambiare, e di vivere, chi fa le sue scelte, anche non convenzionali ma secondo quello che sente, chi decide di lottare, perché solo in questo vede una possibilità e una speranza, gli dà una scossa e gli permette di uscire da quell’ingessatura, che lo ha costretto a vivere nel suo mondo, nella depressione e nell’infelicità. 

Un film per me davvero denso e toccante, che mi e piaciuto molto, come mi piacciono quelle cose che toccano le mie emozioni, senza che me ne renda conto e senza che ne capisca subito il perchè: la comprensione arriva dopo il sentire, con tutte le riflessioni e gli spunti che ne derivano.

Mi sono commossa davanti alla possibilità che quest’uomo riesce a darsi (o forse non ne può fare a meno) per tornare a vivere, quasi inconsapevolmente, abbandonandosi finalmente agli eventi. Alla fine, questi, non sono portatori del disastro, ma tutt’altro: i fallimenti e quello che doveva essere la fine di tutto, si dimostrano un nuovo inizio.

Spesso è necessario che ci uccidano per rinascere. E’ necessario essere abbandonati da ciò che ci serve, lasciarci morire, affinchè avvenga una svolta. E’necessario abbandonare le nostre inutili fissazioni e abitudini, le cose e i presupposti poco importanti, che ci danno certezze.

Perché uscire dalle proprie gabbie significa ritrovare la libertà.

Il film mi ha fatto pensare alla straordinaria capacità che abbiamo, noi esseri umani, di attingere, talvolta, a qualcosa di non conosciuto, forse la famosa resilienza, che porta a modificarci e a darci nuove possibilità.

Anche la prima parte in cui Moretti recita in modo perentorio e pedante, che genera quasi un fastidio, e il senso di pesantezza che suscita, è funzionale per trasmettere l’ingessatura del suo essere; come i riti a cui si costringe, e costringe gli altri, per il timore di ciò che deve venire, per scongiurare che le cose vadano male; il suo subire quel vivere con paura, e la necessità quindi di tenere tutto sotto controllo, e che tutto debba essere esattamente come lui vuole.

Niente deve sfuggire, ma tutto poi sfugge. Perché cosi è la vita. Imprevedibile. Cambia.

E se noi non cambiamo con lei, ma continuiamo ad arroccarci sulle nostre seppur giuste convinzioni, siamo destinati all’infelicità e alla solitudine.

L’abilità sta nel restare fedeli a sè stessi e alle proprie convinzioni, senza che ciò ci ingabbi. Nel lasciare andare un passato, un modo di essere che non va più bene, che, appunto, è passato.

Nel danzare con la vita e con le persone che ci circondano, non lasciando che siano solo le parole, le idee a condurci.

Nel conquistare un po’ di quella leggerezza che a volte è necessaria per vivere.

Quella spericolatezza che è tipica dei trapezisti, che si lanciano verso il trapezio, forti di un buon allenamento alle spalle, e quell’eccitazione che coglie noi che li stiamo a guardare.

Il finale, è una specie di marcia su Roma, ed è una marcia verso la libertà. Non più soli, ma con la forza dell’essere insieme agli altri, comunità verso una direzione comune, verso una rinascita, un futuro, l’ignoto.

 

Di questo parla il Sol dell’Avvenire.

Di speranza.

Che la storia può anche cambiare con i “se”: non la storia che è stata, ma la storia che sarà.

E già nel titolo, si cela la speranza: perché nell’Avvenire c’è il sole.

Finalmente.

 

 

maggio 2023

 

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Sei sempre in giro!

 

 

Sei sempre in giro!

 

Ebbene sì, sono sempre in giro.

In posti mai visti, in posti già visti, in posti sognati.E, talvolta, mai quanto vorrei.Col mio bisogno di respirare, di vedere e di sentire la bellezza.

 

Ebbene sì, sono sempre in giro.

A far la spesa, a prender e portare la figlia, a fare cose utili e cose inutili, a vedere gente.Io sono sempre in giro anche sul divano. Dentro a un libro, o dentro a un film, o quando scrivo. Nella storia di un altro o nella mia storia.

 

Ebbene sì, sono sempre in giro. 

Con la mia testa, coi miei pensieri, con le mie ansie e le mie preoccupazioni. Con i miei sogni e desideri. Coi momenti bui e quelli neri. Col mio bisogno di mettermi in moto. Che poi quel che si vede e si condivide è lo straordinario, ciò che entusiasma, non la tristezza o i travagli quotidiani.

 

 

 

Ebbene si, sono sempre in giro.

Ma tu, lo sai a cosa rinuncio? Sei disposto a fare scelte diverse? A privarti di qualcosa, se volessi anche tu andar più in giro?

 

Ti hanno insegnato il sacrificio?? che non meriti?? che “..magari un giorno…”?? che non è necessario??Anche a me. E a questo io mi ribello.Assumendomi sensi di colpa e di tradimento.Ma non rinuncio all’idea che cercare il piacere significhi onorar la vita.

 

 

Ebbene sì, sono sempre in giro.

Con i miei viaggi nel mondo, o nella mia testa.Che c’è di male?La vita è una sola, te ne sei accorto?   

Sempre in giro e sono grata!                                                                         

Meglio un uovo oggi ..chè… del domani non c’è certezza!

 

Fuggo quando, e se, posso, con la coscienza sempre vigile.Sono scelte.Sono viva, faccio scelte.Un morto non va in giro; non pensa, non legge, non guarda, non sente, non respira: resta fermo.E io non ho voglia di morire, per ora, che sono ancora viva!

 

“Quando arriverà la morte

voglio che mi trovi vivo”

 

 

 

marzo 2023

 

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Voracità

 

 

Vogliamo fare cose, vogliamo viaggiare, vogliamo comprare, vogliamo vedere persone, avere followers.

Vogliamo leggere, commentare, condividere, vogliamo avere stimoli continui, vogliamo avere tempo libero. Per occuparlo.

Siamo smaniosi.

Vorremmo sempre qualcosa di più e troviamo sempre qualcosa che manca. Più soldi, più cose, più persone attorno, più amore. Una casa più bella, un viaggio più lungo, un lavoro più figo, un’immagine invidiabile.

Siamo vogliosi di accumulare oggetti, momenti, ricordi, più che possiamo. Di guardare, di sentire, di gustare, di appagare tutti i sensi. Per cercare di dare un senso.

Siamo voraci.

Come se tutto dovesse sfuggire e fosse da rincorrere.

Come se niente fosse mai abbastanza.

Attenti a guardare gli altri che hanno di più, che fanno di più. Che hanno una vita migliore. Ci pare.

Avidi, ingordi, bramosi di esperienze, di sensazioni, di emozioni.

Come se avessimo una voragine da colmare. Come se fossimo un pozzo senza fondo, se avessimo un buco da riempire, che non dà mai la sensazione di essere pieno.

Incapaci di trattenere, modalità usa e getta; passaggio da una cosa all’altra senza soluzione di continuità, troppo veloce, senza raggiungere mai la sensazione di sazietà.

Un appagamento effimero e l’abbastanza che dura sempre troppo poco.

Avanti un altro, avanti altro, avanti ancora.

Senza dare spazio e tempo all’assimilazione, alla sedimentazione. Digestione veloce, nutrimento scarso.

Senza dare spazio a una tregua, al tempo del vuoto, che permette di sentire e scegliere coscientemente.

Senza dare spazio a quella capacità di accontentarsi, percepita con disprezzo, che invece ha il significato di “appagare con misura, segnando un confine“.

Con la paura che fermarci significhi smettere di vivere, di sentire, perdere qualcosa o qualcuno.

Mentre forse, è soltanto noi, la nostra anima, che, per star dietro a tale voracità, stiamo, senza accorgercene, inesorabilmente perdendo.

 

 

Siamo voraci.

Il problema è di che cosa siamo voraci.

Se è di qualcosa che ci fa stare fuori di noi, un modo per essere in fuga costante.

Se è di qualcosa che ci getta in un vortice di dipendenza, bisogni indotti, coazione, incapacità di discriminare. Che ci vede ingozzarci, in preda a una fame bulimica incessante. O a una distrazione deleteria.

O se è qualcosa che ci dirige verso quello che desideriamo, e ci acquieta, con un appagamento saziante.

Perche voracità può anche significare curiosità, passione, vitalità.

Dovremmo essere voraci di ciò che ci nutre, che ci illumina, che rimane. Che porta a fare quelle cose che ci vengono da dentro, che sono motore, che ci motivano. Che ci arricchiscono di presenza e attenzione per ciò che stiamo vivendo.

Col nostro unico sguardo, o altro senso, grato, a quella voracità, che ci ha portato fino a lì.

 

Di ogni verità, anche il contrario è vero.

Siddharta

 

 

gennaio 2022

 

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Cosa chiedere a Babbo Natale: il coraggio di desiderare

 

 

Anche a desiderare ci vuole un gran coraggio.

 

 

“Sir, ha già scritto la lettera a Babbo Natale?”

“Lloyd, Babbo Natale non esiste”

“Ma esiste ciò che gli si potrebbe scrivere, sir”

“Questo non vuol dire che a Natale riceverò quello che ho chiesto”

“Non si preoccupi, sir. Per allora il regalo l’avrà già ricevuto”

“E quale sarebbe, Lloyd?”

“Il coraggio di desiderare, sir”

“Portami carta e penna, Lloyd”

“Con molto piacere, sir”

 

da Vita con Lloyd del 19.12.2022

 

Cosa desidero?

Di fare un bel viaggio, in un paese che da tanto vorrei visitare? Lasciare la tristezza che mi provoca l’inverno, i luoghi consueti, per riacquistare un po’ dell’energia della bellezza, della spensieratezza?

Di esaudire un sogno?

Che i miei genitori stiano bene e non litighino, che il gatto non stia troppo male, che mia figlia sia tranquilla, o comunque in pace, per quel po’ che può esserlo un’adolescente?

Di avere qualcosa in più, o che non mi venga tolto qualcosa?

Di avere più libertà per fare le cose che mi piacerebbero, di avere meno pensieri e più intraprendenza, di dare meno peso alle cose che mi toccano ma che non sono importanti?

Di fare più cose con gli amici, di poter condividere più momenti insieme ed esperienze, di trovare un senso anche alle giornate che scorrono col nulla, senza avere la sensazione che il tempo passi sprecato?

Che la guerra finisca, che la deriva, in cui pare ovunque si precipiti, si fermi, che il mondo diventi migliore?

Che coloro che hanno perso persone care trovino un po’ di conforto, un senso per sopravvivere?

Di continuare a credere in qualcosa, a credere e basta, ad avere fiducia, nonostante tutto, nonostante il tutto, nonostante tutti?

Concordo, il coraggio di desiderare è un gran regalo, e anche il chiedersi e comprendere con coscienza quale siano i desideri profondi. Ci vuole coraggio ad avere fiducia, e a credere in tempi migliori. E ci vuole la forza che ha il desiderio, che trascina e motiva, e che, a volte, da un senso.

Io so che ogni volta che mi addentro in queste riflessioni giungo alla conclusione che l’unica cosa che forse dovrei desiderare è di trovare la pace dentro. Quella che mi consenterebbe di poter affrontare tutto il resto, anche in mancanza dell’esaudimento dei desideri stessi. Quella che mi consentirebbe di apprezzare e riuscire a provare gratitudine per quello che ho e che ho avuto, senza guardare alla vita al di fuori, alla vita degli altri. Senza chiedere cosa potrei fare o avrei potuto fare.

Ma, forse, questa pace è peculiarità solo dei saggi, dei risolti, che non mi sembrano poi tanti in giro, o degli illuminati di cui si legge sui libri.

Quindi anch’io prendo carta, penna e coraggio, e scrivo, per non avere il rimorso di aver lasciato qualcosa di intentato.

 

 

dicembre 2022

 

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Linee di confine

 

 

Ho una strana attrazione per i confini. Forse  perché ho lavorato tanto sui miei, fragili, a volte troppo indefiniti, che mi hanno indotto, talvolta, ad immedesimarmi in modo camaleontico con altro da me.

I confini hanno il loro senso perché identificano e ci identificano. E una volta riconosciuti e fortificati, il bello è poterli varcare, ovvero superare ciò che ci confina appunto, per conoscere altro, il diverso.

Trovandomi a Gorizia, città di confine, non ho potuto fare a meno di seguire il desiderio di arrivare a Piazzale della Transalpina, dove, con un passo, dall’Italia si passa in Slovenia.

Avevo letto che al centro del Piazzale c’è un punto che divide le due nazioni e la città stessa, che da un lato si chiama Gorizia, dall’altro Nova Gorica.

 

 

E’ una linea che un tempo era un grosso muro di difficile valico, vecchio confine tra Italia e Jugoslavia, abbattuto nel 2004, quando la Slovenia entrò a far parte dell’Europa di Schengen, e che ha lasciato il posto a uno strano monumento: un cerchio sulla piazza che definisce il passaggio tra i due paesi.

 

 

Qui, si può passare da uno stato all’altro, ci si può cimentare nell’essere da una parte o dall’altra, come fanno i tanti che si fermano e fanno questo gioco, scattandosi foto. Ma si può anche sperimentare, non solo fisicamente ma anche metaforicamente, il confine, e fare qualche riflessione, attivando la consapevolezza: qua ci sono io, là ci sei tu, qui sono nella mia terra e lì sono in terra straniera. Si può superare il confine, e vedere cosa accade dentro di noi.

 

 

Cammino con curiosità su una strada poco affollata, dal centro di Gorizia, e mi avvicino a quel confine.

 

 

Ascolto quello che sento.

Penso che, in fondo, la città è la stessa, vista da una diversa angolazione, con diverse peculiarità, lingua, cultura, storia. E che anche gli abitanti, gli uomini, sono gli stessi: tutti esseri umani, simili, anche se con diverse peculiarità, lingua, storia e cultura.

Mi dirigo verso il punto indicato dove deve esserci il Piazzale. Arrivo nei pressi, e mi accorgo che cammino per un pò proprio sulla linea di confine.

 

 

Mi sento un po’ spaesata: non capisco bene dove mi trovo. Perdo la strada, e mi accorgo di averlo varcato il confine: per un pò non so più se incedo da una parte o dall’altra, nella mia terra o in terra straniera.

Sono confusa, mentre constato che cambiano le insegne, la lingua diventa da italiano a sloveno..

Poi, vedo apparire un edificio elegante, che ricorda le archittetture dell’impero austro ungarico, bellissimo,

 

 

Davanti c’è una grande piazza: è Piazzale della Transalpina, e l’edificio è la stazione ferroviaria Jesenice-Trieste, in Slovenia.

 

 

E poi ci arrivo, in quel punto ben definito nel mezzo del piazzale, dove basta un piccolo passo per restare, o per andare in territorio diverso.

 

 

Sperimento consapevolmente: lascio la mia terra e sono in terra straniera..sono sempre io, ma sento che qualcosa cambia in me.

Posso passare da una parte all’altra restando me stessa, mantenendo salda la mia identità, con la curiosità verso posti e spazi nuovi, che mi appartiene; cambiare punto di vista; andare verso qualcosa a me ignoto, diverso, aumentando le possibilità di conoscenza di quel che sento, di quel che vedo.

E penso che a volte abbiamo paura di varcarli, i confini.

Che a volte è semplice, basta un passo, mentre a volte ci perdiamo. 

O li difendiamo per paura di far entrare, per paura del diverso, dell’invasione.

Penso che a volte i confini sono solo nella nostra testa, altre volte sono muri di protezione, da abbattere, da trasformare in linee di definizione.

E il frutto del lungo lavoro fatto su me stessa, mi dice che solo quando li abbiamo ben chiari e delineati, i nostri confini, possiamo sentirci sicuri e possiamo sapere dove andare. E possiamo trascenderli, restando noi stessi, senza perderci, senza la paura e il rischio di diventare qualcos’altro, qualcun’altro. Come l’acqua che resta tale dentro a una bottiglia, ma diventa fango se versata nella terra.

 

E subito mi è chiaro il concetto:

che i confini, solo quando li hai definiti, sai dove sei e sai chi sei.

E non hai bisogno di difenderti

 

 

ottobre 2022

 

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Figli adolescenti: quello che i genitori vorrebbero (e dimenticano)

 

 

Li vorremmo belli buoni bravi intelligenti e geniali.

Li vorremmo impegnati ordinati sensibili migliori, spesso diversi. Talvolta. Per un aspetto o per l’altro.

Li vorremmo come piacciono a noi, per esserne orgogliosi, per esserne fieri.

Per appagare il nostro bisogno narcisistico di genitori.

 

Li vorremmo uguali a noi, pur preservandoli dai nostri stessi traumi, ferite, lacrime.

Vorremmo facilitare loro le cose, dargli comodità, spianargli la strada. Talvolta.

Li vorremmo saggi e responsabili senza l’apprendimento dagli errori e le conseguenze dei misfatti.

 

E’ umano.

E tante volte facciamo anche fatica ad ammetterlo.

Dimenticando che con le cose difficili e scomode si cresce. Che con ferite e sofferenze si comprende.

 

Vorremmo che fossero meno arroganti, irruenti, sfacciati, sfrontati, meno aggressivi, meno in conflitto con noi.

Non considerando che se ci sfidano si preparano alle sfide della vita.

Che se ci combattono stanno lottando per affermare la loro identità. Per cercare di conquistare la loro autonomia.

Che vogliono provare di essere qualcuno, sentire che esistono. Vogliono sentirsi visti.

 

Vorremmo non vedere sulle loro facce l’inquietudine, lo spaesamento, il peso delle scelte.

Vorremmo che osassero di più, o di meno. Talvolta.

Dimenticando che devono sperimentare, sentire, imparare, elaborare.

 

Vorremmo che facessero le scelte che ci piacciono, la scuola promettente, il lavoro entusiasmante, le strade più facili.

Dimenticando che la cosa più importante è infondere la passione.

 

Vorremmo che ci parlassero, che non mettessero così tanta distanza tra noi e loro, avere più elementi per capirli.

Dimenticando che stanno cercando la loro strada, di farsi una loro idea, di voler loro capire.

 

Vorremmo un po’ di gratitudine per i nostri sacrifici, e di indulgenza per i nostri sforzi nel cercare di capire, di adeguarci, di accogliere. Essere compresi, noi, per la nostra impazienza, ansia, le arrabbiature, le interferenze, il controllo.

Dimenticando che è una ruota che gira. Di quanto ci siamo sentiti noi incompresi, inadeguati, respinti, non riconosciuti. Comprendendo ora i nostri genitori.

 

Vorremmo riconoscerci in loro. Almeno per qualche parte, invece spesso stentiamo a riconoscerli. Estranei che sembrano usciti da un altro corpo, appartenuti ad un’altra famiglia. Talvolta. Oppure li vediamo tanto uguali, e siamo fieri o spaventati di ciò.

Non realizzando che se li vogliamo uguali a noi è per sentirci meno soli, anche nel male e meno impauriti.

Che devono differenziarsi da noi per diventare autonomi. Donne e uomini adulti.

Come deve essere.

Vorremmo che non passassero tante ore con gli smartphone, che non stessero tutto quel tempo chiusi nella loro stanza, oppure in giro; vorremmo che avessero più il senso della misura, che spesso tanti adulti non hanno.

Dimenticando che stanno cercando il loro posto nel mondo, che stanno cercando di capirlo, questo mondo, che stanno prendendo le loro misure.

Che molto spesso hanno bisogno di trovare una direzione e di sperimentare. Di un confine, che magari faticano a trovare in noi. Rischiando che lo trovino fuori, quel confine: un muro dove sbattono, una tranvata che gli arriva in faccia.

 

Vorremmo che corrispondessero alle nostre aspettative per non sentirci non abbastanza bravi come genitori, o delusi.

Dimenticando quale sia il loro bene. Che non importa quello che vorremmo noi, ma quello che vogliono loro. Non importa quello che vorremmo che fossero ma quello che loro vogliono essere.

Dimenticando che non sono un nostro prolungamento, e non sono la misura del nostro valore, ma esseri umani alla ricerca della loro strada. Come siamo stati noi.

 

Allevare per lasciare andare è un duro compito. Ma questo è.

Non è semplice come genitori raccapezzarsi tra passato e futuro, vecchio e nuovo, consueto e insolito.

Ma non sarà la pompa al nostro orgoglio o le nostre aspettative soddisfatte che li renderanno migliori.

 

E se ci pensiamo bene,

solo una cosa è importante e dovremmo volere:

che siano felici,

che siano liberi.

 

E questo dovrebbero sapere.

Affinchè possano impegnarsi a trovarsela da soli, la loro felicità, la loro libertà.

 

 

 

(considerazioni  rivolte a me stessa e a tutti i genitori di figli adolescenti che ho sentito e che si riconoscono -o li riconoscono- in atteggiamenti, dinamiche, emozioni)

 

 

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Quando il tempo è passato

 

 

Arriva un giorno in cui ti rendi conto che non hai più tutte le possibilità.

Che tra poco non avrai più tutte le energie per fare qualunque cosa ti piaccia e non hai tutto il tempo per rimandare qualcosa che vorresti fare. Che i sogni devono essere ridimensionati, ma che diventa indispensabile mantenerli.

Arriva un giorno in cui sei ancora in tempo a decidere se continuare a non vedere, chiudere un occhio o due, mentirti inconsciamente, o con coscienza, per sopravvivere, o accettare il rischio di una verità scomoda o dolorosa, ma in definitiva liberatoria e onesta. E nonostante quella, dirti che è andata così, e cercare pace e motivi di gratitudine.

Quando ti rendi conto che non hai più le forze per continuare a fuggire o combattere, in qualsiasi modo hai fatto fino ad ora, e non sai come fare per uscire da te, per non incontrare un qualche malessere.

Un giorno in cui ti accorgi che non va più bene tutto, che non tutto è più adatto a te, che devi cercare il modo di trovare qualcosa di adeguato, anche se non è quello che preferisci.

Un giorno in cui devi trovare diverse motivazioni, accettare nonsensi, recuperare valori, adottare comportamenti diversi, pena una lotta continua con l’avanzare della vita.

Un giorno che è importante che tu comprenda se i sacrifici hanno ancora un senso, visto che il tempo si riduce. E se ha un senso dare peso e spazio a cose e persone poco importanti, o che ti fanno stare male.

Arriva un tempo in cui devi essere bravo ad accorgerti quando rischi di cadere nel ridicolo, quando rischi di cadere nella voglia di farti compatire o di richiedere attenzione in modo malsano.

Un tempo in cui puoi guardare quelli che sono più avanti di te e con coscienza fare ogni sforzo possibile per evitare di smettere progressivamente di non vedere l’altro ma solo te stesso, diventando vittima e carnefice. Perché così hai la possibilità di dar spazio a un minimo di saggezza.

Un momento in cui  sarebbe importante guardare bene e consapevolmente la tua realtà, e nello stesso tempo essere capace di scappare, sfuggire consapevolmente alla mancanza di futuro, progetti, prospettive, facendo quel che puoi, e senza condanne. Dirti la verità sul passato, sul futuro, sulle conquiste, sui fallimenti, su di te, sugli altri, sul mondo attorno. Combattere e sfidare in un modo nuovo.

E poi, non guardare nè avanti nè indietro, e neanche guardarti troppo attorno: chi non c’è, chi c’è e come c’è. Praticare tutto il possibile per prendere le distanze: da te, dai pensieri grigi e funesti, da quello che ti impedisce di vivere bene il tempo rimasto. Che, si sa, è meno di quello ormai trascorso.

 

 

settembre 2022

 

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Fuggire per ritrovarsi

 

 

Quando fuggo non fuggo da me dai miei problemi. Fuggo per ritrovarmi. Perché mi rendo conto di essermi allontanata troppo da me e devo ritrovare il mio centro, le mie risorse.

Per saper vedere le cose dalla giusta e misurata prospettiva senza esserne fagocitata. Senza essere sopraffatta dall’ansia, dalla paura, dal senso di impotenza e distruzione che albergano in me, che ho necessità di far tacere, di tenere a bada perché non mi servono.

Quando fuggo è perché ho bisogno di girarmi dalla parte illuminata dell’ombra, quella che fa vedere bene e chiaro. Non stare nella luce abbagliante che mi fa chiudere gli occhi. E nemmeno nel buio che non mi fa vedere. Ma stare nel punto in cui con chiarezza posso vedere e da lì ripartire, con la carica necessaria per proseguire oltre, consapevole di quello che ho alle spalle.

Quando fuggo è perché sono alla ricerca di un bello che da fuori risuoni dentro di me. Di una verità, di una compassione, di una apprezzamento per me stessa e per il mondo, che spesso fatico a riconoscere, o dimentico, imbrigliata negli automatismi e nelle dinamiche di tutti giorni. Di scatenare quella curiosità che fa ancorare al presente e nutre l’animo, che riconnette col tutto e col profondo. Che fa sentire che non è tutto perduto, che ancora esiste e si può vedere la meraviglia e alimenti desiderio di perdersi nel mondo, nella vita

Quando fuggo, non fuggo prendo spazio, prendo tempo, prendo respiro. Prendo, per me.

 

giugno 2022

 

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Patrizia Pazzaglia, Patty dopo un po’.

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Scarsamente tecnologica, diversamente social.

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Mi piace lasciarmi contagiare dalla bellezza e dalle emozioni e..naturalmente viaggiare, fuori e dentro di me, col corpo e con la mente (ma anche con lo spirito).

Perchè la vita è un gran bel viaggio.