Viaggi di testa
Viaggi di testa
Incontrando Gio Evan

Gio Evan non so come l’ho conosciuto, forse vedendo passare un post su Facebook.
È un giocoliere, con le parole, e riesce a dare, delle cose, un punto di vista molto particolare, esprimendo concetti profondi, con poesia e tangibilità, trovando sempre il lato positivo, costruttivo, istruttivo.
Poi sono andata ad ascoltarmi le sue canzoni.
I suoi testi parlavano alla mia anima, esprimevano cose a me conosciute, sentivo una sensibilità affine. Sentivo come se alcune mie emozioni e sensazioni prendessero voce, e come se, dentro di me, si accendessero lampadine.
Mi ha colpito la sua fine attenzione, -delicatezza ed impetuosità insieme-, la sua grande presenza e consapevolezza.
Mi ha toccato a fondo il suo modo di parlare d’amore
Se c’è un posto bello, sei te
Ti ci devo portare
Se c’è un posto bello, sei te
Mi ci devi portare
(Klimt- Gio Evan)
Mi avevano colpito profondamente all’ascolto, queste frasi:
“dormi da me cosi restiamo svegli”
“tu sei un rischio ma io amo correre”
“non voglio amarti per caso, come se non avessi ferite”
Poi è arrivata “Arnica” al festival di Sanremo, ed è stato amore al primo ascolto
“E sbaglio ancora a vivere e non imparo la lezione
Prendere in tempo il treno e poi sbagliare le persone
E sbaglio ancora a fidarmi, a regalare il cuore agli altri”…
Ho riconosciuto la mia eterna difficoltà ad imparare dagli errori e l’estenuante ripetizione degli stessi. Alte aspettative, immancabili illusioni, grandi delusioni.
“E voglio farmi scivolare il mondo addosso, E non scivolare sempre io”
Ho riconosciuto la mia eccessiva permeablità, la difficoltà a distinguere i confini e a mantenerli, il farmi toccare, troppo, da tutto.
“Mica so vivere io…Mi faccio male in un niente. Ma che palle еssere esilе”
(Glenn Miller)
E nonostante questo, e le ferite che genera, il non darsi mai per vinti..per fortuna! e provarci sempre, ancora.. perchè questo è ciò che mantiene vivi.
“Per poi dire cosa quanto ha fatto male
Eppure non riesco a rinunciare
Per poi dire cosa quanto ha fatto male
Eppure lo voglio rifare”
(Arnica)

In occasione della presentazione del suo ultimo libro, “Vivere a squarciagola“, a maggio 2022 a Bologna, sono andata ad incontrarlo.
Già il titolo mi è arrivato dentro come una freccia su un bersaglio: chi non vorrebbe vivere a squarciagola, con tutta la passione, con tutta la forza e la profondità, “succhiare la vita fino al midollo”, per arrivare, per sentire e farsi sentire, per esprimere al massimo la propria potenza?
Ed è stato davvero un piacere ascoltarlo, una conferma di quello che avevo percepito dalle parole dei suoi scritti e delle sue canzoni: ogni concetto apre, fa chiarezza, mi sorprende, e mi stimola alla riflessione. Una grande intelligenza che spazia, un’energia istrionica e irruenta, un pò pazzoide; una coscienza fuori dal comune, che credo possa uscire soltanto da un lavoro profondo, e da chi dalle ferite è riuscito a trarre risorse e saggezza.
Scappiamo (usciamo dalla cappa, dalla folla), partiamo (dividiamo, selezioniamo, le relazioni tossiche, i pensieri, i cibi, tutto quello che non ci fa bene) e poi corriamo (iniziamo a muoverci). Per salvarci. In un mondo in cui siamo schiavi del voler dimostrare,- e questo ci viene richiesto-, tiriamo fuori questo mostro (de mostrare) e facciamocelo amico, per diventare migliori. (cit.)

Ho vissuto tanti anni (o non ho vissuto) anch’io, con la paura di disturbare e mi è piaciuto il concetto che bisogna avere il coraggio di disturbare, per capire che non esiste il disturbo tra persone gentili (cit). Che sono le uniche di cui ci dovrebbe importare.
Che belle quelle personeche hanno occhio,che chiedi loro una fotoe hanno il senso della fotografia,hanno il senso dello spazioti fanno abbinare con la geometria del luogoe sfruttano tutte le luci del soleper dare al volto la luce che meritiquelle persone che hanno occhiocosì in gambache quando hai bisogno di una manosi alzano in piedisenza che tu chieda aiuto,quelle persone che hanno lo sguardo allenatoa vedere le cose che non si vedonoche hanno fatto loro l’alfabeto del silenzio,che belle quelle personeche hanno occhioche ti riempiono di punti di vistaquando chiedi loro un parereche ti guardano senza distrarsie per ascoltarti non usano solo le orecchieusano anche le maniusano la pelleti ascoltano con le guance,tutto il loro corpo a servizio della voceche hai bisogno di uscireche belle quelle personeche si vestonosenza troppo impegnoperché hanno imparatoche il cuore sta bene con tutto.[Gio Evan]
E voglio credere davvero che
“quando ti affidi alla vita, la vita si prende cura di te”

Adesso non vedo l’ora di leggermi il libro, e di riportare alla mente anche il mio viaggio in India, di tanti, tanti anni fa, dove le cose che mi accadevano sentivo che erano importanti ma non capivo: il senso non arrivava ancora alla coscienza. Tutto si doveva ancora compiere.

Questa la bella dedica che Gio mi ha scritto sul libro all’incontro.. e io… cercherò di continuare a viaggiarmi dentro, come ho sempre fatto, e spero di farcela, a portami sempre con me..”scegliendo la strada più lunga, che nasconde i paesaggi migliori!”

“E ora voglio ballare per casa
Credere che il mondo mi guardi
E sentirmi libero
E ora voglio ballare per strada
Credere che nessuno mi guardi
E sentirmi libero”
(Glenn Miller – Gio Evan)
25 maggio 2022
EDIT LUGLIO 2024

EVANLAND – ASSISI 29 LUGLIO 2024 III edizione
Esaudendo un grande desiderio, dopo aver visto il concerto di Gio Evan a Bologna “Fragile e inossidabile”, sono riuscita ad andare alla terza edizione di Evanland, che quest’anno si è tenuta ad Assisi

dettagli e foto ai seguenti post
Evanland, Assisi 29 luglio 2024
Evanland, alcuni video del concerto di Gio Evan
riflessioni:
È stato bellissimo per me andare ad Assisi per la prima volta, e partecipare ad Evanland. E sono grata a chi mi ci ha accompagnato❤

EDIT 16 APRILE 2025

Dopo il primo incontro del maggio 2022, sempre in libreria, dopo un concerto a teatro, l’esperienza di Evanland ad Assisi, poesie, libri letti, e interviste ascoltate, eccomi qui a prendermi questo abbraccio.
Un abbraccio nutriente. Un abbraccio di “cuore”.
Che consolida quelle parole di positività, speranza, fiducia, compassione (nel senso di patire-con), visione di un mondo più grande, e che riconosco, che ritrovo e che mi ricaricano.
Che mi vado a cercare quando sento di averne bisogno, nei momenti bui o difficili, o in cui arranco di fronte a ciò che mi arriva del mondo, e mi sotterra, o quando mi sento imbrigliata dalle dinamiche tossiche consolidate che tentano di fagocitarmi, e da cui fatico a difendermi.
E anche quando sento di allontanarmi dalle cose più pure, essenziali, vere; incastrata nelle sovrastrutture, da ciò che è falso ma che ci hanno abituato, o ci siamo abituati, a credere che sia vero.
Momenti in cui mi è necessaria la forza, la motivazione, la spinta, per riprendere la direzione; in cui è importante ampliare la prospettiva, uscire da me, contaminare l’inquinamento interiore. E questo diventa possibile grazie alle parole, a nuove consapevolezze di cui mi nutro, attraverso le mie persone di riferimento, medicina che mi entra dentro per combattere il malato, il marcio, il falso.
“Persone che hanno imparato a frequentare così bene il sole che sanno addirittura accompagnarti fino al tuo tramonto. Persone che fanno di te stesso un miglior te stesso”
cit. dal libro ‘Le chiamava persone medicina’ appunto
Ma torniamo a ieri. Alla presentazione del libro a Bologna.

Generoso, Gio Evan, tanti abbracci, tante dediche, alle tante “teste di cuore” presenti; parole, quelle possibili, in poco tempo, -le altre sui social, nei libri nelle canzoni, nei concerti,- ma tanti spunti illuminanti; il quarto chakra che si apre per accogliere, perchè percepisce il balsamo che arriva, l’energia che si mette in moto, che si percepisce come qualcosa che gira intorno a grande velocità, e ti tiene lì, presente. Tutto come acqua pura e fresca di sorgente a cui attingere quando si è assetati.

Allora a presto.. alla lettura del nuovo libro, agli appuntamenti già in agenda, a quelli virtuali sui social.. mica mi posso perdere ciò che mi fa bene all’anima!!

EDIT luglio 2025
Evanland 26-27 luglio 2025

il racconto qui:
potrebbe interessarti anche
tutti gli articoli di Viaggi di testa
Quel poco che deve bastare

Ci sono tante cose che ho capito, meno che ho imparato.
Ho capito che talvolta devi fare con ciò che c’è, e da ciò che c’è, trovare il meglio ed apprezzarlo.
E che ci sono momenti in cui da una goccia d’acqua devi imparare a portare dentro l’oceano, o il cielo da cui è generata.
Che spesso è importante abbandonare l’idea dei grandi piaceri, per poter apprezzare quelli piccoli, talvolta nascosti, ma più alla portata. Quelli che, in altri momenti, non sempre vedresti, potendo spaziare, ma che possono far battere il cuore, far prendere aria.
Ho capito che spesso occorre spaccare il capello, rovistare vicino e dentro i dettagli, per trovare un bello snobbato o considerato scontato, quando non si possono perseguire sogni più grandi.
Ho capito che è importante cercare una meraviglia accessibile in poco, che esiste sempre, se si affina lo sguardo. Ampliare la visione, acuire l’ascolto, e farsi nutrire da cose semplici ma buone, quando non si può fare un succulento e raffinato pasto. In attesa di ciò che attendiamo di assaporare di nuovo.
Ho capito che è giusto, in certi momenti, come consigliano i saggi, restare nel qui e ora, per vivere a fondo, o non generare più angoscia con l’immagine di eventi o giorni nefasti. Che talvolta è necessario guardare vicino, a quello che c’e, quel poco che mette in moto energia, e dona entusiasmo – una piccola gioia –, piuttosto che a quello che manca. Che nella vita sono importanti questi attimi, brevi, fugaci, questi luoghi vicini, che scaldano il cuore, tra l’oscurità, l’incertezza e i sogni.
Ma che altre volte la cosa migliore è guardare avanti, a prospettive future e diverse possibilità, fare progetti, che siano piccoli o grandi, per spostare l’attenzione e avere uno scopo. Eh, sì, certe volte davvero devi fare, con quello che sogni, auspicando tempi migliori per realizzare quello che vuoi.
Ho capito che quando tutto intorno si muove e tu sei fermo, e niente pare poterti trascinare via dalla tua immobilità, paralisi, costrizione, devastazione, devi mettere in moto qualcosa dentro di te. Che sia sognare o alzarsi e camminare, guardarsi attorno, entrare in un’altra storia, distrarsi, o soltanto andare lontano da sè.
E che accontentarsi non sempre significa accontentarsi di poco, rassegnarsi, rinunciare o non mirare alto, ma acquisire la saggezza di imparare a prendere il meglio da ciò che si ha, che pure può dare belle soddisfazioni. Che poi, vuoi mettere la gioia di quando ti accorgi che vedi un bello, improvviso e inaspettato, in piccole cose o in luoghi vicini o scontati? La soddisfazione di saper apprezzare, trarre nutrimento, da quello che puoi?
Ho capito che ci sono momenti in cui l’odore del mare ti porta a paradisi lontani o in luoghi sognati, di cui devi conservare il sogno, in previsione del giorno in cui tornerai.
E … che..
..può arrivare un momento in cui posso sentire che quello che c’è, quello che ho, quello che deve bastare, mi basta. Dopo una vita trascorsa con la sensazione che nulla fosse mai abbastanza, compresa me. E questa è una grande conquista.
Questo ho capito, ma non so se ho imparato. Perché tra capire e imparare c’è di mezzo il mare. Quel mare che basterebbe, spesso, ad accorciare le distanze, tra il poco che basta e un desiderio cullato.

maggio 2022
potrebbe interessarti anche
Svegliarsi altrove

Se c’è una cosa che mi piace è svegliarmi con altre viste.
Non che non mi piaccia la vista di casa mia, anzi, la adoro, abito nel verde in campagna, tra campi di girasoli d’estate e il canto del cucù di maggio; gli istrici che escono in notturna e gli scoiattoli che si arrampicano sugli alberi; sento il cinguettio degli uccellini, il verso dei fagiani, e vedo le lepri correre nei prati…

Ma altre viste spezzano la routine.
Allargano gli orizzonti.
Risvegliano gli entusiasmi.
Danno straodinari e differenti modi e motivi per iniziare la giornata.

Essere da un’altra parte, per un po’, vedere un panorama diverso dalla finestra e respirare aria nuova, ricarica, rinvigorisce, rianima.

Eccita per tutto quello che non si conosce, a cui si va incontro.
Che si deve vedere, ed è sconosciuto.
Qualcosa che si è scelto e che si aspetta, che spesso è inaspettato.

E anche se già visto, e quindi non nuovo, solamente perchè non consueto, è elettrizzante.
Adrenalina che scorre nelle vene.

Viste che fanno dimenticare, per un attimo, un’ora, un giorno, i problemi, gli insoluti, il solito.
Che spezzano la noia o la fatica.
Viste che fanno staccare dalle abitudini, brutte o belle che siano.

Per la novità, quel diverso, quel non conosciuto quell’inaspettato, inconsueto, imprevisto, di cui anche i più abitudinari routinari hanno necessità, magari senza saperlo, per sfuggire da sè e dagli altri. Che ne abbiamo bisogno tutti.
Fuggire dalle cose che ingabbiano, o da cui ci si fa ingabbiare. Dalla noia, dal piattume, dallo sfinimento, dalla mancanza di vitalità.

Svegliarsi altrove.
Un diverso risveglio, una diversa visione che si prospetta.
Nuovi entusiasmi, di cui talvolta abbiamo proprio bisogno.
Bisogno di sorprese e di essere sorpresi, di sorprenderci.
Di trovare quelle scintille di euforia che aiutano ad andare avanti.
Con la gioia che tutti quanti meritiamo.

aprile 2022
potrebbe interessarti anche
o tutti i viaggi nel mondo
Viaggio nel passato o nel futuro, per ritrovare la pace, finchè il caffè è caldo
“Finchè il caffè è caldo”, “Basta un caffè per essere felici”, “Il primo caffè della giornata” sono davvero quel genere di libri che io considero un balsamo per l’anima.
Dopo un inizio un po’ difficile, per via dei nomi giapponesi, complicati da memorizzare ed attribuire ai personaggi, i 3 libri sul caffè dello scrittore giapponese Toshikazu Kawaguchi li ho trovati coinvolgenti, avvincenti, irresistibili ...pervasa dalla bella sensazione di quando scopro un libro che mi prende, e non vedo l’ora di proseguire a leggere la storia.
Nonostante tutti e 3 i libri siano ambientati nello stesso posto, in una caffetteria di Tokio, -l’ultimo in una ad Hokodate-, e alcuni personaggi siano gli stessi con le loro storie riprese in ogni libro, ognuno dei 3 può essere letto indipendentemente dagli altri, ovvero non c’è una sequenza giusta dal primo scritto all’ultimo, per leggerli. Ritrovare i protagonisti e le loro storie, a cui si aggiunge sempre un nuovo pezzettino, in mezzo ad altre, è davvero sorprendente.
Io li ho letti secondo l’ordine cronologico in cui sono stati scritti: attratta dalla trama e dal successo ottenuto dal primo uscito, ho cercato poi subito il secondo dopo aver concluso il primo, e ho atteso fremente l’uscita del terzo. Con il timore, ogni volta, che il successivo non fosse all’altezza, timore prontamente e felicemente smentito sin dalle prime righe.
Di cosa trattano i libri sul caffè di Kawaguchi
Finché il caffè è caldo, Basta un caffè per essere felici, Il primo caffè della giornata sono libri delicati, intriganti, profondi, che danno spunti e ampio spazio alla riflessione.
Raccontano di un paio di caffetterie in Giappone, dove si può tornare indietro nel tempo, ad un momento del passato, oppure del futuro, per incontrare qualcuno, per il solo tempo in cui il caffè servito resta caldo, che deve essere bevuto prima che si raffreddi, pena il diventare un fantasma.
Regole per ritornare nel passato (o andare nel futuro)
1 una volta tornati nel passato non si può comunque fare niente per cambiare il presente
2 le uniche persone che si possono incontrare nel passato sono quelle entrate nel caffè
3 per tornare nel passato bisogna sedersi su una certa sedia e non ci si può muovere per tutto il tempo
4 bisogna bere il caffè finchè è caldo e non lasciare per alcuna ragione che il caffè si raffreddi.

Molti di coloro che arrivano alla caffetteria vogliono intraprendere questo viaggio nel passato o nel futuro, con l‘illusione che facendo o dicendo qualcosa di diverso si possa cambiare il proprio presente, ma vengono subito avvertiti che il presente non può mutare.
Da qui le rinunce di taluni, e la motivazione di altri a darsi una nuova possibilità: sono quelli che non si arrendono, che non smetteono di credere che si deve essere felici.
Quella che può essere la delusione di chi pensava di poter cambiare il presente, ma che conserva il desiderio forte di andare ad incontrare un caro defunto, o una persona nel futuro, viene compensata da una fatto straordinario, che si scopre soltanto dopo aver fatto l’esperienza: dire qualcosa che non si è detto, incontrare qualcuno mai conosciuto, porre una domanda che tormenta, dare o chiedere una spiegazione mancata, fare delle scuse, sistemare questioni rimaste in sospeso, confessare il pentimento per una scelta sbagliata, incontrare qualcuno un’ultima volta, o vedere quello che è diventato nel futuro, può pacificare, consolare, sciogliere rimorsi o rimpianti, attenuare emozioni, quali il senso di colpa, la rabbia, la frustrazione, la tristezza...
Il presente non può essere cambiato, ciò che è accaduto non può essere cancellato, ma l’incontro può portare una trasformazione.
“.. certe cose cambiano anche se la realtà presente resta uguale..”
Il primo caffè della giornata

Nei libri, davanti a una tazza fumante di caffè e alla scelta di affrontare con coraggio un evento o una persona, qualcosa davvero cambia, e come spesso accade nella realtà, non quello che si immagina, di tangibile, ma qualcosa di più importante, dentro di sè, nel profondo, generando il vero cambiamento. Quello che davvero porta pace, nuovo desiderio di vivere, motivazione e spinta ad andare avanti e con uno spirito diverso. In definitiva, spesso quello che cambia è la percezione degli eventi, la visione da un punto di vista non considerato o sconosciuto.
Tutto questo mi ha ricordato un po’ quello che accade durante una seduta di psicoterapia di tipo gestaltico: si immagina davanti a sé qualcuno, o una parte di sè a cui si deve, o si vuole, dire qualcosa, e dopo aver dialogato con quella persona, o quella parte, scambiandosi fisicamente di posto, aver dato le proprie risposte, capita di frequente che cambi l’atteggiamento, il rapporto, o il sentire, verso quella persona o quella parte di sè, nella realtà.
Mi ha ricordato anche una frase di R. Bandler che dice
“Non è mai troppo tardi per avere un’infanzia felice e un futuro degno di essere vissuto”.
I personaggi che si incontrano durante la lettura, alcuni fissi che lavorano o frequentano la caffetteria, altri che si avvicendano nelle storie dei 3 libri, hanno vissuto esperienze dure, traumatiche, stanno soffrendo. Taluni sembrano addirittura senza piu speranza…
Eppure i 3 libri non sono tristi, sono densi di vita; sanno bene descrivere le ferite emotive e dell’anima e trasmettono la sensazione della sconfitta del senso di impotenza, a favore della luce che si vede alla fine del tunnel.
Trasmettono la sensazione che quando si è pronti, ci si può concedere un’altra chance.
Che quando proprio si tocca il fondo qualcosa ancora può accadere per salvarci.
La sensazione di poter vedere quel disegno, che quando si è dentro una situazione, non si riesce a cogliere nella sua completezza.
La sensazione di poter accogliere verità che emergono, che non si riuscivano a vedere o ad accettare, di trovare un senso anche a ciò che ha provocato dolore e devastazione. O comunque, anche quando pare che un senso non ci sia, che è possibile dar vita a nuovi inizi, conquistando un po’ di pace.
Naturalmente tutto deve partire da sè, si deve scegliere di andare alla caffetteria e fare il viaggio.
“Dentro ciascuno di noi esiste la capacità di superare ogni genere di difficoltà. Ognuno possiede quell’energia. Ma a volte, quando questa energia sfugge attraverso la valvola dell’ansia, il flusso si restringe. Più grande è l’ansia, più forza serve per aprire la valvola che libera l’energia.
Questa forza è potenziata dalla speranza. Anzi si potrebbe dire che la speranza è il potere di credere nel futuro”
Il primo caffè della giornata
In conclusione, non è che basta un caffè per essere felici, ma sicuramente cercare di pacificarsi con qualcuno, con se stessi, o con parti di sé, o il fare una scelta, aiuta a vivere meglio, e i 3 libri ce lo mostrano a loro modo: infondono la speranza di una rinascita, di poter conquistare nuove libertà, e la capacità di scegliere, al presente, il meglio per noi.
Durante la lettura di ogni libro di Kawaguchi, più volte ho sognato di fare questo viaggio, di poter andare in Giappone a cercare quella magica caffetteria, poter viaggiare nel passato o nel futuro, e in quel paese a me sconosciuto, e di quietare la mia anima vagabonda….Con questi sogni, oltre a meditare sugli spunti ricevuti, mi sto allenando, andando a prendere ogni tanto il caffè al bar del Tiglio, nel mio paese: non posso viaggiare nel passato o nel futuro ma posso trascorrere un pò di tempo in compagnia di buone amiche, assaporando le cose piacevoli del mio presente.

“La verità vuole uscire a tutti i costi, soprattutto quando si cerca di occultare la tristezza o la fragilità.”
Finchè il caffè è caldo
Aprile 2022
EDIT luglio 2023
A febbraio 2023 è uscito un nuovo libro della serie, il quarto, intitolato “Ci vediamo per un caffè”.
Ovviamente appena avuta l’occasione me lo sono divorato!
Il libro è sempre ambientato nella caffetteria di Tokyo, in un periodo precedente l’ultimo; non c’e nulla di nuovo se non le nuove storie, e si incontrano alcuni dei soliti personaggi che gestiscono il locale, ma per me è stato come ritrovare vecchi amici e sentire il piacere di tornare in un luogo conosciuto.
Sono 4 storie, di altrettanti personaggi, che hanno dei sospesi con persone importanti della loro vita, che non ci sono più, – e stavolta anche con un cane, – che hanno il desiderio di risolvere.
Come le precedenti, anche con queste storie, e con i loro personaggi, sono entrata subito in empatia, e mi hanno trasmesso la stessa piacevole sensazione di delicatezza e vulnerabilità, toccandomi nel profondo e infondendomi positività.
Credo che se andasse avanti, Kawaguchi, a scrivere del caffè che porta indietro nel tempo, non mi stancherei mai di leggere: sarebbe sempre come ritornare in un luogo che ho amato, e dove si alimenta la speranza.
potrebbero interessarti altri libri
viaggi sull’arte
tutti i viaggi di testa
Appunti per un naufragio e L’abisso

Lo scorso anno siamo andati in vacanza a Lampedusa.
Abbiamo letto un libro che era ambientato proprio dove eravamo. “Appunti per un naufragio.”

“In “Appunti per un naufragio” emerge la vera storia di persone accomunate dall’esperienza della fragilità della vita, che come una rivelazione spinge ognuno verso un nuovo approdo, verso l’ascolto e la scoperta dell’altro.”

Di chi si trova davanti a cadaveri, a chi non ce l’ha fatta, a chi se ne è andato cercando una vita.
Di chi si trova a dover scegliere chi salvare, o a ricomporre corpi, o a fare un gesto di accoglienza, offrire una tazza di te, una coperta.
Di chi si trova davanti alle proprie emozioni, alla paura, all’impotenza, alla compassione.
Di fronte a situazioni forti, tremende, disperate.
Di fronte alla morte.
Come dicono le parole di Emily Dickinson, in una targa posta all’ingresso del cimitero di Lampedusa
“Per uno sconosciuto, gli sconosciuti non piangono”.



ti potrebbe anche interessare:
il racconto dettagliato della nostra vacanza a Lampedusa
La vita in diretta, dentro

A volte non è facile, ed è quasi una forzatura non condividere una foto, un momento di pace, felice, di serenità.
A volte si vorrebbe far vedere, forse per il gusto di condividere al mondo i propri momenti belli, per celebrarli. O forse, chissà, per dimostrare che anche noi ci siamo meritati la nostra fetta di gioia, o siamo riusciti a prendercela. Che ce la siamo meritata e per questo, meritiamo. Un comportamento che diventa talvolta compulsivo, dettato da un bisogno di generare una reazione, un’interazione con qualcuno.
Eppure, c’è un gusto e un senso nel tenere per sé. Nel riappropriarsi della propria intimità, solo nostra.
Non mostrare agli altri, buttare fuori necessariamente.
Custodire un momento, un vissuto, dà la sensazione che acquisti un maggiore valore, anche se magari crediamo il contrario.
Tenerselo dentro è come cullare un piccolo un tesoro, senza metterlo in piazza, alla mercè degli altri, disperdendone la preziosità. Permette di ascoltare tutta l’energia che genera, dentro, non fuori.
E’ godersi un regalo nell’attimo in cui lo riceviamo; è quella gioia che deriva dalla consapevolezza di quello che stiamo vivendo, di quello che stiamo ricevendo.
Trattenere per assaporare; assimilare anziché rigettare e dissolvere più velocemente.
Vivere quel senso di soddisfazione tra sè e sè, che riempie. Senza la distrazione dal sentire, che nasce dal rendere evidente, dal baccano della partecipazione altrui, dell’interazione con gli altri, dall’interferenza nel momento che si sta vivendo, che porta fuori da sé.
La vita in diretta. Non in diretta social. In diretta dentro.
dicembre 2021
ti potrebbe interessare anche
Quando vedo..


ti potrebbe interessare anche
Dalì a MATERA: stupore e bellezza, tra il tempo ballerino e la danza degli opposti

Veder comparire le opere di Dalí mentre si passeggia per i sassi di Matera è davvero suggestivo, ma ammirare più di 200 pezzi in un complesso rupestre, tra il chiaroscuro delle luci e una musica orientaleggiante che accompagna, è un incanto.
La prima scultura ce la siamo trovata davanti passeggiando per via del Corso, in Piazza San Francesco: la ballerina del Piano Surrealista.
Ci ho girato attorno l’ho osservata da tutti i lati, uno più bello dell’altro, di giorno e di sera

Da dietro pare offrirsi con uno slancio verso l’alto con tale sinuosità e leggerezza che sembra prendere il volo

Dal fianco sembra elevarsi e danzare con tutta la plasticità del suo corpo

Da davanti alza le braccia al cielo guardandolo, come in segno di ringraziamento

Le gambe da donna del pianoforte, con scarpe eleganti col tacco e l’abitino corto arricciato e ammiccante, e sul fondo la piazza e la chiesa di San Francesco, sono una vista incantevole.
Dell’Elefante Spaziale, che compare all’improvviso in un lato di piazza Vittorio Veneto, mi ha colpito il contrasto tra la leggerezza delle irreali lunghe e sottili zampe, che lo slanciano verso l’alto, al cospetto del pesante corpo grosso e massiccio. L’elefante trasporta una preziosa piramide

Il Cavallo con l’orologio molle si trova sulla passeggiata di via Madonna della Virtù: da un lato il burrone, la gravina e la vista della Murgia Materana, dall’altro il complesso rupestre di Madonna della Virtù e San Nicola, dove risiede proprio l’intera mostra di Dalí

Il cavallo ha un bellissimo movimento, la criniera pare mossa dal vento. Sul davanti sembra lanciarsi deciso in una corsa, mentre da dietro sembra frenato, forse dall’orologio molle che è la sua sella. Il tempo, come il movimento del cavallo, è fluido, ma nello stesso tempo pare sia un peso che trattiene

L’esposizione, all’interno del complesso rupestre dentro la roccia, si chiama “La persistenza degli opposti” perché volge attorno ad alcuni concetti di opposti che si contrappongono.

Quattro temi sono oggetto dell’esposizione: il tempo; la contrapposizione tra l’involucro duro e l’interno tenero, la protezione e la vulnerabilità; la religione; la metamorfosi, ovvero la perdita della forma e la trasformazione.
Le opere si trovano in angoli suggestivi delle due chiese, e dentro e fuori dal complesso

Sono all’interno di nicchie, grotte, con pareti rupestri affrescate, sapientemente illuminate e risplendono nella loro bellezza.


La prima parte, per me stupenda, è una collezione di orologi molli


Per Dalì il tempo è fluido e relativo, legato alla soggettività e alle percezioni: da qui l’orologio molle a simboleggiare questo concetto

Meravigliose anche le altre sculture. In particolare mi ha colpito Alice nel paese delle meraviglie, l’eterna bambina che risponde alla confusione del mondo con la logica dell’infanzia

e anche Adamo ed Eva, nel momento in cui viene offerta la mela, in un gioco di riflessi di luce splendido

di nuovo un elefante spaziale, con le sue contraddizioni

e le tante sculture rappresentanti donne, ballerine, angeli, dove risalta la bellezza e la morbidezza delle forme

Talvolta è messo in evidenza anche il loro opposto, come nel caso delle bellissime Tersicore

una doppia immagine di donna, una con un corpo morbido e attraente, l’altra con un corpo dura e spigoloso, a dimostrare le due parti opposte che albergano in ognuno di noi, e che danzano a momenti alterni: da una parte la grazia e la fluidità, dall’altra la rigidità. E’ l’eterno contrasto tra interno ed esterno, involucro duro che vuole proteggere un interno molle, ovvero la vulnerabilità; il visibile e l’invisibile, ciò che si vede da fuori, che devia dalla verità custodita all’interno. Impossibile non identificarsi o ritrovare il mondo in cui viviamo in queste opere!

Alcune sculture sono posizionate anche nella parte superiore esterna, una specie di giardino che si trova in conclusione del percorso espositivo

L’ultima parte è costituita da opere più piccole e disegni dell’artista

Inutile dire che l’esposizione, che pare continui anche nel 2022, ed è già stata più volte prolungata, da sola vale il viaggio, ed è imperdibile per opere, location, e per tutta la bellezza che c’è attorno, nel corso di una visita alla bella Matera!

di seguito il link all’esposizione:
https://www.daliamatera.it/
dicembre 2021
foto di Patty
ti potrebbe interessare anche
Figli adolescenti e genitori: il senso di invasione in adolescenza

Qualsiasi cosa io faccia, o dica, qualsiasi passo, come madre di figlia adolescente, viene percepito da lei come invadenza.
Non metto in dubbio che davvero io possa essere una madre invadente, se penso a quelli che sono stati i miei vissuti. Il mestiere di madre (di genitore comunque), e anche l’indole, credo consista anche nel prendersi cura dei figli fino alla loro indipendenza (o almeno fino alla maggiore età), e per fare questo, nel periodo dell’adolescenza, quando cominciano a sganciarsi, ad essere ermetici, a non voler far sapere, a sperimentare, noi dobbiamo ancora vigilare, osservando, domandando. Ma anche questo, per quanto a noi possa sembrare essere fatto delicatamente, informalmente e buttato lì, viene spesso sentito comunque come una intromissione.
Loro si sentono già grandi, e per tante cose lo sono, ma non sono grandi per tutto; stanno sperimentando, e hanno ancora tanto da imparare. Nonostante sia importante dare fiducia e lasciarli fare, hanno ancora bisogno di limiti, quelli che non hanno ancora consolidato, per evitare che vadano a sbattere, sebbene la loro sfida sia di abbatterli, quei limiti. E’ il momento in cui spesso si sentono onnipotenti, e i limiti posti li riportano alla loro età, alla realtà, o alla umana finitezza.
Diventa difficile far percepire al ragazzo/a che è amato, che viene tenuto in considerazione, che il fatto di non essere abbandonato a se stesso è un segnale d’amore (e anche una fortuna); che anche quando pare che ci si preoccupi per lui è perchè ci si sta occupando di lui, –come è naturale che faccia un genitore-, perchè ci interessa il suo benessere. E che per far questo è importante anche sapere cosa fa, chi frequenta, cosa sente.. sorvegliare. Difficile farglielo comprendere senza dare la sensazione di star limitando la sua autonomia, le sue sperimentazioni o di esercitare un controllo: tutto ciò viene comunque percepito come un limite, un’intrusione.
Per noi genitori non è facile camminare sul confine tra una cosa e l’altra, essere attenti e controllare, lasciare andare e delimitare. E anche se ci dovessimo riuscire, credo che la percezione dell’invasione che ha l’adolescente non cambierebbe, tanta è la spinta all’autonomia, il desiderio di non voler controlli, di voler essere considerato un’entità capace di decidere lui per il suo bene. E anche la tendenza ad avere un avversario da contrastare, per affrancarsi sempre un po’ di più.
Educare i figli, come più volte ho sentito dire dagli esperti, significa principalmente renderli autonomi.
A parte quando inconsapevolmente davvero accade di entrare con invadenza nella vita del figlio, credo che come genitori presenti a noi stessi, si cerchi anche, osservando i ragazzi, la conferma di aver fatto un buon lavoro con la loro educazione, un cenno di rassicurazione che non ci siano problemi o difficoltà, che in prima battuta non si vedano, o errori che non ci siamo accorti di aver commesso.
A volte ci si barcamena con la difficoltà di placare la propria ansia di per non avere più la loro vita completamente sotto controllo, e per questo talvolta non si agisce nel modo migliore per la relazione.
Forse, bisognerebbe mettersi l’anima in pace e accettare la frustrazione di essere considerati degli invasori dei loro spazi (anche quando ci sembriamo delicati o siamo davvero noncuranti perchè ci fidiamo). Di essere considerati i limiti contro cui si trovano a combattere per costruire dentro di sè i loro confini, che è comunque una buona cosa. Di essere considerati dei “rompipalle”, che però contribuiscono a formare il loro senso di responsabilità.
Forse, l’adolescente, vorrebbe invece proprio sentire di essere abbandonato a se stesso, per sperimentare la sua capacità di autonomia, la sensazione di essere privo di lacci, di controllo, con la possibilità di agire e assumersi le conseguenze dell’agito in toto.
Forse servirebbe quell’atteggiamento di noncuranza (apparente, o “cura invisibile”) da parte nostra, l’esimersi da sguardi o pareri giudicanti, per quanto difficile, o talvolta impossibile, possa essere. Essere una presenza delicata, un contenitore che accoglie senza inglobare e senza fare da specchio riflettente, che fornisce un’immagine di rimando. Evitando di fare il Grillo parlante, impulso che spesso esce in automatico.
Allora, chissà, se si sentirebbero amati e nello stesso tempo più liberi dalla nostra presenza ingombrante, con un bisogno minore di contrapporsi, di ribellarsi..
Comprendere “stando”, senza nulla fare o obiettare (se non richiesto).
Un obiettivo durissimo, un grande atto di fiducia.
Che già è difficile fare con noi stessi, figuriamoci coi nostri figli.
novembre 2021
ti potrebbe anche interessare
tutti gli articoli sui ragazzi adolescenti
Vuoti a perdere, come ancora non ho imparato a vivere (ma ognuno fa quel che può)

Un inizio un po’ fastidioso, nonsense, che non è chiaro dove voglia parare, ma che introduce il fastidio, l’ansia, il dolore che porta il senso del vuoto, il fallimento, la disillusione.
Il ritratto di un mondo che mi circonda e che ho dentro.
Diversi personaggi raccontano le loro sconfitte e il mondo che si trovano attorno, in cui, forse per la mia a volte nociva tendenza all’empatia, mi sono identificata, o forse perché gli argomenti emersi in qualche modo mi appartengono. Perfino tutte quelle bottiglie vuote, o semivuote, sparse sul palco, – i vuoti a perdere, appunto – le ho sentito vicine.
“VUOTO A PERDERE”, dal ricordo della mia infanzia, era una scritta presente sulle bottiglie di vetro: erano quelle bottiglie che non dovevano essere restituite, potevano essere tenute, una volta svuotate del loro contenuto, e destinate o ad altri usi, se servivano, o ad essere buttate.
Ripenso a quante volte mi sono sentita svuotata e con una vita senza un senso. E anziché vedere la parte positiva, quella dello spazio che si viene a creare per accogliere nuovi contenuti, come professano i cultori della filosofia “think positive“, ho avvertito dolore, smarrimento, disperazione. Come se fossi, appunto, un vuoto a perdere, da buttare. Ho sentito talvolta la mancanza di un motivo per andare avanti, la sensazione di non aver piu’ nulla da offrire o di interessante da dare, che mi permettesse di essere apprezzata. Ho visto i mille difficili tentativi di trovarlo, quel motivo, di raccogliere l’energia per perseguire quei momenti di pienezza e felicità, che pensiamo dovrebbero spettarci, nella vita, che danno un senso ad alzarsi alla mattina, e che vanno oltre alla lista di canonici momenti di non trascurabile felicità, passaggi che bene o male caratterizzano la vita di noi tutti, che da uno dei personaggi sul palco sono stati catalogati in una ventina.
Navigando in quel vuoto, spesso ci si rende conto di sopravvivere, ovvero arrancare, andare avanti con quella fatica di vivere che non è vivere, e la sensazione struggente di stare sprecando il tempo della propria vita. La voglia che arrivi domani, aggrappandosi alla speranza che, come dice quella famosa canzone della Vanoni, “domani è un altro giorno, si vedrà“, per sfuggire all’angoscia di un oggi ostile e doloroso, che è l’unico che ci è dato per sicuro pero’, contro un domani che non ci offre comunque la sicurezza di tempi migliori.

Fuggire in qualsiasi cosa o luogo, per sconfiggere il tormento di precipitare in quel vuoto, per non interrogarsi e trovarsi davanti ai conti che non tornano, alla delusione o, peggio ancora, alla disillusione. Perche se siamo vuoti ci sentiamo perduti. Vuoti e perduti.
Riempirsi di cose da fare, da dire, da vedere, per non guardarselo in faccia quel vuoto; per non piombare nella noia, nel senso di non senso, in una condizione di ansietà.
Per non sentire il fallimento, per l’assenza di quella vita piena di successo, di serenità, di denaro, di persone attorno, di emozioni che spingono l’altalena, tenendo alto il livello di adrenalina, che ormai pare l’unico modo per renderla degna di essere vissuta, questa vita, e degna di essere mostrata a tutti.
Per non sentire il piattume della propria vita, la propria banalità, di non avere nulla di speciale o di attraente, e quindi di non valere, essere uno come tanti, anzi meno. Restare in trepidante attesa, come nel racconto del “Deserto dei tartari” di Buzzati, che qualcosa succeda e che dia la svolta, che si trasformi nel riscatto tanto atteso.
Per non sentire di non essere mai abbastanza, e che niente sia mai abbastanza per farci sentire pieni e soddisfatti. Essere come un pozzo senza fondo, dove si precipita senza sapere dove e quando si arriverà, nessun confine a proteggerci, totalmente impotenti.

Di tutto questo, e di altro, tratta “VUOTI A PERDERE“.
Dei motivi per cui qualcuno ha deciso di annegare nella bottiglia il suo malessere. Svuotare la bottiglia ed accorgersi che lui stesso è la bottiglia vuota.
Di questo desiderio di imparare a vivere, con gioia, con pienezza, con dignità e della difficoltà o dell’incapacità di farlo. Dell’osservare la propria vita con una coscienza, ed essere sofferenti perché non si intravede una via d’uscita. Dei conti che non tornano.. come le bottiglie vuote che galleggiano mentre quelle piene affondano.. galleggiare in quanto vuoti, o andare a fondo in quanto pieni, magari di cose inutili? lasciare andare questo contenitore che si è svuotato, questo vuoto a perdere, ormai privo di utilità, o intravedere una possibilità nel trovare un nuovo uso?
Si dice che quando si sente che non c’è più niente da perdere, si perdano anche le illusioni e che da lì si possa ricominciare a vivere..
Andrea Lupo, accompagnato dalla presenza e dalla musica di Guido Sodo, è bravissimo non solo a interpretare l’amarezza e il malessere del vivere, e a cantare, sorprendentemente, ma anche a scrivere testi attuali, intensi e toccanti, che inducono a interrogarsi, a riflettere, a contattare stati d’animo e una disperazione spesso conosciuti. Fragili e sconsolati lo siamo stati tutti, in qualche momento della nostra vita, e talvolta, anche se vedere questo può non consolare, puo’ aiutare a farci sentire che non siamo i soli, e, forse, a farci provare meno vergogna ad accettare i nostri fallimenti.
Tornando a casa, dopo lo spettacolo, i miei vuoti a perdere, – il sacco del vetro da buttare-, mi aspettavano fuori dalla porta, dimenticati in un angolo. Così come le mie domande, sul senso di tante cose della vita in questi tempi, di questa età e del passato, i miei disagi del vivere con gli altri e con me stessa, le risposte che da sempre non arrivano, e la ricerca di quella scintilla divina, il pezzo di stella che brilla, che da un tempo indefinito sento dire che alberghi in tutti noi, ma che ancora, io, come una delle voci sul palco, non riesco a contattare.
So, ora, che, a differenza di quando ero bambina, quei vuoti non sono sempre a perdere: sono lì, in attesa di essere portarti alla campana del vetro, per essere riciclati.
Per una nuova vita, forse, chissà..
ottobre 2021
foto Teatro delle Temperie
Una produzione Teatro delle Temperie
ti potrebbe interessare anche



